PIETRO RAMELLA

 LA RETIRADA

 

 

 

L'ODISSEA DI 500.000 REPUBBLICANI SPAGNOLI

ESULI DOPO LA GUERRA CIVILE (1939/1945)

 

Il materiale presente e' utilizzabile esclusivamente citando autore e fonte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Et par le pouvoir d'un mot

Je recommence ma vie

Je suis né pour te connaître

Pour te nommer

LIBERTĖ

 

 

Scrive Claudio Pavone, nella premessa a La guerra Civile: «nella selezione delle fonti (di una ricerca storica) s’insinua la silenziosa selezione compiuta in tanti anni dalla memoria», così questa mia ricerca si apre con i versi di Paul Eluard per rendere evidente il filo conduttore che l’ha guidata.

LIBERTÀ, termine e valore, imparato ad undici anni - il 26 luglio 1943 – leggendolo, scritto con il gesso, - sulla fiancata di un vagone della Canavesana, ferrovia che collegava il mio paese natale, dove ero sfollato, a Torino, città di residenza. Nato e educato, nella seconda metà del ventennio fascista, la cui coinvolgente retorica fu sempre osteggiata dalla freddezza paterna verso il regime, fui testimone involontario delle manifestazioni d'entusiasmo delle folle al passaggio del Duce, percepii nei rifugi antiaerei l'incrinarsi del carisma dell’«Uomo della Provvidenza», sopportai bombardamenti aerei e privazioni, fui testimone oculare delle crudeltà della guerra civile (rastrellamenti, incendi ed uccisioni) e gioii alla Liberazione intesa come fine a tanti angosciosi incubi. Questo drammatico susseguirsi d’avvenimenti e i tragici retaggi della guerra acuirono il bisogno di capire, così sviluppai un mio personalissimo metodo di studiare i fatti storici, approfondire gli avvenimenti ricordati da lapidi e monumenti.

 

Nel gennaio 1991 a Saint Cyprien nel Roussillon - Francia del Sud - il mio interesse cadde su un monumento di bronzo rappresentante in forma stilizzata una figura umana sdraiata: una lapide ricordava che

En ces lieux et des

Le 6 février 1939

90.000 Républicains espagnols

Enfants femmes et hommes

Civilis et militaires

Furent internes

 

Le prime ricerche rivelarono un capitolo poco conosciuto dell’antifascismo europeo, per approfondirlo visitai i piccoli musei e le biblioteche dei Pirenei Orientali e raccolsi materiale di studio e testimonianze. Alla fine dell’anno, stavo per compiere sessant’anni, m’iscrissi alla Facoltà di Scienze Politiche dell’università di Pavia e mi posi come obiettivo che, se fossi riuscito a portare a termine gli studi, avrei sviluppato l’argomento nella tesi conclusiva. In successivi viaggi in Francia ed in Spagna raccolsi ulteriore materiale, quando il conseguimento della mia seconda laurea stava per diventare realtà, lo proposi come argomento della tesi finale ai professori Marina Tesoro e Lucio Ceva. La Commissione d'esame l’ha giudicata degna del massimo dei voti e del diritto di pubblicazione per «la novità dell'argomento e l'ampiezza della ricerca».

Lavoro che ho continuato ad aggiornare nel corso degli anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

 

LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA (1936/1939)

Premesse ed andamento

 

 

 

Pienso en España, vendida toda,

De rió a rió, de monte a monte, de mar a mar.

 

Antonio Machado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DAL “DESASTRE DEL ‘ 98” ALLA REPUBBLICA

 

 

Agli inizi del XX Secolo la Spagna stentava a trovare una via d’uscita dalla crisi di modernizzazione e d’identità che durava dal 1898 dopo la sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti che le era costata la perdita degli ultimi possedimenti coloniali americani: Cuba e Portorico ed asiatici: Filippine, arcipelaghi delle Caroline e delle Marianne.

La crisi coinvolse tutti i settori della vita sociale e politica, ma soprattutto acuì il rancore dei militari verso la classe dirigente che essi ritenevano responsabile del «Desastre del 1898». L’Esercito cui le ristrettezze del bilancio statale non permettevano di ammodernarsi subì nelle guerre marocchine due pesanti sconfitte. La prima nel 1909 presso Melilla che costò 2.253 morti, tra cui un generale e due tenenti colonnelli, ebbe drammatiche ripercussioni in patria quando la decisione di mobilitare i riservisti per il Marocco fece esplodere il malcontento popolare. Le rivendicazioni portate avanti, in campo sindacale e sociale, dagli anarchici, dai socialisti e dai sindacalisti, si fusero con le proteste generali per la guerra in uno sciopero, che si colorò di tinte sanguinose ed anticlericali durante la Settimana Tragica di Barcellona. Nel corso dei disordini quarantotto chiese e conventi furono dati alle fiamme; solo l’intervento dell’esercito, che aprì il fuoco sui dimostranti, riportò la situazione sotto controllo. L’anarchico Francisco Ferrer, accusato di essere la mente della rivolta, fu condannato a morte e fucilato, nonostante le proteste dell’opinione pubblica mondiale.

La seconda e più grave sconfitta avvenne nei pressi d’Annual nel luglio 1921 con circa 1300  morti. Repubblicani, socialisti e liberali chiesero un’inchiesta parlamentare per accertare e punire i colpevoli del nuovo disastro, ma il re Alfonso XIII, che era stato l’ispiratore dell’operazione, e i militari non accettarono di essere posti sotto accusa e sostennero il generale Miguel Primo de Rivera, che, nel settembre 1923, instaurò una dittatura che s’ispirava al fascismo italiano.

Durante le guerre marocchine furono creati due corpi militari, che avrebbero avuto in seguito un peso decisivo nella vita spagnola:

-          I Regulares, truppe indigene inquadrate sul modello dell’armée d’Afrique francese, e

- il Tercio de Extranjeros su quello della Legione Straniera francese.

Sarà ufficiale delle due unità Francisco Franco.

 

Sotto la dittatura:

1.        Grazie all’alleanza con i francesi, nel settembre 1925 furono sconfitti i ribelli marocchini,

2.        Il catalanismo politico fu soppresso e l’uso ufficiale della lingua catalana fu proibito anche in chiesa. La Mancomunidad fu sciolta, malgrado che i conservatori catalani avessero appoggiato Primo de Rivera,

3.        Una politica paternalistica verso i lavoratori, lo stato d’assedio, la censura sulla stampa e la creazione di una polizia speciale misero in crisi i quadri della Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T.), determinando una normalizzazione della vita sociale.

 

Nel 1928 il dittatore convocò un’assemblea nazionale incaricata di varare una nuova Costituzione: in essa era sancita un’assoluta separazione dei poteri, a tutto svantaggio del corpo legislativo, in cui i rappresentati corporativi sedevano accanto ai deputati eletti dal popolo. I punti di maggior distacco dal parlamentarismo classico erano l’eliminazione di qualsiasi responsabilità dei ministri e la soppressione della prerogativa reale di nominare e destituire i ministri, potere ora esteso ad un organismo che imitava il Gran Consiglio del Fascismo. Ma la costituzione, boicottata dai vecchi uomini politici, non piacque al re che con un decreto stabilì che essa dovesse essere approvata da un plebiscito. Ciò accentuò il declino del dittatore, che perso anche il sostegno degli alti gradi dell’esercito e degli ambienti finanziari, il 30 gennaio 1930 si dimise.

Il suo successore, il generale Berenguer, tentò di gestire il ritorno alla normalità democratica e di salvare la monarchia, che ritenuta corresponsabile della dittatura, era nuovamente sotto accusa.

I gruppi repubblicani, federatisi nel patto di San Sebastian, stabilirono di iniziare la rivolta il 15 dicembre, ma all’ultimo momento alcuni cambiamenti nel programma generarono confusione tra i congiurati, infatti, il 12 a Jaca insorsero i capitani Galán Rodriguez Firmín e García Hernández Angel che marciarono su Madrid. Ma le forze fedeli al re ebbero facilmente ragione dei ribelli, i cui capi furono processati e fucilati.[1]

 

Le elezioni amministrative dell’aprile 1931 furono vinte da un fronte assai eterogeneo composto da socialisti, repubblicani, radicali e dai movimenti autonomisti catalano e basco, a cui diede un apporto decisivo una parte della borghesia che desiderava rompere con il passato. Il re considerò il responso delle urne come un voto di sfiducia nei suoi confronti e senza formalmente abdicare lasciò la Spagna per l’esilio affidando il potere al repubblicano moderato Alcalà Zamora.

 

 

LA NIÑA BONITA

 

 

Il 14 aprile 1931 fu proclamata la Repubblica (la niña bonita) ed Alcalá Zamora ne fu eletto Presidente, mentre Capo del governo, dopo le elezioni politiche del 28 giugno, nuovamente vinte dai movimenti d’orientamento progressista, fu nominato il repubblicano Manuel Azaña.

 

Nella nuova Costituzione la Spagna era definita come una:

«repubblica democratica di lavoratori di tutte le classi, che si organizza in un regime di Libertà e Giustizia»,

Attribuendo allo Stato il compito di coordinare la produzione industriale, di nazionalizzare i servizi pubblici e di socializzare i latifondi. Veniva inoltre sancita la separazione tra Stato e Chiesa ed introdotti il divorzio ed il matrimonio civile. [2]

 

 

Le prime riforme significative furono l’istituzione della giornata lavorativa d’otto ore, la fissazione dei minimi salariali, l’estensione del diritto di voto alle donne, l’inizio di una campagna d’alfabetizzazione con la creazione di 6.750 nuove scuole e, nel settembre 1932, la concessione di una larga autonomia alla Catalogna. Non potendo sciogliere l’ «odiatissima» Guardia Civil, il governo le affiancò un corpo di carabinieri, le Guardias de Asalto.

Fu infine delineato un programma per attuare la Riforma Agraria che prevedeva l’esproprio (con indennizzo) di un milione d’ettari, provvedimento primario in una nazione dove più della metà della popolazione dipendeva dalla terra, di cui il 64,30% era posseduto da duecentomila grandi proprietari e il 35,70% da tre milioni di medi e piccoli proprietari. Dai lavori agricoli dipendevano due milioni di braccianti, pari ad un quinto della popolazione attiva, che vivevano in grossi pueblos ove venivano giornalmente ingaggiati dagli amministratori dei latifondisti. Dalla primavera all’autunno riuscivano a guadagnare in media tre pesetas il giorno mentre per il resto dell’anno restavano inattivi, sempre in concorrenza con i contadini proprietari di modesti appezzamenti la cui produzione era insufficiente alle necessità della vita.[3]

Ne derivava una vita di stenti che facilitava il diffondersi delle idee di redenzione sociale proprie del movimento anarchico che, non avendo una rappresentanza parlamentare in quanto propugnava l’astensionismo elettorale, aveva la sua forza nel sindacato tramite il quale faceva valere le istanze di giustizia sociale con grandi scioperi. Vedendo come la promessa Riforma Agraria procedesse a rilento anche per i contrasti tra socialisti e radicali – i primi prospettavano una forma di produzione associata della terra mentre i secondi miravano all’estensione della piccola proprietà – gli anarchici scatenarono una serie di disordini specie contro chiese e conventi in quanto la Chiesa, come maggiore proprietaria terriera spagnola e detentrice del monopolio dell’istruzione, rappresentava il simbolo dello sfruttamento e della reazione.

 

Il Governo, anche se la Guardia Civil ricorreva frequentemente all’uso delle armi, non riusciva ad impedire o quanto meno a controllare tali disordini, cosicché un simile stato di cose offrì terreno propizio ad una ripresa della destra tradizionale, che nell’agosto 1932 tentò un colpo di stato, sfruttando il malcontento degli ufficiali, in parte posti in quiescenza nel previsto programma di ridimensionamento dell’esercito, che n’aveva ridotto il numero da diciassettemila a diecimila, modificando così il rapporto da uno ogni nove sottufficiali, graduati e soldati ad uno ogni quindici. Pronunciamento che fallì per mancanza di coordinamento e che fu represso con relativa facilità. Il principale responsabile, il generale Sanjurjo Sacanell José, fu condannato a morte. La pena venne poi commutata nel carcere a vita (in seguito fu amnistiato ed esiliato). [4]

 

In questo periodo assunsero peso politico tre movimenti, importanti nel prosieguo della storia di Spagna:

 

- la C.E.D.A. (Confederación Española de Derechas Autonomas) del cattolico Gil Robles,

- la Falange Española di José Antonio Primo de Rivera, di matrice chiaramente fascista,

-          La Renovación Española, apertamente antirepubblicana, di Josè Calvo Sotelo.

 

Questi raggruppamenti erano sostenuti dalla Chiesa cattolica, contro la quale il governo stava per promulgare la Legge delle Congregazioni, per dare pratica attuazione agli articoli 3 e 26 della Costituzione riguardanti la religione. Legge che prevedeva:

 

-          L’annullamento del Concordato del 1851 con la Santa Sede,

-          La cessazione del pagamento della congrua ai preti,

-          L’espropriazione dei beni ecclesiastici non necessari all’esercizio del culto,

-          La chiusura delle scuole cattoliche,

-          Lo scioglimento degli ordini religiosi dipendenti da autorità straniere, che aveva comportato l’espulsione dei Gesuiti.[5]

 

La già difficile situazione interna venne ulteriormente aggravata dalla sommossa anarchica dell’11 gennaio 1933 nel villaggio di Casas Viejas, in provincia di Cadice, che fu repressa nel sangue con numerosi morti da entrambe le parti. Il fatto fu sfruttato sia da destra sia da sinistra con conseguente indebolimento del governo, che fu battuto nelle elezioni municipali dell’aprile, sconfitta che indusse Azaña a rassegnare le dimissioni. Il Presidente della Repubblica, non avendo Alessandro Lerroux, esponente radicale, a cui era stato affidato l’incarico per la formazione di un nuovo governo, ottenuta la fiducia delle Cortes, ne decretò lo scioglimento ed indisse nuove elezioni per il 19 novembre.

 

 

 

EL BIENIO NEGRO (1934/1935)

 

 

Le elezioni furono vinte dalle forze conservatrici con un notevole successo per la C.E.D.A., che diventò il gruppo di maggioranza relativa, che diede il suo appoggio esterno a Lerroux per formare il governo. La sconfitta delle sinistre dipese dall’astensionismo elettorale degli anarchici che raggiunse la percentuale del 34%, decisamente superiore in valore assoluto al 30% del 1931, infatti, gli iscritti erano passati da 6.200.000 a 13.200.000 per la concessione del voto alle donne, che in prevalenza non avevano votato, su istruzione dei loro confessori, per i partiti di sinistra. [6]

Ebbe inizio il bienio negro in cui vennero annullate tutte le riforme varate dal governo precedente. In particolare furono imposte massicce riduzioni salariali, restituite ai vecchi proprietari le terre espropriate, riaperte le scuole confessionali e fu abrogata l’autonomia della Catalogna. La tensione provocata da questa politica reazionaria sfociò in una serie di sommosse, che toccarono il culmine nell’ottobre del 1934 con un’azione rivoluzionaria sostenuta da uno sciopero generale in tutta la Spagna e dalla proclamazione della Repubblica in Catalogna. Ma il governo riprese rapidamente in mano la situazione incarcerando a Madrid gli esponenti socialisti promotori dello sciopero ed a Barcellona Lluis Companys. Questi insuccessi lasciarono in uno splendido isolamento l’insurrezione sviluppatasi nelle Asturie dove gli anarchici collaborando uniti nell’u.H.P. (Union de Hermanos Proletarios) con socialisti, comunisti e l’Alianza Obrera d’ispirazione trotzkista avevano assunto il controllo della provincia, compresa la capitale Oviedo. Una stazione radio incitava alla lotta invitando i lavoratori tra i diciotto ed i quarant’anni ad arruolarsi nell’armata Rossa. Ci furono saccheggi ed atti d’ingiustificata violenza che i comitati rivoluzionari non riuscirono a controllare, numerosi edifici religiosi furono dati alle fiamme.[7]

Il governo affidò ai generali Francisco Franco e Manuel Goded Llopis, in qualità di Capi di Stato Maggiore, il comando delle operazioni per reprimere la rivolta. Essi ricorsero al Tercio ed ai Regulares, formati da soldati professionisti che si erano già distinti contro i ribelli del Riff in Nord Africa. Truppe che in due settimane ebbero ragione degli insorti, abbandonandosi ad atrocità e violenze contro la popolazione. Nel ritirarsi i minatori incendiarono le proprietà dei ricchi e uccisero preti e guardie civili. La ribellione era ormai soffocata e gli asturiani offrirono la resa ponendo come sola condizione che venissero ritirate la Legione Straniera e le truppe marocchine, condizione accettata ma poi non rispettata dal Ministro della Guerra. La repressione che ne seguì fu durissima, oltre ai mille morti in combattimento o fucilati, le casas del pueblo si trasformarono in carceri in cui furono reclusi trentamila prigionieri, sottoposti ad ogni sorta di soprusi e torture. La rivolta delle Asturie fu importante per almeno due ragioni: fece apparire agli occhi dei conservatori l’Esercito come la sola forza capace di mantenere l’ordine costituito e d’altra parte fece capire alle sinistre che solo formando un fronte unitario avrebbero potuto sconfiggere la reazione. [8]

 

Nel 1935 sorsero in Spagna due schieramenti politici contrapposti:

-          Il Frente Popular, raggruppamento di tutte le organizzazioni democratiche e di sinistra, meno gli anarchici,

-          Il Bloque Nacional, di cui facevano parte borghesi, agrari, monarchici, falangisti e massoni.

 

Il governo aveva vita difficile per i contrasti tra i moderati e la C.E.D.A., che, ad un certo momento, fece mancare il suo sostegno prendendo a pretesto degli scandali finanziari che avevano coinvolto alcuni esponenti radicali. Era la ventiseiesima crisi governativa della Repubblica. Dopo vari tentativi, tutti infruttuosi di formare un governo, il Presidente sciolse le Cortés ed indisse nuove elezioni, fissandole per il 16 febbrario 1936.

 

 

VITTORIA ELETTORALE DEL FRENTE POPULAR

 

 

Dopo una campagna elettorale, che non fece registrare gravi fatti di violenza, prevalentemente impostata dalla destra sui pericoli che la vittoria degli avversari avrebbe rappresentato per la Chiesa, le votazioni si svolsero in maniera che il corrispondente del “Times” definì: «nel complesso esemplari».

I votanti furono 9.865.000 su un totale di 13.554.000 iscritti con un’astensione del 27% contro il 34% di due anni prima, una parte degli anarchici all’ultimo momento disattese la raccomandazione no votad impartita dalle loro organizzazioni e votò per il Frente Popular. Esso si impose con il 48,3% dei suffragi validi (pari a 4.838.000 voti) contro il 43% della coalizione di destra (3.997.000 voti), mentre 458.000 elettori appoggiarono i movimenti di centro ed i nazionalisti baschi. [9]

 

Grazie al particolare meccanismo elettorale, che assegnava un premio alla maggioranza, le sinistre ottennero il 56% dei seggi delle Cortès ed il Primo Ministro uscente Portela Valladares passò le consegne a Manuel Azaña, principale esponente del Frente Popular. Questi formò il governo con rappresentanti della Sinistra repubblicana, dell’unione repubblicana, dell’esquerra catalana e dei nazionalisti baschi con l’appoggio esterno degli altri partiti progressisti.

Il primo provvedimento dell’esecutivo fu la concessione di un’amnistia ai detenuti politici, cosicché socialisti, catalani ed asturiani condannati per le sommosse dell’ottobre 1934 furono liberati. I generali Franco e Goded, responsabili della repressione delle Asturie, furono esonerati dalle loro funzioni presso il Ministero della Guerra: il primo fu destinato al comando delle truppe di stanza nelle Canarie ed il secondo quelle di stanza nelle Baleari. [10]

 

Il governo si mise quindi al lavoro per attuare il programma del Frente, in particolare l’Istituto della Riforma Agraria riprese a funzionare ed alla fine di marzo decine di migliaia di contadini divennero proprietari di un appezzamento di terra. I datori di lavoro furono obbligati a riassumere gli operai licenziati in occasione degli scioperi del 1934 e ad indennizzarli. Tale politica indusse industriali e grandi finanzieri a trasferire all’estero i loro capitali, con conseguente svalutazione della peseta sui mercati internazionali.

 

Il dramma della seconda Repubblica che sfociò nella guerra civile va considerato alla luce dello scontro radicale tra cinque progetti di società, dei quali erano portatori diversi gruppi sociali politici. I condizionamenti storici, la struttura sociale interna ed il contesto internazionale impedirono che si producesse una convergenza tra le maggiori forze politiche in un progetto dominante e maggioritario di convivenza politica.

Il primo di questi progetti, avanzato dai repubblicani di sinistra e specialmente da Acciòn Republicana di Manuel Azaña, intendeva creare una repubblica borghese avanzata, pluralista e liberale, ispirata al modello della III Repubblica Francese.

Il secondo era orientato verso il mantenimento della struttura propria della vecchia società conservatrice, arcaica e non secolarizzata, prefiggendosi come meta uno stato confessionale, tradizionale, per molti aspetti di natura medioevale.

Il terzo consisteva in un modello che, pur mantenendo caratteristiche proprie, si rifaceva a quelli già esistenti in Italia e Germania. Si trattava, quindi, del modello fascista a base corporativa, a cui la Spagna aveva già iniziato ad accostarsi all’epoca della dittatura del generale Primo de Rivera. Condizione sine qua non per realizzare tale stato era un partito unico come espressione monolitica della società, cioè la Falange.

Il quarto era rappresentato dall’aspirazione di creare in Spagna un regime socialista, ispirato in parte all’u.R.S.S., anche se sulla sua esatta fisionomia non si arrivò mai ad un accordo tra le forze politiche che lo rivendicavano: il Partito Socialista Operaio ed il Partito Comunista.

Il quinto consisteva nel vecchio ideale anarcosindacalista, fatto proprio dai settori contadino e piccolo borghese d’alcune regioni spagnole, che facevano capo alla Federacíon Anárquica Ibérica (F.A.I.) ed alla Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T).

 

Nonostante l’impulso dato alla Riforma Agraria, migliaia di contadini convinti che la distribuzione delle terre procedesse troppo lentamente cominciarono ad invadere, specie nell’estremadura, i grandi latifondi semiabbandonati ed a spartirseli o a costituirvi comunità agricole collettivizzate. Questo portò a scontri con la Guardia Civil ed in uno di questi, a Yeste, i gendarmi uccisero diciotto contadini. Ma l’ordine pubblico restava il problema più grave, la violenza era opera di aderenti alla Falange, decisi ad accrescere il disordine così da giustificare l’avvento di un governo forte. Ma i militanti della F.A.I. e della C.N.T. rispondevano colpo su colpo in quanto, in ossequio alle loro idee libertarie, non volevano contare sull’autorità costituita, anche se di sinistra. In questo clima di esasperata violenza gli alti gradi delle Forze Armate cominciarono a tessere le fila di una cospirazione. Ne era organizzatore il generale Mola che nell’aprile ne precisò i piani in una circolare: due organismi, uno militare e uno civile, avrebbero dovuto insediarsi in tutte le province della Spagna, nelle Baleari, nelle Canarie e nel Marocco spagnolo. Tali organismi avrebbero dovuto, a livelli provinciale, predisporre i piani per l’occupazione degli edifici pubblici e per assumere il controllo delle vie di comunicazione. Il generale Sanjurjo, capo del fallito golpe del 1932, che viveva esule in Portogallo, sarebbe rientrato per assumere la carica di Presidente di una giunta militare che avrebbe governato la Spagna. Appoggiavano questo progetto, oltre alle alte cariche dell’esercito, la Chiesa, la ricca borghesia, i grandi proprietari terrieri ed i carlisti della Navarra, che disponevano di una forza paramilitare, i requetés, fanaticamente cattolici.

 

In un susseguirsi di violenze ed assassinii politici, che per lo più restavano impuniti, si giunse al mese di luglio, fissato dai congiurati per l’inizio della ribellione. Il 12 elementi della Falange uccisero un tenente degli Asaltos, Josè Castillo, per vendicare l’assassinio di un loro camerata. Nell’eccitazione del momento si fece strada l’idea di colpire i capi della destra, anziché come avveniva di solito, delle figure di secondo piano. Forse si voleva solo prenderli in ostaggio per costringere i loro seguaci a limitare le velleità – le testimonianze in proposito non sono attendibili – fatto sta che due gruppi di Guardias de Asalto si recarono ai domicili di Gil Robles, capo della C.E.D.A., e di Calvo Sotelo, capo di Renovaciòn Española. Il primo era fuori Madrid, fatto che gli salvò la vita, mentre il secondo fu prelevato e prima di arrivare al Cimitero dell’est fu freddato con due colpi alla nuca. L’opinione pubblica fu impressionata da queste morti e durante i funerali vi furono scontri con altre vittime. La tensione del momento indusse il generale Mola a fissare ora, data e luogo d’inizio della sommossa: ore 17 del 17 luglio a Melilla, in Marocco. Nel frattempo poiché i preparativi del golpe erano ormai chiari, Indalecio Prieto, a capo di una delegazione di socialisti e comunisti, si recò dal Primo Ministro a chiedere la distribuzione delle armi alle organizzazioni dei lavoratori. Casares Quiroga rifiutò, aggiungendo in tono acido che se Prieto continuava ad andare da lui tanto spesso tanto valeva che governasse lui la Spagna.

 

 

L’ALZAMIENTO

 

 

La rivolta, iniziata con alcune ore d’anticipo rispetto al previsto, divampò in tutte le città del Marocco e, grazie all'intervento decisivo della Legione Straniera, gli insorti ebbero ragione dei militari rimasti fedeli al governo e dei militanti della sinistra. Nel frattempo Franco s’impadronì delle Canarie e lanciò un proclama alla nazione: «L’Esercito si è assunto il glorioso compito di salvare la Spagna dalla sovversione e dall’anarchia» quindi volò in Marocco ed assunse il comando dell’esercito d’Africa. Nella calda mattinata del 18 luglio Radio Ceuta trasmise la frase in codice: «Su tutta la Spagna, il cielo è senza nubi» era il segnale dell’alzamiento nelle guarnigioni della penisola. [11] Il 95% degli ufficiali fece causa comune con i sediziosi trascinando con se 80% dei soldati. La Guardia Civil nella sua quasi totalità ed il 50% delle Guardias de Asalto si unirono ai rivoltosi. Nella proporzione dal 75 al 90% gli alti funzionari dei ministeri, delle amministrazioni locali, delle imprese industriali fecero altrettanto.[12] Il governo tentò di bloccare la sollevazione ricorrendo alle procedure consentite dalla Costituzione e ordinò ad alcune navi da guerra (la flotta era rimasta fedele alla Repubblica) di presidiare lo stretto di Gibilterra così da contenere la ribellione in Marocco e nelle Canarie. In ogni caso continuò a non autorizzare la distribuzione delle armi al popolo come chiedevano le organizzazioni di sinistra. Quest'ordine favorì i ribelli perché consentì loro, pur se inferiori di numero, di assumere il controllo della Galizia, del Léon, della Nuova Castiglia, della Navarra, del nord dell’estremadura e di parte dell’aragona, per cui i faziosi controllarono i centri di La Coruña, Valladolid, Salamanca, Burgos, Pamplona, Cáceres, Saragozza e Huesca. Occuparono inoltre le principali città dell’andalusia: Cadice, Siviglia, Granada e Cordoba, di vitale importanza per il proseguimento delle operazioni in quanto le loro forze più efficienti erano concentrate in Marocco.

Il 19 luglio le truppe ribelli uscite dalle caserme di Barcellona puntarono verso Plaza de Cataluña ma bloccate dai lavoratori, in prevalenza anarchici, e dalla Guardia Civil rimasta fedele al governo, caso quasi unico in Spagna, dovettero ritirarsi. Il generale Goded, capo dei rivoltosi, fu catturato ed obbligato a leggere alla radio un appello ai suoi di deporre le armi. André Malraux racconterà ne L’Espoir la successione dei combattimenti, in cui morirà uno dei più famosi capi anarchici, Francisco Ascaso. [13]

Il giorno dopo è la volta di Madrid, con la conquista da parte dei cittadini e dei militari fedeli alla Repubblica della caserma della Montaña, centro operativo della ribellione, la capitale è salva.

 

Data

Repubblica

Nazionalisti

Luglio 20/24

 

 

 

 

Agosto

5

 

 

 

 

 

15

 

 

17

 

 

18/19

 

 

Settembre

4

 

5

 

 

27

 

30

 

 

Ottobre

1

 

 

10

 

 

 

24

 

 

28

 

 

Novembre

4

 

 

6

 

 

 

//8

 

 

 

 

18

 

 

20

 

 

24

 

 

Dicembre

3/14

 

 

29

 

 

 

 

1937

Gennaio

5

 

 

 

14

 

Febbraio

6

 

 

8

 

 

24

 

 

 

 

 

Marzo

8/21

 

 

 

 

 

31

 

 

Aprile

26

 

 

 

Maggio

3/17

 

 

 

 

17

 

 

Giugno

19

 

Luglio

1

 

 

4

 

 

6/24

 

Agosto

24

 

Ottobre

21

 

 

Dicembre

15

 

1938

Gennaio

/

 

Febbraio

22

 

Marzo

10

 

 

18

 

Aprile

3

 

14

 

 

21

 

Luglio

25

 

 

Agosto

12

 

20

 

Settembre

21

 

 

Ottobre

28

 

 

 

 

Novembre

16

 

Dicembre

23

 

 

1939

Gennaio

15

 

26

 

Febbraio

11

 

23

Marzo

5

 

 

6

 

28

 

31

 

Aprile

1

 

Il PCE crea il Quinto Reggimento, nasce a Barcellona il Comitato Cen trale delle Milizie Antifasciste.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Rosselli forma la Colon-

na Italiana.

 

 

 

 

 

Governo di Llargo Caballero

 

 

 

 

 

 

Decreto di militarizzazione delle Milizie.

 

 

 

 

 

Arrivo ad Albacete dei primi

volontari stranieri delle Briga-te Internazionali.[1]

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro ministri anarchici entra

no nel governo.

 

Il governo si trasferisce a Valencia. A Madrid si costituisce la Giunta di Difesa.

 

Scontri alla Casa del Campo di Madrid ed alla Città Universitaria, battesimo del fuoco delle Brigate Internazionali.

 

 

 

 

Fucilazione di José Antonio Primo de Rivera ad Alicante.

 

 

 

 

 

 

 

Fallita offensiva in Estrema- dura della XIV BI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Successo della controffensiva repubblicana sul Jarama. Partecipano

l’ XI, XII, XIII e XV BI. Il tentativo di tagliare la strada Madrid – Valencia è respinto.

 

 

Battaglia di Guadalajara. Le truppe fasciste del C.T.V. sono messe in fuga . Partecipa agli scontri il battaglione Garibaldi della XII BI.[14-15]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scontri di Barcellona tra gover

nativi ed Anarchici e POUM.

[16-17]Dimissioni del governo Llargo Caballero.

 

Negrin forma un nuovo governo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Congresso Internazionale degli Scrittori.

 

Battaglia di Brunete.

 

 

Battaglia di Belchite

 

 

 

 

 

 

Inizio offensiva contro Teruel.

 

 

 

Conquistata Teruel.

 

 

 

 

 

 

 

 

Violenti bombardamenti aerei su Barcellona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizia la battaglia dell’Ebro. Occupata Gandesa.

 

Controffensiva in Estremadura.

 

 

Negrin annuncia alla Società delle Nazioni il ritiro delle BI.

 

 

Iniziano a Barcellona le sfilate d’addio dei volontari stranieri.[2] Messaggio della Passio-naria.[19]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizia “La Retirada”.

 

 

 

 

Muore a Colliure Antonio Machado.

 

Guerra civile a Madrid tra i comunisti ed i seguaci di Casado.

 

Il governo lascia la Spagna.

 

 

 

 

 

Costituita la Giunta di Difesa Nazionale a Burgos Muore, in un incidente aereo il Generale Sanjurjo, capo della rivolta.

 

 

Trasferimentodell’armata d’Afri ca (35000 uomini) dal Marocco

con 9 Savoia-Marchetti e 50

Jumker forniti da Mussolini ed

Hitler.

 

Conquista di Badajoz (4.000

esecuzioni).

 

 

 

 

Assassinio a Granada di Garcia

Lorca.

 

 

Conquista di Irún.

 

Gli Eserciti del Nord e del Sud si congiungono ad Arenas de San Pedro.

 

Liberato l’Alcazar di Toledo.

 

 

 

 

 

Franco è eletto “generalissimo” e Capo dello stato spagnolo.

 

 

 

 

 

Creazione dall’Alto Tribunale di Giustizia Militare.

 

Hitler autorizza l’invio della Legione Condor (6.000 specialisti militari).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Governo riconosciuto da Italia e Germania.

 

 

 

 

Franco sospende l’attacco frontale a Madrid.

 

 

Fallito tentativo di aggirare la capitale da Nord.

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrivo dei primi contingenti del Corpo Truppe Volontarie mandate da Mussolini.[3]

 

Inizio offensiva contro Malaga.

 

 

Inizia la battaglia del Jarama.

 

 

Malaga è occupata da spagnoli ed italiani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizio offensiva al Nord contro le Province Basche.

 

 

Bombardamento aereo e distruzione di Guernica (1654 morti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Occupata Bilbao.

 

 

Lettera collettiva dell’episcopato spa-

gnolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Occupata Gijón e Avilés, fine della campagna del Nord.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riconquistata Teruel.

 

 

Offnsiva nell’Aragona, ripresa Belchite.

 

 

 

 

Occupata Lerida.

 

Raggiunto il Mediterraneo. La Catalo gna è divisa dalla Spagna Centrale.

 

Inizio dell’offensiva contro Valencia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizia la controffensiva sull’Ebro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I ribelli riconquistano tutto il terreno perduto fino all’Ebro.

 

 

Inizia l’offensiva contro la Cata

logna.

 

 

 

Occupata Tarragona.

 

Occupata Barcellona.

 

Completata l’occupazione della Catalogna.

 

 

 

 

 

 

 

 

Occupata Madrid.

 

Occupata Alicante.

 

 

Radio Burgos trasmette il bollettino della Vittoria: “Oggi dopo aver fatto prigioniero l’esercito rosso e averlo disarmato, le truppe hanno raggiunto i loro obiettivi.. La guerra è terminata”.[19]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I I

 

LE CAUSE DELL' ESODO

 

 

 

 

Cadde morto Federico,

sangue alla fronte e piombo alle viscere

Sappiate che fu a Granada il delitto, povera Granada!

Nella sua Granada.

Antonio Machado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ECCIDI DI PARTE REPUBBLICANA

 

 

Dopo aver considerato in breve, nel capitolo precedente, l'intero corso della guerra civile spagnola (Luglio 1936 /Marzo 1939) occorre, per comprendere le cause della Retirada, prendere in esame il comportamento delle parti in lotta nei confronti degli avversari.

 

La storiografia, la letteratura e la memorialistica hanno considerato i fatti sotto aspetti diversi (politico, religioso, sociale, economico) denunciando, non sempre con la dovuta obiettività, la gravità dei crimini commessi dalle due fazioni e traendo conclusioni nettamente difformi tra loro.

 

Il numero delle uccisioni perpetrate dai repubblicani nel corso del conflitto, secondo le fonti sottoriportate, sarebbero state:

 

300/400.000 Enciclopedia Universal Ilustrada – Suplemento Annual, parte II, 1943,

86.000 Hugh Thomas nella Storia della guerra civile spagnola (che si rifa' alla fonte franchista del Santuario Nacional di Valladolid), cifra che in seguito modificherà in 50.000, [1]

70.628                        Salas Larrazábal Ramón in Pérdidas de la guerra,

50.000 Santos Juliá in Victimas de la Guerra Civil,

20.000 Gabriel Jackson in La Repubblica Spagnola e la guerra civile [2]

 

Dato quest’ultimo che risulta errato per difetto, se si considera che l’"Osservatore Romano", organo ufficiale del Vaticano, valutò in 16.500 i religiosi ed i laici cattolici uccisi. Paul Claudel, uno dei pochi intellettuali favorevoli a Franco, dedicò a loro la sua ode Aux martyrs espagnols: seize mille pretes massacrés et pas un'apostasie!. [3]

La rigorosa ricerca effettuata nel 1941dal sacerdote Antonio Moreno Montero[4], riportata nell’Historia de la persecución religiosa en España 1936/39, ha permesso di rendere pubblici i nomi di 6.832 religiosi assassinati:

- 13 vescovi, 4.171 preti, 2.365 frati e 283 monache; morti che ebbero un peso notevole sull'opinione pubblica mondiale. Dato che nel 1954 l'Ufficio d'informazione e statistica della Chiesa, fonte ufficiale della Chiesa spagnola, aumentò a 7.338. Al marzo 2001, l’attuale Papa Giovanni Paolo II ha beatificato nel corso del suo pontificato circa 500 di questi martiri.

 

Recenti studi, coordinati dal professor Santos Juliá, che costituiscono l’argomento del sopra citato Victimas de la Guerra Civil, hanno permesso di accertare che nelle ventidue province spagnole oggetto d’indagine le vittime della repressione repubblicana furono 37.843. L’autore ne deduce che complessivamente i morti per mano dei rossi non dovrebbero superare le 50.000 unità, in quanto le restanti ventisei province da analizzare, sono in massima parte quelle in cui i ribelli assunsero il potere sin dall’inizio dell’Alzamiento. Nella zona repubblicana la violenza toccò il suo acme nei primi tempi della rivolta (18/7 – fine ottobre 1936), quando più prepotente era la spinta a vendicare i massacri delle Asturie nel 1934 e a porre fine alle ingiustizie sociali generate da secoli di sfruttamento, mentre era massimo il caos interno per la defezione delle istituzioni pubbliche (magistratura e forze di polizia), passate in gran parte ai ribelli. Le uccisioni colpirono indiscriminatamente militari golpisti, ecclesiastici (circa 7.000), falangisti, borghesi e grandi proprietari terrieri. Particolarmente efferati furono i massacri dei fascisti di Ciudad Real precipitati nel pozzo di una miniera, o di Santander gettati giù dalla scogliera del Cabo Mayor o dei 512 maschi delle famiglie borghesi della cittadina andalusa di Ronda scaraventati in un dirupo. Fatto quest’ultimo ripreso da Ernest Hemingway in Per chi suona la campana, forse il maggior veicolo di conoscenza della guerra di Spagna presso il gran pubblico. Romanzo duramente contestato dai veterani dell’Abraham Lincoln Brigade sotto l’aspetto politico e da Aldo Garosci in Gli intellettuali e la Guerra di Spagna sotto l’aspetto reale dei personaggi. Nel corso degli espropri delle grandi proprietà terriere, numerose furono le uccisioni, motivate dall’odio di classe, di latifondisti e ricchi proprietari, compresi molti religiosi, nonché di quanti - intendenti e guardie civili - erano considerati strumenti dello sfruttamento cui le classi popolari erano sottoposte da secoli. Quando Madrid fu investita nell’ottobre dalle truppe franchiste molti prigionieri (in prevalenza ufficiali dell’Esercito che avevano dichiarato il loro sostegno ai ribelli) vennero, con il pretesto di essere trasferiti in altri penitenziari, condotti a Paracuellos del Jarama ed a Torrejón de Ardoz ed uccisi; finita la guerra furono esumate più di duemila salme. Altri, detenuti in carceri o battelli-prigione, furono massacrati dopo i bombardamenti delle città dalla folla inferocita per vendicare i civili inermi uccisi. La psicosi della temuta Quinta Colonna favorì l’assassinio di presunti oppositori in libertà operati dalle checas, squadre d’incontrollabili, quali la Brigada del Almanacer, che giustiziavano qualsiasi persona denunciata, anche anonimamente, senza prove certe dopo un processo sommario. Una tecnica, applicata in particolare dagli anarchici, era quella del paseo (passeggio), che consisteva nel prelevare i borghesi o i franchisti, portarli in qualche località in macchina e qui eliminarli. Molti reazionari catturati a Barcellona furono condotti ad una cinquantina di chilometri dalla città, sulla costa, per essere uccisi di fronte alla stupenda baia di Sitges. I morituri, nei pochi momenti che restavano loro, vedevano lo spettacolo meraviglioso del Mediterraneo all'alba. Sembrava che dicessero loro i giustizieri: «Guarda come avrebbe potuto essere bella la vita, se tu non fossi stato un borghese, e ti fossi alzato all'alba spesso, come sempre hanno dovuto fare i lavoratori».[4] Il 5 novembre 1936 il nuovo governo, presieduto da Llargo Caballero, che contava tra i suoi componenti quattro ministri anarchici con García Oliver alla Giustizia, per mettere un freno ai tanti tribunali del popolo che agivano al di fuori d’ogni legalità, adottò due provvedimenti: la riorganizzazione dell’Esercito, per controllare le milizie anarchiche, che amministravano in proprio la giustizia, e la creazione dei Tribunali Popolari composti di tre magistrati di carriera e quattordici giurati. Istituì inoltre il Servicio de Investigación Militar (SIM) e i Tribunales de Espionaje y Alta Traición per debellare lo spionaggio ed il sabotaggio e i Tribunali Permanenti dell’Esercito per giudicare i numerosi disertori e renitenti alla leva. Le checas furono sciolte il 4 dicembre 1936 per decisione del nuovo ispettore generale delle carceri, l’anarchico Melchor Rodriguez, dopo di che, le uccisioni sommarie diminuirono drasticamente. Il ministro García Oliver istituì numerosi campi di lavoro dove internare i prigionieri fascisti, nei quali il trattamento era duro ma era vietata la violenza fisica. Si pretendeva che il prigioniero lavorasse, e non ignorando come la mancanza di libertà limiti l’impegno, all’entrata dei campi era posta la scritta: "Lavora e non perderai la speranza" e come incentivo alla fatica la promessa che nove anni di lavoro ne valevano trenta di pena. Con l’avanzare dei ribelli, i campi divennero mobili, cioè i prigionieri erano aggregati alle truppe combattenti ed utilizzati a scavare trincee o costruire fortificazioni. Dei nemici fatti prigionieri nel corso del conflitto i repubblicani giustiziarono, dopo averli processati, i militari di carriera, accusandoli di aver tradito il giuramento di fedeltà alla Repubblica, i volontari del Tercio ed i membri della Falange.

 

ECCIDI DI PARTE FRANCHISTA

 

Più difficile da determinare, ma sicuramente più elevato, è il numero delle uccisioni perpetrate dai franchisti, durante e dopo il conflitto, infatti, sarebbero:

 

400.000 Gabriel Jackson, (dati di fonte repubblicana), di cui 200.000 nel dopoguerra, in quella che passerà alla storia come la grande mattanza. [5]

150.000 Hugh Thomas, che in un primo tempo aveva compreso tra i caduti in combattimento quanti erano stati uccisi dopo esser stati fatti prigionieri. Non quantifica le esecuzioni successive al 1.4.1939, che

34.250 Salas Larrazábal in Pérdidas de la guerra,

145.000 Santos Juliá in Victimas de la Guerra Civil. In effetti, la ricerca ha accertato 72.257 vittime in ventiquattro province ma devono ancora essere prese in considerazione quelle conquistate dai ribelli all’inizio della rivolta.

 

 

 

Da parte franchista il ricorso sistematico all’eliminazione fisica dei nemici fu perseguito sin dai primi giorni della rivolta, quando in Marocco furono uccisi i militari rimasti fedeli al legittimo governo centrale e gli esponenti dei partiti democratici e dei sindacati che li avevano appoggiati Paul Preston, nella biografia di Francisco Franco, (Mondadori, 1995) mette in evidenza l'uso strategico del terrore da parte delle truppe nazionaliste sin dall'inizio del conflitto, quando erano formate in prevalenza da Regulares marocchini e Legionari del Tercio. Truppe che, appena conquistata una città grande o piccola, massacravano i prigionieri: ufficiali e sottufficiali dell’esercito o delle milizie, commissari politici, soldati semplici o volontari stranieri delle Brigate Internazionali, che avevano avuto il torto di tentare di resistere, compresi i feriti. Subito dopo entravano in azione squadre di falangisti, borghesi e proprietari terreni, di massima figli di vittime dei repubblicani, che in preda ad una frenesia di vendetta, infierivano sugli oppositori in particolare: insegnanti, sindacalisti, esponenti e militanti dei partiti democratici, sindaci ed amministratori comunali e quanti accusati di delitti contro la Chiesa, le proprietà o i simpatizzanti della ribellione. Prelevati dalle carceri o dalle loro abitazioni, erano trascinati lungo i muri dei cimiteri o in zone fuori mano ed uccisi mentre l’immancabile sacerdote tentava di indurli a confessarsi.. Oltraggiavano le loro donne con violenza carnale ed il taglio dei capelli, saccheggiavano le case, bastonando selvaggiamente quanti vi incontravano senza distinzione di sesso ed età. Il ricorso all'intimidazione ed al terrore, definito eufemisticamente castigo, era specificatamente previsto dagli ordini superiori, infatti, alla fine d’agosto - dopo le stragi di Merida e Badajoz - Franco si vantò delle misure che i suoi uomini avevano adottato per reprimere il movimento comunista. I massacri facevano comodo per più di una ragione: appagavano la sete di sangue delle colonne africane, eliminavano in massa potenziali avversari (anarchici, socialisti, comunisti, che Franco sprezzantemente definiva marmaglia) e soprattutto generavano un terrore dagli effetti devastanti sulle improvvisate e male armate milizie repubblicane. Lucio Ceva, recensendo il libro di Preston, ritiene giusta l'opinione dell'autore, secondo cui quelli che sono definiti "i seri errori militari" di Franco sarebbero dovuti al fatto che per il generalissimo contava - esclusivamente o quasi - l'eliminazione del maggior numero possibile d’avversari. Questa scelta conferisce a Franco una patente d’autentico stratega, dal momento che se anche fu un mediocre comandante operativo per il carattere non risolutivo e l'altissimo costo delle sue campagne, fu un eccellente stratega perché realizzò compiutamente l'obiettivo di fondo consistente nello sterminio o nel castigo di chiunque, consapevolmente o no, avesse avversato la sua idea di Spagna.[6]

Nel febbraio 1937 il tenente colonnello italiano Faldella, capo di Stato Maggiore del generale Roatta comandante del Corpo Truppe Volontarie, mandate da Mussolini, esortò Franco ad imprimere un ritmo più celere alle operazioni ma egli dichiarò: «In una guerra civile la sistematica occupazione del territorio nemico accompagnata dalla necessaria limpieza (pulizia cioè sterminio di tutti gli oppositori) è preferibile ad una rapida disfatta degli eserciti avversari che lascerebbe il paese infestato di nemici».[7]

 

 

Indicative le stragi perpetrate in alcune località occupate dai falangisti, in particolare

 

Data

Città

Vittime

Testimonianza di

Luglio 1936

MAIORCA

3.000

Georges Bernanos in

"I grandi cimiteri sotto la luna"

Agosto 1936

BADAJOZ

4.000

Mario Neves, inviato del "Diario de Lisboa"

Claude Bowers ambasciato

re USA in “My mission to Spain"

Agosto 1936

GRANADA

5.000

Vittima più illustre fu Federico Garcia Lorca

Febbraio 1937

MALAGA

4.000

Atrhur Koestler in "Dialogo con la morte"

Gennaio 1939

BARCELLONA

25.000

Rivas Cherif Cipriano "Manuel Diaz Azaña, retrato de un desconocido"

 

Riportiamo le testimonianze tratte dalle opere di alcuni degli intellettuali di valore internazionale che si schierarono con la Repubblica.

 

Hemingway nell'opera prima citata descrive le uccisioni seguite all'occupazione di un villaggio nei pressi di Valladolid:

«Come fu che fucilarono i tuoi? ..... Mio padre era il sindaco del villaggio ed era un galantuomo.

Mia madre era una donna onesta e una buona cattolica e la fucilarono insieme al marito per le opinioni politiche di mio padre, che era repubblicano.

Io li ho visti fucilare tutti e due e mio padre disse: «Viva la Repubblica!».

Era appoggiato al muro del mattatoio del nostro paese quando gli spararono.

Mia madre, che era in piedi contro lo stesso muro disse:

«Viva mio marito che era sindaco di questo paese!»[...] [8]

 

Georges Bernanos, uno dei maggiori scrittori di cultura cattolica, denuncia in I grandi cimiteri sotto la luna, i massacri compiuti nell'isola di Maiorca sotto la regia del generale della M.V.S.N. Arconovaldo Bonaccorsi e la benedizione del Vescovo di Palma Miralles Sbert.

«Ho visto laggiù, a Maiorca, passare sulla Rambla autocarri carichi d’uomini. Rotolavano con un rombo di tuono, sfiorando terrazze multicolori, lavate di fresco, roride, con il loro gaio mormorio di festa paesana. Gli autocarri erano grigi per la polvere delle strade, grigi anche gli uomini seduti in fila per quattro, con i berretti grigi di traverso e le mani allungate sui calzoni di rigatino, molto modestamente .....

Li arraffavano ogni sera nei villaggi sperduti, nell'ora in cui tornavano dai campi; e così partivano per l'ultimo viaggio, con la camicia incollata alle spalle per il sudore e le braccia ancora appesantite dal lavoro della giornata, lasciando la zuppa pronta sulla tavola e una donna che arriva troppo tardi alla soglia del giardino, tutta trafelata col fagottino di panni stretto nel tovagliolo nuovo: «A Dios! Recuerdos!». [9]

.... a dicembre i fossati intorno ai cimiteri dell'isola ebbero la loro messe di malpensanti. Una volta che fu quasi finita l'epurazione sommaria (in città e villaggi) bisognò occuparsi delle prigioni. Erano piene, ci pensate! Pieni anche i campi di concentramento.

E piene allo stesso modo le chiatte in disarmo, i sinistri pontoni sorvegliati giorno e notte, sui quali, per eccesso di precauzione, dopo il calare della notte passava e ripassava il lugubre pennello di un faro che io vedevo dal mio letto, ahimè! Allora cominciò la seconda fase, quella dell'epurazione delle prigioni. Infatti, un gran numero di questi sospetti, uomini e donne, sfuggiva alla legge marziale, in mancanza del più insignificante reato materiale suscettibile di condanna da parte di un consiglio di guerra. Si cominciò dunque a rilasciarli a gruppi, secondo il loro luogo d'origine. A metà strada, si vuotava il carico nel fossato

..... Quanti morti? Cinquanta? Cento? Cinquecento? La cifra che vi darò è stata fornita da uno dei capi della repressione palmisana. La valutazione popolare è ben diversa.

Non importa. Al principio del marzo 1937, dopo sette mesi di guerra civile, si contavano tremila di questi assassinii.» [10]

Jean Paul Sartre ne Il muro racconta:

…«Tom riprese: - Sai cosa fanno a Saragozza? Fanno sdraiare i nostri sulla strada e ci passano sopra coi camion. E' un disertore marocchino che l’ha detto. Lo fanno per economizzare le munizioni.

- Non economizzano la benzina, - dissi. Ero irritato contro Tom: non avrebbe dovuto dir questo.

- Ci sono degli ufficiali che passeggiano sulla strada e stanno lì a sorvegliare, con le mani in tasca, fumando la sigaretta. Tu credi che li finiscano, quei disgraziati? Nemmeno per sogno. Li lasciano urlare. A volte per un'ora. Il marocchino affermava che, la prima volta, quasi vomitava.

- Non credo che qui lo facciano, dissi. A meno che non manchino veramente le munizioni». [11]

 

Arthur Koestler, ufficialmente cronista del New Chronicle di Londra, in effetti, agente del Comintern, fu arrestato a Málaga ed imprigionato a Siviglia per tre mesi durante i quali dovette sentì ogni notte l'appello dei condannati a morte, le grida dei morituri e i borbottamenti del prete che li accompagnava al muro dei fucilati.

Dedica il suo libro Dialogo con la morte, in cui riporta la sua esperienza di condannato a morte, a Nicolas, un oscuro soldatino della Repubblica spagnola che il 14 aprile 1937, sesto anniversario di quella Repubblica, fu fucilato. Nicolas era stato catturato dieci giorni prima e condannato a morte dopo sette, in un processo che era durato tre minuti. Il Presidente della Corte Marziale si era detto dispiaciuto di non poter mandare questo rojecillo miserabile piccolo rosso a Ginevra dentro una gabbia per far vedere alla Società delle Nazioni che razza di disgraziati erano questi cosiddetti combattenti per la giustizia e per la democrazia. Koestler si rivolge a Nicolas: «questo libro è dedicato a te piccolo contadino andaluso. Che vantaggio ne hai tu? Non potresti leggerlo nemmeno se tu fossi ancora vivo.

E' per questo che ti hanno fucilato: perché avevi l'impudenza di voler imparare a leggere. Tu, e qualche altro milione come te, che impugnaste le vostre vecchie armi da fuoco per difendere il nuovo ordine, il quale, forse un giorno, vi avrebbe insegnato a leggere. Gran Dio, davvero dovrebbero mandarti a Ginevra dentro una gabbia, con il cartello:

Ecce Homo, Anno Domini 1937».

Descrive con crudo realismo il prelevare di notte, a mezzanotte o l'una, i predestinati al plotone d’esecuzione, le preghiere del prete accompagnate dal campanello del Sanctus, le invocazioni d’aiuto e le grida di mamma, la paura dei prigionieri a sentire i passi che si avvicinavano alla cella, il sollievo di sentirli allontanare, distesi sui letti con i denti che battevano forte.

La notte del martedì ne furono fucilati diciassette.

La notte del giovedì ne furono fucilati otto.

La notte del venerdì ne furono fucilati nove.

La notte del sabato ne furono fucilati tredici.

Sei giorni tu lavorerai, disse il Signore,

e il settimo giorno riposerai.

La notte della domenica ne furono fucilati tre.»[12]

 

La cruzada suscitò l'indignazione anche degli intellettuali cattolici, in particolare del filosofo neo-tomista Jacques Maritain che pubblicò su La Nouvelle Revue Française del 2 luglio 1937 un articolo intitolato Cristo non è un capo di guerra»:

«Che s’invochi pure, se si ritiene giusto, la giustizia della guerra che si fa. Ma che non s’invochi la sua santità. Che si uccida, se si crede di dover uccidere in nome dell'ordine sociale o della nazione, questo è già abbastanza orribile. Ma che non si uccida in nome di Cristo Re, che non è un capo di guerra, ma un re di grazia e di carità, morto per tutti gli uomini, e il cui regno non è di questo mondo».

Allineato sulle stesse posizioni François Mauriac criticò duramente l'incondizionato appoggio della Chiesa al franchismo, responsabile di tanti massacri indiscriminati.

«Purtroppo resta questa spaventosa sciagura, che per milioni di spagnoli cristianesimo e fascismo si confondono, e che non potranno più odiare l'uno senza odiare l'altro [...] Quanti anni o secoli ci vorranno alla Chiesa di Spagna per liberarsi dal terribile equivoco e perché i figli delle donne assassinate a Guernica, a Durango, a Barcellona e in tutta la Spagna imparino a non confondere più la causa del loro Dio crocefisso con quella del generale Francisco Franco». [13]

Sicuramente la più terrificante testimonianza resta quella d’Antonio Bahamonde, capo del servizio propaganda del generale Queipo de Llano, (comandante dei Carabineros, che nei primi giorni della sommossa aveva occupato Siviglia, Cordoba, Granada e Cadice e il Sud-Ovest), il quale fuggito all'estero per il disgusto del lavoro svolto, valutò nel suo Memoirs of a Spanish Nationalist (Londra 1939) in 150.000 le persone assassinate dal luglio 1936 all'inizio del 1938 nel sud della Spagna.[14]

Il carattere spietato del nuovo ordine franchista è confermato dalla testimonianza, del conte Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri di Mussolini che nei suoi Diari annota con soddisfazione:

«La situazione è buona in Catalogna e Franco la migliora procedendo ad un'accorta epurazione, con rigorosa severità. Molti italiani, anarchici e comunisti sono stati fatti prigionieri. Io l'ho comunicato al Duce ed egli mi ha ordinato di farli tutti fucilare: i morti non raccontano la Storia».

Con i settemila religiosi uccisi dai repubblicani, di cui al paragrafo precedente, occorre ricordare gli ecclesiastici vittime della violenza franchista. Si trattò d’appartenenti al basso clero basco che, disattendendo alle istruzioni dei superiori, erano rimasti fedeli al Governo di Madrid, come la stragrande maggioranza dei loro conterranei. Dopo la conquista delle Province Basche (ottobre 1936) cominciò da parte dei ribelli l’abituale bagno di sangue con l’eliminazione fisica degli avversari, tra cui si contarono anche 16 religiosi, mentre centinaia di loro subirono violenze e vessazioni.

In un libro edito a Buenos Aires nel 1946 "En España sale el sol", un cattolico basco, Pedro de Basaldua, riportò un lungo elenco di sacerdoti baschi perseguitati fino al 1938, precisando nomi, cognomi, carica ecclesiastica e località di residenza: 21 i fucilati senza processo e 228 gli imprigionati, di cui 7 condannati a morte, 11 all’ergastolo, 7 a trent’anni di carcere, 40 a pene varianti tra i venti ed i sei anni e 5 ai lavori forzati; di questi 4 risultavano morti durante la detenzione e 3 torturati. Lo stesso elenco comprende inoltre i nominativi di 17 sacerdoti deportati, di cui 2 morti, di 16 destituiti od espulsi e di 224 esiliati. Nulla fece ufficialmente il Vaticano per fermare tali assassinii e persecuzioni, mentre con l’enciclica del 19 marzo 1937 “Divinis Redemptoris” Pio XI duramente condannava il flagello comunista che si era abbattuto sulla cattolicissima Spagna, ricordando i vescovi e le migliaia di sacerdoti, religiosi e religiose uccisi. Di fronte alla denuncia del Presidente basco José Aguirre il cardinale Tomá, arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna, affermò che le gerarchie ecclesiastiche “non avevano fatto passare certo la cosa sotto silenzio”, ed, in effetti, le esecuzioni cessarono. [15]

Il Caudillo, poco prima della fine delle ostilità, per dare un crisma di legalità alla resa dei conti che aveva in mente fece promulgare il 13 Febbraio 1939 la Legge sulle responsabilità politiche che istituiva Tribunali per giudicare tutti gli atti di sovversione compiuti dal 1° ottobre 1934 (rivolta di Barcellona e delle Asturie) e i delitti di ribellione contro il Movimento dal 1936, (cui faranno seguito il 1 Marzo 1940, la Legge speciale sulla repressione della massoneria e del comunismo ed il 29 Marzo 1941, la Legge sulla sicurezza dello Stato).[16]

Dopo la fine della guerra, (1° aprile 1939) il nuovo ordine, internò, nella attesa di processarli uno ad uno, in almeno cinquanta campi di concentramento improvvisati oltre settecentomila soldati repubblicani ed instaurò nel paese un regime poliziesco basato su denunce e delazioni, che portò in breve, secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa, a raddoppiare il numero dei detenuti. Furono creati in tutte le città della Spagna oltre un migliaio di tribunali militari, composto ognuno da sette ufficiali, e si raccolse per ogni prigioniero nei luoghi di residenza informazioni ed eventuali denunce sulla sua partecipazione ad atti contro il Movimento, il che comportò l’accumulo di centinaia di migliaia d’atti giudiziari. L’esame delle pratiche fu svolto dai giudici con rapidità a danno della verità – non erano, infatti, prese in considerazioni prove a discarico – mentre gli imputati erano sottoposti durante gli interrogati a brutali torture per indurli a confessare le colpe loro ascritte, quindi veniva istruito un processo che poteva essere singolo o collettivo, come pure le sentenze. Un processo durava anche meno di mezz’ora e numerosissime erano le condanne alla pena capitale. Secondo il Ministero della Giustizia furono 192.684 i giustiziati dall’aprile 1939 al giugno 1944; le sentenze capitali erano eseguite dalla Guardia Civile, mentre le squadre della morte falangiste nelle zone di recente occupate dai nazionalisti si scatenavano in paseos, soprattutto di quanti erano stati assolti nei processi o erano sfuggiti alla giustizia, oltre alle sopra citate violenze e saccheggi. Le fucilazioni o gli strangolamenti con la vil garrote si succedevano senza posa e le vittime erano inumate in fosse comuni privando i famigliari anche del conforto di un fiore o di un omaggio alla tomba del congiunto. Come la cava di granito in disuso sulla collina del Montjuic a Barcellona, le cui alte mura di pietra fanno da cornice ad un grande spiazzo d’erba in cui si ritiene siano sepolti tremiladuecento oppositori catalani. Nello stesso luogo, tra le lapidi commemorative dei volontari delle Brigate Internazionali, vi è la tomba di Lluis Companys, presidente della Generalitat catalana, arrestato dai tedeschi in Francia e consegnato ai suoi carnefici. Un’altra fonte (non controllabile) parla di trentasettemila cadaveri accatastati per uno spessore di 25 metri. Uno dei delitti più agghiaccianti fu la fucilazione avvenuta il 5 agosto 1936 nel carcere di Ventas di tredici ragazze, tra i quindici ed i diciassette anni, appartenenti alla Gioventù Socialista Unificata, accusate di aver progettato l'attentato di un generale. Una poesia a loro dedicata le definirà le tredici rose.[17] La giustizia nazionalista mise a morte seimila insegnanti, compresi cento docenti universitari, che la Repubblica aveva definito "milicianos de la cultura". Quelli risparmiati dai plotoni di esecuzione, ma condannati a lunghi anni di detenzione (anche trent’anni) scontavano la pena in penitenziari fatiscenti, sottoposti ad una disciplina durissima aggravata dalla brutalità dei gurdiani e dalla scarsità del vitto e delle cure, che determinò la morte di moltissimi di loro, il più famoso fu il poeta Miguel Hernández, deceduto nel 1942 nella prigione d’Alicante per tubercolosi contratta in carcere. Le prime vittime di tanta crudeltà furono i figli delle carcerate, cui il vitto delle prigioni, insufficiente per quantità e valore nutritivo, fu causa di rachitismo e morte. A questi vanno aggiunti quanti, non riuscendo a sopportare l'atmosfera d’incubo delle prigioni, si tolsero la vita. Emblematica la figura di Matilde Landa, militante comunista, dirigente del Soccorso Rosso di Madrid, che rimasta nella capitale per riorganizzare il Partito Comunista, confidando nel fatto che durante la guerra si era dedicata esclusivamente a problemi assistenziali. Fu invece arrestata e dopo esser stata maltrattata nella Direzione Generale di Sicurezza, condannata a morte nel dicembre 1939. Per l'intervento del filosofo e sacerdote García Morente, allievo d’Ortega y Gasset, la pena le fu commutata nell'ergastolo. Inviata nel penitenziario di Maiorca fu sottoposta da parte del vescovo Miralles Sbert a tutta una serie d’angherie, per indurla a convertirsi al cattolicesimo, tanto che per l’esasperazione il 26 settembre 1942 si uccise gettandosi da una finestra. Per limitare il fenomeno i detenuti organizzarono dei gruppi di sostegno che vegliavano contro i tentativi di suicidio dei compagni più deboli.

I condannati cui state comminate pene non gravi, se militari, malgrado avessero servito come soldati di leva nell'esercito repubblicano, furono obbligati a ripetere la ferma (tre anni), se civili furono inquadrati nei Battaglioni del lavoro ed utilizzati, come mano d'opera schiava, alla ricostruzione di città, strade e ponti o ad innalzare il faraonico mausoleo della Valle de los Caidos, iniziato nel 1940 e terminato nel 1959 con un costo di duecento milioni di sterline dell'epoca (in quest’opera furono impiegati in vent’anni circa 20.000 di questi lavoratori). Se lavoravano per imprese pubbliche percepivano il giorno 5 pesetas (recluso con moglie – naturalmente sposata in Chiesa - ed un figlio) di cui 1,50 servivano per il mantenimento, 0,50 restavano al prigioniero e 3 andavano alla famiglia. Se l’ingaggio era in imprese private la paga era di 14 pesetas il giorno di cui 1,40 per il vitto, 0,50 per il detenuto, 3 per la famiglia mentre le restanti 9,10 venivano versate allo Stato. [18]

In tutti questi luoghi di pena il trattamento era durissimo, la disciplina severa, il lavoro pesante in ogni condizione atmosferica, il vitto scarso per i "prelievi" dei guardiani, ma soprattutto le violenze erano all’ordine del giorno. I sorveglianti tolleravano l’accesso di bande di falangisti, assetate di vendetta, che si divertivano a picchiare sadicamente, senza alcun giustificato motivo, dei prigionieri presi a caso; il che comportò numerosi decessi coperti dai medici con falsi certificati. Cosa accomuna questi luoghi di tortura ai campi di internamento nazisti oltre alle brutalità sopra riportate, fu la "spersonalizzazione dell’individuo”, in proposito vanno ricordate le parole del Direttore del Carcel Modelo di Barcellona, Isidro Castrillón López che rivolto ai prigionieri affermò: "Parlo alla popolazione reclusa: dovete ricordare che un prigioniero é la decimilionesima parte di una merda".[19] Dovettero passare molti anni prima che la Chiesa rivedesse le sue posizioni, infatti, non si può tacere la partecipazione attiva del clero, che tentava con ogni mezzo, lusinghe e minacce, di riportare a Dio queste anime perdute.

I morti forse furono i più fortunati, perché quelli che sfuggirono alla pena capitale subirono vessazioni ed umiliazioni per anni. Infatti, anche dopo aver espiato la pena ed essere tornati alle loro case, il calvario di questi desafectos non era finito, oltre all’obbligo di presentarsi ogni giorno alla Guardia Civil per sottoscrivere il Registro delle presenze (di mussoliniana memoria), subirono la confisca di denari, immobili ed attività, vennero gravati da pesanti multe, persero l’impiego, nessun diritto civile fu loro riconosciuto. Ad esempio, nei Paesi Baschi su una popolazione di 1.325.000 persone, 929.630 subirono le conseguenze della guerra, di cui 48.000 i morti, 50.000 i feriti gravi, 87.000 i prigionieri, 150.000 gli esiliati e 596.000 i sancionados. In nessuna nazione la vendetta dei vincitori fu così spietata e duratura; vi furono delle limitate amnistie, ma fino al 1969 (trent’anni dopo) la legge sulle Responsabilità non fu abrogata. La parola riconciliazione non fu mai pronunciata dal regime, che tenne sempre viva la divisione delle Dos Españas, i vincitori avevano vinto e governavano, ai vinti era consentito sopravvivere.

 

Numeri e testimonianze esaurienti a giustificare il terrore che si impadronì dei catalani e dei profughi delle altre provincie spagnole all'approssimarsi delle armate franchiste e come la vicina Francia apparisse il naturale rifugio alle loro paure.

 

 

 

 

 

 

 

 

I I I

 

L'AGONIA DELLA CATALOGNA E LA "RETIRADA"

 

 

 

 

Después tanto luchar

Contra el fascismo atrás

y en el campo de Argelès sur Mer

Nos fueron a encerrar pa no comer.

Y a pensar que hace tres años

España entera

Era una nación feliz

Libre y obrera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CADUTA DELLA CATALOGNA

 

Il 23 dicembre 1938 le truppe nazionaliste, forti di 300.000 uomini (cinque corpi di armata spagnoli più quattro divisioni scelte italiane), appoggiate da 565 pezzi di artiglieria e dalla supremazia aerea garantita da italiani e tedeschi, iniziarono la grand’offensiva che le avrebbe portate al conquistare la Catalogna. Italiani e Navarresi passarono il fiume Segre a venti chilometri a nord di Mequinenza, alla sua confluenza con l'Ebro, mentre altri due corpi d'armata attaccarono e sfondarono più a monte sui primi contrafforti dei Pirenei. Per fronteggiare l'offensiva fu gettato nella battaglia il V Corpo d'Armata agli ordini di Lister, che riuscì a resistere per quasi due settimane, ma la cronica carenza di armi - soprattutto artiglieria, carri armati ed aerei - costrinse i repubblicani a ritirarsi. Caddero Borjas Blancas e Artesa de Segre, mentre a sud i franchisti passato l'Ebro, e risalita la costa, occupavano Tarragona.

La battaglia per i repubblicani si trasformò in rotta, non restavano che i fucili per difendere la Catalogna ormai circondata da ogni parte. La fallita offensiva sull’Ebro del luglio 1938 aveva prosciugato le già scarse scorte di materiale bellico a disposizione della Repubblica.

Il 24 gennaio 1939 i nazionalisti raggiunsero il fiume Llobregat a pochi chilometri da Barcellona, mentre a nordest cadeva Manresa con il pericolo che la frontiera con la Francia venisse isolata.[1] Il Capo del governo Negrín, i ministri, i capi dell'esercito e gli alti funzionari dell'amministrazione civile, assieme al governo catalano e a quello basco in esilio, si trasferirono a Gerona. Il 26 gennaio Barcellona cadde quasi senza resistenza mentre centinaia di migliaia di profughi iniziavano la marcia verso i Pirenei: un milione secondo il quotidiano Le Midi Socialiste di Perpignan.

 

Ora che l'incubo delle armate franchiste si era fatto più pressante, aumentò anche la paura delle ritorsioni dei vincitori alimentata dai racconti di quanti erano fuggiti dalle altre regioni. Molti baschi, ad esempio, che erano già espatriati in Francia nel giugno del 1937 per rientrare poi in Spagna attraverso i Pirenei Orientali, davano testimonianze agghiaccianti, spesse volte ingigantite o frutto di fantasia, ove raccontavano di uomini torturati, di donne violate, di bambini infilzati sulle spade ricurve dei mori, di fucilazioni di massa, ecc.

Álvarez Del Vayo, Ministro degli Esteri spagnolo, richiese al suo omologo francese Georges Bonnet di accogliere 150.000 profughi, (neppure il governo prevedeva che l'entità dell'esodo sarebbe stato tre volte superiore), ma questi rispose che non poteva dare seguito a tale richiesta perché essa avrebbe imposto alla Francia un'uscita finanziaria eccessivamente pesante.

Il governo Daladier propose di «accogliere un massimo di 3.000 bambini», di quelli che attendevano nei pressi della frontiera di poter entrare. Bonnet tentò in alternativa di costituire una zona neutra, da situarsi nel nord della Catalogna e in Andorra, in cui accogliere i profughi, affidandoli alla tutela delle organizzazioni umanitarie internazionali e delle potenze neutrali rappresentate nel Comitato di non intervento e a tal riguardo si mise in contatto con il governo di Burgos. Il governo repubblicano aderì alla proposta, ma questa fu respinta da Franco.[2]

 

 

REAZIONI IN FRANCIA

 

 

L'avvicinarsi di questa massa disordinata verso la frontiera pirenaica riaccese la polemica su cosa fare di fronte al problema spagnolo in generale ed a quello dei profughi in particolare. All’Assemblea Nazionale, discussioni burrascose opposero Léon Blum e l'Unione delle Sinistre (fra cui il Partito Comunista, che non riteneva ancora tutto perduto se si fosse aiutata concretamente la Repubblica Spagnola) alla destra ed al governo Daladier. Léon Blum, dimenticando di essere uno dei promotori del Comitato di non intervento, rimproverava al suo successore la partecipazione del governo francese a questo comitato e la rigida osservanza alle sue direttive che avevano privato la Spagna repubblicana di molti aiuti stranieri. Per altro, nonostante la politica seguita dai diversi governi francesi, tesa a rimpatriare i civili in Spagna e a rifiutare l'asilo sul suo territorio ai militari, molti rifugiati risiedevano già in Francia. Nel novembre 1937, il governo rammentò le sue precedenti istruzioni, che prescrivevano che solo i "turisti" potessero risiedere in Francia precisando che essi dovevano provvedere alle loro necessità con mezzi propri, in altre parole senza svolgere alcun lavoro. Il divieto di lavorare era legato alla difesa della mano d'opera locale in un momento di grave recessione economica. Nei riguardi di donne, bambini, vecchi e feriti, nei confronti dei quali le pressioni per invogliarli al ritorno non erano meno pressanti, si derogò alla norma consentendo loro, se le informazioni erano eccellenti, di essere alloggiati a spese della comunità pubblica.

Si è prima accennato alla grave crisi economica che travagliava la Francia, motivo perciò i francesi non volevano sopportare un esborso finanziario supplementare per sopperire alle necessità dei profughi. Tale assistenza comportava una spesa molto elevata, sopportata quasi interamente dalla Francia: si stimava, infatti, che un rifugiato costava alla comunità non meno di cinque franchi il giorno, che diventavano sessanta se si trattava di un ferito. Dall'insurrezione militare, nel luglio 1936, al dicembre 1938, le spese sostenute dallo stato francese per aiutare i profughi ammontavano ad ottantotto milioni di franchi ai quali bisognava aggiungere altri apporti d’organizzazioni non statali e private, quali quelli del sindacato C.G.T. che alla fine dell'anno 1938 avrà donato 12.283.639 franchi. Alcuni ritenevano che poiché la Francia non riconosceva i diritti di belligeranza all'una o all'altra parte non era tenuta a rispettare l'art. 14 della Convenzione dell'Aia che imponeva di aiutare i feriti e di evitare di rinviarli a combattere.

L'ostilità aumentò nell'aprile 1938 con la salita al potere di Daladier. Altre leggi regolanti il soggiorno in Francia degli spagnoli rafforzarono le misure repressive già in vigore.

La legge del 2 maggio 1938 introdusse l'obbligo di una carta d'identità da richiedere alle autorità di polizia entro il primo mese. In mancanza l'interessato rischiava una pena da cinquanta a mille franchi e una condanna che poteva andare da un mese ad un anno di prigione, ma soprattutto rischiava l'espulsione. I francesi che aiutavano uno spagnolo non in regola incorrevano nelle stesse pene. Il 27 luglio 1938, una circolare ministeriale rammentò che gli spagnoli erano autorizzati a risiedere in Francia a titolo temporaneo nell’attesa del ripristino della situazione in Spagna. A questo titolo i servizi di polizia rilasciavano loro una ricevuta di domanda di carta d'identità o di lasciapassare breve sul quale era indicato in chiaro: «Soggiorno precario che non comporta alcun diritto a fissare la propria residenza definitiva in Francia» e portava la dichiarazione: «Divieto di esercitare qualsiasi mestiere, commercio o industria». Esso precisava chiaramente che, «salvo casi particolari, per i quali potrà essere esaminata un'eventuale deroga, alcun’eccezione a queste disposizioni sarà consentita a causa della temibile concorrenza che essi potevano fare ai nostri cittadini».

La sinistra, ricordando che l'asilo è un diritto e non un privilegio, insorse contro queste leggi che tendevano a limitare e selezionare l'entrata dei rifugiati. I reazionari invece consideravano queste disposizioni troppo moderate anzi, il giornalista radicale Dominique richiese il rimpatrio di tutti gli spagnoli invalidi, dei malati mentali, di quelli colpiti da malattie veneree o tubercolosi, dei pervertiti sessuali, degli alcolizzati, degli agitatori politici e dei criminali e terminava: «Quelli che non hanno mezzi di sussistenza propri». Nella stampa dell'estrema destra, Léon Daudet, giornalista del L' Action Française, e Henri Béraud, giornalista del Gringoire orientavano e davano tono al dibattito domandandosi se la Francia doveva diventare «l’immondezzaio del mondo». L'intransigenza della destra reazionaria e fascista francese incoraggiò il governo Daladier a continuare a vilipendere i rossi fino a creare un clima d'angoscia e provocare un riflusso nazionalista. Di là delle lotte politiche, una frangia della popolazione francese era sempre più sensibile a queste campagne tenuto conto che dal 1918 tre milioni di stranieri avevano trovato rifugio in Francia. Ora, in un periodo di recessione economica, la xenofobia latente riemerse, e gli stranieri, rifugiati o non, divennero la facile valvola di sfogo nazionale e si diffuse l'opinione che se ne dovessero andare. Ancora una volta la Francia era divisa.

 

Si è sopra accennato come la Francia avesse già dovuto affrontare il problema dei profughi nel periodo dal marzo all'ottobre 193, quando i franchisti avevano occupato le Asturie e i Paesi Baschi, ma allora la quasi totalità dei fuggiaschi era stata fatta rientrare in Spagna attraverso la frontiera dell'Est. Vivevano all'epoca in Francia molti spagnoli, numerosi erano émigrés économiques con un'attività o un lavoro stabile, altri avevano attraversato clandestinamente i Pirenei dopo il 1936 ed avevano trovato ospitalità presso parenti, tra questi molti seguaci di Franco che attendevano la totale conquista della Spagna da parte delle armate amiche per rimpatriare, ma in quest’ultimo caso si trattava per lo più di borghesi che possedevano sufficienti mezzi di sostentamento.

 

A fianco delle forze progressiste che per fratellanza ideologica sostenevano il buon diritto dei repubblicani sconfitti ad essere accolti in Francia, si schierarono molte personalità culturali e politiche che non potevano essere definite di sinistra. Tra questi vanno ricordati:

- il cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi, Justin Godard, membro dell'Accademia di Sanità, il marchese di Lillers, presidente della Croce Rossa Francese, Jacques Maritain dell'Istituto Cattolico, Jean Perrin, premio Nobel dell'Accademia delle Scienze, Henri Picot, presidente dell'Unione Federale dei Combattenti, André Bergson, premio Nobel per la filosofia, gli scrittori André Gide, François Mauriac e Georges Bernanos. Tra gennaio e febbraio gli appelli lanciati da tali personalità restarono lettera morta; negli ambienti ufficiali francesi regnava la massima indifferenza.

 

Il 17 gennaio, il governo autorizzò l'ingresso di soli tremila feriti gravi, a fronte della richiesta avanzata due settimane prima di accoglierne circa quindicimila a seguito dell'evacuazione dagli ospedali della Catalogna. In particolare furono accolti solo i feriti civili, diversi militari furono rifiutati nonostante la gravità del loro stato specie se si trattava di soldati delle Brigate Internazionali ai quali era fatto assoluto divieto di entrare in Francia, a meno che non fossero cittadini francesi. Il 5 febbraio, trecento feriti furono respinti con brutalità dalle guardie mobili che minacciarono di bloccare a tutti il passaggio della frontiera se si fosse insistito per farli passare. Nel frattempo si scatenò la reazione. Le campagne antirepubblicane, fomentate dalla destra e dall'estrema destra francese, aumentarono d’intensità alla fine del 1938, man mano che si profilava sempre più netta la vittoria franchista. In particolare queste forze politiche si opposero all'entrata in Francia dell'esercito repubblicano in rotta, argomentando che i soldati spagnoli potevano mettere in pericolo con la loro presenza, la neutralità francese.

La prospettiva di un esodo massiccio dalla Catalogna terrorizzava molta gente; sensazione largamente diffusa e stimolata anche dalla stampa moderata.

La Depeche, che rifletteva l'opinione del governo, moltiplicò gli avvertimenti sui rischi derivanti dalla presenza d’estremisti, comunisti o anarchici, e richiese l'invio di rinforzi militari.

Qualificando i combattenti repubblicani in fuga come «orde terroriste», il 30 gennaio - Barcellona era caduta da quattro giorni - questo giornale scrisse: «Si consideri il pericolo che possono rappresentare questi rivoltosi sul nostro territorio».

Sulla maggior parte dei quotidiani venivano denunciate estorsioni e crimini commessi, oltre i Pirenei, da membri della F.A.I., del Partido Comunista Español (P.C.E.) e del Partido Obrero de Unificación Marxista (P.O.U.M.) e contraffacendo una realtà sin troppo evidente il giornale prima citato parlava di un «afflusso di borghesi che non sfuggono il franchismo ma i terroristi». Per tutti i giorni a cavallo fra gennaio e febbraio questa stampa, mescolando l'angoscia al sensazionale, creava prima dell'arrivo dei profughi un'autentica psicosi e le condizioni per fomentare una xenofobia spinta al parossismo. Per accentuare ulteriormente la pressione essa si dichiarava preoccupata della situazione dei contadini meridionali, la cui incolumità sarebbe stata messa in pericolo da fuggiaschi armati che si aggiravano per le campagne. Il 5 febbraio, il quotidiano L'Indépendant dichiarò: «Le popolazioni rurali sono a giusto titolo turbate dal vedere sparpagliarsi per le loro terre una massa d’uomini che per anni hanno condotto una vita al di fuori d’ogni controllo e che vogliono sfuggire ai vincoli che il nostro governo giustamente vuole loro imporre». Queste campagne all'odio prefigurarono l'atmosfera che si sarebbe sviluppata nei giorni in cui la massa dei fuggiaschi raggiunse la frontiera.

Il governo, temendo un conflitto interno, considerata l'affermazione delle forze politiche reazionarie, cedette a queste pressioni e all'inizio di gennaio prese delle decisioni radicali per prevenire un eventuale sconfinamento delle truppe spagnole. Inviò reparti del genio militare ad Osséja (Pirenei Orientali) a preparare delle trincee in cui sistemare armi automatiche. Dopo la visita d’alcuni ministri alla frontiera, il governo dichiarò: "«Giammai il nostro paese mancherà ai suoi doveri d’umanità, ma esso ha dei doveri verso se stesso e non può divenire terra d’asilo per popolazioni in preda al panico e cui si sono mescolati elementi d’ogni specie».[3]

 

 

LA RETIRADA

 

 

Nella notte dal 27 al 28 gennaio la frontiera fu aperta: «Le donne, i bambini e i vecchi possono essere accolti. I feriti saranno curati. Gli uomini in età di portare armi devono essere respinti». Questa, in sintesi, la decisione del governo francese, di fronte all'afflusso dei fuggiaschi a tutti i posti di frontiera e al rifiuto categorico di Franco di accettare la costituzione di una zona franca dove accogliere i profughi.[4]

Secondo una prima stima si attendeva per i giorni che seguivano l'arrivo di due o trecentomila persone. Tutte le strade che conducevano verso il Nord presentavano lo stesso desolante spettacolo: erano letteralmente intasate da migliaia di vetture, camion, carrette, cavalli e muli che si facevano strada attraverso una massa estenuata d’uomini, donne e bambini, che procedevano a piedi. I fuggiaschi camminavano lentamente in piccoli gruppi, portando a spalle o sulla testa tutto ciò che avevano potuto salvare dalle loro case, grossolanamente imballato in sacchi o in teli. Per proteggersi dal freddo la maggior parte era intabarrata nelle coperte. Molte donne avevano i figli più piccoli in braccio e si trascinavano dietro per mano i più grandicelli, che piangevano per la fatica. I feriti e i malati che non avevano potuto essere evacuati su autoambulanze o camion avanzavano, mescolati alla folla, aiutati dai più validi. Un silenzio pesante regnava su questa massa che avanzava verso la frontiera, rotto soltanto dal rombo dei motori degli aerei italiani e tedeschi che venivano a mitragliare o bombardare questi disgraziati, aerei che scendevano a bassa quota per meglio aggiustare il tiro.

Le città di frontiera erano letteralmente intasate. Il terrore accomunava tutti, sia che venissero dal profondo Sud, dall'Andalusia o dall'Estremadura, che i franchisti stessi avevano spinto alla fuga per aumentare le difficoltà della Repubblica, sia dall'estremo Nord, dai Paesi Baschi sconvolti dalla distruzione di Guernica, o dalla Catalogna per troppo breve tempo fiera della sua ritrovata autonomia. Anche l'esercito, o ciò che ne restava, era nella più completa confusione, reparti sparsi tentarono di rallentare l'avanzata dei nazionalisti, ma senza ordini e senza collegamenti.

 

Le atrocità commesse dai vincitori divennero rapidamente di dominio pubblico. Ben presto circolò l'orribile notizia del carnaio del Llobregat, ove la divisione del generale Yagüe aveva falciato con le mitragliatrici cinquecento civili. L'angoscia riprese. Per evitare che questo panico generasse altri problemi, le autorità repubblicane misero in atto delle misure per ripristinare un certo ordine, furono ripresi i collegamenti con il fronte: diverse compagnie furono riorganizzate con la nomina, ove mancava, di un comandante ed inviate a combattere nel tentativo di rallentare l'avanzata franchista. Nei posti di frontiera le forze di polizia ripresero le loro funzioni e tornò una certa normalità.[5]

 

Le località interessate dall'esodo furono:

 

SPAGNA FRANCIA

 

Port Bou Cerbere

La Junquera Le Perthus

Mollò Prats de Mollo

Puigcerdá Bourg Madame.

 

Il 30 gennaio la situazione migliorò, l’entrata delle vetture e dei profughi venne canalizzato, permettendo di sgombrare gli accessi alla frontiera e consentendo un flusso più regolare, il che determinò un maggior ordine nella colonna dei fuggiaschi. Oltre al mitragliamento dell'aviazione fascista, le condizioni meteorologiche aggravavano la situazione dei fuggiaschi, il cui stato fisico non cessò di peggiorare. Il freddo particolarmente intenso e la pioggia, uniti alla fatica generale, ebbero delle conseguenze drammatiche su degli organismi sottoalimentati. La notte era il momento più atroce; si cercava di far fronte alle intemperie con un fuoco per riscaldarsi e per cuocere un po’ di cibo, poi avvolti in una coperta e stretti gli uni agli altri si aspettava l'alba, quando ci si accorgeva che un corpo più rigido degli altri aveva l'aria serena che dona la morte. I memorialisti riportano le testimonianze di diversi protagonisti ma tutti accomunati nel descrivere il fiume di miseria che lentamente defluiva in un disordine spaventoso.

 

Lo scultore Manolo Valiente, commissario politico di un battaglione repubblicano, era in convalescenza a Lloret de Mar sulla Costa Brava, in un asilo per vecchi trasformato in ospedale, quando giunse l'ordine d’evacuazione. «Là – racconta in Arena y viento, romance de refugiado - ho visto uno spettacolo terribile, indimenticabile: per fuggire una dozzina di ciechi si sono messi in fila indiana tenendosi l'uno all'altro dietro di quello che vedeva un po’. Lo strano corteo è entrato nella foresta delle querce da sughero e, sbattendo dappertutto e graffiandosi ai rami degli alberi, ha cominciato a camminare verso la Francia».[6]

 

Il 2 febbraio il governo repubblicano e 67 membri delle Cortes in un'ultima riunione a Figueras, al castello di Sant Ferran, approvarono all'unanimità la politica di resistenza ad oltranza e passarono in Francia. Diversi autocarri trasportarono oltre frontiera i tesori artistici spagnoli, che furono consegnati il 14 febbraio al Segretario della Società delle Nazioni a Ginevra, e 1.480.000 franchi oro che la Banca di Spagna depositò presso la Banca di Francia. Il 5 febbraio entrarono in Francia per La Vajol e Les Illes i quattro presidenti: quello della Repubblica spagnola Manuel Azaña; del Parlamento spagnolo Martínez Barrio, della Generalitat catalana Lluis Companys e del Governo basco José Aguirre.[7]

 

Il governo francese, costretto dagli avvenimenti incalzanti, consentì l'espatrio sul suo territorio all'armata repubblicana, a partire dal

- 5 febbraio alle ore 20 a Cerbère,

- 6 febbraio alle ore 16 e 30 a Le Perthus,

 

giorno in cui le armate di Franco occuparono Pont de Molins, alle porte di Figueras, Ripoll ed erano ormai prossime a Puigcerdá.

Dall'altra parte della frontiera le autorità francesi furono letteralmente prese alla sprovvista, non avevano valutato l'impatto di una simile massa di fuggiaschi né avevano avuto la possibilità e la capacità di predisporre efficienti dispositivi di ricezione. La burocrazia, l'intersecarsi d’autorità diverse, civili e militari, la difficile interpretazione delle disposizioni emanate dal governo centrale, la mancanza di mezzi, tutto contribuì a rendere penoso anche l'auspicato passaggio della frontiera. Il 23 gennaio, nel corso di una conferenza stampa, Raoul Didkowski, Prefetto di Pirenei Orientali, aveva dichiarato:

«I rifugiati spagnoli non saranno respinti: questo non è mai stato in discussione. La generosità francese non potrà essere messa in dubbio, essi saranno accolti e ripartiti secondo il piano predisposto che mi è stato inviato dal Ministero dell'Interno. I profughi saranno ricevuti ai posti di frontiera, disarmati se è il caso, rifocillati, trattati umanamente e poi avviati su dei treni, nelle zonepredisposte nei vari dipartimenti della Francia».

In effetti, i militari si preoccuparono più dell'ordine pubblico che dell'assistenza, per la quale poco era stato programmato. I servizi sanitari e d'intendenza dimostrarono rapidamente la loro inefficienza davanti alla gravità della situazione, solo il servizio di sicurezza, affidato alle autorità militari, dimostrò tutta la sua dura efficacia. Con le armi in pugno e l'artiglieria in posizione, i reparti dell'esercito, dislocati da giorni lungo i Pirenei, accolsero i rifugiati. Il massimo d'orrore per questi disgraziati traumatizzati dai mori di Franco - tristemente famosi per la repressione delle Asturie del 1934 e per il fatto di costituire il nucleo delle truppe franchiste - fu essere ricevuti da reparti coloniali francesi: il 7° reggimento di Spahis e il 24° dei tiratori senegalesi.[8]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I V

 

L’ACCOGLIENZA

 

 

 

 

Mais oui, Monsieur.

Mais non....

(Es la Francia de Daladier,

la de monsieur Bonnet,

la que recibe a Lequerica,

la Francia de la Liberté).

 

Rafael Alberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAMPS DE COLLECTAGE (CENTRI DI RACCOLTA)

 

 

Dopo un primo controllo alla frontiera, i profughi furono ammassati nei cosiddetti camps de collectage, creati in prossimità del confine e precisamente a:

Mont Louis, Prats de Mollo, Arles sur Tech, Amelie Les Bains, Saint Laurent de Cerdans, Lamanère, Boulou, La Tour de Carol,.... Si trattava di massima d’appezzamenti di terreno all'aperto senza protezioni di sorta, solo in alcuni di essi esistevano tettoie o costruzioni in muratura che di solito erano riservate alle donne con bambini ed ai feriti. Qui decine di migliaia di rifugiati, intirizziti dal freddo, affamati, cercavano di sopravvivere con quanto si erano portati dalla Spagna. Per proteggersi dal gelo e dalle intemperie si costruirono dei rifugi con coperte e ramaglie. Per riscaldarsi ed avere un po’ di cibo caldo (la razione giornaliera fornita dai francesi era di solito una pagnotta e una scatola di sardine, questa da dividere tra cinque persone) raccolsero tutto ciò che trovavano nelle vicinanze e poteva servire ad alimentare un fuoco, come pali di vigna o legname in genere, o a sfamarli, come castagne o marroni. Questi atti di vandalismo provocarono inevitabilmente la collera dei locali, i quali chiesero che fossero inasprite le misure di sorveglianza. Ogni notte si portava via la sua quota di morti, a causa delle condizioni fisiche precarie e della malnutrizione; la maggior parte delle madri non riuscirono a nutrire i loro piccoli, che furono le prime vittime innocenti della situazione disumana in cui i rifugiati erano costretti a vivere. Protetti alla meglio sotto teli da tenda o rifugi di fortuna, stavano ammassati gli uni contro gli altri per ripararsi dalla pioggia o dalla neve e tremando per il freddo, attendevano di essere chiamati dai gendarmi per essere trasferiti ai centri di raccolta organizzati. L'attesa poteva durare ore o giorni. Questo spettacolo allucinante si ripeté ad ogni posto di frontiera e fu più grave negli accampamenti di montagna, dove, accucciati nella neve, avevano per proteggersi da una temperatura che scese fino a 10 gradi sotto lo zero solo una coperta o un pastrano. In pochi casi i più fortunati furono ospitati in carri bestiame ferroviari, naturalmente non riscaldati, su cui, per timore degli incendi, non era possibile accendere un fuoco.[1]

L'armata repubblicana fu autorizzata ad entrare in Francia alle seguenti condizioni:

-          passaggio concordato tra lo Stato Maggiore spagnolo e gli ufficiali francesi,

-          deposito di tutte le armi,

-          perquisizione,

-          vaccinazione antivaiolosa e antidifterica.

In pochi giorni più di 250.000 soldati vennero ad aggiungersi a 10.000 feriti, 170.000 donne e bambini e 70.000 civili, per lo più anziani, arrivati dal 28 gennaio. Appena superato il confine, i militari furono sistematicamente disarmati e perquisiti, prima di essere sottoposti, come tutti gli altri fuggiaschi, al controllo sanitario, alle vaccinazioni e all'umiliazione dello spidocchiamento. Fu nei loro confronti che il servizio d'ordine francese, costituito in prevalenza da truppe coloniali e guardia mobile repubblicana, fu particolarmente duro. Essi furono trattati con brutalità, talvolta furono usati i manganelli, il che provocò la reazione degli spagnoli. La calma ritornò grazie all'intervento dei superiori che richiamarono ognuno i propri uomini, mentre molti ufficiali francesi non riuscivano a nascondere la loro ostilità verso l'esercito vinto.

Armata che poteva passare a testa alta, ricostituita in fretta nelle prime settimane che seguirono il pronunciamento del luglio 1936 in cui l'esercito spagnolo aveva perso ufficiali, armamenti e un'intendenza organizzata, aveva tenuto testa con milizie improvvisate ai franchisti e ai loro decisivi alleati italiani e tedeschi. Aveva perso la guerra, ma aveva vinto delle battaglie, resistendo in condizioni di costante inferiorità di mezzi per oltre trenta mesi. La Francia che nel febbraio del 1939 li disprezzò non riuscirà a fare altrettanto pochi mesi dopo. Passando tra due file di gendarmi disposte su ciascun lato della strada, conobbero le prime umiliazioni: privati dei fazzoletti che contraddistinguevano i vari reggimenti (rosso-neri per gli anarchici o rossi per i comunisti) obbligati con la forza a disperdere la manciata di terra di Spagna che tenevano racchiusa nel pugno, ma soprattutto non trattati come soldati da altri soldati. La maggioranza accettò di mala voglia, diversi distrussero le armi prima di consegnarle, una minoranza riguadagnò la frontiera spagnola, preferendo affrontare i franchisti piuttosto che sottostare a tali umiliazioni.

 

Un colonnello francese con tono sprezzante affermò:

«E' questo l'esercito repubblicano spagnolo? Se l'armata francese fosse stata a questo livello altro che fermare i tedeschi sulla Marna, essi sarebbero arrivati a Le Perthus!».

Un giovane tenente spagnolo, forse operaio a Barcellona o metallurgico a Madrid o contadino nell'Estremadura, replicò con fierezza: «Signor colonnello, io spero che quando Hitler attaccherà la Francia, l'esercito francese resisterà tanto quanto l'armata di cui oggi vi fate beffa».

François Billoux, che diverrà Ministro di De Gaulle dopo la Liberazione, raccontò questa scena nella prefazione a 968 giorni di lotta e aggiunse: «Io non so quale sia stato in seguito il comportamento del colonnello, ma di una cosa sono certo che quel sottotenente fu uno dei numerosi repubblicani spagnoli che combatterono contro l'occupante straniero in Francia o sui campi di battaglia d'Africa e d'Europa».

 

La stazione internazionale di Cerbère divenne un gigantesco accumulo di materiale da guerra e munizioni abbandonate. Gli ultimi distaccamenti entrati in Francia avevano in dotazione pezzi d’artiglieria pesante, carri blindati e veicoli d’ogni specie. Tutto questo materiale fu poi raccolto in due campi di recupero situati a Villeneuve de la Riviere ed al campo di Marte di Perpignan. Qui oltre mille autisti e meccanici spagnoli lavorarono nelle settimane che seguirono per rimettere in sesto i camion per il trasporto dei rifugiati e del materiale occorrente alla costruzione dei campi d’internamento. Il materiale bellico fu successivamente consegnato al governo franchista.[2]

Il dispositivo di sorveglianza lungo i Pirenei fu rinforzato perché si era costatato che molti passavano attraverso i passi di montagna finora poco controllati, cosicché gli effettivi dislocati alla frontiera spagnola raggiunsero i 30.000 uomini. Il 15° reggimento di fanteria alpina fu mandato a rinforzare il 24° reggimento dei tiratori senegalesi nel dipartimento dell'Ariége, infatti, dopo che i nazionalisti avevano raggiunto la frontiera andorrana i fuggiaschi non avevano altra soluzione per raggiungere questo dipartimento che utilizzare, nonostante i rischi, come sola via possibile di fuga i colli:

-          Bonet (2.585 mt) e la valle di Vicdessos,

-          Coulac (2.546 mt) e la valle d'Uston,

-          Envalira (2.400 mt),

-          Hospitalet (1.436 mt).

L'intera zona di frontiera fu militarizzata, le pattuglie si moltiplicarono, i soldati avevano la baionetta innestata. S’installarono gruppi elettrogeni con proiettori per supplire ad un eventuale arresto della corrente elettrica. Altre truppe furono dislocate nelle località dove erano stati istituiti i cosiddetti campi di raccolta. Da Perpignan alla frontiera, la zona fu interdetta ai civili, salvo che fossero muniti di lasciapassare rilasciato esclusivamente dalle autorità militari. Sessanta agenti e tre plotoni della G.R.M. furono utilizzati per la sorveglianza della città dove s’intensificarono le perquisizioni per la ricerca d’irregolari.

L'8 febbraio, alle 15 e 15, il Presidente del Consiglio Negrín passò la frontiera al Colle di Le Perthus con il generale Rojo, comandante in capo delle forze armate repubblicane spagnole.

 

In Spagna l'occupazione di Ripoll e d'Olot aveva tagliato in due i resti dell'armata repubblicana, alle truppe, che avevano resistito ad Olot, non rimase altra via possibile di fuga che passare per il colle omonimo e discendere i sentieri di montagna che sboccano a Prats de Mollo. Alle 17 dello stesso giorno la frontiera fu chiusa al Col de La Serra presso Cerbère. Banyuls, Collioure, Port Vendres e i paesi prossimi a Perpignan erano saturi di fuggiaschi. Alla mattina del 9 a Le Perthus passarono oltre duecento autocarri che trasportavano le retroguardie dell'esercito spagnolo. Alle 11 l'aumentata pressione di civili e militari a piedi annunciò l'imminente arrivo dei franchisti, che, al suono delle loro fanfare, avanzavano ormai senza colpo ferire per occupare il paese, a questo punto il colonnello Gauthier della G.R.M. ordinò di chiudere la frontiera provocando il panico fra quanti erano ancora ammassati oltre la barra di confine. Urla di spavento si mescolarono alle detonazioni delle armi di quelli che preferivano il suicidio piuttosto che cadere nelle mani dei nemici. Il colonnello Faliu davanti a questa situazione drammatica, sotto la sua responsabilità, tenne aperta la frontiera fino alle 14 e 15 quando le truppe franchiste raggiunsero il confine. Tutte le vie che portano al Languedoc-Roussillon erano sbarrate.

Il 10 cadde Puigcerdá e si chiuse la strada per Bourg Madame, mentre gli ultimi fuggiaschi raggiunsero La Tour de Carol. Ora la sola possibilità di ripiegamento erano i colli che circondano Llivia e la via neutrale di questa enclave, e fu sul ponte di Llivia che transitarono, alla cadenza di un autocarro ogni tre secondi, gli uomini della 26ª Divisione anarchica Durruti, che avevano ritardato fino all'estremo l'avanzata dei fascisti, tra loro diverse donne in uniforme e numerosi feriti negli ultimi scontri. Il grosso dei soldati appiedati espatriò attraverso i sentieri di montagna, ma il 12, con la conquista del Col d'Ares, tutta la Catalogna era in mano all'esercito franchista, che catturò circa 25.000 prigionieri.[3]

 

Dall'inizio dell'esodo sarebbero entrati in Francia circa 500.000 spagnoli. Il condizionale è d'obbligo perché le rilevazioni al riguardo furono alquanto aleatorie e in disaccordo tra loro. In ogni caso non furono considerati quanti avevano immediatamente riguadagnato la Spagna, senza perciò essere considerati dalle autorità francesi, ed i clandestini sfuggiti anche ai successivi controlli. La cifra totale oscilla tra i 450.000 indicati da Javier Rubio ne La Emigración Española a Francia e i 527.843 riportati sulle statistiche del Ministero dell'Interno e dei Servizi speciali della Legazione del Messico in Francia, che però comprendono anche i profughi sbarcati in Africa del Nord, dopo la conquista di Valencia. La prima valutazione ufficiale fornita da Jean Mistler, presidente della Commissione degli Affari Stranieri, alla Camera dei Deputati francese, diede la seguente classificazione:

 

CIVILI

-          Bambini 68.035

-          Donne 63.543

-          Anziani 9.029

-          combattenti isolati 11.476

-          non classificati 11.024

Totale 163.107

 

MILITARI

-          nei campi di raccolta 180.000

-          feriti negli ospedali 10.000

Totale 190.000 [4]

Il massiccio arrivo di soldati, che avevano tra loro numerosi feriti, di cui diversi con gli arti amputati, fece repentinamente salire il numero dei decessi. I feriti, arrivati con i primi profughi, erano stati soccorsi e ricoverati negli ospedali, ma ben presto il loro numero, complice la disorganizzazione, rese difficile ogni assistenza. Per mancanza d’autoambulanze e di treni ospedali ma soprattutto di buona volontà i feriti furono parcheggiati nelle stesse tremende condizioni degli uomini validi. Qualunque fosse la loro ferita non ricevettero alcuna cura né tantomeno assistenza medica o medicine. Le garze e le bende non furono cambiate e s’impedì anche ai medici spagnoli, considerati prigionieri come gli altri, di assistere i loro compatrioti.

A La Tour de Carol (1300 mt) i feriti passarono la notte, stesi, senza ricovero, sulla nuda terra, al bordo della strada, sull'erba bianca di brina. Nella sola notte del 9 febbraio si contarono 35 morti, erano stati trenta il giorno prima.

E' questa una delle pagine più tristi della storia di Francia, patria dei diritti dell'uomo, ma non sarà l'ultima. Pochi anni dopo il regime di Vichy si macchierà dell’infamia di consegnare ebrei francesi e stranieri alla Gestapo.

 

Le dolorose esperienze vissute da civili e soldati verranno in seguito testimoniate da chi ebbe la sfortuna di viverle, come:

 

- Antonio Mirò che in L' Exile (Ed. Galilee 1976 - Parigi) ricordò:

«...centinaia dei miei compatrioti, ammucchiati, presentavano uno spettacolo spaventoso. Si sarebbe detta un'immensa infermeria. Uomini, donne, bambini e vecchi erano accucciati sul cemento... Tutti apparivano sfiniti. Si rivoltavano penosamente sul pavimento per ricercare una posizione meno dolorosa... La febbre brillava in numerosi sguardi. Dei fanciulli mutilati si trascinavano alla ricerca dei loro genitori. Gli invalidi erano esposti ai quattro venti. Alcuni francesi avevano portato della paglia per fare un giaciglio per i feriti. Essa fu in breve rossa di sangue, c'erano molti amputati. Dei ciechi, barcollando, cercavano un passaggio tra i corpi, e cadevano tra i binari. Ogni tanto delle urla di dolore squarciavano il tumulto circostante; il più delle volte esse erano sommerse dalla massa dei gemiti, singhiozzi o invocazioni d’aiuto. La stazione era piena da scoppiare. Malgrado ciò continuava l'afflusso dei rifugiati. I più malridotti arrivavano su delle autoambulanze francesi ammucchiati gli uni sugli altri, ed erano scaricati sul pavimento».[5]

 

-          il giornalista François Francis non nascose la sua emozione e scrisse su L’Indépendant del 31 gennaio:

«Se Dante avesse assistito all'esodo delle popolazioni spagnole in Francia, egli avrebbe avuto materia per scrivere un nuovo capitolo del suo Inferno».[6]

 

Come sovente accade nelle tragedie umane dove mancò l'Organizzazione intervennero i singoli, fu il caso di:

- Louis Nogueres, deputato dei Pirenei Orientali, che richiese la requisizione del Dispensario Pneumologico di Port Vendres e dello stabilimento termale di La Preste, al momento chiusi, e che potevano in poco tempo essere pronti per ospitare numerosi feriti.[7]

 

- Lucette Pla-Justafré, all'epoca istitutrice a Le Perthus, in seguito sindaco comunista d’Ille sur Tet ricorda:

«Io sono morta di vergogna durante l'esodo. Specie quando sono arrivati, a piedi, i malati e i feriti dell'ospedale di Gerona e li hanno parcheggiati sul terrapieno davanti alla scuola. Che puzza! .. era orribile. Al forte di Le Perthus c'era posto per centocinquanta persone e ne furono ammassate cinquecento. Nessuno si assumeva la responsabilità per evacuarli né il commissariato speciale, né la Prefettura dei Pirenei Orientali... Mancava la benzina per le autoambulanze, allora mi sono decisa sono andata dai distributori del paese. Essi me l'hanno dapprima rifiutata pretendendo dei buoni firmati dalle autorità. Poi si sono accontentati della mia firma ed i feriti hanno potuto essere trasferiti. Cinque giorni dopo il Segretario Generale della Prefettura mi ha chiesto con quale autorità io avevo firmato quei buoni. Poi, senza che io aggiungessi qualcosa mi ha detto "al bisogno continuate». [8]

 

 

- Teresa Rebull, militante del P.O.U.M., rammenta:

«Arrivata a Prats de Mollò mi sono infilata con alcuni compagni in una povera casa la cui porta era aperta; cercavamo solo un po’ di caldo. Un uomo è sceso dal piano superiore, aveva la faccia da contadino con un viso che assomigliava ad un personaggio del Greco. Gli ho detto: «Guardaci non abbiamo la faccia d’assassini. La porta era aperta». l'uomo ci guardò e disse semplicemente: «Entrate, il riso sta cuocendo». Abbiamo mangiato avidamente in silenzio. Nel ripartire ci ha dato una coperta, senza una parola, senza accettare neppure un grazie».

 

- Andrés Capdevila riporta in Un episodio della nostra evacuazione in Francia:

«Alle 11 del mattino a Cerbère sono arrivati una trentina di gendarmi incaricati di scortarci. Ci hanno fatti allineare in fila e ci hanno distribuito una pagnotta di pane e una scatola di sardine a testa. Poi ci hanno fatti marciare verso una destinazione ignota. A Banyuls sur Mer, quando abbiamo attraversato la cittadina, i commercianti ci hanno guardati con ostilità e disprezzo. Per contro i pescatori ci sorridevano e ci salutavano con simpatia. Così pure a Port Vendres. Qui abbiamo incontrato un gruppo di scolari accompagnati dal loro maestro. Spontaneamente i bambini ci hanno offerto la loro merendina e questo gesto di pura generosità ci ha sconvolti fino alle lacrime».[9]

 

 

L’INTERNAZIONALE

 

 

Il massiccio arrivo dei soldati obbligò le autorità francesi ad accelerare la partenza dei primi profughi verso i dipartimenti dove esistevano strutture per accoglierli. Partenze che avvennero con treni riservati costituiti di massima da vagoni merci. Trasporti che talora crearono non poche difficoltà ai responsabili francesi in quanto gli Spagnoli, sradicati, vinti ed umiliati avevano la faccia tosta di cantare le loro canzoni provocando la reazione dei buoni borghesi che si lamentarono in alto. Il Prefetto dell’Ariège indirizzò il 2 febbraio al comandante della gendarmeria di Foix, capitano Cathoulie, la nota seguente:

 

«Un reclamo mi è stato indirizzato da M. Faure, consigliere generale del cantone di Varilhes, in cui si lamenta che dal convoglio che ha lasciato Foix verso le 11 e 30 proveniva il canto dell’Internazionale ed inni anarchici, cosa deplorata da una parte della popolazione.

Vi ordino di incitare le guardie che scortano i treni che si fermano a Foix di pretendere dai rifugiati il rispetto dell'ospitalità francese».

Altra protesta dello stesso tono fu inoltrata sempre al Prefetto dal Maresciallo d'alloggio Mascarenc, comandante la brigata di Varilhes:

«Il 2 febbraio 1939 alle ore 11 e 40 nel lasciare la stazione di Varilhes, un gruppo di rifugiati spagnoli che si trovava in coda al treno ha intonato l'Internazionale. Simile atteggiamento da parte di stranieri accolti per umanità, rischia di turbare la tranquillità pubblica».

 

La questione assunse aspetti grotteschi, così il capitano Cathoulie si giustificò:

«E' evidente che l'atteggiamento dei rifugiati rischia di provocare reazioni da parte dei normali viaggiatori, ai quali però non si può pensare di vietare l'accesso o la sosta nelle stazioni. Tuttavia, il fatto accade quando i treni si mettono in movimento, per cui la gendarmeria della stazione è impossibilitata ad intervenire».

La logica militare non deflette, il capo squadrone Borin informò il Prefetto che:

«Ordini sono stati impartiti per evitare il ripetersi dei fatti denunciati.

I gendarmi di servizio nelle stazioni si opporranno al canto dei rifugiati; in ogni caso dovranno intervenire le guardie di scorta sui treni con la dovuta energia ed immediatezza».

Malgrado proteste e note, i miliziani nell'Ariège ed altrove continuarono a cantare.[10]

 

Dopo le lacune nell'organizzare l'accoglienza e le umiliazioni inflitte agli Spagnoli, un altro grave fatto venne ad incrinare l'immagine della Francia. All'atto del passaggio della frontiera i profughi dovevano dichiarare se volevano o no essere rimpatriati, infatti, tra loro vi erano diversi soldati franchisti fatti prigionieri dai repubblicani o civili che si erano accodati ai fuggiaschi a causa dei bombardamenti aerei o che temevano di essere coinvolti dai combattimenti tra le retroguardie repubblicane e le truppe di Franco. Quanti dichiaravano di voler rientrare in Spagna erano separati dagli altri, rifocillati e avviati al posto di confine di Hendaye sulla costa atlantica. Facendo leva sul loro desiderio di rientrare nella Spagna repubblicana per continuare a combattere ed equivocando sulla differenza delle lingue, molti militari furono rimandati nella Spagna franchista.

Il quotidiano Le Midi Socialiste del 13 febbraio riportò che il deputato Louis Mogueres si trovava a Lamenére, vicino Prats de Mollò, ove incontrò circa duecento repubblicani in procinto di essere trasferiti oltre frontiera che cantavano l' Internazionale. Stupito domandò loro perché volevano andare da Franco. «Piuttosto morti - fu la risposta - ci hanno chiesto se volevamo tornare in Spagna e noi abbiamo accettato, era sottinteso che intendevamo la nostra Spagna».

Josè Castejon Ara, membro del Partito Comunista Spagnolo, inquadrato nella Divisione Karl Marx, saltò dal treno che lo portava a Hendaye. Roger Gabriel - guardia mobile a Foix - richiese un cambio d’itinerario per ventiquattro spagnoli che doveva accompagnare allo stesso posto di confine, infatti, essi - capito l'inganno - richiesero di essere internati con i loro camerati nel campo d’Argelès, protestando per il tentativo di rimandarli in Spagna contro la loro volontà.

 

Di fronte a tanta disumanità la sinistra insorse. Il 18 febbraio il Ministro degli Interni Albert Sarraut intervenne:

«Centinaia di migliaia di Spagnoli hanno cercato rifugio in Francia, tuttavia se è auspicabile un loro pronto rimpatrio, esso deve essere volontario».

Aggiunse: «Si devono prendere tutte le precauzioni affinché al loro ritorno in patria non subiscano alcuna rappresaglia. Fatto di competenza di Mr. Bonnet, Ministro degli Affari Esteri».

 

Lo stesso giorno Franco chiarì i suoi programmi:

«I nazionalisti hanno vinto, i repubblicani devono sottomettersi senza condizioni», e contemporaneamente promulgò la ricordata Legge sulle responsabilità politiche.

 

La conquista della Catalogna si risolse, come prima altrove, in una repressione selvaggia (25.000 fucilazioni a Barcellona), le fosse della cittadella del Montjuich divennero un'enorme fossa comune, il carcere Modelo straboccò di prigionieri, lo statuto d’autonomia della Catalogna fu abrogato, l'uso della lingua catalana vietato, 15.860 funzionari nella sola città di Barcellona furono sospesi dall'impiego, migliaia di salariati persero il loro lavoro.

 

Il 9 febbraio per libera scelta o in taluni casi forzata 10.000 persone avevano riguadagnato la Spagna. Il giorno 13 Franco autorizzò la riapertura della frontiera catalana.

L'indomani, il quotidiano La Garonne annunciò che il numero dei rimpatri aveva raggiunto la cifra di circa 50.000 e che esso avrebbe continuato ad aumentare in ragione di 6.000 unità il giorno, numero massimo autorizzato dalle autorità franchiste di Burgos. In realtà alla fine di marzo sarebbero stati 63.000 i rimpatriati, tra cui, si disse, 10.000 che credevano di raggiungere Valencia per continuare a combattere. Le cifre dei rimpatri sono oggetto di controversia tra i vari scrittori, ma l'argomento sarà affrontato in seguito.

 

Dopo i tentativi di rimpatrio ritornò in voga la proposta dell'arruolamento nella Legione straniera. Non era richiesta nessuna dichiarazione d’identità, la paga era quella stabilita per la truppa francese: 2.000 franchi l’anno e la concessione della cittadinanza francese alla fine della ferma a quanti si fossero comportati bene. I volontari avrebbero prestato servizio nelle colonie francesi d’oltremare: Marocco, Levante o Tonchino. Proposta che era fatta con discrezione, nessuna pressione esercitata sul candidato, assumeva la caratteristica di consiglio dato a stranieri che non avevano una situazione stabile in Francia. Tutto ciò per evitare nuove rimostranze della sinistra. Il ricordo del Tercio, la legione di Franco, fu più forte della prospettiva di crearsi in un domani una situazione stabile e di massima i rifugiati rifiutarono l'arruolamento. L'alternativa la Legione o i campi non cambiò la loro determinazione. La gran maggioranza fu dunque avviata verso campi di concentramento, non ancora attrezzati ma di cui erano state individuate le aree.[11]

 

 

 

 

 

 

CENTRES D' HEBERGEMENT (CENTRI D’ACCOGLIENZA)

 

 

Dal 28 gennaio i civili avevano cominciato a lasciare i campi di raccolta. Le partenze avevano dato luogo a scene drammatiche in quanto delle famiglie che si erano appena ricongiunte sono nuovamente separate. Chi non accettava tali disposizioni era privato della magra razione di cibo giornaliera. Fino al 2 febbraio, 45.000 rifugiati furono avviati ai centri d’accoglienza predisposti all'interno del paese, che interesseranno settanta dipartimenti. Questi centri erano sovente vecchi conventi, prigioni, case o scuole abbandonate; locali più o meno salubri, requisiti dalle autorità (sindaci) o messi a disposizione dalla popolazione. L'autorità che li dirigeva proveniva dall'amministrazione civile; il trattamento e la disciplina erano in funzione del personale addetto. A Magnac-Lavall (Haute Vienne) le 488 donne, bambini e vecchi, dipendendo da un intendente ostile ai repubblicani spagnoli, vissero come prigionieri per più di sei mesi. Per contro a Clermont-Ferrand i rifugiati, sorvegliati da G.R.M. erano autorizzati a circolare per la città nella mattinata; mentre a Verdelais (Gironde) il responsabile del centro li autorizzò ad uscire dal paese e girare nei dintorni. A Saint Jean du Bruel (Aveyron) essi ricevettero una buon’accoglienza e godettero di una certa libertà di movimento grazie alla solidarietà del sindaco socialista e degli abitanti. Si rilevarono delle carenze a livello di comfort o di servizi igienici, ma di massima le condizioni di vita e l'accoglienza erano buone. Le donne svolgevano di regola i compiti propri delle casalinghe; i tempi sono programmati alla perfezione:

- dalle 8 alle 9 : disinfezione e pulizia dei locali,

- dalle 9 alle 11 : corvè di lavanderia ai lavatoi comunali,

- dalle 11 alle 12 : lavori di cucito,

- dalle 13 alle 14 : pulizia del refettorio e delle stoviglie,

- dalle 14 alle 17 : lavori di cucito, passeggiata in gruppo.[12]

 

I ragazzi dovevano seguire dei corsi di francese organizzati apposta per loro o, se autorizzati, potevano frequentare la scuola comunale. Normalmente, e soprattutto nei primi tempi, tutti dovevano essere a letto per le ore 22.

 

Nelle prime settimane dell'esodo, di massima, i feriti gravi erano stati evacuati per mezzo di treni ospedali verso i grandi centri di Bordeaux, Nantes, Rennes,.. ed altri ospedali di minore importanza nei Pirenei Orientali e nell'Ariege. Il 9 febbraio, quattro navi mercantili fino allora inutilizzate furono attrezzate per ricoverare 4.000 feriti, perciò si poté dare corso all'evacuazione dai campi di raccolta di quanti avevano resistito alle intemperie e alla mancanza d’assistenza. L'elevato numero di soldati entrati tra il 5 e il 9 febbraio e la limitatezza dei rientri fece finalmente capire alle autorità l'inadeguatezza e la provvisorietà dei camps de collectage e le indussero a modificare i piani per far fronte all'imprevista emergenza di dare alloggio e vitto a tante persone. I militari negli ultimi giorni dell'esodo, dopo le solite formalità di frontiera, furono avviati, a piedi e scortati da dragoni a cavallo, verso le spiagge del Roussillon in costituendi campi di concentramento e precisamente verso i comuni d’Argelès sur Mer, Saint Cyprien, Le Barcarès o più all'interno a Prades e Carcassonne. A Perpignan, il Ministero degli Affari Esteri spagnolo (repubblicano) aprì un ufficio per censire i rifugiati; di ognuno fu fatto un dossier in cui figurava oltre i dati anagrafici, il mestiere e le capacità al fine di consentirne la ripartizione negli stati che si fossero dichiarati disposti ad accettarli.

 

Il 21 febbraio si stimò che su 455.000 profughi passati per i Pirenei Orientali 190.000 erano stati evacuati:

- 137.000 verso gli altri dipartimenti francesi, (eccetto la città di Parigi),

- 53.000 verso la Spagna,

mentre 265.000 (di cui 200.000 militari) erano rimasti nel dipartimento:

- 90.000 a Saint Cyprien,

- 80.000 ad Argelès su Mer,

- 65.000 nell'alta valle del Tech (Prats de Mollò, Arles sur Tech),

- 30.000 in Cerdagne.[13]

Mentre, preoccupata del mantenimento dell'ordine, la Francia denunciava la sua inefficienza, in parte se si vuole giustificata dall'ampiezza del fenomeno, e provvedeva ad internare l'armata repubblicana - esercito del solo governo spagnolo legalmente eletto - rendeva gli onori alle truppe ribelli, ulteriore umiliazione per chi aveva lasciato la patria. Il 10 febbraio a Le Perthus, il generale francese Falcade accolse il pari grado franchista Solchaga, comandante dell'armata di Navarra, con queste parole: «Non avete né mitragliato né bombardato le colonne in fuga, ciò è stato molto generoso» e, dopo averlo salutato militarmente, gli strinse la mano come ad un vecchio compagno d’arme.

Stendardi al vento da una parte e dall'altra, fanfare, guardie d'onore e presentat'arm. Al saluto degli ufficiali francesi gli spagnoli risposero con il saluto fascista al canto di Per Dio, per la Patria, per il Re, l'inno dei requetès. Il che scatenò nuove polemiche, soprattutto sui giornali di sinistra, infatti, l’Humanitè riportava che a seguito degli attacchi aerei vi erano stati almeno 150 morti e 300 feriti tra i civili. Altre manifestazioni di simpatia verso i franchisti si ebbero a Perpignan il 28 febbraio 1939 (lo stesso giorno della conquista di Madrid) in occasione dell'insediamento del nuovo console nominato dal governo di Burgos. Le Flambeau du Midi fece una lunga relazione della cerimonia sotto il titolo Arriba España! in cui auspicava più stretti rapporti tra Francia e Spagna, stati fratelli che si erano liberati dal giogo marxista del Fronte Popolare.[14]

 

 

PABLO CASALS - RAFAEL ALBERTI - ANTONIO MACHADO

 

 

La massa di profughi non era costituita solo da operai, contadini, minatori e soldati ma comprendeva anche gran parte dell'intelligenza spagnola, catalana soprattutto. Vi erano rettori, docenti d’università e di scuole superiori, medici, avvocati, ingegneri, architetti, scrittori e giornalisti. Le figure di maggior prestigio furono il violoncellista Pablo Casals e i poeti Rafael Alberti e Antonio Machado.

Casals risiederà in Prades dove per contraccambiare l'ospitalità creerà una scuola di musica e nel 1950 darà vita al Festival di Prades che con il tempo diverrà uno degli eventi musicali più importanti a livello mondiale. Non rientrerà mai più in Spagna, morendo a San Juan di Portorico il 22 ottobre 1973 all'età di 96 anni, senza vedere poter rivedere l'amata Catalogna.

Rafael Alberti dopo un soggiorno a Prades, peregrinerà in Messico e in Argentina e nel 1961 verrà in Italia, a Roma. Rientrerà in Spagna con il ritorno della democrazia dopo la morte di Franco.

Più tragico il destino d’Antonio Machado. Aveva lasciato Madrid assediata nell'autunno del 1936 per trasferirsi a Rocafort in provincia di Valencia, quindi nell'aprile del 1938 era arrivato a Barcellona. All'approssimarsi delle truppe franchiste, conscio che sarebbe stato perseguitato se non ucciso, com’era successo a Federico García Lorca di cui cantò la morte con la poesia El crimen fue en Granada, lasciò Barcellona il 22 gennaio 1939 a bordo di un’autoambulanza, essendo sofferente d'asma, insieme alla mamma di 93 anni e al fratello. Il 27 entrò in Francia effettuando a piedi l'ultimo tratto di strada. Waldo Frank così descrive la sua ultima notte: “L’ha trascorsa sotto la pioggia e la minaccia fascista, marciando con quella folla di infelici... Vedeva il sangue, le ossa messe a nudo, le carni malate con i vestiti inzuppati dei compagni. C’erano dei bambini fra le braccia delle madri, c’erano dei vecchi, e fra questi la madre di Machado, che non aveva voluto lasciarlo. Il poeta, quasi invalido, camminava chiuso fra quei corpi doloranti, quelli del suo popolo,sostenuto dalla vecchia madre; usciva dall’agonia della Spagna, il cui vigore spirituale e feconda visione non dovevano soccombere con lui.” Convinto dal giornalista amico che: «Machado è per la Spagna ciò che Paul Valery è per la Francia», il comandante dei gendarmi di Cerbère lo fece accompagnare con la sua macchina alla stazione. Qui passò la sua prima notte in Francia in un vagone. Partì l'indomani mattina ma l'aggravarsi delle condizioni di salute lo indusse a fermarsi tre stazioni dopo a Collioure, dove trovò una camera in una modesta pensione aperta anche d'inverno. Le condizioni di salute del poeta e della madre andarono via via aggravandosi, finché il primo morì, all'età di 64 anni, il 22 febbraio, seguito dalla madre tre giorni dopo. La salma fu portata a spalle al cimitero da soldati dell'esercito repubblicano e provvisoriamente tumulata nella tomba della titolare della pensione, madame Pauline Quintana. Nel 1958 un intellettuale catalano rifugiato nel Roussillon, Josep Maria Corredor, lanciò un appello su Le Figaro Littéraire sotto il titolo: Un grande poeta attende la sua tomba. Pablo Casals, André Malraux, Albert Camus parteciparono con altri alla sottoscrizione mentre il Comune di Collioure offrì il terreno, così Machado trovò sepoltura definitiva in terra di Francia, e divenne il simbolo del triste esilio di tanti spagnoli.[15]

Altro personaggio illustre che fu tumulato in suolo francese in ossequio alle sue volontà fu Manuel Azaña y Diaz, ultimo Presidente della Repubblica Spagnola, morto il 3 novembre 1940 nella città di Mountauban (Tarn et Garonne), la sua bara non fu avvolta nella bandiera repubblicana, vietata in Francia, ma in quella messicana.[16]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V

 

LES CAMPS DU MEPRIS

I campi del disprezzo

 

 

 

Si me quieres escribir

ya sabes mi paradero

en el campo de Argelès

primera linea de mierda.

 

Agusti Bartra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I CAMPI DI CONCENTRAMENTO

 

 

I campi di concentramento furono l'unica soluzione cui pervennero le autorità francesi per dare asilo e, soprattutto, per tenere sotto sorveglianza l’imponente massa dei militari spagnoli e delle Brigate Internazionali. Il governo aveva conferito la delega per la loro organizzazione al generale Ménard, che si avvalse della collaborazione del:

-          colonnello Dellezey, incaricato del comando di tutti i campi,

-          colonnello Gauthier, responsabile dei campi del Roussillon,

- ingegnere capo Cazes, direttore della Sezione Strade e Ponti del Roussillon per il

progetto e la costruzione. [1]

 

I Prefetti avevano allertato i Sindaci dei comuni prescelti e cioè:

-          Argelès sur Mer, Saint Cyprien, Le Barcarès, Agde , Vernet les Bains (P.O.)

-          Mazières, Montaillou (Ariège)

-          Gurs (Pyrénées Atlantiques)

-          Bram (Aude)

-          Septfonds (Tarn et Garonne).

 

I Sindaci, a loro volta, avevano preso contatto con i commercianti locali di legname per predisporre il materiale per la costruzione di baracche, destinate ad ospitare i profughi, assicurandoli che nella costruzione i loro operai sarebbero stati coadiuvati da carpentieri esperti forniti dagli spagnoli. L'organizzazione sembrava essersi messa in moto, ma la situazione precipitò poiché gli spagnoli, entrati in Francia in numero superiore al previsto, avevano saturato i camps de collectage che, nell'intenzione delle autorità avrebbero dovuto costituire la base logistica di prima accoglienza e nel frattempo consentire la costruzione dei campi.

Il 6 febbraio Albert Sarraut, Ministro degli Interni, dispose che il campo d’Argelès fosse attivato per ricevere circa 150.000 uomini al momento accampati a ridosso della frontiera. Il campo non era altro che un'immensa spianata sulla spiaggia, che in tutta fretta venne divisa in rettangoli di un ettaro ciascuno, circondati da tre lati da reticolati, mentre il quarto era "protetto" dal mare. Sulla nuda sabbia, battuta dalla tramontana, non esisteva alcun riparo.[2]

Il numero degli occupanti aumentò con velocità progressiva: 20.000 il 6 febbraio, 60.000 l’8, 75.000 il 9, presto 100.000 persone s’intasarono in un rettangolo di sabbia recintato di 550 metri di lunghezza e 260 di larghezza.[3]

Gli unici che ricevettero un trattamento umano furono 650 feriti gravi che furono ospitati in cinque grandi tende riservate al servizio sanitario, tuttavia insufficienti a riparare i malati o i feriti leggeri. Ma anche in tale struttura le lacune non si contarono: mancavano sedie e panche, pochi i medicinali; anche le pillole d’aspirina, normalmente distribuite a piene mani erano scarse, bende e garze per le medicazioni insufficienti. Il personale sanitario, un medico e cinque infermieri per tutto il campo, usò le parti pulite delle bende già utilizzate.

Venne sollecitamente predisposto un secondo campo a Saint Cyprien, che il 9 aveva già una popolazione di 72.000 internati, il che comportò di apprestarne un terzo sulle spiagge di Le Barcarès. Su queste spiagge desolate nulla era stato predisposto, neppure posti per i bisogni fisici, non esisteva un albero o qualcosa per appartarsi. Ben presto la mancanza d'igiene provocò delle epidemie aggravate dall'inquinamento dell'acqua. Infatti, la sola acqua potabile disponibile era quella delle falde sotterranee a quattro metri sotto la sabbia, ma l'assenza di un sistema d’evacuazione delle acque usate per le necessità personali fece sì che urine ed escrementi si infiltrassero nel terreno e contaminassero l’acqua usata per bere.

Il servizio d'intendenza era ugualmente deficitario, infatti, dopo una marcia di circa trenta chilometri a piedi dal confine alle spiagge del Roussillon i rifugiati, giunti ai campi, restarono anche due giorni senza mangiare. Il terzo giorno, i privilegiati ricevevano una scatola di sardine e una zuppa di carne di mulo, però il più delle volte il vitto era costituito da una pagnotta di pane trasportata ogni giorno con camion militari. La distribuzione di questo frugale pasto, che i gendarmi chiamavano pasto dei cani, generava delle scene intollerabili. Piazzato in alto su un autocarro un gendarme lanciava al volo le pagnotte di pane a questi uomini affamati che, tra le risate delle guardie a cavallo che li disperdevano, si battevano come animali per tentare di strapparne un pezzo.

 

Alla disorganizzazione generalizzata, che si riscontrò ad ogni livello, fece contrasto un'organizzazione perfetta del dispositivo di sorveglianza:

-          all'interno del campo: sette plotoni della Garde Republicaine Mobile (G.R.M.);

-          dietro i reticolati: due compagnie di tiratori senegalesi, baionette in canna e mitragliatrici in batteria,

-          attorno ai campi: pattuglie di spahis a cavallo per riprendere i fuggiaschi o per evitare che elementi estranei se ne avvicinassero, infatti, l'accesso era severamente vietato.

Acquartierati a Perpignan e pronti ad intervenire in caso di disordini trenta plotoni della G.R.M. a piedi o a cavallo.[4]

 

Il trattamento riservato ai profughi fu, specialmente nel primo periodo d’internamento, particolarmente duro e indisponente. Ogni mancanza era duramente punita, in particolare ogni tentativo d’evasione comportava l'immediato trasferimento al castello-prigione di Collioure.

In ogni campo fu predisposto un luogo di punizione ove rinchiudere le "teste calde", i recalcitranti, tutti quelli che contestavano l'autorità. Essi venivano di solito detenuti in un recinto di pochi metri quadrati delimitato da filo spinato con un palo piantato al centro, privo d’ogni riparo dalle intemperie. Per tentare di riscaldarsi i prigionieri erano obbligati a correre in tondo, da cui il nome di ippodromo dato al recinto, dileggiati dai gendarmi che gridavano: uno-due, uno-due, ... Altra forma di punizione era il picadero un recinto ove erano invece obbligati a stare in piedi con le mani legate dietro la schiena. Il vitto era di solito costituito da pane e merluzzo secco, sovente la punizione era preceduta dal cosiddetto passage à tabac: pugni, pedate e botte con il calcio dei fucili. Nei campi disciplinari, istituiti successivamente, il trattamento sarebbe stato aggravato dal taglio dei capelli, dal privarli di cinture, bretelle, lacci delle scarpe. Erano inoltre costretti a dormire di notte all'aperto, ad una temperatura di diversi gradi sotto lo zero, avendo come sola protezione due latte ondulate disposte a mo’ di tenda, riparo che, largo 3 mt. lungo 2 ed alto 1, poteva contenere fino a 20 prigionieri.[5]

In questo primo periodo, i prigionieri, per ripararsi il più possibile dal freddo, dall'umidità del mare e dalla sabbia sollevata dal vento, scavarono delle buche nel terreno e le ricoprirono con pezzi di latta, coperte o canne raccolte sulla spiaggia. Fornendo prova di un certo humour queste bicocche, fatte alla buona, furono battezzate: Hotel Mille e una notte, Grand’Hotel di Catalogna, Bristol, Royal, ecc.

 

Un rifugiato, Juan Carrasco, ricorda in La odisea de los republicanos en Francia che viveva all’Hotel Mexico, un capanno confezionato con canne e ricoperto con pezzi di tela, divise militari e coperte, alto ca. 1 metro e 60, largo 2,50 e profondo 1,80 con altri sette uomini, stretti come sardine in scatola. [6]

La rigidità dell'inverno, la promiscuità, la sottoalimentazione, l’assenza d’installazioni sanitarie, la mancanza d'acqua potabile e, soprattutto lo scoraggiamento, contribuirono a propagare le epidemie. Circa il 60% dei rifugiati soffriva di dissenteria. Numerosi furono i casi di turbe mentali. L'alimentazione insufficiente e povera di vitamine, l'assenza di frutta e verdura fresca moltiplicarono i casi di scorbuto (504 nel campo di Gurs). Occorre inoltre aggiungere i molteplici parassiti che infestarono questi disgraziati che avevano a disposizione per lavarsi l'acqua del mare, particolarmente fredda dato il periodo invernale.[7]

 

Il generale medico Peloquin visitò i campi d’Argelès, Saint Cyprien e Prats de Mollò dal 17 al 19 febbraio e, in conformità a quanto costatato, fece una relazione ad un gruppo parlamentare d’amicizia francospagnola di Parigi in cui non nascose la sua indignazione. Egli affermò che specialmente al campo d'Argelès: «gli uomini sono trattati alla stessa stregua d’animali. I servizi sanitari sono insufficienti in rapporto al numero di malati. Lo spettacolo che i campi offrono è ripugnante». Il generale suggerì di trasferire i rifugiati nei campi militari di.

-          La Valdonne (Gard),

-          Larzac près de Sarlat (Dordogne),

-          La Courtine (Creuse),

-          Caylus (Tarn-et-Garonne).

Lo Stato Maggiore oppose un rifiuto categorico: cedere le installazioni militari in un momento così delicato in cui la mobilitazione generale poteva essere imminente costituiva un rischio troppo grande.[8]

Ma, anche se gli eventi avrebbero dato ragione a questa decisione, essa dipese piuttosto dalla politica d'indifferenza strategica messa in atto dal governo Daladier, infatti, quest'ultimo sperava ancora che la maggior parte dei rifugiati ritornasse in Spagna dove Franco continuava, a parole, a promettere clemenza. Politica che si confermò premiante: diverse decine di migliaia di spagnoli ripassarono la frontiera in senso inverso. Taluni non andarono più lontano di Figueras, prima città spagnola oltre confine, dove li attendevano i plotoni d’esecuzione, altri resero conto ai tribunali militari che giudicavano senza posa nelle loro città o villaggi. La clemenza promessa ebbe un vago sapore di vendetta...... Tali trattamenti furono normalmente taciuti dalla stampa reazionaria francese astiosamente contraria a questa massa d’indesiderabili di cui continuava a chiedere l'espulsione sostenendo che in Spagna ormai esisteva l'ordine e la tolleranza e faceva leva sui gravosi costi che la loro presenza comportava che andavano incidere sul già disastrato bilancio dello stato.

 

L’Indépendant del 14 marzo 1939 riferendosi ai soli internati nei campi del Roussillon scriveva: «I rifugiati mangiano ogni giorno 50 tonnellate di carne o di merluzzo, 40 di verdure, 12 di caffè e zucchero, che necessitano per la loro cottura di 250 mila chili di legna e carbone. E' pari al nutrimento di quindici o sedici divisioni di fanteria».

Nel corso del corrente anno furono votati dal governo dei crediti speciali per far fronte alle necessità crescenti dell'esodo spagnolo, in particolare furono erogati 31.280.000 franchi, a cui si aggiunsero 20 milioni per saldare debiti contratti con la Croce Rossa e le spese per la costruzione delle baracche nei campi. In tutto il 1939 furono erogati 841milioni di franchi.[9]

 

Le disumane condizioni di vita erano denunciate oltre che da giornali e uomini politici di sinistra anche da autorevoli quotidiani stranieri, che avevano mandato giornalisti, fotografi e cineoperatori a documentarsi. Tutte le testimonianze rese nei vari libri scritti sull'argomento, mettendo in luce l'inefficienza delle istituzioni francesi, denunciano un sentimento di rancore che il tempo non sopirà, infatti, la maggior parte di queste opere pubblicate dopo la morte di Francisco Franco, avvenuta il 20 novembre 1975, riportano nei loro titoli termini come:

-          Odyssèe (odissea), Mepris (disprezzo), Honte (vergogna).

Voglio ricordare una memoria di sole 50 pagine scritta da un muratore spagnolo, Isidore Ribas, 1939 J'ai Vécu le Camp d'Argelès pubblicato a cura del Museo Catalano delle Arti e Tradizioni Popolari della città d’Argelès sur Mer nel quale in modo semplice, efficace e talora ironico, quest’oscuro combattente repubblicano raccontò la sua esperienza d’internato. Tutta la testimonianza è come pervasa da un senso di delusione, come se gli riuscisse difficile capire il motivo di un tale trattamento. In fondo la maggior parte di loro erano civili divenuti soldati per difendere le istituzioni democraticamente elette del loro paese

Migliaia di stranieri erano accorsi volontariamente da tutte le parti del mondo per sostenere la loro lotta. Aveva sentito parlare lingue per lui incomprensibili, aveva avuto come compagni d'armi uomini di razze diverse provenienti da paesi che non aveva mai sentito nominare. Molti di loro erano caduti in battaglia e avevano, come disse la Pasionaria: «la terra di Spagna come sudario». Sapeva di uomini di cultura che avevano sostenuto con le armi e con la parola il suo buon diritto. E allora? Perché la Francia li aveva traditi?[10]

Non si spinge però sino all'infamante conclusione di un altro internato, Francisco Pons, ex istitutore di Minorca, divenuto ufficiale dell'esercito, che in Barbelés à Argelès et autour d'autres camps Edizioni L'Harmattan - Parigi, denunciò che le umiliazioni erano conseguenti alla politica estera della Francia tutta tesa a non indisporre la Germania, alla quale continuava a fare concessioni nella vana speranza di evitare la guerra.[11]

 

Non vi fu solo abbandono ed umiliazione, di pari passo si sviluppò la solidarietà catalana, come affermò con orgoglio una giovane insegnante di Canet Village, un po’ stupita, nella testimonianza resa ad un anziano studente italiano che si documentava sulle vicissitudini degli spagnoli, come suo nonno, ex rifugiato ed ex legionario divenuto cittadino francese.

Fu solidarietà di organizzazioni sindacali, di partiti politici e di semplici cittadini che supplì almeno in parte alle lacune delle istituzioni. Il Comitato Mondiale delle Donne contro la guerra e il fascismo fu uno dei più attivi nel promuovere la raccolta di vestiti, scarpe e denaro. Collette pubbliche furono organizzate da molti comuni francesi. Il 25 febbraio 1939 Le Travailleur Catalan di Perpignan informava di una sottoscrizione di 11.150,25 franchi raccolti in 27 comuni dei Pirenei Orientali.

A Prades, Pablo Casals visse i suoi primi mesi d’esilio. In una camera di un hotel istituì un ufficio dove accentrò i doni, gli acquisti fatti con le offerte ricevute, le richieste d’aiuto e organizzò le distribuzioni. Numerosi camion partirono carichi di viveri e vestiti con destinazione i campi. Il grande musicista catalano si dedicò anima e corpo ad alleviare le sofferenze dei suoi conterranei. Amici, associazioni e congregazioni religiose, tra le quali molto attiva fu quella dei Quaccheri inglesi, lo sostennero in questa opera. Egli visitò in più riprese i campi d'Argelès, Riversaltes, Le Vernet d'Ariège e Septfonds e ne uscì sempre con un senso d’angoscia. Dichiarò ad un giornalista:

«I campi sono tremendi, non tanto per effetto di una crudeltà deliberata, quanto per l'improvvisazione e il disordine che ne avevano contraddistinto la creazione.

Quella povera gente, tra cui molti ammalati, manca delle cose più elementari. Io ho cercato con le mie visite di portare un po’ di consolazione a questi disgraziati, che, privi di contatti con il mondo esterno vegetano penosamente, come abbandonati da tutti, senza speranza. A tutti quelli che si sono rivolti a me ho cercato di portare qualcosa come segno d’incoraggiamento».[12]

 

Tragica conseguenza di tale vergognoso trattamento fu l'elevato numero di decessi tra i rifugiati. Anche in questo caso le cifre segnalate dai diversi scrittori non trovano conferma con i dati dei documenti ufficiali, infatti, mentre Pons Prades in Republicanos españoles en la Segunda Guerra Mundial - Barcellona 1975 - afferma che morirono a causa di ferite o malattie almeno 50.000 persone pari al 10% degli internati, Bravo Tellado in El Peso de la Derrota - Madrid 1974 - diminuisce la percentuale al 7%, che rappresentano pur sempre 35.000 decessi, numero lontano dai 14.672 morti riportati sulle statistiche ufficiali, che però non dovrebbero comprendere quanti morirono nei primissimi giorni dell'esodo, soprattutto feriti e bambini in tenera età, obbligati a pernottare all'aperto con temperature sotto lo zero. I morti nei campi nei primi giorni di internamento vennero inumati direttamente nella sabbia, in quanto i cimiteri dei piccoli paesi vicini non erano in grado di accoglierli.[13]

In un secondo tempo diverse salme furono riesumate per essere sepolte in un piccolo appezzamento di terreno che un homme de grands sentiments humains, Monsiuer Deprade - ricorda Isidore Ribas - donò al comune d’Argelès sur Mer. Un belga - Mr. Culdiere d’Anversa - nel ricercare suo fratello, soldato delle Brigate Internazionali, seppe che era sepolto in questo cimitero degli Spagnoli e, ottenute le dovute autorizzazioni, vi fece erigere una piccola stele su cui furono riportati i nomi di quanti fu possibile ricordare. Ancora oggi alcuni vecchi rifugiati, insediatisi ad Argelès, con la collaborazione del comune, si adoperano affinché il piccolo cimitero sia tenuto in ordine.

 

La popolazione dei campi alla fine del mese di marzo 1939 era così distribuita:

-          Le Barcarès (P. O.) 70.000

-          Argelès sur Mer " 43.000

-          Saint Cyprien " 30.000

-          Gurs (B. P.) 16.000

-          Bram (Aude) 16.000

-          Septfonds (T. e G.) 16.000

-          Adge (Hérault) 16.000

-          Le Vernet d'Ariège 15.000

-          Mazières (Ariège) 5.000

-          Africa del Nord 4.500

-          Altri 4.900

Totale 236.400 [14]

 

Lentamente la tanto criticata organizzazione si mise in moto, e soprattutto per decongestionare i campi di Argelès sur Mer e di Saint Cyprien vennero predisposti i seguenti campi destinati ad accogliere:

-          Agde (Hérault) i Catalani,

-          Barcarès (il campo migliore) i rifugiati in transito per la Spagna,

-          Bram (Aude) gli anziani, gli intellettuali, i funzionari e i..... panettieri,

-          Gurs (Basses Pyrénés) i Baschi e i reduci delle Brigate Internazionali,

-          Vernet d’Ariège i miliziani anarchici,

-          Vernet les Bains (Pyrénés Orientales) i malati e i feriti gravi,

-          Septfonds (Tarn et Garonne) tecnici ed operai specializzati.

 

La sicurezza restava la preoccupazione principale perciò si provvide anche a suddividere gli internati secondo la loro pericolosità, in particolare si separarono i comunisti dagli anarchici e dai militanti del P.O.U.M., dati i rapporti tesi in conseguenza degli scontri della Catalogna del maggio 1937. Le cosiddette teste calde furono internate in campi disciplinari, dove fu applicato un regime carcerario particolarmente duro:

-          Rieucros (Lozère) creato il 18 febbraio per tenere sotto stretto controllo «criminali, delinquenti comuni, agitatori politici e donne ritenute pericolose». Queste comprendevano sia quelle conosciute per il loro impegno politico, sia quelle che si erano opposte o avevano denunciato tentativi di violenza da parte delle guardie.

-          Le Vernet d'Ariège ad inaugurarlo furono gli anarchici della 26[P1] ª Divisione Durruti con il loro comandante Ricardo Sanz. Successivamente vi fu rinchiusa l'élite delle Brigate Internazionali e dell'Antifascismo europeo militante. Nel campo vi saranno ospiti provenienti da cinquanta paesi dei cinque continenti e diverrà uno dei più importanti centri di formazione dei quadri della Resistenza europea e una delle capitali della Resistenza intellettuale.

-          Fort Collioure, la prima prigione dell'esilio, situata in un vecchio castello dei Templari, a soli 25 chilometri dal confine. Qui venivano condotti con le manette ai polsi e sotto la scorta delle truppe senegalesi, come fossero dei malfattori, quanti avevano tentato di evadere dai vicini campi del Roussillon.

 

Indipendentemente dall'età o dal sesso le condizioni di vita in questi campi o prigioni furono particolarmente dure; ma non erano paragonabili a quelle dei campi del Nord Africa, creati per ospitare gli ultimi difensori della Repubblica spagnola dopo la caduta di Madrid e Valencia (31.3.1939):

-          Biserta (Tunisia),

-          campo Morand, il più importante dell'Algeria, situato tra Boghari e Boghar,

-          Medea e Djelfa (Algeria) conosciuto come il campo della morte,

-          Meridja, Hadjerat M'Guil, Ain el-Ourak tutti nel sud algerino,

dove sarebbero stati trasferiti dal novembre 1941 all'aprile 1942 a cura del governo di Vichy alcune migliaia di hommes d'action dangereux.[15]

 

 

VERSO LA NORMALITÀ

 

 

La costruzione dei campi frattanto procedeva abbastanza alacremente, anche se non mancarono le contrarietà, infatti, molti dei carpentieri spagnoli non sapevano tenere in mano un martello, si trattava perlopiù d’uomini che si erano dichiarati tali in quanto il cibo per chi aveva un lavoro era migliore. Inoltre l'installazione dei servizi igienici, indispensabili per evitare epidemie e ridare una qualche dignità ai rifugiati, veniva sabotata dal furto notturno di una parte del materiale poi utilizzato per migliorare i ricoveri di fortuna dell’attuale bidonville. Ricostruiti, verranno guardati a vista dai gendarmi. Le baracche, costruite con assi di legno di 3 cm e coperte di cartone bitumato, erano di due misure:

-          altezza mt. 2,80

-          larghezza mt. 6,00

-          lunghezza mt. 24,00

 

e potevano contenere fino a 66 persone, quindi ognuno aveva a disposizione uno spazio largo 75 cm. su cui stendere la paglia che gli serviva da giaciglio, [16] o

-          altezza mt. 2,80

-          larghezza mt. 7,00

-          lunghezza mt. 48,00

 

e con una capienza su tre file di 240 persone, in queste lo spazio a disposizione si riduceva a poco più di 60 cm. I senegalesi dimostrarono, sdraiandosi per terra, che potevano ricoverarsi anche 350 prigionieri.[17]

 

Sappiamo, dalle memorie dei rifugiati, che furono costruite:

-          675 baracche nel campo di Le Barcarès

-          428 baracche nel campo di Gurs

-          45 baracche nel campo di Vernet d'Ariège.

numeri che dimostrano come il tutto richiese un notevole sforzo, non solo finanziario, per mettere insieme materiali, mezzi di trasporto e addetti al montaggio.

 

Testimonianza inedita della vita dei campi si ricava dal diario – in corso di pubblicazione – d’Aldo Morandi, che aveva comandato unità dell’Esercito repubblicano raggiungendo il grado di tenente colonnello comandante della Divisione di Manovra Extremadura.

Ricorda il passaggio della frontiera a Le Perthus, il trasferimento al campo di Saint Cyprien il 9 febbraio e l’incarico conferitogli dalle autorità francesi, quale ufficiale più alto in grado, di responsabile del campo n. 7 destinato agli Internazionali:

«Il campo n. 7 sorgeva tra il mare ed un terreno paludoso, recintato da una doppia fila di reticolati, dove montavano la guardia, baionetta in canna, tiratori senegalesi. Alla destra altri campi, riservati agli spagnoli, in questi vi era un solo ….filo spinato, ne dedussi che gli Internazionali erano considerati dai francesi ospiti speciali. La prima operazione fu la conta degli internati, che risultarono essere 3.345 di cinquantuno nazionalità, il che permise di determinare quante baracche fosse necessario costruire e fornì un criterio – sulla base della lingua – con cui suddividerli. Tre giorni dopo le baracche e le latrine erano in costruzione, mentre il pane era abbondante e le cucine riuscivano a fornire due pasti caldi il giorno. Sorse però il problema dell’acqua, prelevata per mezzo di pompe infilate nella sabbia, dapprima sapeva d’urina, poiché nella notte gli uomini non utilizzavano le latrine, si rimediò istituendo una Polizia sanitaria. Poi denunciò gusto di sapone, in quanto i panni venivano lavati in prossimità delle pompe e l’acqua saponata inquinava la falda: divieto di lavare alle pompe destinate all’acqua da bere e costruzione di una lavanderia. Il pericolo più grave venne dai campi vicini dove erano internati decine di migliaia di spagnoli, dove le baracche non erano ancora state costruite per questo tutti dormivano in buche scavate nella sabbia e le condizioni di vita permanevano precarie. Qui si ebbero numerosi i decessi, le salme venivano inumate ai bordi dei reticolati ma tale pratica portava ad inquinare pericolosamente l’acqua. Numerosi i casi di febbri alte, che i medici diagnosticarono essere tifo, quindi per evitare il pericolo di un’epidemia si ordinò di bollire l’acqua e di seppellire i morti lontano dai campi. L’intervento di deputati francesi e della stampa di sinistra fece migliorare le condizioni di vita, anzitutto l’assistenza ai feriti ed ai malati, ma anche l’igiene personale come quando, dopo un’elargizione di mille franchi, l’acquisto e l’uso di rasoi e sapone rese più presentabili gli uomini».

 

La vita lentamente riprese. I malati e i feriti furono separati dagli uomini validi, quindi si procedette a dividere questi ultimi per nazionalità, e gli Spagnoli, che naturalmente erano la gran maggioranza, secondo le regioni di provenienza. Un'ulteriore suddivisione riguardò i diversi corpi dell'esercito, cavalleria, fanteria, artiglieria, marina, ecc., riuscendo così a creare un certo amalgama tra loro. Furono migliorate anche le condizioni delle sezioni dove erano alloggiate le donne sole o i familiari degli internati - mogli e figli - denominate campo civil.

Agli internati fu affidata una parte dell'amministrazione, che conservò tuttavia la struttura paramilitare con cui si era stata impostata. La base fu costituita da compagnie di 120/150 uomini agli ordini di un ufficiale. Sette od otto compagnie costituivano un raggruppamento (ilot in francese = isolotto) agli ordini di un comandante. Ogni ilot aveva un suo servizio d’intendenza: cucina, infermeria di pronto intervento, magazzino, ecc.[18]

Oltre ai già citati carpentieri furono costituiti altri gruppi d’addetti ai lavori. In particolare fu organizzata un'unità di trasporto con gli autocarri dell'esercito repubblicano, revisionati da meccanici spagnoli, che assicuravano i rifornimenti ai campi e il rimpatrio dei rifugiati che avevano scelto di ritornare in Spagna. Incombenza particolarmente ambita era l'incarico di cuoco, che doveva interessarsi sia degli approvvigionamenti sia della preparazione del cibo per il raggruppamento, cui era stato assegnato. Altri, che conoscevano la lingua francese, furono impiegati come interpreti negli uffici amministrativi. Fu organizzato un ospedale dove finalmente i medici spagnoli poterono visitare e curare feriti e malati.

La corvè cui tutti volevano sfuggire e pertanto a turno obbligatoria, dopo la ripulitura delle spiagge maleodoranti e sporche, era il cambio dei recipienti ove ora, con la costruzione delle latrine, erano raccolti gli escrementi: la cosiddetta brigada de la mierda. Le porte e le pareti delle latrine si coprirono di scritte che rispecchiavano le divisioni politiche dei rifugiati. Frasi brevi e violente; risposte rabbiose:

-          Morte ai comunisti - fascista

-          Resistere è vincere - vai a farti fottere

-          Viva Negrín - mangia le sue pillole (lenticchie) e taci

-          Viva l'anarchia - per diffondere il caos

non mancano tuttavia anche frasi esaltanti il comune nemico come:

-          Viva Franco o Franco vencerà.[19]

 

Un ulteriore ritorno alla normalità fu rappresentato dall'apertura, in ognuno dei tre campi dei Pirenei Orientali, di un ufficio postale con addetti francesi e spagnoli. Ogni compagnia incaricò un postino della consegna e del ritiro della corrispondenza di sua competenza. Si ritiene che a metà marzo i tre uffici ricevessero e spedissero 20.000 lettere il giorno. L'amministrazione postale francese fornì ad ogni rifugiato due francobolli il mese, che con un piccolo sotterfugio (coprendoli di un leggero strato di sapone), essi utilizzarono più volte. Tutte le lettere erano sottoposte alla censura, sia francese sia spagnola, soprattutto quest'ultima per quanto riguardava le condizioni di vita oltre confine. Per aggirarla le famiglie dalla Spagna si servirono di frasi convenzionali per avvertire i loro parenti dei pericoli che avrebbero corso se fossero rientrati in patria: «Ti ho trovato un impiego là dove lavora tuo fratello», dunque al cimitero dato che il fratello è morto e sepolto; altra espressione : «tuo fratello ha traslocato, ora è in pensione in un albergo di via dell'Enteca» cioè è in carcere in quanto nella via non ci sono alberghi ma si trova il Carcere Modelo. Altre possibilità di rompere l'isolamento furono le telefonate o i telegrammi con i parenti che si trovavano all'interno della Francia.[20]

 

L’Indépendant quotidiano di Perpignan fu autorizzato dal 15 febbraio a pubblicare una rubrica d’annunci gratuiti di ricerca di persone sotto il titolo: Donde estàn ùstedes?. Vennero pubblicati migliaia di nomi e recapiti, così da permettere ad un gran numero di rifugiati di ritrovare i loro famigliari o amici persi nei giorni dell'esodo. Il 19 febbraio la rubrica occupava tre quarti di pagina, il 28 dello stesso mese due pagine complete. Gli ultimi annunci vennero pubblicati il 5 aprile, infatti, dal giorno dopo il servizio di ricerca e ricongiungimento fu affidato al Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra.[21]

Altra iniziativa lodevole fu l'autorizzazione, anche se in forma sporadica e selezionata, concessa ai parenti di visitare gli internati. Nel frattempo migliorarono anche le possibilità finanziarie grazie all'intervento sia del governo repubblicano in esilio che stanziò a loro favore parte dei fondi trasferiti durante la fuga, sia, come già in precedenza accennato, delle organizzazioni più diverse: sindacali, politiche e religiose, francesi ed estere, nonché di privati cittadini. Tra i più attivi vi furono i Quaccheri inglesi che inviarono vitto e vestiario, ma anche medicine e materiale medico-chirurgico, apparecchi ortopedici per i mutilati...

 

Consistenti aiuti vennero dagli Stati Uniti, dove durante la guerra avevano operato l’

-          American Committee to Aid Spanish Democracy e

-          American Medical Bureau to Aid Spanish Democracy,

da cui, per iniziativa dei veterani della Abraham Lincoln Brigade, sorse il

-          Joint Anti-Fascist Refugee Committe.

Organizzazione che funzionò per molti anni e raccolse centinaia di migliaia di dollari, fornendo viveri, indumenti, medicinali ai profughi internati nei campi francesi, nonostante le difficoltà create dalle autorità governative americane. Con parte del denaro raccolto, a Città del Messico, fu costruito ed attrezzato per curare i rifugiati spagnoli l’Ospedale Edward Barsky, dal nome del medico americano responsabile di tutti gli ospedali delle Brigate Internazionali in Spagna. Il personale dell’ospedale era composto per lo più da rifugiati.

Si costituirono dei comitati internazionali d’orientamento sociopolitico differente:

-          Comitato di coordinamento e d'informazione per l'aiuto alla Spagna repubblicana, C.I.C.I.A.E.R..

-          Centrale di sanità internazionale che aprì a Parigi la Maison des Blessés per gli Internazionali,

sorti il 19 dicembre 1938 per iniziativa di Georges Bonnet e di cui facevano parte tra gli altri le maggiori personalità religiose di Parigi e uomini di cultura come François Mauriac,

-          Comitato per l'aiuto ai rifugiati spagnoli C.I.P.A.R.E. d’orientamento di sinistra,

-          Comitato di Perpignan per gli internati del P.O.U.M.,

-          Solidaridad internacional antifascista - S. I. A., creato dalla C.N.T. - F.A.I.[22]

 

Oltre alle modeste elargizioni ottenute da questi enti, gli internati ricavarono un po’ di denaro costruendo piccoli oggetti, come modelli d’aerei o di navi, che amici francesi vendevano all'esterno, il che permetteva loro soprattutto l'acquisto di verdure fresche dai contadini locali per integrare la razione giornaliera di vitto che n’era carente. Esisteva al di fuori dei campi un mercato delle merci più diverse (bevande, carta da lettere, penne, sapone, rasoi, ....) tollerato dietro compenso dalle guardie, dove negozianti senza scrupoli vendevano a prezzi maggiorati. Altri che si approfittarono della situazione furono dei trafficanti che, specie nei primi tempi, si aggirarono nei pressi dei campi per acquistare a basso prezzo qualsiasi oggetto di valore che i rifugiati fossero riusciti a salvare dalla cupidigia delle guardie. Vi erano poi proprietari agricoli della zona che ingaggiavano i più validi con salari di fame effettuandone la scelta come ad un mercato degli schiavi con l'ispezione dei denti, degli occhi, dei muscoli e delle mani. L'amministrazione francese, mentre i campi necessitavano di carne fresca, mise in vendita a basso prezzo tutto il bestiame (circa 10.000 animali: cavalli, muli, mucche e pecore) che i profughi si erano trascinato dietro nella fuga.[23]

 

V I

 

VITA QUOTIDIANA NEI CAMPI

 

 

 

 

Yo, fui, yo fui, yo era

al principio del Quinto Regimento.

Pensaba en ti, Lolita,

mirando los tejados de Madrid.

Pero ahora....

Este viento,

esta arena en los ojos,

Argelès! Saint Cyprien!

 

Rafael Alberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'UNIVERSITA' DELLA SABBIA

 

 

La costruzione delle baracche e la parziale autonomia diedero nuovo spirito ai rifugiati che, specie nei campi non disciplinari, si organizzarono per dare alle comunità una qualche forma di vita sociale. Vennero dati nomi alle strade che nostalgicamente ricordavano la patria abbandonata, vi erano: via della Libertà, La Puerta del Sol, le Ramblas........ Nacque un mercato, il Barrio Chino, dove si potevano comprare indumenti, scarpe, orologi, occhiali, sigarette, .... esisteva un'osteria dove si poteva bere un bicchiere di vino e mangiare un'insalata di verdura.

Al campo civil funzionava in forma molto discreta un bordello la Casa de la Sevillana, dove cinque prostitute coinvolte nell'esodo avevano ripreso la vecchia professione. Un incontro costava 10 franchi o un milione di pesetas, che non avevano più corso legale [1].

Con la sveglia delle sette, il campo si animava; dopo la colazione iniziavano le varie corvè cui gli internati erano comandati o in base alla loro specifica preparazione professionale o quelle che tutti, a turno, dovevano disimpegnare. Dopo aver bevuto una bevanda calda, pomposamente chiamata caffè, servita da due internati, il gruppo comandato alla pulizia dei servizi igienici si avviava all'ingrato incarico. Iniziava quindi il lavoro degli addetti alla cucina che andavano a ritirare le provviste fresche ed il pane, quindi preparavano il pranzo. Questo servito a mezzogiorno, comprendeva di solito minestra, carne e verdure bollite, mentre la cena, servita alle sei, era costituita da merluzzo, semola e marmellata. Ognuno aveva diritto a 300 grammi di pane e un quarto di vino ogni due giorni, se lavorava la razione riceveva un'integrazione di pane e carne. L'alimentazione dei bambini era arricchita da latte fornito in parte dall’intendenza e in parte dalle associazioni umanitarie. Durante la giornata quelli che non avevano incarichi specifici disimpegnavano incombenze personali, come dare aria alla paglia dei giacigli, lavare la biancheria, andare dal barbiere, scrivere una lettera, ecc. Degli altoparlanti diffondevano tutto il giorno programmi musicali, dove predominavano tanghi, passi doppi e sardane, interrotti da comunicati diversi destinati a coloro che attendevano una visita o che avevano qualche faccenda da definire con l'amministrazione. Alle 11 e 30 e alle 17 e 30 veniva dato in castigliano e in catalano un riassunto delle notizie sulla situazione in Spagna e sugli avvenimenti internazionali[2].

 

Ma dove la volontà degli internati di tornare alla vita dimostrò tutta la sua forza fu nell'organizzazione culturale e ricreativa. Prendendo spunto da una circolare del Ministero dell'Interno del 5 maggio 1939 che dava istruzioni ai prefetti affinché venissero istituiti dei corsi di lingua francese sia per i bambini sia per gli adulti i numerosi intellettuali s’impegnarono per istituire dei corsi d’istruzione in diverse materie che, nonostante la precarietà dei mezzi a disposizione, ebbero molto successo. Infatti, nel giugno circa l'80% degli internati seguivano gli insegnamenti di quest’ Università della sabbia, che oltre a saziare una fame di cultura, serviva a rompere l'isolamento e a dare uno scopo alla giornata e a prepararli al tempo in cui sarebbero tornati liberi. La scolarizzazione dei bambini e l'alfabetizzazione di un forte numero d’adulti fu senz'altro la preoccupazione maggiore dei rifugiati.[3]

 

Nel sopracitato Barbelés à Argelès et autour d'autres camps, Francisco Pons, raccontò tra le altre vicissitudini, i sotterfugi cui era ricorso per riuscire ad ottenere dal colonnello francese, comandante del campo, l'autorizzazione ai corsi scolastici e all'apertura di una biblioteca. L'autorità militare temeva che queste attività nascondessero fini politici, che cioè i rifugiati se ne servissero per azioni di proselitismo, da cui potevano nascere, date le diversità d’orientamento ideologico, problemi d’ordine pubblico. Nella domanda egli fece anzitutto presente che esistevano nel campo un numero sufficiente d’insegnanti e che il materiale come banchi, lavagne e materiale didattico sarebbe stato fornito gratuitamente dai Quaccheri e che pertanto era sufficiente la sua autorizzazione a destinare alcune baracche all'incombenza, suggerendo che fossero abbastanza vicine al campo civil affinché i bambini potessero facilmente raggiungerle. Puntò inoltre sul prestigio che ne sarebbe derivato all'amministrazione del campo e quindi al comandante, queste argomentazioni e l'interessamento dei Quaccheri fecero sì che il responsabile accogliesse la richiesta ordinando la costruzione di cinque nuove baracche di cui una da destinare all'istituenda biblioteca, i cui libri furono offerti dalle diverse organizzazioni di sostegno [4].

 

Professori, istitutori, artisti, persone di cultura, artigiani organizzarono in ogni campo quello che ad Argelès fu denominato Centro Educazione e Lavoro. Esso era totalmente gestito dagli Spagnoli che supplirono alla mancanza di materiale pedagogico con l'immaginazione e l'entusiasmo. Qui ogni giorno, cinquecento bambini, in gruppi di cinquanta, venivano dal campo civil accompagnati all’Università dalle guardie mobili. Bambini ed adulti imparavano lo spagnolo, il francese, la storia, le scienze naturali, il disegno, la ginnastica, ma anche lavori manuali e tecniche artigianali. Da un documento amministrativo del giugno si possono rilevare le varie discipline insegnate e i servizi disimpegnati dal Centro.

 

Responsabili spagnoli del centro e laboratori collegati:

 

-          Corrales - assistente J. Saderra - organizzazione generale: corvès, cucina, intendenza, infermeria, cantina.

-          Saderra, - interprete del centro, amministrazione, servizio postale.

-          San Juan - scuole tecniche, cultura generale, matematica, storia, scienze naturali, lingue, biblioteca.

-          Mirabel, assistente P. Valiente - scuole pratiche, meccanici, falegnami, decoratori, sarti, calzolai, orologiai, parrucchieri, riparazione di biciclette, coltura degli orti, cura delle strade, stampatori,

-          Valiente, assistente U. Izquierdo - belle arti, paesaggistica, ebanisteria artistica, disegno, modellistica, composizioni decorative, incisione.

-          Vaello - cultura fisica, nuoto, boxe, ginnastica, calcio, rugby e altri sport.

 

 

V° L'Ispettore Capo Il Responsabile del Centro

Cheimol firma illeggibile [5]

 

 

Delle attività culturali svolte vennero redatti dei bollettini, ad esempio quello del 17 aprile 1939 n. 2 informava che fino allora nel campo d’Argelès erano state effettuate:

 

-          n. 99 conferenze su argomenti diversi,

-          n. 26 corsi di lingua francese a n. 320 allievi,

-          n. 5 corsi d’alfabetizzazione,

-          n. 28 incontri di calcio, rugby, pallavolo,

-          n. 7 festival, il più importante quello del 14 aprile, anniversario della Repubblica spagnola,

-          lettura e commento giornaliero dei quotidiani.

 

Nel mese di giugno tali attività si erano moltiplicate il bollettino riepilogativo segnalò:

 

Materia corsi n. allievi

 

-          Francese 231 390

-          Alfabetizzazione 675 5.400

-          Semi analfabeti 519 6.660

-          Cultura generale 450 8.340

-          Matematica 315 1.350

-          Grammatica 315 1.350

-          Geografia 315 1.360

-          Conferenze 325 1.630

 

 

Incontri sportivi

 

-          football 250

-          pallacanestro 60

-          rugby 30

-          boxe 22

-          lotta 8

-          ginnastica 25

-          atletica 4 (velocità, fondo, salti, lanci)

 

Attività culturali

 

-          pubblicazioni,

-          lettura di poesie,

-          esposizione di disegni

 

In calce i bollettini segnalarono che i Quaccheri inglesi avevano fatto pervenire al Centro 8.000 quaderni, 6.000 penne e 6.000 matite, libri di scuola e di lettura diversi.

 

In ogni baracca veniva esposto il piano di studio:

 

-          al mattino

 

-          ore 8/10 analfabeti,

-          ore 10/11 cultura generale, grammatica, matematica, geografia, storia,

-          ore 11/13 biblioteca e lettura giornali,

 

-          al pomeriggio

 

-          ore 14/15 francese elementare,

-          ore 15/16 francese superiore

-          ore 17/19 conferenze, dibattiti e corsi integrativi per i lavoratori impegnati in lavori esterni o interni [6].

Anello Poma, giovane volontario della Brigata Garibaldi internato nel campo di Gurs, ricorda in Antifascisti piemontesi e valdostani nella guerra di Spagna” edito dall’A.I.C.V.A.S., la sua esperienza:

«La vita – per così dire culturale – nel campo iniziava il mattino con la lettura del giornale. Nella mia baracca toccò a me quest’incarico della lettura ad alta voce del quotidiano. Pur non essendomi ancora impadronito sufficientemente della lingua francese, la traduzione in italiano mi riusciva abbastanza facile. Si finiva poi la sera, con la lettura, sempre collettiva, di un qualche romanzo a sfondo sociale, e toccava ancora al sottoscritto adempiere a quell’incarico. Ricordo, che, a confermarmi in quella mansione, contribuì forse un poco la mia dizione abbastanza corretta, ma ancora più la mia risata contagiosa. Mi poteva capitare, nel corso della lettura, d’imbattermi in qualche brano umoristico, e io, anziché attendere di unirmi alla risata generale, la provocavo: avevo colto con un’occhiata il seguito del discorso e, prorompevo in una risata fragorosa che trascinava anche gli altri; avevo allora 25 anni.

Trascorrevamo nello studio collettivo o nella lettura individuale il tempo che divideva la lettura mattutina da quella serale: il lavoro collettivo era compiuto su testi di studio, quello individuale su libri che le ricche letterature francese e russa ci fornivano. Ricevevamo gli uni e gli altri dagli emigrati italiani residenti in Francia, in Svizzera o in Belgio. I testi di studio erano gli articoli di Stato Operaio, le opere di Lenin che erano in circolazione e, tradotti in francese, alcuni libri d’economia politica, tra i quali ricordo il Précis d’economie politique di Leontiev, fino alla Storia del Partito comunista bolscevico dell’U.R.S.S. uscita allora. Non ultimo era lo studio delle lingue, soprattutto il francese, e poi d’altre materie quali la matematica, quest’ultima ce la insegnava un valente professore albanese».

 

Una delle realizzazioni di cui gli intellettuali si cimentarono con maggior entusiasmo fu la pubblicazione di giornali, scritti e stampati dagli stessi internati. Il primo di questi, era stato pubblicato ad Argelès sotto il titolo di Tredici perché era stato redatto e scritto a mano in lingua catalana da tredici persone e diffuso in altrettante copie. Gli articoli trattavano fatti della vita del campo, della guerra, ma parlavano anche di Paul Valery e di Jean Giono. Altre pubblicazioni, sovente effimere, come La voz de los Españoles del campo di Saint Cyprien, apparvero, testimoniando quest’effervescenza giornalistica, ebbero per argomento le condizioni di vita degli internati, poi scomparvero. Un periodico manoscritto, Rossellòn pubblicò dei poemi, dei saggi e dei disegni di rifugiati che vivevano nel Castello di Valmy, presso Argelès. La rivista del Roussillon in lingua catalana Terra Nostra pubblicò poemi dei rifugiati, come Exili di J. M. Musteros scritto a Perpignan nell'aprile 1939 - dedicato ai catalani della Catalogna del Nord - o Enyoranca di R. Dalmau y Ferrer scritto al campo di Le Barcarès nel maggio.

 

Le attività culturali furono stimolo ad altre iniziative quali la costituzione d’orchestrine, compagnie di teatro, squadre di calcio. Al campo d’Agde, i Catalani formarono una corale diretta dal tenore Aropesa e organizzarono recite trasmesse dalla radio del campo; dei giovani ripresero la tradizione dei Xiquets de Valls - piramidi umane, ogni sabato si svolgevano incontri di boxe o più frequentemente partite di calcio, dove ciascuno difendeva i colori del proprio ilot. Internato ad Agde con altri 20.000 catalani, Henri Tarradellas ricordava il risultato dell'incontro di calcio che opponeva la nazionale dei rifugiati alla squadra dei guardiani del campo: 2 a 2.

 

In queste comunità rinacque lo spirito della festa e della spensieratezza goliardica.

Al campo di Le Barcarès si festeggiò il 14 luglio. Ogni gruppo costruì un gran castello di sabbia. «Avevamo fatto molte Bastiglie e busti di personaggi celebri, tra gli altri uno di Franco a grandezza naturale su cui qualcuno aveva versato una specie di sciroppo fabbricato con zucchero. Un'ora dopo, Franco era coperto di mosche», ricordò Manolo Valiente. [7]

 

I rifugiati scolpirono, disegnarono, scrissero....

Un Palais de l'exposition fu inaugurato a Le Barcarès il 14 maggio 1939, fece seguito ad Argelès un Salon des Beaux Arts e Saint Cyprien non tardò ad aprire una sua baracca/galleria. Manifestazioni alle quali la stampa locale diede rilevanza e che furono occasioni di contatti con la popolazione francese. Le opere esposte erano generalmente pitture ad olio, acquerelli, disegni che rappresentavano scene di vita quotidiana dei campi d’internamento, ritratti, caricature, paesaggi marini, ..... Gli scultori - con tecniche d’espressione che si rapportavano sia all'arte figurativa sia all'avanguardia - realizzarono le loro opere con i materiali più vari, come sapone, legno recuperato in mare e ogni sorta di scarti (latte di conserva - cartoni - conchiglie - e perfino fil di ferro dei reticolati). Altri fecero lavori d’ebanisteria, dei modellini di navi o d’aerei.

Tutto un tesoro d'arte popolare, naif, fantasiosa e spontanea. Diverse di queste opere sono tuttora conservate nei piccoli musei dei paesi ove sorsero i campi.

Esposizioni d’artisti di professione furono organizzate nelle città dell'interno. Il 6 maggio, a Perpignan, la Galerie Vivante presentò le opere di Fernando Callico, soprannominato le fils d'Ingres (massimo esponente della pittura neoclassica francese - 1780/1867) e subito dopo quelle d’Antoni Clavè. Il Musée du Travail di Montpellier organizzò dall'8 al 15 luglio 1939 una mostra di trenta opere di tre giovani pittori catalani spagnoli: Roser Bru, Jaume Piques e Alexandre Cirici. Il vernissage fu l'occasione di una manifestazione di solidarietà ai rifugiati alla quale partecipano M.me Yves Blanc Azéma, assistente del sindaco di Montpellier, Camille Descossy, direttore della Scuola di Belle Arti, lo storico Rovira y Virgili e il deputato socialista di Prades, Joseph Rous.

 

Non tutti però erano d'accordo. Le manifestazioni diedero il pretesto ad una ripresa della campagna xenofoba. Fedele alla sua impostazione ipernazionalista la rivista Somatent scrisse: «Mentre da più parti si segnala che molti artisti francesi sono ridotti in miseria, degli sconosciuti pittori spagnoli, ospitati nei campi di internamento, hanno venduto diversi quadri e ottenuto ulteriori ordini per altre opere. Un pittore specializzato nel dipingere ritratti di bambini avrebbe guadagnato una cifra spropositata, ben oltre 100.000 franchi. E' intollerabile che degli artisti stranieri vengano a rubare il pane ai francesi, ma è ancora più intollerabile che questi artisti siano protetti dalle autorità della città. Noi chiediamo a tutti i giornali di questo dipartimento e in particolare al Roussillon, a La Démocratie e al Flambeau du Midi di prendere le difese degli artisti francesi e di dare il dovuto spazio alla nostra campagna:

«Il pane di Francia per i lavoratori francesi».[8]

 

 

LA POLITICA NEI CAMPI

 

 

Nel primo periodo dell'internamento le penose condizioni di vita non incoraggiarono certo le discussioni tra i rifugiati, così come, una volta superata l'emergenza, si cercò di non generare attriti con l'amministrazione francese. Ogni gruppo politico organizzava propri dibattiti e gli oppositori, se partecipavano, evitavano ogni comportamento ostile che avrebbe potuto degenerare in rissa e giustificare l'intervento dei gendarmi. Favoriva questo comportamento il fatto che, all'atto della suddivisione per baracche, ognuno aveva cercato di restare con i propri compagni di idea e di nazione di provenienza. Erano rappresentate tutte le numerose espressioni della sinistra: comunista, anarchica, trotzkista e socialista nonché altre ideologie antifasciste quali i repubblicani ed i giellisti tra gli italiani. In principio vi fu molta solidarietà, al di sopra d’ogni appartenenza politica o nazionale, per alleviare per quanto possibili tante sofferenze sia fisiche sia morali. Si assistettero i malati, si medicarono i feriti, talvolta si coprì un'evasione. Nessuno vide o sentì. L'omertà giunse a coprire anche alcuni regolamenti di conto in cui qualcuno pagò per fatti accaduti in Spagna. In questi casi neppure l'autorità brillò per diligenza o scrupolosità, le inchieste furono rapidamente archiviate. Meglio non indagare sulle ragioni di una morte, sia dovuta a vendetta o a disperazione.

 

Quando l'organizzazione dei campi uscì dallo stato embrionale e i francesi demandarono ai rifugiati parte dei servizi d’intendenza, di trasporto, d’infermeria, ecc., le diverse fazioni tentarono di imporre quale capo uno dei loro sia in ogni baracca sia d’ogni ilot, così da riuscire a controllare gli incarichi più importanti. Il controllo delle mansioni permetteva d’avere regolari contatti con l'esterno per ottenere informazioni, istruzioni, giornali e di acquisire una posizione preminente nei confronti di tutti gli internati, anche di quanti la pensavano diversamente.

Per ottenere tale scopo, in alcuni casi, furono stilate delle vere e proprie liste di proscrizione degli avversari indesiderabili, che consegnate alle autorità, determinarono il loro trasferimento al forte di Collioure o al campo di Le Vernet d'Ariège.

 

Su pubblicazioni d’orientamento libertario furono evidenziati alcuni casi che coinvolgevano naturalmente i comunisti, di regola denominati stalinisti. Ad Argelès, ad esempio, dove gli italiani erano appena il 10% degli internati, uno di loro, Ghini o Chedini, (soprannominato Atasi), cui era imputata l'uccisione di diversi suoi connazionali anarchici in Spagna, tentò di imporsi ai non spagnoli predisponendo una lista d’avversari politici da consegnare alle autorità francesi. In tal modo cercava di far allontanare quanti avrebbero potuto opporsi al controllo del campo da parte degli stalinisti. Incidenti si ebbero al campo di Gurs, dove i comunisti erano riusciti ad assicurarsi tutti gli incarichi, sostituendo tra l'altro come responsabile di una baracca un anarchico tedesco comandante della Colonna Ascaso. Davanti a tale sopruso gli internati che protestarono videro le loro razioni di cibo ridotte per tre giorni, finche non intervenne il comandante francese del campo a sistemare la diatriba. Nel primo numero di una pubblicazione edita dagli internati libertari Boletín de los antifascistas descontentos de los campos internacionales fu pubblicata l'esperienza di due portoghesi non comunisti. L'Amministrazione francese aveva segnalato per la quinta volta in due mesi a Damaso Guerriero Rafael che egli poteva lasciare il campo in quanto la sua domanda al riguardo era stata accolta, ma gli stalinisti, addetti al servizio, insabbiarono la comunicazione continuando a sostenere che egli era evaso da tempo, cosicché le autorità di polizia emisero un ordine di cattura nei suoi confronti. Aureliano José Dos Santos richiese un permesso per assistere la moglie che stava per partorire ed inviò tutta la documentazione richiesta tramite, il capo baracca comunista, ma questa non pervenne mai agli uffici preposti. Alle sollecitazioni dell'interessato il responsabile rispose che l'autorizzazione non era stata concessa senza specificare le motivazioni del rifiuto, messo alle strette affermò poi che i documenti si erano persi. Qualche giorno più tardi il Dos Santos ricevette un telegramma della moglie che si lamentava di non aver ricevuto risposta alle sue numerose lettere. Anche in questi casi le situazioni furono risolte con l'intervento dei francesi.

 

Ad un certo punto gli internati si resero conto che la posta non perveniva giornalmente ai destinatari o mostrava evidenti segni di censura.

I giornali erano ugualmente intercettati: La España expatriada, il bollettino La solidaridad democratica, l’ Avanti, la Giovine Italia, Il Libertario, che Giovanna Berneri, moglie dell'intellettuale anarchico ucciso dai comunisti a Barcellona nel maggio 1937, inviava regolarmente ai compagni di fede politica, ....

Da indagini fatte risultò che la posta ed i giornali, regolarmente trasmessi dall'ufficio delle Poste dell'amministrazione centrale, erano trattenuti per due o tre ore prima di essere distribuiti al fine di far sparire tutte le lettere sospette e la stampa non comunista.

Attraverso la stampa del campo, Voz de los Españoles (comunista) e Buletín de los antifascistas descontentos..... (anarchico) ripresero le vecchie diatribe ideologiche, che li avevano divisi in Spagna quando la parola d'ordine dei primi era «vincere la guerra per fare la rivoluzione» mentre per i secondi si doveva «fare la rivoluzione per vincere la guerra».

 

Per i comunisti, «l'unità della Catalogna si sarebbe potuta fare dopo aver liquidato i sabotatori anarchici e i traditori trotzkisti, alleati del rinnegato Franco». Essi accusavano, infatti, gli anarchici di aver appoggiato il colpo di stato del colonnello Casado, che determinò nel marzo 1939, la sconfitta totale della Repubblica. Sostenevano che se la guerra fosse continuata fino al 1° settembre, inizio della Seconda Guerra Mondiale, tedeschi ed italiani avrebbero ritirato le loro unità militari e la Francia avrebbe consentito il traferimento degli ingenti quantitativi d’armi provenienti dall’Unione Sovietica, bloccati alla frontiera franco-spagnola, nonché l’autorizzazione a raggiungere il territorio repubblicano alle decine di migliaia di soldati spagnoli internati, desiderosi di continuare a combattere.

Gli anarchici, da parte loro, ricordarono che nessun capo comunista era morto combattendo, che i comunisti avevano commesso delle atrocità in Spagna (Barcellona e distruzione delle collettività agricole in Aragona e Castiglia), e che l'unità proposta non sarebbe mai stata possibile perché era: «un’unità irreale, settaria, soggetta alle convenienze e all'egemonia del P.C.E. a detrimento dei sentimenti e degli ideali dei lavoratori che desideravano l'emancipazione della loro classe, senza distinzione di credo....».

Di fronte alle critiche i comunisti lanciarono un appello all'unità politica del Frente Popular e denunciarono la presenza nei campi di franchisti ed agenti dell’O.V.R.A[5].

Ma la tattica tendente ad arginare il movimento di contestazione fallì. Al contrario, il settarismo e gli abusi di potere dei comunisti rinforzarono la determinazione degli altri gruppi che, mettendo a tacere le loro divergenze interne, si coalizzarono tra loro.

Tra gli altri, i socialisti rammentando che l'unione presupponeva sincerità, correttezza e soprattutto libertà di discussione; visti i precedenti, risposero: «no creemos».

 

Il 7 luglio 1939, centocinquanta internati italiani, portoghesi e tedeschi, di diverse tendenze politiche, stanchi delle vessazioni degli stalinisti, presentarono domanda al comandante del campo per essere separati da questi ultimi. Per calmare gli animi, fu loro offerto il controllo della mensa e della posta, ma nel frattempo furono minacciati di far loro perdere l'assistenza d’organizzazioni, quali il C.I.C.I.A.E.R., il Centro sanitario internazionale o l'Associazione dei volontari. Ma i centocinquanta, sostenuti dalla maggioranza dei rifugiati, rifiutarono di cedere al ricatto. Il 6 agosto l’ Avanti titolò: «Nel campo di Gurs i volontari internazionali della guerra di Spagna si sono ribellati in massa contro la tirannia dei funzionari di Mosca». Dopo essere venuti alle mani, i comunisti capitolarono e gli altri ottennero soddisfazione [9].

 

Qualche giorno più tardi, il 23 agosto 1939, la situazione precipitò: Stalin aveva firmato il patto di non aggressione con Hitler, e le polemiche si fecero accese.

I comunisti tentarono di spiegare: «che i popoli non hanno gli stessi interessi dei produttori d’armi e dei capitalisti che si arricchiscono con le guerre, essi vogliono la pace, come l’U.R.S.S. che, oggi, n’è divenuta il campione». Il messaggio ebbe difficoltà ad essere compreso e le discussioni spesso sfociarono in pugilati. Vi furono comunisti che strapparono la tessera del partito. Il patto fece nascere nei francesi l'ossessione della Quinta colonna il che comportò il trasferimento di molti esponenti comunisti ai campi di disciplina in particolare al Campo di Le Vernet d'Ariège, che teoricamente evacuato al 22 settembre 1939, riprese la sua attività. I trecentottantacinque internati superstiti diventarono novecentoquindici il 13 ottobre, millesettecentoventicinque il 1° dicembre e duemila nel febbraio 1940. Erano in prevalenza spagnoli, ma anche tedeschi ed austriaci, nonché militanti d’altre nazionalità esuli in Francia o volontari delle Brigate Internazionali. Le donne politicamente impegnate nel partito furono internate al campo di Rieucros. L'invasione dell’U.R.S.S. da parte delle forze tedesche e la partecipazione attiva dei comunisti alla Resistenza avrebbe stemperato le polemiche.[10]

 

Vibranti erano le discussioni tra gli stessi anarchici, che costituivano la maggioranza degli internati, tese ad una rivisitazione della rivoluzione libertaria del 1936/1939.

La disputa era alimentata dalle due diverse visioni della strategia propugnata dagli anarchici in quegli anni, cioè tra quelli che sostennero necessaria la collaborazione con lo Stato (cosiddetti trientistas) e gli idealisti. Le critiche riguardarono principalmente:

-          il sostegno elettorale al Frente Popular nelle votazioni del 16 febbraio 1936,

-          la partecipazione al Governo della Repubblica (spagnola e catalana),

-          l'accorpamento delle milizie popolari nel ricostituito esercito repubblicano,

- le tragiche giornate di maggio a Barcellona e dell'estate in Aragona e Castiglia.

 

La partecipazione alle elezioni degli anarchici fu decisiva, secondo Gerald Brenan, infatti, le sinistre ottennero oltre un milione di voti in più rispetto al 1933, quando la propaganda astensionista era stata viva e intensa per culminare nella grand’assemblea di Barcellona dove gli oratori, tra cui Durruti, lanciarono la parola d'ordine: «Mai alle urne, rivoluzione sociale!».

Un'uguale decisione fu adottata nel gennaio del 1936 dal Comitato regionale della C.N.T. della Catalogna, ma poi nella realtà la campagna antielettorale fu talmente blanda: tanto valeva dire di votare. Per giustificare tale atteggiamento si spiegò che si era derogato dalle disposizioni dell'Assemblea e dai principi fondamentali del Confederazione per allontanare il pericolo di un nuovo governo delle destre e per ottenere la liberazione di 33.000 prigionieri politici, vittime della selvaggia repressione che era seguita alla rivolta delle Asturie nell'ottobre 1934.[11]

 

Le critiche, pur valutando corretta da un punto di vista umano la liberazione dei prigionieri, tuttavia mettevano in luce che la situazione avrebbe dovuto essere più attentamente valutata. Infatti nonostante la vittoria dei partiti di sinistra, il potere reale era rimasto in mano dei capitalisti, della Chiesa e della casta militare. Inoltre aveva attivato quest'ultima nel preparare il golpe, che era stato solo in parte fermato grazie al sacrificio delle classi lavoratrici.

 

Al contrario la vittoria della destra, quasi certa se gli anarchici fossero stati compatti nel non votare, avrebbe comportato la fine della cospirazione militare e messo al potere un governo debole come il precedente, creando così i presupposti per una situazione rivoluzionaria dal punto di vista libertario. Dimenticando però la tragica esperienza delle Asturie.

 

Per quanto riguarda la partecipazione diretta al governo prima della Catalogna e poi della Repubblica i giudizi erano nettamente discordi. I puri erano allineati sulle posizioni del padre di Federica Montseny, al quale prima di assumere la carica di Ministro della Sanità a Madrid la figlia si era rivolta per un parere. Egli affermò che la collaborazione avrebbe comportato: «la liquidazione dell'anarchismo e della C.N.T. Una volta installati al governo voi non vi libererete più del Potere....».[12]

Al contrario i favorevoli alla collaborazione dicevano di aver interpretato il pensiero del mitico Durruti, che poco prima di morire nella difesa di Madrid, nel novembre del 1936 aveva affermato: «rinunciamo a tutto salvo che alla vittoria».[13]

Tale interpretazione faceva intendere che egli era pronto a rinunciare agli obiettivi rivoluzionari per una vittoria ad ogni costo su Franco.

I primi contestavano tale interpretazione rifacendosi ai concetti espressi dallo stesso Durruti in un'intervista concessa al Montreal Star di Toronto d’alcuni mesi prima:

«Io non mi aspetto niente da nessun governo al mondo, neppure dal nostro».

«Vi troverete su un mucchio di macerie, se vincerete» disse il giornalista.

Durruti rispose: «Noi siamo sempre vissuti nei tuguri e nelle caverne. Sapremo come adattarci, per un certo tempo. Noi sappiamo anche costruire. Siamo stati noi a costruire i palazzi e le città qui in Spagna, in America e dappertutto. Noi lavoratori potremo costruire città nuove, e migliori. Le rovine non ci spaventano minimamente. Noi erediteremo la terra. La borghesia distrugga pure il suo mondo prima di uscire dalla scena della storia, ma noi portiamo un nuovo mondo nei nostri cuori». Non erano certo le parole di un anarchico convertito alla collaborazione.[14]

 

L’intellettuale libertario italiano Camillo Berneri, poco prima di essere ucciso nei tragici fatti di Barcellona, sosteneva che gli anarchici non dovevano puntare al governo ma sul movimento proletario, costituire un esercito efficiente di tipo rivoluzionario, difendere le collettivizzazioni ma senza massimalismi, risparmiando ad esempio la piccola borghesia:

«Il dilemma guerra o rivoluzione non ha più senso. Il dilemma è uno solo: o la vittoria su Franco mediante la guerra rivoluzionaria, o la sconfitta».[15]

 

La terza questione riguardava la militarizzazione delle milizie di partito in pratica la loro trasformazione in un esercito regolare. Erano state queste truppe disorganizzate che avevano contrastato la ribellione nelle grandi città e avevano retto il primo urto dell'esercito ribelle. George Orwell descrisse in Omaggio alla Catalogna le caratteristiche di questi suoi compagni d'arme: «Il punto essenziale del sistema era l'uguaglianza sociale tra ufficiali e uomini di truppa. Tutto, dal generale all'ultima recluta, percepivano la stessa paga, mangiavano lo stesso rancio, indossavano gli stessi panni. Se volevate dare una manata sulle spalle al generale che comandava la divisione e chiedergli una sigaretta, potevate farlo, nessuno trovava niente da ridire. Teoricamente ogni milizia era una democrazia e non una gerarchia. Era stabilito che agli ordini si doveva ubbidire, ma era anche stabilito che quando si dava un comando si dava ad un compagno e non da superiore ad inferiore. C'erano ufficiali e sottufficiali, ma niente titoli, galloni, distintivi, battere di tacchi, saluti militari. Era una specie di società senza classi. Ammetto che in un primo tempo lo stato di cose che trovai al fronte mi fece inorridire, ma io avevo idee da esercito britannico. In seguito capii che in un esercito proletario la disciplina è teoricamente volontaria, si base sulla lealtà di classe, mentre la disciplina di un esercito borghese è in definitiva basata sulla paura».[16]

Era questa caratteristica che gli anarchici temevano di perdere - di diventare dei borghesi - nel venire inquadrati in un esercito regolare. Ancora una volta le ragioni pratiche di collaborazione venivano ad urtare contro i principi dell'anarchismo nettamente contrari ad ogni forma d’autoritarismo. Orwell che aveva servito per cinque anni nell’Indian Imperial Police in Birmania tutto ciò sembrava «bizzarro e commovente. C’erano molte cose che non comprendevo, in un certo senso ciò non mi piaceva, ma riconobbi nella situazione immediatamente uno stato di cose per il quale valeva la pena di battersi».

 

Più lacerante era l'analisi delle già citate tragiche giornate del maggio 1937 e della fine del programma di collettivizzazione per l'intervento delle truppe del Governo repubblicano.

S’imputava ai capi il mancato intervento delle tre divisioni anarchiche, (la 25ª, la 26ª e la 28ª) che erano dislocate al fronte, mentre Lister con la sua 11ª [P2] Divisione appoggiata dalla 27ª comunista e dalla 30ª catalana metteva a ferro e fuoco l'Aragona, imitato nella Castiglia dal Campesino.[17]

 

Ma tutto era messo in discussione anche la violenza che sembrava essere una delle basi del movimento anarchico e che nei primi tempi della cosiddetta rivoluzione libertaria era stata largamente messa in atto. Ora si affermava rifacendosi alle Opinioni del Congresso di Saragozza del maggio 1936 che: «Il comunismo libertario è incompatibile con qualsiasi regime di correzione ed esso implica la scomparsa dell'attuale sistema di giustizia e, di conseguenza, degli strumenti di punizione (prigioni, confino, ecc..). La violenza non è un'arma di difesa contro Franco, essa diventa un'arma di vendetta (esecuzione dei prigionieri fascisti), d'intimidazione (fucilazioni pubbliche dei disertori), di minaccia preventiva (pena di morte per i ladri). Un anarchico non può giustificare l'uccisione di un uomo disarmato, quale che sia il suo delitto. A chi domanda: Dovremmo dunque risparmiare la vita a chi è responsabile del massacro di centinaia di nostri compagni? C'è chi risponde si; se è uno dei mezzi per cambiare la società. Si pensi a qualcosa di più reale, di più positivo e di più rivoluzionario del resistere alla violenza, piuttosto che il parteciparvi. E' più umano e più rivoluzionario difendere il diritto alla vita di un fascista piuttosto che appoggiare il Tribunale che ha il potere legale di fucilarlo, è meglio parlare alla gente essendo in mezzo a loro piuttosto che dai banchi di un governo, è più facile influenzare gli spiriti con la discussione piuttosto che modellarli con la coercizione».

 

Infine più importante di tutto è la questione della dignità umana e del rispetto di sé e dei propri simili. Vi sono cose che nessuno può fare senza cessare di essere un uomo. Vale per questi l'insegnamento di un vecchio anarchico francese Sébastian Faure: «Io non ignoro che non è sempre possibile fare quello che sarebbe necessario; ma so che ci sono delle cose che è assolutamente necessario non fare mai». Dalla lezione della rivoluzione spagnola gli anarchici cercavano risposte per le insurrezioni di domani [18].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

V I I

 

I CAMPI DI PUNIZIONE

 

 

 

 

Morts sous le soleil, le froid, la pluie, le gel..

Semis de jeunes corps si fatalment

Arrachés au triste terroir qui les enfanta.

 

Rafael Alberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE VERNET D' ARIÈGE

 

 

Le condizioni di vita rimasero sempre dure nei cosiddetti campi di disciplina, dove furono internati i rifugiati ritenuti più pericolosi, come anarchici, comunisti, trotzkisti, capi e militari delle Brigate Internazionali. Quanti si erano macchiati di una qualche colpa in Francia (tentata evasione, ribellione alle guardie, furto, ecc.) furono incarcerati nel castello di Collioure.

Il campo di Le Vernet d'Ariège creato nel giugno del 1918, come campo d’addestramento per le truppe coloniali, fu quasi subito trasformato in un campo di prigionia per soldati tedeschi ed austriaci; quindi nel periodo tra le due guerre fu utilizzato per un certo periodo come deposito di materiale militare. Dipendeva amministrativamente dalla Prefettura di Foix e militarmente dalla 17ª regione di Tolosa, ed era un vasto appezzamento di terreno distante due chilometri dalla cittadina omonima e a circa ottanta dalla frontiera franco-spagnola e franco-andorrana. Inutilizzato da diversi anni era in grave stato d’abbandono, le residue diciannove baracche erano in rovina, tanto che le autorità della Sanità militare non vi autorizzarono in un primo tempo l'internamento dei profughi. Il Prefetto, pressato dalla necessità di decongestionare Saint Cyprien, di evacuare i campi d’accoglienza sorti sui contrafforti dei Pirenei e soprattutto preoccupato dalla presenza di tanti irriducibili intervenne presso i competenti ministeri ed ottenne l'autorizzazione.

Il 2 marzo 1939 9.000 anarchici, su 10.200 appartenenti alla 26ª Divisione Durruti, che per ultima aveva lasciato la Spagna, accampati provvisoriamente al forte di Mont Louis, raggiunsero la nuova destinazione, mentre i restanti 1.200 furono trasferiti a Mazères. Per la loro pericolosità questi uomini, tra cui molti esperti nel maneggio della dinamite, erano stati sin dal loro ingresso in Francia soggetti ad una stretta sorveglianza. Furono inoltre inviati a Le Vernet d'Ariege anche gli elementi più turbolenti degli altri campi e quanti, riusciti ad entrare in Francia sfuggendo al servizio d'ordine, erano stati in seguito arrestati. Successivamente vi furono internati lo Stato Maggiore delle Brigate Internazionali con molti combattenti nonché numerosi civili che avevano sostenuto la Repubblica Spagnola sia combattendo in altre formazioni sia impegnati nel fronte interno. Dopo la firma del patto di non aggressione russo-tedesco del 23.8.1939 vi furono trasferiti molti comunisti stranieri da tempo in esilio in Francia dai loro paesi d'origine.

Il campo con quello di Septfonds (Tarn et Garonne) fu posto sotto la giurisdizione del colonnello Dellezey, che dipendeva direttamente dal generale comandante della Regione militare al quale riferiva ogni due giorni - immediatamente in caso di disordini gravi - ed aveva sotto di sé i comandanti dei due campi con i quali era in contatto diretto, senza intermediari. Egli era responsabile della disciplina generale e del regolare andamento dei campi, a questo titolo si preoccupava del normale funzionamento dei servizi, dello stato morale e fisico degli internati e dell'efficienza della sorveglianza. Era in contatto permanente con i comandi militari addetti all'amministrazione generale di tutti i campi di Francia e con lo stato maggiore della regione incaricato di assicurare il coordinamento di tutti i servizi logistici, compreso quello essenziale dei rifornimenti; per far fronte a tutte queste incombenze provvedeva ad ispezionare i campi almeno due volte la settimana.

Il comandante del campo di Le Vernet - tenente colonnello dell'esercito - era assistito da un commissario speciale e da un ispettore di polizia responsabile della sicurezza complessiva. Ai suoi ordini, un dispositivo militare e poliziesco particolarmente imponente composto da alcuni battaglioni di fanteria incaricati della guardia esterna; sei plotoni della G.R.M. per il servizio interno, la repressione di eventuali ammutinamenti e le periodiche perquisizioni, uno squadrone di guardie a cavallo che pattugliava i dintorni dei campi per arrestare eventuali evasi; una pattuglia di motociclisti di stanza a Tolosa pronti ad intervenire per ricercare i fuggiaschi in un'area più vasta. Infine di riserva, senegalesi e malgasci accasermati a Pamiers (Ariège).

La disciplina interna del campo era di pertinenza dell'autorità militare; la sorveglianza esterna dipendeva dal Prefetto, sempre con la collaborazione dei comandi militari di vario livello. All'autorità pubblica era inoltre demandato il controllo di tutte le relazioni esterne dei rifugiati.

All'arrivo il campo si presentò ai miliziani come un’immensa spianata di fango, senza ricoveri, salvo una ventina di baracche in rovina. Sguazzando in questa fanghiglia e tremando di freddo, soprattutto la notte quando la temperatura scendeva a meno 10 gradi, i rifugiati si protessero alla meglio con ripari di fortuna. Ricevettero il loro primo pasto (una pagnotta di pane e l'immancabile scatola di sardine) tre giorni dopo il loro arrivo.

 

I fondi messi a disposizione dalle autorità locali, dalle organizzazioni umanitarie o dai partiti della sinistra furono utilizzati, senza vergogna, per scopi diversi da quelli previsti. Infatti, il Ministro degli Interni fece sapere al Prefetto dell'Ariège che «non vedeva alcun inconveniente a che le spese di tipografia necessarie per stampare le schede d’identificazione dei rifugiati fossero pagate con i fondi donati per l'assistenza ai profughi spagnoli». Mentre sembrava avere priorità la schedatura degli internati, la mancanza d’igiene, le mancanze alimentari e sanitarie provocarono numerosi decessi. Non si conosce il numero esatto di queste morti in quanto non furono redatti documenti ufficiali, la sola traccia resta il cimitero del campo che conta 142 tombe corrispondenti ad altrettanti decessi avvenuti dal 1939 al 1945. Più di un terzo (50) riguardarono spagnoli deceduti nel 1939; 25 dei quali nei mesi di marzo ed aprile.

Nel corso di qualche mese si ebbero dei miglioramenti riguardo all'alimentazione, se non in qualità almeno in quantità. Gli internati avevano diritto ad una bevanda calda, caffè o te, a delle lenticchie, dei piselli secchi e della pasta ed ad una porzione di carne servita una volta il giorno con una pagnotta di pane. Non ebbero mai verdure fresche né zucchero, eccetto quello delle bevande calde, da cui i numerosi casi di scorbuto e di avitaminosi. L'amministrazione non fornì né gavette né posate cosicché gli internati utilizzarono delle vecchie scatole di conserve in sostituzione delle prime e si fabbricarono cucchiai e forchette di legno per mangiare. La mancanza di igiene favorì lo sviluppo dei parassiti, i rifugiati furono infestati da pulci e pidocchi e molti contrassero la scabbia o altre malattie della pelle. Altra gravissima mancanza fu quella sanitaria, infatti il campo all’inizio non possedeva alcuna struttura per ricoverare malati o feriti. I feriti o i malati di altri campi, giudicati guariti ed in grado di sopportare la vita del campo, erano inviati a Le Vernet, dove trascorrevano la convalescenza con tutti gli altri internati augurandosi di non avere una ricaduta o un aggravamento in quanto sul posto esisteva solo una specie di infermeria non attrezzata a fornire un’assistenza medica qualificata. Solo a maggio tale infermeria fu trasformata in un ospedale che poteva ricoverare quattrocento malati in letti non tutti dotati della necessaria biancheria. Mancavano bende e garze per le medicazioni e ogni tipo di medicinali, tanto che il generale medico Goursolas lanciò un appello agli organismi assistenziali affinché ne inviassero gratuitamente e porto franco.

 

Con il mese di maggio, seppure lentamente la situazione cominciò a migliorare. I primi stanziamenti assegnati al campo furono utilizzati per perfezionare la sorveglianza, l'illuminazione delle recinzioni e la posa di nuovi reticolati conformemente alle direttive del Ministro degli Interni Albert Sarraut (circ. 5 maggio 1939), nello stesso mese s’iniziò la costruzione di quaranta baracche, di cui nove riservate all'ospedale-infermeria. La bonifica del terreno e le sistemazioni di primaria necessità (acquedotto, servizi igienici, cucine, illuminazione) furono fatte fare dagli internati così «da procurare loro un diversivo con il lavoro». Ora ogni internato aveva un tetto, sia sotto una tenda di trenta posti sia in una baracca dove da trecento a trecentocinquanta uomini dormivano in una specie di letto a castello di tre piani. Vi fu una prima distribuzione di mille vestiti, camicie, mutande, calzini e ciabatte provenienti dalle collette dei sindacati degli operai ed un secondo invio il mese successivo d’altri duemila pezzi per ogni tipo forniti dall'esercito francese. Fino allora, come segnalò il commissario speciale al Prefetto, gli internati non possedevano altro che quanto avevano indosso al momento del loro ingresso in Francia; l'amministrazione non aveva fornito altro che camiciotti da lavoro ai cucinieri e agli infermieri. Nel frattempo le autorità decisero di creare dei laboratori per la produzione di vestiti e scarpe di tela, nonché segherie, falegnamerie ed officine meccaniche. Un'area del campo fu inoltre destinata ai giochi collettivi.[1]

 

Quella che non fu ammorbidita fu la disciplina. Ogni giorno si facevano quattro appelli per accertare prontamente eventuali evasioni. Gli internati erano tenuti a fare il saluto militare quando incontravano un ufficiale o a togliersi il cappello in presenza di una guardia. Una volta la settimana gli occupanti d’ogni baracca dovevano assistere inquadrati all'alzabandiera. Era questa una corvè quanto mai fastidiosa e ridicola per dei senza patria secondo la loro ideologia anarchica. La maggior parte degli internati era d’origine catalana e nella loro lingua la parola drap (bandiera in francese) significava straccio, per questo malignamente affermavano di andare a salutare lo straccio francese. Oltre alle restrizioni personali vennero anche limitate le visite, la spedizione e la ricezione di posta e la lettura dei giornali. Le visite, quando autorizzate, erano limitate ai soli membri della famiglia, muniti di un'autorizzazione speciale, e a persone o associazioni accreditate presso il governo francese (sindacati nazionali, Croce Rossa, comitati di solidarietà, rappresentanti del governo franchista, pastori religiosi,...) Gli internati potevano spedire due lettere al mese, scritti che non dovevano eccedere le quattro pagine per la Francia e due per l'estero, e che erano soggetti ad una censura rigorosissima. Potevano ricevere lettere, pacchi (cinque chili al massimo per settimana) e dei vaglia (500 franchi al mese). Rigorosamente vietati i giornali di sinistra, quelli autorizzati circolavano di mano in mano. Il Prefetto dell'Ariège informò il Ministro degli Interni che: «la vendita dei giornali è limitata alla stampa regionale: La Dépeche e La Petite Gironde. Le autorità militari hanno rifiutato l'entrata de Le Midi Socialiste».

 

Al di fuori delle visite regolamentate (martedì, giovedì e domenica dalle ore 14 alle 18) era vietato avvicinarsi al campo o fermarsi in prossimità sulla strada nazionale che lo costeggiava. Coloro che infrangevano quest’ordine erano esposti alla brutalità dei guardiani e provocavano delle sanzioni nei confronti degli internati comportanti più giorni di prigione.

Le infrazioni alla rigida disciplina del campo erano duramente punite con soggiorni nei già citati Hippodromo o Picadero. Si è già accennato come la pena consistesse nell'obbligo di restare in piedi con le mani legate dietro la schiena e, qualsiasi fossero le condizioni atmosferiche e la durata della punizione, fosse vietato introdurre cibo, sigarette e coperte. Una volta scontata la punizione, l’internato poteva, a discrezione del comandante del campo, essere mandato alla prigione di Perpignan o al castello di Collioure.

 

Una volta a seguito dell'inumano trattamento, protrattosi per oltre venti giorni, due condannati morirono, l'organizzazione interna degli internati decise di intervenire e alla successiva punizione iniziò un movimento di protesta che coinvolse tutto il campo, perciò il comandante fu obbligato a mettere fine al supplizio. Consci della forza del numero, le agitazioni si moltiplicarono per contrastare le brutalità ed angherie quotidiane. La notte, le guardie non osavano avventurarsi all'interno del campo ed effettuavano le ispezioni, sempre corredate da colpi con il calcio dei fucili o manganelli, esclusivamente di giorno. Nel corso di una di queste una ventina di guardie, che scortavano il comandante del campo, furono particolarmente brutali tanto da provocare la reazione dei rifugiati che riuscirono a disarmarle. Nel corso dello scontro anche il comandante fu colpito da qualche pugno. Immediatamente il campo fu messo in stato di allerta, le mitragliatrici messe in postazione e nel corso dei tafferugli che ne seguirono diversi internati riportarono ferite di baionetta. Per rappresaglia tutto il campo fu vaccinato contro il tetano raddoppiando la dose del vaccino.

 

Qualche tempo dopo, quando nel corso di una colluttazione un gendarme della G.R.M. finì in una latrina, furono fatti intervenire i tiratori senegalesi appoggiati da piccoli carri armati. Queste agitazioni, anche se rapidamente represse, inquietavano le autorità che temevano una rivolta generale.

 

Il 24 luglio il Ministro dell'Interno comunicò un'informazione confidenziale appena pervenutagli:

«I rifugiati de Le Vernet hanno programmato la rivolta del campo a causa dell'internamento prolungato, della mancanza di denaro e d’oggetti di prima necessità, soprattutto vestiti. Questo sollevamento inizierà nel campo ove sono internati i soldati della 26ª Divisione anarchica Durruti per estendersi agli altri campi».

L'insurrezione non ebbe mai luogo, ma per prevenzione numerosi elementi considerati tra i più pericolosi furono trasferiti al Forte di Collioure.

Un internato, assegnato ad una corvè su una via pubblica, avvicinato da un corrispondente del Réveil de Pamiers dichiarò: «Voi potete scrivere, signore, che siamo trattati come cani!».

 

Tale stato di cose spingeva molti rifugiati ad evadere. Tra aprile e giugno si stima che ne fuggirono in media tre o quattro il giorno. I rischi corsi e le scarse possibilità di successo non li dissuadevano dal tentare la fuga perché, anche se erano ripresi, erano tradotti davanti al Tribunale di Foix che, di regola, li condannava ad un mese di carcere da scontare nel penitenziario locale che i reclusi preferivano al campo di Le Vernet. I tentativi d’evasione cessarono da luglio, quando la maggioranza degli internati fu aggregata alle C.T.E. (Compagnies de Travailleurs Etrangers) con la possibilità di riunirsi ai familiari e di avere una vita normale.

Alla vigilia della dichiarazione di guerra rimanevano nel campo centosettanta miliziani spagnoli inquadrati in una C.T.E. incaricata dei lavori di manutenzione, trasferiti in seguito nella Valle del Vicdessos. Gli altri internati (circa duecento) erano un campionario delle nazionalità più diverse cui si aggiunsero gli estremisti pericolosi, rastrellati per tutta la Francia e negli altri campi, di cui ho fatto cenno sopra.[2]

 

Anche nei campi normali esisteva una sezione especial per custodire questi indesiderabili. Tra questi Alvaro Lopéz, segretario dell’A.I.C.V.A.S., che ricorda quello di Saint Cyprien dove i prigionieri cantavano:

 

"En la playa Saint Cyprien

hay un campo muy especial

donde los comunistas

de cabeza van a dar.

Son cien pasos por setenta

tenemos doble alambrada

debajo chapa ondulada

y ademas tres barracas,

la cocina y

un sitio par cagar".

 

 

 

 

 

 

FORT COLLIOURE

 

 

In questo vecchio castello dei Templari, trasformato in prigione, tutti i reclusi furono trattati come criminali da ufficiali cui era stato attribuito un potere illimitato e circa cento vi morirono per i maltrattamenti subiti. Al suo arrivo il prigioniero era perquisito, privato di tutti gli oggetti personali e rapato completamente. Questa tosatura era la prima di una serie di vessazioni, il barbiere usava acqua di mare e vecchi rasoi. L'isolamento era completo; era vietato ricevere posta da francesi o pacchi (eccetto calze o magliette), erano proibiti i giornali e le visite. Una volta la settimana, essi ricevevano due fogli di carta da lettere e un pacco di tabacco, da dividere con altri venti detenuti, era sottinteso che nella corrispondenza dovevano evitare ogni riferimento al trattamento ricevuto sotto minaccia d’espulsione in Spagna. Le provocazioni, gli insulti e le botte erano quotidiane, ma oltre alle punizioni abituali degli altri campi, il Forte di Collioure era dotato di una sezione speciale dove erano praticate delle torture fisiche. Svegliati alle cinque, i prigionieri erano adibiti a lavori pesanti quanto inutili, riservati abitualmente agli ergastolani: assicurare la corvè dei buglioli versati in mare, trasportare e spaccare delle pietre, scavare delle buche riempite il giorno dopo, il tutto sotto i colpi dei Senegalesi. Lo stato fisico ne risentiva e le malattie non mancarono. Il vitto, servito due volte il giorno, era insufficiente e poco nutriente per compensare le fatiche sopportate: una pagnotta di pane e mezzo piatto di merluzzo con lenticchie.

Manuel Serra, un intellettuale poco abituato agli sforzi fisici, che pesava cinquanta chili al momento della sua carcerazione n’avrebbe pesati poco più di trenta all'atto della liberazione.

 

In maggio, ossia due mesi dopo la sua apertura, le condizioni del penitenziario furono denunciate da L'Humanité grazie alla testimonianza di un giornalista che vi si era fatto internare.

Qualche giorno dopo, Paul Bourgeois, membro di un'associazione umanitaria, che aveva ottenuto l'autorizzazione ad entrare nel castello per distribuire dei pacchi integrò questa testimonianza e convocò una conferenza stampa in cui denunciò apertamente il capitano Rollet, comandante della prigione, di essere pervaso da un odio innato verso gli spagnoli. Denuncie che provocarono una forte emozione in tutta la Francia. La Lega dei Diritti dell'Uomo e il Comitato di Difesa giuridica dei «murati vivi di Collioure», testé costituito, composto da trentatré avvocati, chiese spiegazioni al Prefetto Raoul Didkowski che si astenne dal rispondere. Per tutto il mese furono vietate le visite con il pretesto che il forte era sotto la giurisdizione militare. Il 2 giugno il giudice di pace di Argelès, il cancelliere ed il sindaco di Collioure si presentarono per stabilire un contatto ma il capitano Rollet si rifiutò di riceverli in quanto privi dell'autorizzazione del suo superiore il generale Lavigne. Basandosi sulle argomentazioni addotte dal Comitato di difesa che i prigionieri erano stati incarcerati senza essere stati condannati da alcun tribunale Jean Chauvet, Segretario del Soccorso Popolare, presentò richiesta ad un giudice di pace affinché i carcerati fossero immediatamente liberati Dopo la loro scarcerazione essi denunciarono con particolari agghiaccianti il trattamento subito e il sadismo delle torture. Alcune guardie, come il sergente Miallet, dichiararono di vergognarsi d’essere compatrioti del capitano Rollet.[3]

 

 

AFRICA DEL NORD

 

 

In questi campi affluirono in un primo tempo gli spagnoli che erano riusciti a fuggire per mare dopo l'occupazione del Sud-Est della Spagna da parte dei franchisti, conquista che pose fine dopo circa tre anni alla guerra civile e chiuse l'esperienza democratica della Repubblica.

Diverse navi, perlopiù battenti bandiera inglese, erano partite negli ultimi giorni di marzo da Alicante o Cartagena con destinazione Marsiglia o l'Africa del Nord francese. Attraccarono ad Orano la petroliera Campillo e quattro altre navi di grosso tonnellaggio, tra le quali lo Stanbrook. Su queste navi più di tremila persone, dei due sessi e di tutte le età, erano ammassate sul ponte e attorno ai fumaioli, tremanti di fame e freddo, neri di fumo, impossibilitati a sdraiarsi per riposare tanto era ridotto lo spazio a loro disposizione. Sul molo, cordoni di gendarmi e di soldati senegalesi impedirono con brutalità agli abitanti di Orano, tra cui molti d’origine spagnola, di avvicinarsi alle navi per offrire il loro aiuto ai profughi (viveri, sigarette, cioccolato...) Gli occupanti della Campillo restarono a bordo dodici giorni prima di essere sistemati sotto delle tende nell’attesa che le autorità stabilissero dove mandarli, quelli della Stanbrook e delle altre navi, un mese. La fame divenne la loro fedele compagna, non essendo sufficienti una pagnotta di pane e la solita scatola di sardine a nutrirli. Sullo Stanbrook, che non era equipaggiato per accogliere tanti passeggeri, le condizioni igieniche e la promiscuità furono peggiori che sulle altre navi. Vi era a bordo un solo W.C., insufficiente per tanta gente, tra i quali numerosi malati di dissenteria. Alcuni si liberavano sul ponte mentre altri si sporgevano dal bordo della nave aggrappandosi ai parapetti, con il risultato che talvolta qualcuno precipitava nell'acqua piena di escrementi. Per trenta giorni le autorità francesi lasciarono tremila persone affamate ed assetate a marcire nella sporcizia e tra i pidocchi. Alcuni ammalati fatti scendere sul molo non furono ricoverati in ospedale perché dovevano completare il prescritto periodo di quarantena. Arrivò finalmente il giorno dell'evacuazione, quasi con un senso di sollievo i civili (vecchi, donne e bambini) raggiunsero la prigione di Orano, per poi essere trasferiti in centri vicini ad Algeri (Carnot, Orléansville, Molière); mentre i soldati furono destinati nella zona di Boghari parte al campo di Suzzoni (considerato sanitario) e parte a quello di Morand. Qui si ritrovarono duemilasettecento uomini di età tra i 19 e i 58 anni sistemati in baraccamenti di legno senza pavimento, in ognuno dei quali fu ospitata una cinquantina di internati, ossia il doppio della sua capacità normale. L'igiene era migliore che sulle navi e il vitto più vario ma sempre cattivo e poco nutriente. Qui, come nei campi francesi, il regime disciplinare era piuttosto duro e le punizioni frequenti, inoltre l'adattamento era reso difficile dalle condizioni climatiche.

 

Ma, con il mese di settembre, la situazione dei rifugiati peggiorò, infatti, furono trasferiti a Sud nel deserto, dove, per impiegarli come mano d'opera, furono costituite delle compagnie di lavoro. Il governo francese aveva, infatti, deciso di riprendere la costruzione della ferrovia Transahariana che partendo da Colomb-Bechar doveva unire l'Algeria al Niger. I lavori, iniziati all'epoca della Prima Guerra Mondiale erano cessati nel 1918 con il rimpatrio dei prigionieri tedeschi, potevano ora riprendere dopo più di vent'anni grazie alla deportazione di questi schiavi. Le condizioni di vita, già terribili, furono ulteriormente aggravate. Alloggiati in capanne, questi lavoratori forzati dovettero affrontare le calamità naturali della regione: variazioni sensibili di temperatura tra il giorno e la notte, lo scirocco, vento caldo che sollevava la sabbia e soffiava per giorni interi, e gli animali del deserto come scorpioni, particolarmente pericolosi per uomini a piedi nudi o mal calzati, rettili, che s’infilavano nelle capanne, ragni enormi, che provocavano gonfiori e dolori atroci.....e, non ultima, la sete! Agli inizi l'acqua era razionata: un solo litro al giorno per persona per le pulizie personali, il lavaggio delle stoviglie e placare la sete. Dopo un po’ questo razionamento fu tolto ma l'acqua restò rara e calda. Cominciarono gli attacchi di dissenteria e di malaria. Il lavoro, che consisteva nel maneggiare picconi e zappe per togliere la sabbia di dune pietrificate per più di due chilometri di lunghezza al giorno, era reso ancora più pesante dalle condizioni climatiche e dal ritmo sostenuto, imposto da un piano di lavoro da rispettare quotidianamente. In questi bagni penali le punizioni particolarmente raffinate superarono quelle impartite in Francia. Qui il picadero consisteva in uno spazio delimitato da filo spinato sul quale era stata collocata, a circa trenta centimetri dal suolo, una lamiera di latta. In questa fornace i puniti erano costretti a stare anche più giorni tormentati dalla fame e dalla sete. Non esisteva, inoltre, alcuna seria speranza di fuggire da quest’inferno, perché, anche se fossero riusciti a superare i pericoli del deserto, non avrebbero potuto sottrarsi alla vigilanza dei terribili Thuareg che al soldo dell'esercito francese davano la caccia agli evasi e li riconsegnavano per una miserabile ricompensa.[4]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V I I I

 

VIGILIA DI GUERRA

 

 

 

 

Ils les condamnaient à mourir et

osèrent inscrire comme épitaphe sur

leur tombe:

Morts pour la France.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIMPATRIO IN SPAGNA

 

 

Il Governo francese, per tutta la durata del conflitto spagnolo, si era preoccupato di restare fedele agli accordi del Comitato di non intervento, costituito a Londra il 3 settembre 1936, nonostante le palesi violazioni d’Italia e Germania che mascheravano il loro aiuto a Franco con l'invio di volontari. L'impegno di mantenere l'equidistanza dalle parti in lotta, la pressione delle forze d’estrema destra, che denunciavano la pericolosità dei rossi, la complessità e la rapidità dell'esodo, ma soprattutto l'intento di limitare al massimo il tempo della permanenza dei fuggiaschi sul territorio francese furono alla base del trattamento loro riservato. Nel momento in cui apparve evidente che la maggioranza dei profughi non intendeva per il momento rientrare in Spagna, atterriti dalle notizie del regolamento dei conti messo in atto dai franchisti, le autorità centrali dovettero rivedere la loro politica e pur senza tralasciare la priorità del rimpatrio - cercarono soluzioni alternative al gravoso problema, quali:

-          l'impiego in grandi lavori pubblici,

-          l'arruolamento nella Legione Straniera,

-          l'emigrazione verso altri stati di cui si doveva ricercare la disponibilità.

 

 

Nel capitolo III si è evidenziato come tra i profughi vi fossero dei soldati franchisti prigionieri dei repubblicani e dei civili che semplicemente fuggivano per non essere coinvolti nei combattimenti, i quali, appena attraversata la frontiera, espressero la volontà di rientrare in Spagna. Essi, dopo esser stati rifocillati, furono accompagnati al posto di confine di Hendaye. Diversi fuggiaschi invece, tratti in inganno dalla differenza di lingua, accettarono il rimpatrio credendo di poter raggiungere le zone ancora controllate dalla Repubblica e così continuare la lotta.

Il reclutamento pro-franchista che aveva avuto un effetto limitato alla frontiera, fu continuato e intensificato nei campi d’internamento, con l'appoggio più o meno dissimulato delle autorità; propagandando il ritorno della normalità in Spagna e la clemenza del Caudillo. Nei Pirenei Orientali, in particolare ad Argelès e Saint Cyprien, i più accaniti tra i sostenitori di Franco furono gli aderenti al Partito Socialista di Francia, raggruppamento riformista di tendenza fascista, fondato da Marcel Déat nel 1933, che sostenevano essere criminale far credere che i repubblicani corressero dei pericoli rientrando in Spagna.

 

La disorganizzazione e la severità di vita nei campi erano inoltre ottimi argomenti di questa propaganda. «Noi stiamo crepando come mosche» si lamentavano i rifugiati nel campo di raccolta di Prats de Mollo e se ne chiedevano il perché e fino a quando una tale situazione sarebbe durata. Al che i fascisti avevano buon gioco di rispondere: «Il governo repubblicano vi ha abbandonato e vi lasceranno marcire nei campi d’internamento».[1]

Altro fattore ampiamente sfruttato fu la famiglia, da cui erano stati brutalmente separati alla frontiera. Per quelli che accettavano di ritornare in Spagna, finivano le vicissitudini, ritornava la normalità di vita, erano previsti aiuti ed era agevolata la riunione delle famiglie. Malgrado che le autorità coprissero i maneggi dei propagandisti, di regola fischiati ed insultati dagli internati, le richieste di rimpatrio restarono limitate. Fu soprattutto nei primi giorni che i più isolati e pertanto più vulnerabili accettarono tali proposte. Per controbattere la propaganda franchista i rifugiati chiesero di poter ricevere posta e leggere i giornali. Abbiamo visto come il primo servizio entro certi limiti venne regolato e come, tramite le lettere, i parenti facessero conoscere la situazione di terrore esistente in Spagna. Riguardo alla seconda richiesta furono ammessi solo due quotidiani reazionari: Le Matin e Le Jour, ma anche da questi si potevano avere sufficienti informazioni.

Dalle notizie pubblicate sul primo giornale si poteva desumere che la maggior parte dei repubblicani, rientrati in Spagna, fossero internati in tre campi di concentramento, da cui molti tentavano di fuggire per riguadagnare la Francia. Il giornale invitava, infatti, le autorità francesi alla massima vigilanza dato che il fenomeno dell'esodo non era cessato e che tra quanti tentavano l'espatrio vi erano molti già rimpatriati.

 

Il 19 aprile 1939, il Ministro degli Interni Albert Sarraut ordinò ai prefetti di essere particolarmente vigilanti e di prendere tutte le disposizioni necessarie per contrastare qualsiasi propaganda volta a bloccare il movimento di rientro dei rifugiati. La sorveglianza doveva essere intensificata; occorreva vietare qualsiasi pubblicazione tendenziosa e prendere delle misure disciplinari contro quanti ne favorivano la diffusione. Egli si riferì soprattutto ai giornali stranieri che erano fatti entrare clandestinamente nei campi da amici francesi degli internati. Scrisse ai responsabili dell'ordine pubblico: «Nell'intento di mettere fine a campagne di stampa pericolose e suscettibili di ostacolare i rimpatri sono indotto a vietare, in applicazione dell'art. 14 della legge del 29 luglio 1881 l'introduzione nei campi di numerosi giornali in lingua straniera, finora largamente diffusi tra i rifugiati». Quest’atteggiamento del governo, fu certamente ancora più criminale delle inumane condizioni di vita dei campi poiché scientemente inviò alla morte migliaia di persone. Tanto che nel mese di maggio una commissione internazionale, che aveva visitato i campi, denunciò «le manovre per spingere al ritorno in Spagna senza preoccuparsi delle conseguenze».[2]

Dei manifesti che intimavano agli internati di dare un motivo valido al loro rifiuto di ritornare in Spagna furono affissi nei campi. In alcuni, come in quello di Bram, una circolare del Ministro degli Interni precisò che il 5 agosto sarebbero partiti gli ultimi convogli per la Spagna, dove i rifugiati potevano rientrare senza timore, e che le iscrizioni sarebbero state chiuse alle ore 16, dopo le quali i non iscritti sarebbero stati obbligatoriamente impiegati nelle colonie francesi nella costruzione di ferrovie od opere similari. La stampa di sinistra, in particolare L'Humanitè, denunciò a più riprese tali pressioni, come quando al campo d'Argelès in giugno il comandante fece affiggere avvisi di questo tenore: «Il solo mezzo per ritrovare la propria famiglia è ritornare in Spagna» o come a Sées (Orne) dove la prefettura intimò il rimpatrio a meno che esistessero concrete possibilità di emigrare altrove [3].

 

Il 2 agosto, per compiacere Franco, con cui la Francia aveva stabilito normali relazioni diplomatiche dopo il riconoscimento del nuovo governo spagnolo avvenuto il 27 marzo 1939, un giorno prima della caduta di Madrid, Albert Sarraut diede nuove istruzioni: un interrogatorio individuale doveva convincere che «è venuta l'ora per quelli che non hanno motivi gravi di ritornare al loro paese». Senza tuttavia esercitare alcuna coercizione occorreva orientare gli incerti a partire e invitarli a raggiungere i duecentocinquantamila spagnoli già rientrati. Fu questa la prima cifra, anche se formulata in modo non strettamente ufficiale, che quantificava l'entità dei rientri, da cui si potrebbe arguire che circa metà dei profughi fece ritorno in Spagna. Quando viene affrontato il problema delle cifre iniziano le discordanze, infatti, i vari autori non disponendo di dati effettivamente riscontrabili danno interpretazioni personali come Joan Villaroya y Font del Centro de Historia Contemporanea de Cataluna che si rifà ai dati riportati da Javier Rubio in La emigracion de la guerra civil de 1936-1939 relativi al campo d’Agde, dove su un totale di 23.020 persone furono:

-          rimpatriate n. 14.200

-          trasferite in altri campi o inserite in Francia n. 5.500

-          emigrate n. 1.520

-          rimaste nel campo n. 800.

 

Basandosi su questa suddivisione, lo storico citato deduce che, su un totale di 500.000 fuggiaschi che entrarono in Francia, due terzi circa ritornarono in Spagna, in altre parole almeno 330.000.[4]

Pressoché alle stesse conclusioni giunse J. M. Naharro Calderon nel suo El exilio de Las Españas de 1939 en las Américas, egli stimò alla fine dell'anno i profughi in Europa ed Africa in 168.000 e gli emigrati in America in 14.000. I primi dopo la seconda guerra mondiale si sarebbero ridotti a 130.000 in quanto nel frattempo altri 20.000 ritornarono in Spagna, 8.000 andarono in America e 10.000 morirono per cause belliche o naturali. Cifre contestate da altri scrittori, tra questi Guy Hermet che ne La guerre d'Espagne valutò tra 150.000 e i 200.000 i rimpatri nel periodo che va dal 1939 all'occupazione tedesca della Francia, mentre uno studio sui campi d'internamento del Sud-Est della Francia (1939/1944) stimò che poco più del 15% degli espatriati ritornò in Spagna e cioè circa 75.000 persone. In un articolo pubblicato su Italia Contemporanea nel settembre 1994 - L'ultima vittoria del fascismo - Spagna 1938/1939 Lucio Ceva indica 288.000 rimpatriati e 182.000 quanti preferirono l'esilio, rifacendosi al lavoro di J. Villaroya y Font Exodo y los campos de refugiados en Francia. Non è stato possibile acquisire dei dati ufficiali perché le pubblicazioni consultate in Spagna (Enciclopedia Universale Illustrata e Enciclopedia Storica Spagnola), anche negli aggiornamenti successivi al ritorno della democrazia liquidano l'argomento con molta approssimazione: quasi mezzo milione espatriarono di cui una gran parte rientrò.[5]

Dopo la dichiarazione di guerra della Francia alla Germania del 1° settembre 1939 la propaganda franchista si accentuò facendo leva sui pericoli del conflitto, in particolare l'Ambasciatore di Spagna in Francia - con l'avallo del Ministro degli Interni francese - indirizzò il seguente appello agli spagnoli residenti in Francia:

« In questo momento critico che attraversa l'Europa, la Spagna indirizza ai suoi figli residenti nel territorio francese, liberi o nei campi di concentramento, l'invito a ritornare sul suolo della patria. Essi troveranno lontano dai pericoli che la guerra moderna fa correre non solo ai combattenti, ma anche alle popolazioni delle retrovie, un regno di pace e d'ordine dove potranno riprendere ad esercitare le loro vecchie attività. La nostra Nazione, sotto la guida del glorioso Caudillo Franco è aperta a tutti gli Spagnoli che non hanno crimini da rimproverarsi. Milioni di uomini e donne, che non erano stati sottoposti durante gli anni alla sua autorità, sono ritornati alla vita normale e sono trattati con clemenza e una fraternità tutta cristiana. Non c'è dunque alcuna ragione perché un'accoglienza differente sia riservata a quei compatrioti ai quali la sfortuna o l'inganno non hanno ancora permesso di riguadagnare il loro paese e per i quali il Generalissimo apre le porte della Spagna, in quest'ora memorabile. Nessuno crede più alla leggenda della repressione spagnola. Ognuno conosce dalle informazioni dirette come è stata amministrata la giustizia da Franco e con quale benevolenza, quale scrupolosa valutazione delle complesse ragioni che sovente hanno influenzato molti comportamenti sono stati presi in considerazione dalle autorità. Ritornate dunque a questa Spagna, Una, Grande e Libera, che vi attende. Nel momento in cui la guerra vi trova disorientati in un paese straniero, la vostra Patria vi chiama. Tutti gli Spagnoli la cui coscienza è tranquilla e il passato onesto troveranno il loro posto in Spagna per lavorare a migliorare e a riparare i guasti delle passate sventure. Viva la Spagna, Viva Franco!».[6]

 

I soli dati ufficiali possono essere desunti dal censimento francese del 1951 in cui furono individuate 165.000 unità; cifra che però si presta a due considerazioni: è comprensiva anche di spagnoli espatriati prima della guerra civile e non comprende i profughi che nel frattempo si sono naturalizzati francesi.

 

 

COMPAGNIES DE TRAVAILLEURS ÉTRANGERS (C.T.E.)

 

 

Sarà l'aggravarsi della situazione politica internazionale a dirottare l'interesse dell'opinione pubblica francese dal problema rappresentato dai profughi a quello ben più grave della minaccia di una nuova guerra. Hitler non faceva più mistero del programma di espansione della Germania nazista ed ignorando il trattato di Monaco (29/9/1938), che pure gli aveva consentito di impadronirsi della regione dei Sudeti a danno della Cecoslovacchia, nel marzo dell'anno successivo occupò la Boemia e la Moravia e cancellò dalla carta geografica questo Stato creato dal trattato di pace di Versailles. Dopo di che rivolse le sue attenzioni al cosiddetto corridoio polacco, altra stortura generata dagli accordi di pace alla fine della prima guerra mondiale. Questa parte della Pomerania, che interrompeva la continuità territoriale tra Prussia Occidentale e Prussia Orientale, era stata attribuita alla Polonia per consentirgli di affacciarsi sul Baltico e di accedere al porto di Danzica, città abitata in prevalenza da tedeschi tolta alla Germania e trasformata in città libera. La firma del Patto d'acciaio tra Hitler e Mussolini del 22 maggio 1939 aumentava i timori di guerra anche perché il dittatore italiano aveva a sua volta iniziato una campagna propagandistica rivendicante il possesso di Nizza, della Corsica, della Savoia, della Tunisia e di Gibuti, tutti territori francesi o soggetti alla sovranità d'oltralpe. Questi fatti modificarono i programmi del governo francese almeno nei confronti di quanti tra i rifugiati potevano essere utilizzati per far fronte all'imminente temuto sforzo bellico. La popolazione dei campi rappresentava una riserva di mano d'opera produttiva considerevole, infatti, un censimento eseguito dal Servicio de Emigración de los Republicanos Españoles - (S.E.R.E) degli uomini validi, ancora internati nei campi, diede la seguente suddivisione:

-          46.000 braccianti agricoli

-          1.400 lavoratori agricoli specializzati

-          22.600 meccanici, tornitori, saldatori, fabbri, elettricisti, operai tessili

- 6.500 autisti

- 3.000 ferrovieri

-          8.600 marinai, pescatori

-          9.600 muratori

-          2.200 boscaioli, carbonai

-          2.800 sarti, calzolai

-          2.400 tipografi

-          1.300 laureati (medici, farmacisti, ottici, dentisti)

-          2.400 insegnanti, giornalisti

-          11.300 addetti al commercio (panettieri, macellai, erbivendoli....)

-          3.600 funzionari pubblici

-          2.300 ufficiali esercito, marina, aviazione

-          11.200 militari e graduati

-          23.800 manovali e lavoratori generici.

 

Naturalmente a questi bisogna aggiungere quanti avevano trovato sistemazione presso parenti e conoscenti o avevano già lasciato i campi avendo trovato una regolare occupazione [7].

 

Il 12 aprile 1939 il governo francese, ora presieduto da Paul Reynaud, promulgò un decreto legge che disponeva:

«Gli stranieri di sesso maschile d'età compresa tra 20 e 48 anni, beneficiari di diritto d'asilo, saranno d'ora in poi soggetti agli stessi obblighi imposti ai Francesi dalle leggi sul reclutamento e sull'organizzazione della nazione in tempo di guerra».

 

Il Ministro del Lavoro incaricò i prefetti di censire gli uomini validi e di studiare con l’Ingegner Capo del dipartimento i lavori (demolizioni, pulizia di fiumi e canali, lavori di sterro....) che potevano essere eseguiti senza ricorrere alla mano d'opera locale.

Si precisò che la paga era sostituita dal cibo e dall'alloggiamento, al massimo si potevano elargire dei premi di rendimento. In maggio, in una nota confidenziale, propose ai direttori degli uffici dipartimentali di collocamento di «reclutare la mano d'opera per i lavori agricoli non più all'estero come prima ma nei campi dove vi erano numerosi contadini e braccianti spagnoli che non facevano nulla». Unica avvertenza raccomandata era di considerare l'appartenenza politica, infatti il Prefetto dell'Ariége aveva fatto presente che al campo di Vernet d'Ariège era internata la 26ª Divisione Durruti, costituita da elementi anarchici considerati pericolosi, per cui erano necessari accertamenti sul loro comportamento prima di autorizzarne l'uscita dal campo.

I primi lavoratori, isolati o in gruppi, lasciarono i campi d'internamento verso la fine del mese di maggio per essere avviati di massima a lavori agricoli o alla costruzione e sistemazione di strade. In questo periodo, furono eseguiti i primi reclutamenti per l'Africa Occidentale e per quell’Orientale, dove le condizioni di vita erano peggiori che altrove. Lavorando per un franco il giorno i rifugiati erano soggetti ad una disciplina molto severa, le piccole mancanze comportavano richiami e soppressione parziale o totale della paga; per quelle più gravi si applicava il Codice militare francese. Per selezionare e trasformare «questa massa disorganizzata e passiva in elementi utili alla collettività nazionale» furono interessati due Ministeri: quello del Lavoro, che con l'aiuto delle autorità militari responsabili dei campi, procedette alla classificazione degli uomini validi e il Ministro dell'Interno che, con la collaborazione dei servizi di polizia, identificò gli elementi indesiderabili (circ. 5/5/1939 AD/5M163). I Prefetti costituirono delle commissioni ristrette, di cui facevano parte l'Ispettore del Lavoro, il Direttore dell'Ufficio di Collocamento Dipartimentale, il Direttore dei Lavori Agricoli e un membro della Camera dell'Agricoltura, che in conformità a dette selezioni dovevano assegnare ad ogni rifugiato un compito specifico. Tra la massiccia utilizzazione dei profughi alcuni campi furono adibiti alle selezioni: a Le Barcarès furono eseguite le prove d’abilità per gli operai metallurgici; a Bram e a Septfonds furono concentrati gli specializzati che avrebbero potuto essere utili all’economia francese. Gli elementi selezionati furono muniti di una carta d'identità provvisoria valida per tre mesi, su cui oltre i dati anagrafici e i contrassegni salienti era specificata la professione ed il dipartimento d’assegnazione (erano stati esclusi quelli della zona parigina e del confine Nord). Dopo essere stati rivestiti in modo decente erano accompagnati sotto scorta alla città o paese di destinazione, fruendo di trasporti gratuiti. A gruppi o isolati erano sempre sottoposti ad una stretta sorveglianza, ogni rimprovero del datore di lavoro comportava prima un avvertimento dell'autorità di polizia poi se ripetuto l'invio ai campi di disciplina. Il datore di lavoro doveva informare immediatamente il Prefetto in caso di fuga, di trasgressione, di mancato rinnovo dell'impegno di lavoro o della cessata necessità della prestazione. In generale essi trassero un notevole profitto dal lavoro dei rifugiati i cui salari erano minimi e le condizioni di vita, cibo ed alloggiamento, deplorevoli.

Permase nei loro confronti un forte senso di diffidenza e molti condivisero l'opinione dell'Ingegner Capo del servizio Ponti e Strade, il quale riteneva: «molti internati avessero perso la voglia di lavorare e il senso della disciplina», quindi occorreva tenerli sotto controllo, alloggiarli lontano dai luoghi abitati e rapportare la remunerazione allo scarso rendimento. La vita nei cantieri era più pesante della vita dei campi d’internamento, infatti, al cibo insufficiente, alle condizioni generali e alla disciplina molto dure si aggiungeva un lavoro massacrante. Ad esempio nel cantiere della costruenda centrale idroelettrica di Gnioure nel cuore dei Pirenei, a più di tre ore di marcia dal comune di Signer dell'Ariège, fu scavata con le mine una galleria che scendeva da 2.500 metri d’altitudine a 1.800 metri. La sola distrazione era il riposo in dormitori di fortuna in quanto era strettamente proibito scendere al villaggio. A capo del cantiere un ingegnere, M. Palauqui, conosciuto per la sua brutalità, che considerava i miliziani, anche se feriti, non degni d’alcuna pietà. Il 29 agosto, per reazione alle angherie cui erano continuamente sottoposti sette operai incrociarono le braccia rifiutandosi di lavorare. Essi furono immediatamente inviati al campo di disciplina di Vernet d'Ariège ove il comandante prese delle misure disciplinari nei loro confronti. Il 23 settembre, altri centocinquanta si ribellarono e si rinchiusero nella galleria minacciando di farla saltare, dopo essersi impossessati di tremila chili d’esplosivo. Il direttore, intimorito dall'azione, fece appello alle autorità che riuscirono a far rientrare la ribellione assicurando che non vi sarebbero state rappresaglie e che le condizioni di vita e di lavoro sarebbero state migliorate. Promesse prontamente mantenute.

 

Nel giugno il responsabile dell'organizzazione di tutti i campi, generale Ménard, fece affiggere il seguente avviso:

 

«Ai rifugiati che non desiderano essere rimpatriati. La Francia vuole impiegarvi e di conseguenza richiede la vostra collaborazione per costituire delle squadre di lavoro guidate da Spagnoli da utilizzare nell'industria, nelle costruzioni, ... Con la costituzione delle squadre verrà anche risolto il problema della riunione delle famiglie».

 

Il campo di Le Barcarès fu completamente evacuato per accogliere le costituende Compagnies de Travailleurs Etrangers (C.T.E.), da utilizzarsi principalmente per ultimare le fortificazioni militari della Linea Maginot. Ogni compagnia era costituita da duecentocinquanta uomini comandati da un capitano francese assistito da un pari grado spagnolo e da un plotone di soldati. Ne furono costituite duecentoventi per un totale approssimativo di 55.000 uomini.[8]

Anche per quest’operazione non mancarono le contestazioni, infatti, dopo la firma del patto di non aggressione russo-tedesco del 23 agosto 1939 Juan Carrasco, capo del Partit Socialista Unificat de Catalunya (legato al Partido Comunista Español) dichiarò che le compagnie di lavoratori dovevano essere sabotate e che ci si doveva opporre all'arruolamento forzato. Istigati da tali provocazioni, 10.000 catalani, internati al campo d’Adge, si rifiutarono di uscire dalle baracche e dopo aver disarmato i gendarmi entrati nel campo per ristabilire l'ordine proclamarono - al canto dell’Internazionale - lo sciopero della fame.[9]

 

In settembre, l'entrata in guerra e la mobilitazione generale ebbero un effetto immediato sull'impiego di tutti i rifugiati. Un decreto del dicembre definì il loro nuovo stato giuridico, in particolare la messa in libertà (alquanto teorica) e l'assimilazione ai soldati francesi per quanto riguardava le razioni e i permessi; la paga fissata in 5 F.F. il giorno fu aumentata di 0,75 F.F. per i lavori pesanti, ma soprattutto fu concesso il diritto d'asilo. Ebbero priorità nel reclutamento il Ministero del Lavoro per le necessità dell'industria e l'autorità militare per le esigenze della difesa. Quanti non erano stati compresi nelle loro liste furono precettati per i lavori agricoli in qualità di prestatore d'opera e non di lavoratori liberi. A questo titolo, essi erano alloggiati collettivamente a cura dei sindaci, nutriti dai datori di lavori e ricevevano un salario di 5 F.F. il giorno. Furono dotati di un lasciapassare provvisorio valido solo per il dipartimento d'accoglienza e rinnovabile ogni mese. Erano sottoposti alla sorveglianza della gendarmeria locale che provvedeva ogni giorno ad accompagnarli al lavoro e a ricondurli ai locali predisposti come dormitori. Tutte le sere era fatto l'appello per assicurarsi che non vi fossero fughe, nel qual caso era avvertito telegraficamente l'Ispettorato centrale della Polizia Criminale presso la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale. Se catturato, il fuggiasco era inviato ai campi di disciplina ancora in funzione. In un secondo tempo quanto tentavano di sottrarsi con la fuga o rifiutavano il lavoro, in base all'art. 2 del decreto legge del 14 aprile 1939, furono espulsi dalla Francia e accompagnati, sotto scorta, alla frontiera spagnola.

 

I campi d’internamento vennero ad uno ad uno smantellati, restarono in essere quelli destinati ad accogliere i mutilati non utilizzabili per lo sforzo bellico e quelli disciplinari dove erano rinchiusi gli indesiderabili: soldati delle Brigate Internazionali non rimpatriabili, i comunisti e gli anarchici più impegnati. Il problema restò sempre la spesa che lo stato francese doveva sostenere per mantenere gli inattivi, cioè oltre i feriti, le donne, i bambini e i vecchi, perciò il governo stabilì la data, il 15 marzo 1940, in cui l'emergenza doveva aver fine dopo di che al loro mantenimento avrebbero dovuto provvedere quelli che ora lavoravano, si doveva inoltre favorire la riunione delle famiglie. Le donne i cui mariti erano ancora internati o le nubili dovevano cercarsi un lavoro, affidando, quando era il caso, i figli ad altre donne o alle colonie gestite dalla Commissione Internazionale di sostegno per i bambini spagnoli. Ma la soluzione prospettata dall'autorità sarebbe stata attuabile solo se i salari fossero stati sufficienti per far fronte a tale necessità. Era evidente che anche i rifugiati addetti ai lavori agricoli sottopagati desideravano riunirsi ai loro congiunti sparsi per tutta la Francia ma le autorità locali conoscendone la scarsezza dei mezzi a disposizione si opposero alle direttive governative. Una lettera di Jean Moulin, Prefetto dell’Eure-et-Loire, in data 15 marzo, ne fu la dimostrazione lampante:

 

«Il dipartimento ha accolto dal mese di settembre passato un forte contingente di rifugiati provenienti dal campo di Bram che manifestano il loro desiderio di essere riuniti ai loro famigliari nel comune ove sono impiegati. Benché le disposizioni ministeriali siano favorevoli a queste riunioni, io sono nella condizione di non poter accordare a questi stranieri l'autorizzazione che essi sollecitano, in quanto la remunerazione da percepita non permetterebbe di assicurare il sostentamento delle loro famiglie. Inoltre, una volta finiti i lavori, essi sarebbero nuovamente avviati ai campi d’internamento e le famiglie resterebbero a carico dei comuni di residenza.... Io accoglierò le loro richieste solo se gli industriali presso di cui lavorano s’impegnano ad occuparli almeno per un anno e farsi parte attiva per l'alloggiamento dei gruppi familiari riuniti».

Questa disponibilità non riguardava i profughi utilizzati direttamente dall'esercito in quanto sottoposti alla disciplina militare, che vietava ogni contatto con l'esterno, e soggetti a trasferimenti da un posto all'altro secondo le necessità che via via si presentavano. Oltre ai già citati lavori d’ultimazione delle fortificazioni della Linea Maginot e della frontiera francobelga, essi furono impiegati nella costruzione di ponti, strade e dighe nel Cantal e nell'Ariège, nelle fabbriche di carbone di Gransac (Aveyron), nelle polveriere di Tolosa, e di Fauga, nel taglio d’alberi nelle Landes. Fu favorita la ricostituzione delle famiglie di quei tecnici specializzati, che dopo aver superato un esame teorico e pratico, furono impiegati nelle fabbriche d’armamenti con un contratto di tre mesi rinnovabili, una paga media di 27 franchi il giorno ed una certa libertà di movimento dato il controllo saltuario esercitato dalla gendarmeria. Talvolta come allo stabilimento Sud-Aviation a Bordeaux le condizioni offerte erano particolarmente corrette: nove o dieci ore di lavoro per un salario di 54 franchi, pari a quello di un operaio francese.

Molti inquadrati nelle C.T.E. furono messi dall'autorità militare a disposizione dell'industria. Alla fine dell'anno il Ministero del Lavoro invitò gli industriali a modificare lo status di prestatori d'opera in quello di salariati, facendo loro un contratto che permettesse di ottenere il libretto di lavoro, una carta di soggiorno e la libertà di circolazione. Nel marzo del 1940 propose di equipararli in tutto e per tutto ai lavoratori francesi.

 

 

LA LEGION E I BATTAILLONS DE MARCHE

 

 

Nei primi giorni dell'esodo ai militari spagnoli era stata posta l'alternativa: o l'arruolamento nella Legione Straniera o l'internamento nei campi. La stragrande maggioranza aveva optato per la seconda soluzione. Quando l'organizzazione interna dei campi raggiunse una certa normalità e risultò chiaro che la prospettiva di rimpatrio non destava molto entusiasmo, riprese la propaganda per l'arruolamento. Gli altoparlanti, dislocati nei campi, ripetevano ogni quarto d'ora gli appelli subdolamente integrandoli con la descrizione della quantità e della composizione del rancio di un legionario. Neppure questo sotterfugio ottenne l’effetto sperato su questi uomini malnutriti, che anzi fecero una, seppur minima, contro propaganda. Al campo di Gurs due interbrigatisti sorpresi a diffondere volantini contrari all'arruolamento furono pestati a sangue dalle guardie. In quest’occasione, come in altre in precedenza, le diverse autorità francesi non brillarono che per l'elevato numero di decreti e conseguenti circolari emessi. Nel marzo 1939, a seguito dello scarso entusiasmo suscitato dalla Legione, un nuovo decreto modificò le modalità di reclutamento nell'esercito francese: «... gli stranieri con più di 17 anni d’età possono essere autorizzati a contrarre una ferma per la durata della guerra in qualunque corpo dell'esercito francese. Ferma che può essere sottoscritta anche in tempo di pace...».

In giugno si precisò che

«Tutti gli stranieri tra i 18 e i 40 anni possono contrarre una ferma per la durata della guerra in vista di servire in uno dei corpi speciali dei combattenti stranieri facenti parte dell'Armée».

L'obbligo poteva essere sottoscritto sia in tempo di guerra sia in tempo di pace ed era soggetto ad alcune condizioni quali l'attitudine fisica, certificato di buona condotta rilasciato dalle autorità, autorizzazione paterna per i minori di 18 anni, il riconoscimento come massimo del grado di caporale maggiore anche se chi si arruolava era un graduato più elevato.

 

L'avvicinarsi del conflitto modificò il senso della propaganda: si fece appello allo spirito antifascista dei rifugiati e al loro dovere nei confronti del paese che li aveva accolti.

L'indomani dello scoppio della guerra furono creati, a fianco delle compagnie di lavoro, dei battaglioni di fanteria, destinati ad affiancare l'esercito francese per tutta la durata del conflitto. Ne fecero soprattutto parte quegli internati che per motivi di disciplina non erano stati inseriti nelle C.T.E. e ai quali ancora una volta le autorità offrirono o l'arruolamento volontario o il ritorno sotto Franco. Dopo essere schedati all'Ufficio di Reclutamento di Perpignan i nuovi soldati ricevettero al campo di Le Barcarès un'istruzione militare rapida ed anacronistica: cinque minuti per apprendere il funzionamento di un fucile e dieci per quello di una mitragliatrice, un po' di marcia, qualche attacco alla baionetta ed eccoli trasformati in combattenti. Così addestrati ed inquadrati furono inviati in prima linea nella Somme, nell'Aisne e nelle Ardennes, con un armamento completamente superato: fucili e moschetti più vecchi di quelli utilizzati nella guerra di Spagna, mentre le mitragliatrici erano residuati della Prima Guerra Mondiale, armi con cui avrebbero dovuto fronteggiare i carri armati e i mezzi ultra moderni della Wehrmacht.

 

A quanti si arruolavano nella Legione Straniera erano offerte due possibilità: contrarre sia l'ingaggio normale di cinque anni sia l'ingaggio per la durata della guerra, che corrispondeva a quello dei battaglioni di fanteria di volontari stranieri dell'esercito francese citati. Quale che fosse la forma scelta, la disciplina e le regole erano identiche, l'unica differenza stava nell'utilizzazione. I primi furono inviati a Sidi el Abbès (Algeria), quartiere generale della Legione in Africa; i secondi al già citato campo di Le Barcarès ove era impartito lo stesso rapido addestramento dei volontari dell'esercito. Qui si formarono i reggimenti il n° 21 composto da elementi di cinquantasette nazionalità, il n° 22 a maggioranza spagnola e il n° 23 composto esclusivamente da spagnoli.

 

Sulla spiaggia di Le Barcarès un monumento, il Memoriale, progettato da un ex-volontario l'architetto Parisien Vago e edificato grazie ad una sottoscrizione tra i superstiti ed un contributo statale ricorda che:

 

«Qui si materializzò nel 1939 la volontà indomita di 10.000 volontari stranieri di resistere all'invasore coscienti del dono della loro vita che essi facevano alla Francia. Essi costituirono il 21° - 22° - 23° R.M.V.E. Questo memoriale è eretto in ricordo del loro passaggio».

 

Di linea molto sobria, consiste in tre colonne di cemento che si slanciano verso il cielo, rappresentanti ognuna uno dei tre reggimenti. Reparti simili furono formati al campo Vienot a Sidi el Abbés per i rifugiati internati in Africa del Nord: tra loro duemila spagnoli ripartiti nei reggimenti contraddistinti dal n° 10 al n° 15, di cui i primi due furono inviati in Francia alla fine dell'anno per unirsi a quelli di Le Barcarès. Le famiglie degli arruolati erano autorizzate a sistemarsi in Francia e ricevevano 10 franchi al giorno a cui si aggiungevano i due franchi percepiti direttamente dai soldati. Quanti riuscivano ancora a passare la frontiera e sollecitavano l'asilo politico erano invitati ad arruolarsi altrimenti erano respinti. Malgrado il desiderio delle autorità militari francesi di utilizzare il massimo numero di soldati temprati da tre anni di guerra in Spagna, i pregiudizi nei loro confronti permasero, per cui numerosi ingaggi vennero risolti e gli interessati considerati sospetti dal punto di vista nazionale o ardenti propagandisti di idee comuniste ed anarchiche furono trasferiti al campo disciplinare di Le Vernet d'Ariège, dove nel frattempo erano stati internati numerosi comunisti francesi e stranieri residenti in Francia a seguito del già citato patto di non aggressione russo-tedesco.

Questi un giorno costituiranno una piccola ma formidabile armata: Le Maquis.[10]

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 


 

 

 

 

I X

 

AMERICA LATINA

 

 

 

 

America

por caminos de la plata hacia ti voy,

a darte lo que hoy,

un poeta español puede ofrecete.

 

Rafael Alberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

EMIGRAZIONE

 

 

L'emigrazione fu senz'altro una delle pagine più interessanti dell'odissea dei profughi spagnoli soprattutto per le positive conseguenze che questo fenomeno determinò in alcuni dei paesi di accoglienza. Quando apparve chiara la politica del Governo francese più propensa al rimpatrio che all'accoglienza, i Comitati di sostegno ai rifugiati che fino allora si erano adoperati per mitigare la durezza dell'internamento, si fecero parte attiva per favorire l'esodo dalla Francia. In particolare:

-          il Servicio de emigración de los republicanos españoles - S.E.R.E. del quale era presidente onorario Juan Negrín e in cui erano rappresentate tutte le componenti politiche: Juan Comorera e Mariano Rojo comunisti, Lamoneda Ramón socialisti, Federica Montseny e Del Rosal anarchici.

-          la Junta de auxilio a los repubblicanos españoles - J.A.R.E. che faceva capo ad Indalecio Prieto [1].

 

I dirigenti repubblicani cominciarono a litigare per l'amministrazione dei fondi che erano riusciti a portare via dalla Spagna. Oggetto di controversia fu il caso del piroscafo "Vita" che partito da Boulogne per il Messico su istruzioni di Negrín, carico di preziosi e beni confiscati ai nazionalisti all'inizio della guerra civile per un valore di circa 50 milioni di dollari, fu invece consegnato dal Presidente del Messico Lázaro Cárdenas a Indalecio Prieto, che se ne servì per finanziare le iniziative dello J.A.R.E. Negrín poteva tuttavia disporre di gran parte del tesoro della Repubblica spagnola, cioè del milione e quattrocentottantamila franchi oro depositati presso la Banca di Francia i primi giorni dell'esodo.

 

Gli stati che diedero la loro disponibilità ad accogliere i profughi furono anzitutto i paesi dell'America Latina di lingua spagnola: Messico, Cile, Venezuela, Repubblica Dominicana, Cuba e in minor misura gli altri. Nessuna concessione dagli Stati Uniti e Canada che si erano limitati a rimpatriare i connazionali superstiti delle Brigate Internazionali. Degli stati europei il solo Belgio si dichiarò disposto ad accogliere duemila bambini orfani, mentre l’U.R.S.S. accolse quattromila profughi tra cui i membri più autorevoli del Partito Comunista; oltre a cinquemila giovani con trecento istitutori che vi erano stati sfollati nel corso del conflitto ed a qualche centinaio di marinai e di aviatori sorpresi dalla fine della guerra o in porti sovietici o mentre stavano completando l'addestramento militare.

Per dar corso alle spedizioni il S.E.R.E. prese a nolo dei piroscafi in partenza dai porti di Bordeaux, Marsiglia e Casablanca della Société France-Navigation, che era stata costituita nel 1937 dal governo repubblicano per il trasporto di armi, munizioni ed approvvigionamenti e tramite la quale si diceva il Partito Comunista Francese avesse conseguito buoni utili. Sin dall'inizio il S.E.R.E. collaborò con Narciso Bassols, rappresentante del Messico a Parigi, al quale il Presidente Cárdenas aveva concesso pieni poteri per organizzare l'emigrazione di tutti gli spagnoli che lo desiderassero. In realtà furono favoriti soprattutto i comunisti e i seguaci di Negrín. Gli sforzi dei capi anarchici, come Federica Montseny, per ottenere dei visti per i loro militanti furono in gran parte frustrati, in quanto Bassols e i suoi collaboratori, che sarebbero stati, in un secondo, tempo sollevati dal loro incarico, erano comunisti. Il fenomeno non fu isolato, anche il poeta Pablo Neruda, console del Cile a Parigi, sarà richiamato dal suo paese per aver favorito i comunisti nella scelta degli immigranti. Significava che per i profughi, che non appartenevano ad alcun partito o sindacato, la partenza per l'America restava il più sovente nel regno dei sogni.

 

La maggior parte degli emigranti che raggiunsero il Messico viaggiò sulle navi:

-          Sinaia, arrivata il 13.6.1939 con 1.599 passeggeri,

-          Ipanema, arrivata il 7.7.1939 con 994 passeggeri,

-          Mexique, arrivata il 27.7.1939 con 2.091 passeggeri e

-          De Grasse arrivata a New York con 206 passeggeri, che proseguirono per il Messico in treno.

Altri gruppi di spagnoli partirono grazie all’autofinanziamento o all’aiuto d’associazioni private e religiose. [2]

 

Dopo il patto di non aggressione russo-tedesco del 23/8/1939, l'attività del S.E.R.E. subì un rallentamento per i continui interventi della polizia, che effettuò numerose perquisizioni nei suoi uffici di Parigi e delle principali città, finché nel marzo del 1940 cessò ogni attività dichiarando di aver esaurito i fondi a disposizione.

Prese il sopravvento allora la J.A.R.E. che, se per il succedersi degli avvenimenti internazionali non raggiungerà mai l'importanza del primo; tuttavia tra il 1940 e il 1942 riuscirà ad organizzare la partenza di almeno tre navi, Cuba, Quanza e Serapinta.

Con l'occupazione di tutta la Francia da parte delle truppe tedesche nel novembre del 1942 anche la J.A.R.E. smobilitò.[3]

 

Si fanno stime diverse sul numero complessivo di spagnoli che raggiunsero il Messico. La Direzione Generale di Statistica messicana fornì una lista di 6.234 nel 1939, 1.746 nel 1940, 1.611 nel 1941 e 2.534 nel 1942, per un totale complessivo di 12.125 persone, mentre le stime degli storici oscillarono tra 15.000 e 40.000 ingressi. È stato calcolato che complessivamente raggiunsero l'America latina circa 50.000 spagnoli, di cui il 60% in Messico ed il resto sparso per gli altri paesi, da cui però in un secondo tempo molti partiranno per raggiungere la repubblica centro-americana.

Il Messico aveva già accolto nel 1937 circa 500 ragazzi che avevano trovato alloggio e scuola a Morelia, nello stato di Michoacan ed un nutrito gruppo d’intellettuali che avevano fondato nella capitale la Casa de España, divenuta poi il Colegio de Mexico con professori spagnoli e messicani ed allievi messicani. Nonostante questa positiva esperienza, non tutti condividevano la politica del Presidente Cárdenas favorevole all’ingresso di tanti stranieri per almeno quattro motivi:

-          il timore che tanti elementi di sinistra condizionassero ulteriormente la politica messicana,

-          complicazioni nei rapporti internazionali. Il Messico non aveva riconosciuto il governo di Franco.

-          il sorgere di conflitti di lavoro con i lavoratori messicani,

-          il considerarli eredi dei Conquistadores.

La stampa alimentava questi dissapori soprattutto dopo che a Veracruz in occasione dell’arrivo del primo piroscafo, i profughi risposero alle manifestazioni di benvenuto dei cittadini e delle autorità salutando con il pugno chiuso. Il governo invitò la stampa a spiegare che questo era il saluto della Repubblica Spagnola, democraticamente eletta e piegata con la violenza e non il saluto del Partito Comunista.

 

Con fondi spagnoli furono create numerose attività, soprattutto agricole per dare lavoro ai profughi e facilitarne l’assorbimento nel contesto economico del paese.

Il più importante progetto fu quello denominato Santa Clara, dalla località nello stato di Chihuahua dove furono acquistati 150.000 ettari di terreno e costituita una grand’azienda agricola, completa di case d’abitazione, magazzini, impianti d’irrigazione e macchine. Agli inizi era stata progettata per accogliere 450 persone, che si sarebbero ridotte a 68 nel 1944. Il fallimento di tali iniziative era anche dovuto al fatto che pur di poter partire molti internati avevano dichiarato d’essere contadini, mentre, in effetti, poco o nulla sapevano d’agricoltura. Ciò che favorì il loro inserimento sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale che avrebbe portato notevoli benefici all’economia messicana in ogni campo.

 

Il 23 gennaio 1940 il Presidente Cárdenas offrì la cittadinanza messicana a quanti n’avessero fatta richiesta, era sufficiente dichiarare le proprie generalità, il luogo di nascita e prestare giuramento di fedeltà alla Costituzione. A gran maggioranza gli emigrati accettarono (70/75%), pur continuando ad essere una comunità culturalmente diversa. [4]

Ne El exilio español de 1939 curato da José Luis Abellán i profughi sono classificati come:

-          docenti d’Università, Liceo ed istituti superiori,

-          avvocati, giudici, magistrati e notai,

-          medici, farmacisti e veterinari,

-          ingegneri ed architetti,

-          insegnanti

-          scrittori e giornalisti,

-          funzionari d’enti pubblici e privati

-          militari di grado superiore,

-          tecnici specializzati (agricoli, tessili, meccanici, ..).[5]

 

Questa inteligencia apportò linfa vitale allo sviluppo culturale del paese, infatti, si moltiplicarono i corsi universitari, i centri di ricerca, le attività industriali sia pubbliche sia private, nacquero nuovi giornali e riviste, iniziative teatrali e cinematografiche.

Furono particolarmente interessate: Belle Arti, Filosofia e Lettere, Pedagogia, Scienze fisico-matematiche e naturali, Chimica e Farmacia, Medicina, Diritto ed Economia.

Furono fondati diversi collegi, di cui il più importante anche a livello internazionale fu il già citato El Colegio Madrid di Città del Messico, e poi l’Ateneo Español de Mexico, l’Instituto Luis Vives e l’Academia Hispano-Americana.[6]

Tutto questo fervore intellettuale trovò una sua consacrazione nella Fiera del Libro di Città del Messico del 1960, dove una sezione speciale dedicata agli spagnoli immigrati presentò 970 autori con 2.034 opere, che riguardavano i diversi aspetti dell'intero sapere umano.

Gli studi filosofici che nella nuova Spagna di Franco non avrebbero certo potuto esprimere il loro spirito libero e critico si svilupparono in vari indirizzi:

 

-          l'influenza d’Ortega y Gasset nella nascita di una coscienza americana,

-          la scuola di Barcellona,

-          la filosofia sociale,

-          i pensatori socialisti,

-          gli indipendenti [7].

 

Particolare fervore si riscontrò nella narrativa tanto che l'opera sopra citata ricorda ben ventisette autori maschili e dieci femminili di maggior peso. Interessante anche l'apporto dei critici letterari per il numero di pubblicazioni realizzate.

Numerosi storici pubblicarono le prime opere sulla guerra civile spagnola, vista dalla parte repubblicana, per controbattere quanto veniva stampato nella Spagna franchista. Essi collaborarono anche alla stesura e correzione di diari, memoriali e autobiografie di protagonisti della vicenda spagnola, quali Valentín Gonzáles (El Campesino), Francisco Largo Caballero, Enrique Castro Delgado, … La città di Buenos Aires, si può dedurre dalle bibliografie dei diversi volumi consultati, fu senz'altro la città dove furono pubblicate il maggior numero d’opere attinenti alla guerra civile, tra queste:

 

-          Abad De Santillàn Diego, dirigente anarchico: Por qué perdimos la guerra.

-          Aguirre y Lecube José Antonio, capo del governo basco in esilio, De Guernica a Nueva York pasando per Berlin, 1944,

-          Alcalá Zamora Niceto, primo Presidente della Repubblica, Un viaje azaroso desde Francia a la Argentina.

 

La poesia ebbe in Rafael Alberti il suo maggior esponente che espresse con i versi la tristezza della partenza per il lontano esilio:

 

y el mièrcoles del Havre sale un barco,

y esté triste allà lejos se quedarà mas lejos,

yo a Chile,

yo a URSS,

yo a Colombia,

yo a Mexico,...

 

Il teatro ebbe come punti di riferimento lo stesso Alberti, che s’ispirò a ricercare la Spagna perduta o Max Aub che espresse un teatro epico e documentale. Diversi registi cinematografici diedero inizio alla produzione di film in Messico, con questi lavorò per un certo periodo Luis Buñuel, che girò Los olvidados, film premiato al Festival di Cannes nel 1950 per la miglior regia. Appartenne a questo filone il regista colombiano Sergio Cabrera. Egli pose al centro della vicenda raccontata ne La Strategia della Lumaca del 1993 la figura di un anarchico spagnolo emigrato dopo la guerra civile, il quale stimolato da un profondo spirito di solidarietà tra poveri, diviene il capo dei diseredati inquilini di un condominio da abbattere per contrastare l'avidità dei potenti e dei ricchi.[8]

Nel 1972 fu eretto su iniziativa degli emigrati spagnoli nel Parco de España di Città del Messico un monumento al Presidente del Messico generale Lázaro Cárdenas, a ricordo del suo sostegno alla Repubblica Spagnola e dell'aiuto offerto agli esuli.

 

Quelli che si trasferirono negli altri stati dell'America Latina non riuscirono ad inserirsi con altrettanta facilità, per questo, dopo un certo tempo, molti lasciarono i paesi d'accoglienza per raggiungere il Messico. Le poche notizie in proposito riguardano:

- la tumultuosa traversata del piroscafo Winnipeg che partito da Bordeaux il 4 agosto 1939 attraccò al porto di Valparaiso (Cile) il 4 settembre.

Nel corso del viaggio scoppiarono risse sia tra i passeggeri (duemila persone di cui quattrocento donne e trecento sessantacinque bambini) per motivi politici - comunisti contro anarchici - sia tra i passeggeri e l'equipaggio per il cattivo trattamento e il cibo scadente. L'arrivo fu salutato al canto dell’Internazionale e di Bandiera Rossa, cui si unirono i portuali di Valparaiso, il che suscitò il biasimo delle autorità già contrariate, come si è accennato, con Pablo Neruda che aveva favorito l'ingresso nel paese d’estremisti e per di più di basso livello culturale.[9]

Oltre trent’anni dopo molti degli esuli e loro discendenti saranno vittime delle brutalità delle dittature instaurate in Cile nel settembre 1973 dal generale Pinochet e in Argentina nel 1976 dai militari, nell’ambito dell’Operazione Condor progettata per abbattere in Cile il governo democraticamente eletto di Salvador Alliende e reprimere in Argentina i movimenti di sinistra. Infatti, tra le migliaia di desaparecidos, arrestati, torturati ed uccisi si conteranno molti uomini legati alla Retirada.

 

- Hugo Pratt, famoso cartoonista creatore di Corto Maltese, che tanto successo ha riscosso tra i giovani negli ultimi venticinque anni, nella sua autobiografia All'ombra di Corto (Rizzoli 1993) raccontò: «quand'ero lontano da Venezia e dall'Italia ho conosciuto a Buenos Aires anarchici e comunisti, fuoriusciti della guerra di Spagna. Gente bellissima, autentica, più adulta di me: asturiani, catalani, polacchi......».

 

Non può passare sotto silenzio il grande influsso che questa produzione letteraria ebbe sulla cultura spagnola durante la dittatura franchista, quando la scuola, sia pubblica sia religiosa, era il massimo del grigiore e del sordido. Nei libri grandi epoche della storia erano ignorate, la seconda guerra mondiale era liquidata in poche righe. Qualsiasi scrittore che fosse solo in odore di comunismo posto all'indice. Esistono testimonianze d’intellettuali spagnoli formatisi in questo clima che grazie all'importazione clandestina di libri e riviste completarono la propria formazione culturale:

 

- Lluis Pasqual, regista teatrale, direttore prima del Teatre Lliure di Barcellona, quindi del Théàtre de l'Europe a l'Odeon di Parigi e responsabile della sezione teatro della Biennale di Venezia, raccontò in un articolo apparso su La Stampa del 31 agosto 1994 la sua esperienza scolastica a Reus, città della Catalogna di 60.000 anime a 102 chilometri da Barcellona:

«Nel 1966 mio padre m’iscrisse al Liceo pubblico dove insegnavano gli intellettuali della Repubblica, quelli che non erano in esilio o non erano stati uccisi, e che, di massima, usciti dalla prigione, erano stati autorizzati a tornare ad insegnare. Non all'Università ma nei licei e ad una distanza di almeno cento chilometri da Barcellona. Ora, ho già precisato Reus era a 102 chilometri, e così ho avuto degli insegnanti straordinari. La mia professoressa di francese era la figlia del Ministro dell'Educazione sotto la Repubblica. La prima lezione ha messo un disco d’Edith Piaf ed ha detto: «Il giorno che sarete capaci di avere un’emozione ascoltando e comprendendo il senso ultimo di questa canzone, allora avrete imparato il francese». Tutta la mia educazione era di questo tipo: un privilegio. Ci parlavano degli autori di cui non conoscevamo nulla. Di qui sorse la stimolo ai viaggi a Perpignan dove le librerie erano piene d’opere proibite».

 

- Juan Goytisolo, scrittore e professore presso Università americane, sullo stesso giornale il 16 giugno 1993, denunciò il nozionismo del sistema educativo sottomesso ai canoni del nazional-cattolicesimo, alla retorica e ai sogni di grandezza della Falange:

«I professori - gesuiti, fratelli delle scuole cristiane o laici - non mi hanno insegnato niente d’utile né di durevole: soltanto un'enorme indigestione di fatti e di nozioni, dimenticati subito dopo gli esami. Precetti religiosi, sillogismi scolastici, calcoli matematici che odiavo, tutto si è cancellato, come gli articoli del Codice Civile che ho dovuto memorizzare dieci anni più tardi.

A parte qualche nozione elementare di grammatica, niente di quanto mi è stato presentato nel campo delle lettere ha contribuito alla mia formazione. Appena entrato all'Università, dove ho trovato una mezza dozzina di studenti che condividevano le mie inquietudini, ho potuto incominciare in maniera artigianale la mia contro-educazione: scoprire García Lorca, leggere Alberti e Neruda sulle riviste clandestine, frequentare le opere di Gide e Sartre (libri proibiti dallo Stato e dalla Chiesa). Le mie incursioni furtive nel retrobottega della libreria francese e dagli importatori di libri stampati in Argentina sono state eccitanti quanto le prime scorribande nei quartieri di Barceloneta, delle Ramblas e del Barrio Chino».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

X

 

LA "DROLE DE GUERRE" E L'ARMISTIZIO

 

 

 

 

A Tous les Français

La France a perdu une bataille! Mais la France n'a pas perdu la guerre!

..................................

Vive La France!

 

Général De Gaulle (18.6.40)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NARVIK (Norvegia)

 

 

Il 1° settembre 1939 l'esercito tedesco iniziò l'invasione della Polonia, due giorni dopo Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania, e i profughi spagnoli rimasti in Francia o nell'Africa del Nord si trovarono coinvolti in un nuovo conflitto. Un decreto legge del 13 gennaio 1940 dispose la mobilitazione di tutti i rifugiati di sesso maschile, di età dai venti ai quarant'anni, cosicché quelli che era ancora internati dovettero raggiungere i loro compatrioti inquadrati nelle C.T.E. (sotto la giurisdizione del Ministero della Difesa) affiancate all'esercito francese schierato dal confine italiano alla Manica. Si trovarono così invischiati in quella che passerà alla storia come la drôle de guerre (la guerra balorda) in cui i due eserciti si fronteggiarono dal settembre 1939 all'offensiva tedesca del maggio 1940 quasi senza combattere, arroccati nelle fortificazioni della Linea Maginot (i francesi) e Sigfrido (i tedeschi).

 

Lo Stato Maggiore francese sembrava più preoccupato di aiutare la Finlandia contro l'U.R.S.S. che di lanciare un'offensiva contro la Germania. Infatti, nel febbraio mise in stato di allarme, tra gli altri, i battaglioni di fanteria della Legione Straniera n. 11 e 12 che costituiti in Africa del Nord, dopo l'addestramento, erano stati trasferiti in Francia, ma la progettata spedizione fu superata dalla pace firmata a Mosca a metà marzo. Una parte di questi effettivi fu allora inviata in Siria, all'epoca protettorato francese.[1]

Il 9 aprile l'esercito tedesco invadeva la Danimarca e la Norvegia, immediatamente l'alto comando alleato (nel frattempo in Francia Paul Reynaud ha sostituito Daladier alla guida del governo) predispose un'azione con obiettivo la conquista di Narvik nella Norvegia del Nord. Si trattava di un centro doppiamente importante in quanto era un capolinea della ferrovia del ferro, che collegava le miniere svedesi di minerale di ferro con il mare, e perché il suo porto protetto dai fiordi consentiva il controllo dell'Atlantico del Nord e del Mare Artico. Furono inviate due divisioni di cui una formata da inglesi e polacchi e l'altra comprendente diverse unità dell'esercito francese in particolare: una compagnia di cacciatori alpini, una compagnia di carri leggeri, un gruppo di artiglieria coloniale, una compagnia trasporti e i due battaglioni della 13ª Mezza Brigata di fanteria della Legione Straniera (13ª Demi Brigade L.E.), che annovera nei suoi ranghi da 500 a 1.200 spagnoli, secondo le diverse fonti.[2]

Partiti da Brest il 23 aprile i francesi raggiunsero al largo delle coste scozzesi il convoglio in rotta verso la Norvegia, dove il 26 avvenne un primo sbarco di truppe inglesi nel fiordo di Olot a 30 chilometri a sud di Narvik mentre i cacciatori alpini francesi sbarcarono 50 chilometri più a nord, ove si unirono agli sciatori norvegesi, che già fronteggiavano i tedeschi. La conquista della città di Narvik fu affidata alla Legione Straniera che il 10 maggio sbarcò il 1° battaglione a Bjervik dove incontrò una violenta resistenza da parte tedesca tanto che occorsero cinque ore di duri scontri per conquistare la cittadina interamente distrutta. Il 2° battaglione sbarcò a sua volta nella regione di Meby quindi proseguì verso il lago Hartvingand, che completamente gelato era utilizzato dalla Luftwaffe come campo di aviazione, e il 21 maggio si congiunse con i Cacciatori delle Alpi, completando così la prima parte del piano che prevedeva l'isolamento di Narvik.

 

Frattanto la situazione sul fronte francese si era fatta drammatica: i tedeschi avevano occupato l'Olanda ed il Belgio, aggirando la linea Maginot, sfondato nelle Ardennes e accerchiato metà dell'esercito alleato nella sacca di Dunkerque. L'Alto Comando richiamò il Corpo di Spedizione, ma il comandante generale Béthouart comprese che non poteva reimbarcare i suoi uomini con le truppe nemiche a Narvik e per rendere più facile l'operazione decise di occupare la città. I soldati non sapevano che andavano a combattere "pour rien". Il 28 maggio il 1° Battaglione sbarcò nella baia d'Orneset, ad un chilometro da Narvik, dove dapprima incontrò una feroce resistenza e poi subì un violento contrattacco in cui perse metà dei suoi effettivi. Lo sbarco del 2° battaglione permise ai francesi di riprendere l'iniziativa e di conquistare, il giorno successivo con un assalto alla baionetta, l'intera città e le colline circostanti. L'avanzata si spinse fino al confine svedese per allargare la testa di ponte e così favorire il reimbarco, che avvenne il 4 giugno, fu sempre la Legione a proteggere la ritirata così da imbarcarsi per ultima sulla Duchess of York per far rientro in Francia.

 

I milleottocento reduci della 13ª D.B.L.E. furono sbarcati a Brest il 14 giugno (lo stesso giorno i tedeschi entravano in Parigi) e reimbarcati per l'Inghilterra quattro giorni dopo, dove furono acquartierati a Trentham Park nel Surrey.[3]

Le perdite alleate furono valutate dagli storici oscillare tra i 530 e i 900 caduti, di cui la maggioranza spagnoli. Essi si erano battuti con coraggio e sprezzo della vita contro i nemici della guerra civile, ma il loro sacrificio non ebbe il dovuto riconoscimento, infatti, quando dopo la fine della guerra, su iniziativa francese, fu inaugurata in ricordo della battaglia una stele in mezzo al fiordo di Narvik con i rappresentanti di Polonia, Inghilterra e Norvegia, non furono invitati i rappresentanti della Spagna repubblicana. Sul monumento una lapide portava la dedica:

«La France a ses fils et à leur frères d'armes tombès glorieusement en Norvège. Narvik 1940».[4]

 

Un poeta spagnolo, Antonio Aparicio, li ricorderà nella poesia Narvik:

 

Tumbas en la neve.

Joan Andalucia, Pedro

Valencia, Manuel de Mino,

Rafael de Extremadura,

ahora lejanos, ahora

enterrados en Noruega

y perdidos.....[5]

 

Con il ripristino della democrazia in Spagna dopo la morte di Franco, il giornalista Coll Parrot, con l'appoggio dell'Ambasciata spagnola di Oslo, fece erigere nel cimitero della cittadina norvegese un monumento dedicato ai caduti spagnoli.

 

 

 

 

 

DISFATTA IN FRANCIA

 

 

Al fronte, in Francia, si trovavano gli altri cinque reggimenti di fanteria costituti in gran parte da reduci della guerra spagnola e tutti rimasero invischiati nella disfatta degli eserciti alleati. L’11° reggimento L. E. era di stanza a Sierck les Bains in Lorena quando ricevette l'ordine di proteggere la ritirata delle unità della II Armata cui era aggregato, per cui prese posizione nel bosco d'Inor, tra la Mosa e la Chiers, nella regione di Stenay. I legionari furono dapprima sottoposti a violentissimi bombardamenti aerei poi il 27 maggio subirono l'attacco terreste da parte di mezzi blindati e fanteria. Essi furono impegnati per venti giorni in violentissimi combattimenti che costarono molte perdite da ambo le parti. Il 17 giugno, divenuta impossibile ogni resistenza, giunse l'ordine di ripiegare, il reggimento, che aveva perduto quattrocento uomini, era ormai accerchiato. Il 2° battaglione effettuò un disperato contrattacco in cui perse i nove decimi dei suoi effettivi, compresi tutti gli ufficiali, ma permise agli altri due battaglioni di rompere l'accerchiamento e di ripiegare verso Toul. Il 23 giugno gli ottocento superstiti nuovamente accerchiati a Saint Germain sur Meuse, dopo aver bruciata la bandiera, si arresero ai tedeschi.

 

Il 12° reggimento L. E. era dislocato nel settore di Soissons con il compito di difendere sette ponti sull'Aisne. Investiti da violenti attacchi frontali i legionari riuscirono a ricacciare i tedeschi oltre il fiume, ma questi passati più a Sud avanzavano per accerchiarli, il che rese necessario il ripiegamento. La 2ª e la 12ª compagnia si sacrificarono per consentire a quanto restava del reggimento di passare l'Yonne a Montereau; dove si riorganizzò per rallentare l'avanzata tedesca finché furono sorpresi dall'armistizio a Bessines sur Gartempe.[6]

Il 21°, 22° e 23° reggimenti di fanteria, dopo il sommario addestramento ricevuto a Le Barcarès, furono mandati in prima linea dove furono fatti letteralmente a pezzi dallo strapotere delle armi tedesche. Il 21° fu quasi distrutto dai bombardamenti aerei mentre gli altri due furono decimati nel corso di un’accanita difesa delle posizioni. L'ultimo messaggio del 22° presso Villiers Carbonnes fu: «siamo schiacciati dai carri». In totale le tre unità denunceranno una perdita media, compresi i prigionieri, del sessanta per cento.

 

Dei 55.000 uomini arruolati nelle C.T.E. circa la metà era utilizzata direttamente dall'esercito. Allo scoppio delle ostilità molte compagnie si trovano sulla linea del fuoco, tanto che quando la situazione precipitò da lavoratori furono affrettatamente trasformati in soldati.

Decisione che si dimostrò in seguito tragica in quanto, poiché non venne loro riconosciuta la qualifica di militari; se catturati, furono considerati prigionieri politici e non prigionieri di guerra, il che determinò il loro internamento nei campi di sterminio nazisti. Non erano certo questi soldati improvvisati che potevano fermare le potenti armate tedesche che procedevano senza soste nella loro offensiva. Dopo la conquista di Sedan, che fu occupata il 13 maggio, proseguirono la loro avanzata con azioni combinate verso Saint Quentin, Amiens e Abbeville per accerchiare gli inglesi e ciò che restava dell'esercito francese. Come un rullo compressore, le divisioni corazzate, appoggiate da un'aviazione e un'artiglieria largamente superiori all'armamento francese, eliminarono ogni resistenza organizzata. Il generale Weygand, nominato Comandante in Capo in luogo del generale Gamelín, tentò di organizzare una linea difensiva sulla Somme e sull'Aisne ma il 4 giugno anche questa linea fu sfondata. Al Nord l'avanzata continuò, i tedeschi il 20 maggio occuparono Boulogne, il 1° giugno Lilla e, sotto il comando del generale Rommel, accerchiarono nella sacca di Dunkerque quasi 400.000 soldati alleati.[7]

Gli inglesi misero in atto l'operazione Dinamo e dal 26 maggio iniziarono l'evacuazione delle truppe accerchiate, essa si risolse in un successo: in dieci giorni oltre 330.000 uomini (224.000 inglesi e 142.000 francesi e alleati) furono salvati. Fu un'operazione selettiva, fino al 31 maggio furono imbarcati solo i britannici (i 15.000 francesi che raggiunsero l'Inghilterra lo avevano fatto a bordo di navi francesi), dopo questa data e fino al 4 giugno all'alba, qualche ora prima che i tedeschi occupassero Dunkerque, fu la volta dei francesi, tra i quali vi erano circa duemila spagnoli, che lasciarono sulle spiagge almeno altri seimila compagni.[8]

 

Antonio Vilanova in Los Olvidados descrisse le peripezie di una di queste compagnie: la 118ª. Formata a Saint-Cyprien il 29 dicembre 1939 fu inviata con la 114ª, 116ª e 117ª a Cassel nel Nord per partecipare alla costruzione di fortificazioni.

Il 2 giugno, dopo essere ripiegati su Dunkerque, gli spagnoli tentarono, senza successo, di unirsi ai gruppi che attendevano l'imbarco. Si spostarono a Bay les Dunes, sei chilometri più a nord, ma ricevettero lo stesso rifiuto. Il 3 giugno il gruppo degli spagnoli nel frattempo ridottosi a soli quindici uomini da ottantaquattro che erano, per rinunce, morti o ferite, continuarono a vagare da un imbarcadero all'altro senza fortuna. Nel corso di uno di questi spostamenti, essi trovarono abbandonata una barca in cattive condizioni e seguendo le istruzioni di un marinaio galiziano, che faceva parte del gruppo, con mezzi e pezzi di fortuna riuscirono a ripararla tanto da poter prendere il mare. Remando e continuando a buttare fuori bordo acqua per tutta una notte il mattino raggiunsero sani e salvi Dover. Altri si salvarono allo stesso modo: l'ultimo convoglio che lasciò le spiagge francesi comprendeva la Léopold-Anna, una nave belga, che trainava un'imbarcazione raccolta alla deriva sotto un mare di bombe con a bordo ventisei spagnoli. Per i lavoratori delle C.T.E. che erano riusciti a sfuggire all'accerchiamento ed a raggiungere l'Inghilterra una nuova delusione: non ottennero il permesso di restare e furono prontamente reimbarcati per Cherbourg. Si unirono a quanti rimasti in Francia, non fatti prigionieri, per iniziare un nuovo esodo questa volta verso il Sud.[9]

 

Il 10 giugno l'Italia dichiarò guerra alla Francia, i tedeschi occuparono Rouen e il governo francese lasciò Parigi per Bordeaux. Il 16 Paul Reynaud si dimise e divenne Capo dello Stato il maresciallo Pétain, il quale iniziò le trattative per l'armistizio, che sarà firmato il 22. Il 18 giugno dai microfoni della B.B.C. a Londra il generale De Gaulle lanciò il suo famoso messaggio:

 

«A tutti i francesi. La Francia ha perduto una battaglia! Ma la Francia non ha perduto la guerra!».

 

Da questo momento fino alla fine del conflitto (maggio 1945) i repubblicani spagnoli ebbero un parte (attiva o passiva) nei seguenti avvenimenti:

 

-          il regime di Vichy,

-          l'occupazione tedesca,

-          la deportazione nei campi di sterminio nazisti,

-          la partecipazione alla Resistenza,

-          le battaglie nelle Forze della Francia Libera o sotto altre bandiere alleate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X I

 

IL REGIME DI VICHY

 

 

 

 

Au Vernet, les coups étaient un événement quotidien;

à Dachau, ils duraient jusqu'à ce que mort s'ensuive.

A Dachau les gens étaient tués volontairement.

Au Vernet, la moitié des prisonniers dormaient sans

couvertures, à 20° sous zéro;

à Dachau, ils étaient enchainés pour etre exposés

au froid.

Arthur Koestler

La lie de la Terre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL GOVERNO COLLABORAZIONISTA E LE ESTRADIZIONI

 

 

La sconfitta della Francia che aveva condotto all'armistizio del giugno 1940 aprì un nuovo drammatico periodo dell'esilio spagnolo. Per i rifugiati politici, in particolare i rossi della guerra di Spagna, l'occupazione tedesca di due terzi del paese costituì una nuova minaccia e d'altronde la zona libera non era molto più sicura. La Francia era ormai nelle mani degli elementi più reazionari, nazionalisti, xenofobi e ferventi fautori di rapporti privilegiati con le autorità tedesche e con la Spagna franchista. Dal mese di luglio gli 85.000 profughi-lavoratori, che con la cessazione delle ostilità ed il conseguente armistizio erano stati smobilitati, e quindi non più necessari all'economia bellica francese, dovettero rientrare nei campi da cui erano usciti pochi mesi prima, a meno che potessero dimostrare di possedere sufficienti mezzi di sostentamento, vale a dire essere in possesso di un regolare contratto di lavoro e non essere considerati pericolosi per l'ordine pubblico. Successivamente una legge del 3 settembre 1940 - che riprendeva ampliandolo il decreto legge del 18 novembre 1939 - autorizzava i prefetti a prendere provvedimenti nei confronti degli individui ritenuti pericolosi per la difesa nazionale e l'ordine pubblico. Stabiliva inoltre che gli spagnoli entrati in Francia prima del 17 luglio 1936 - data d’inizio della guerra civile - che non potevano quindi rivendicare lo status di rifugiato politico, fossero ricondotti alla frontiera o internati a Gurs od Argelès, se le autorità spagnole non li accettavano. Quelli, entrati dopo tale data e che quindi potevano richiedere questa posizione, se non inseriti nel mondo del lavoro dovevano essere internati ad Argelès o se ritenuti pericolosi a Le Vernet o a Rieucros, se si trattava di donne. E' in questo periodo che numerosi profughi, in particolare le donne, preferirono lasciare l'inospitale terra d'asilo e rientrare in Spagna.[1]

Di fronte a questa nuova prospettiva d’internamento i rifugiati, soprattutto gli spagnoli, optarono per l'emigrazione verso il Messico. Il governo francese, il cui obiettivo prioritario restava la partenza dei profughi, il 23 agosto 1940 stipulò un accordo con quello messicano, con il quale quest'ultimo s’impegnava ad accogliere tutti quelli che lo richiedessero (non vi fu cioè, come prima, alcuna selezione). Provvidero alle spese del viaggio i Quaccheri che agivano per conto del governo repubblicano spagnolo in esilio. Il governo di Vichy da parte sua garantì i diritti dei rifugiati. Le autorità tedesche d’occupazione diedero dapprima il loro consenso all'accordo dal quale però esclusero quelli che si trovavano nelle zone occupate, prigionieri o non, e circa 800 nominativi compresi in una lista che Franco aveva consegnato all'ambasciatore tedesco.

Immediatamente il governo messicano tramite la sua legazione, riprese il censimento dei candidati alla partenza, iniziato un anno prima dal S.E.R.E., cercando di dare asilo a tutti anche a quanti non rientravano nell'accordo. La polizia francese sospettò la legazione messicana di andare oltre i patti, di aiutare i partiti disciolti (P.C.E.), di fornire falsi documenti a rifugiati dei quali era stata vietata l'emigrazione, evasi o assegnati a domicilio coatto. Nel gennaio del 1941, il Ministro dell'Interno stimò che «mettere un freno a queste attività equivaleva a scongiurare un movimento insurrezionale comunista».

In applicazione dell'art. 10 della convenzione di armistizio, che prevedeva che "la Francia non intraprenderà alcun’azione ostile al Reich ed impedirà ogni trasferimento all'estero di carattere militare", la commissione tedesca si oppose nel marzo del 1941 alla partenza di cinquecento spagnoli pronti per l'imbarco. Il portavoce delle autorità tedesche, von Welzech, ricordò ad un responsabile francese degli Affari Esteri che «non si possono lasciar partire indistintamente tutti gli stranieri», doveva essere vietata l'emigrazione a quanti all'estero potevano esercitare un'azione ostile al Reich, e includeva tra questi i repubblicani spagnoli. Le proteste di Vichy non ebbero alcun esito. Il 27 giugno, dopo che numerose volte la commissione d'armistizio tedesca era intervenuta a bloccare le partenze, fu revocato definitivamente su pressione del governo franchista il precedente assenso. Von Welzech dichiarò che nessun rifugiato era più autorizzato a partire per l'America, sia a titolo privato sia in gruppo, e che i comunisti attivi dovevano essere consegnati alle autorità tedesche per essere condotti in Germania dove sarebbero stati isolati.[2]

Nonostante le continue intromissioni riuscirono a partire per il Messico circa 9.700 profughi nel 1941 e 2.500 nel 1942, in pratica fino alla rottura delle relazioni diplomatiche fra la Francia ed il Messico. Furono le autorità francesi dell'Africa del Nord, meno controllate, che favorirono le ultime partenze specie dal porto di Casablanca. [3]

S’inserisce in questo contesto la testimonianza di Alvaro Lopéz, che fu uno dei 500.000 profughi. Dopo aver ricordato la trafila dei campi: Segre, Prats de Mollo, Barcarés, Saint Cyprien, Vernet d'Ariège racconta la partenza per l'America Latina:

«il 14 giugno 1940, giorno della caduta di Parigi il S. E. R. E. ci fa uscire. Gli internazionali ci regalano vestiti e scarpe. La nostra partenza dà origine ad una manifestazione indimenticabile , tra due ali di brigadistas che ci abbracciano. E restano fermi fin quando il nostro treno passa davanti al campo qualche ora dopo. Si va a Bordeaux in carrozze ferroviarie da 40 hommes , 12 chaveaux. Partiamo da questa città il 19, poco prima che sia occupata dai nazisti. La nave Cuba è forse l'ultima che porta un gruppo di rifugiati spagnoli in America con destinazione Santo Domingo, ma il dittatore Trujillo ci respinge - ben per noi - e grazie all'intervento di Mantecón e Galarza presso il Presidente Cárdenas veniamo accolti nell'ospitale terra messicana».

 

Il governo franchista forte dell'appoggio delle autorità di occupazione tedesche esercitava pressione sul governo collaborazionista francese per ottenere il rimpatrio dei rifugiati, soprattutto di quelli i cui nominativi erano stati inclusi nella famosa lista che comprendeva i maggiori capi politici e militari della Repubblica spagnola. Per Vichy le procedure di estradizione erano regolate dalla convenzione franco-spagnola del 1° dicembre 1877 per la quale occorreva anzitutto determinare se i delitti contestati, oggetto della richiesta, erano politici o di diritto comune, in quanto solo per questi ultimi era prevista l'istruzione di una pratica che poteva portare all'espulsione. Non si opponeva alle richieste ma pretendeva che queste rientrassero nella legge. Nel febbraio 1941, il Ministro degli Interni, ammiraglio Darlan, affermò che nessuno degli stranieri che figuravano sulle liste prodotte da Madrid sarebbe stato consegnato ma si preoccupò però di precisare che l'eccezione politica non poteva essere ammessa a priori per tutti i fatti avvenuti durante la guerra civile. Obiettivo del governo francese non era di interferire o di contrapporsi alla giustizia spagnola ma di legittimare la propria azione. Il 19 marzo 1941 si confermò ai prefetti della zona libera che gli spagnoli incarcerati in Francia per crimini o delitti di diritto comune commessi in Spagna durante la guerra civile, dopo il procedimento giudiziario di condanna, dovevano essere internati al campo di Le Vernet e registrati al fine di poter rispondere ad eventuali domande di estradizione.

Questa politica di rispetto della legalità ebbe come conseguenza, non calcolata, di limitare le espulsioni, perché in effetti il governo franchista non ebbe interesse a dar vita a procedure tanto lunghe, negative nei confronti dell'opinione pubblica internazionale, e che conducevano i tribunali francesi a deliberare su questioni interne della Spagna. D'altra parte il governo di Vichy collaborava senza reticenze per quanto riguardava: sorveglianza, arresti, divieti di emigrazione. In particolare s’impegnava a trattenere tremilaseicentodiciassette ex-responsabili militari, politici o sindacali, i cui nominativi erano inseriti in tre liste consegnategli tra l'agosto e il dicembre 1940. Mentre la pseudo-protezione francese era efficace per quanto riguardava le estradizioni, si tolleravano invece evidenti ingerenze della polizia franchista, quali accertamenti nei campi di internamento, denunce di false identità, domande di perquisizioni, divieti di imbarco e anche azioni illegali (per esempio il suicidio del fratello di Lluis Companys a Lione nel settembre 1940).[4]

 

 

I CAMPI RIAPRONO

 

 

Il 27 settembre 1940, una nuova legge sul lavoro obbligatorio dei rifugiati, che si rifaceva a quella dell'aprile 1939, creò i Groupements de Travailleurs Etrangers (G.T.E.) in cui furono inquadrati - sotto l'autorità del Ministro della Produzione Industriale e del Lavoro - tutti gli stranieri da diciotto a cinquant'anni rimasti senza occupazione in quanto provenienti dalle C.T.E. o dalle aziende belliche che avevano cessato la loro attività (fabbriche di munizioni o polverifici).[5] Nel frattempo in adempimento alle clausole dell'armistizio era stato soppresso il Ministero della Difesa e della Guerra, alla cui giurisdizione erano fino allora sottoposti i campi d’internamento, e le sue competenze furono al Ministero dell'Interno, che provvide a riordinare l'intero sistema concentrazionario in Francia e nell'Africa del Nord. I profughi della Repubblica Spagnola - ora inquadrati nei G.T.E. - e i loro familiari vennero di massima internati in sei campi principali:

-          Le Vernet, che conservava la caratteristica di campo repressivo,

-          Bram, Argelès e Saint-Cyprien qualificati come campi di alloggiamento,

-          Rieucros ed Adge destinati a ricevere anche gli indesiderabili stranieri e gli estremisti francesi arrestati dopo la repressione anticomunista,

-          e nei campi minori di Le Barcarès, Riversaltes, Noè, Récébédou e Septfonds, mentre restavano in attività i campi nordafricani.[6]

 

Fu in questo periodo che cominciò l'internamento nel campo di Gurs dei primi contingenti d’ebrei provenienti dalla Germania e dai paesi occupati, quella, che divenne in seguito una terribile operazione di morte, si limitava al momento ad allontanarli dai luoghi d’origine. In seguito toccò agli israeliti francesi e la Francia scrisse una delle pagine più tragiche e dolorose della sua storia millenaria. Si aprì una ferita che oggi, ad oltre cinquant'anni, non si può considerare sanata.

 

Per ogni campo venne nominato un responsabile, di regola un ex militare, da cui dipese la struttura organizzativa e di controllo, il quale aveva come braccio destro un amministrativo che esercitava la sua autorità sulla contabilità generale e sulle attività logistiche: rifornimenti di viveri e materiali, trasporti, destinazione ai lavori agricoli. Le miserabili condizioni di vita che caratterizzarono tutti i campi furono in gran parte loro imputabile in quanto, ossessionati dall'idea di fare economie, si sforzarono per non spendere gli 11,50 franchi assegnati dalle autorità centrali per persona ogni giorno. A mantenere l'ordine provvedeva un gruppo di funzionari, ispettori o commissari della Sicurezza, incaricati di istruire le inchieste di polizia (furto, traffici, mercato nero, ...), di esercitare la censura, la sorveglianza degli internati e la costituzione di fascicoli personali. Erano individui temuti ed odiati dagli internati per la loro efficienza e brutalità. Ai livelli più bassi di questa gerarchia concentrazionaria erano le guardie reclutate per lo più tra la popolazione locale o tra i profughi alsaziani e lorenesi, dopo una minuziosa inchiesta sulla loro moralità, efficienza fisica e tendenze politiche. Un rapporto, anche lontano, con un ebreo, un comunista o un massone determinava la non accettazione senza appello. Era ben vista l'appartenenza alle Croci di Fuoco o alla Legione dei Volontari Francesi contro il Bolscevismo forse per la brutalità che li caratterizzava. Le condizioni di lavoro, poco attraenti (disciplina severa, guardie di notte, paga modesta, mancanza di divise, disprezzo da parte della popolazione) fecero man mano diminuire gli arruolamenti. Mentre alcuni di loro si diedero a malversazioni (furti, ricatti, mercato nero, brutalità, ...) altri invece presero coscienza delle tristi condizioni di vita degli internati e a poco a poco si avvicinarono ai gruppi della resistenza, tanto che nel 1943 i prefetti consigliarono di appoggiarsi esclusivamente alla Milizia. Quale prima incombenza i responsabili dovettero relazionare il Ministero sulla situazione dei campi. I rapporti denunciarono una serie di mancanze che investirono tutti i livelli dell'organizzazione: dalla costituzione fino al funzionamento. Diversi campi destinati ad accogliere molte migliaia di internati ognuno erano stati installati in zone eccessivamente decentrate, lontane dai centri abitati e dalle vie di comunicazione, prive delle infrastrutture necessarie ad assicurare, tra l'altro, il regolare flusso di rifornimenti necessari. Per controllare la veridicità di tale relazioni il ministro mandò due ispettori i quali precisarono:

 

-          Bram (Aude): tremilaseicentodiciotto internati, di cui millesessanta donne e milletrecentosedici bambini, vivevano in una condizione di sporcizia incredibile. La mortalità infantile era molto alta, l'inquinamento dei pozzi aveva provocato un’epidemia di febbre tifoidea...

-          Argelès sur Mer: tremilaquattrocentotrentanove internati, di cui milleduecentodiciotto donne e novecentoquarantatre bambini, lo stato generale in particolare sanitario era buono, ma le baracche costruite sulla sabbia erano in cattivo stato...

-          Saint-Cyprien e Le Barcarès furono dichiarati inabitabili. Il primo in ragione del tifo e della malaria (zanzare negli stagni), il secondo per la quantità incredibile di parassiti,

-          Le Vernet e Gurs furono considerati in condizioni sufficientemente soddisfacenti, anche se il primo presentava un certo numero di baracche sovrappopolate e in cattivo stato ed il secondo, costruito su un terreno argilloso, si trasformava in una palude di fango nei giorni di pioggia (che erano numerosi!).

 

Seguiva una lunga lista di lavori ritenuti strettamente indispensabili, che per la maggior parte restarono però allo stato di progetto. A Gurs, per esempio, i lavori (riparazioni e rivestimento con cartoni bitumati) previsti per la fine del 1940 non furono iniziati che nel 1941 e riguardarono sette raggruppamenti di baracche in tutto ma furono interrotti nel mese di settembre per mancanza di cartone bitumato. Non furono mai ripresi benché cinque gruppi di baracche fossero inutilizzabili e quelli restaurati subissero gravi danni a causa delle intemperie, in particolare delle tempeste di grandine del giugno 1942.[7]

Il 26 settembre 1940 il Ministero dell'Agricoltura e dei Rifornimenti stabilì le nuove razioni per gli internati. Esse venivano ridotte di un terzo rispetto a quelle definite dalla circolare del Ministero della Difesa nazionale e della Guerra del 10 maggio 1939, in particolare la razione giornaliera di pane passò da 600 a 350 grammi, i legumi secchi da 150 a 100, i grassi da 30 a 11, lo zucchero da 21 a 13, il caffè da 16 a 3, la carne da 150 a 125 grammi la settimana e così via per pasta, patate, formaggio, ecc. La razione venne aumentata alle donne incinte e che allattavano, mentre i bambini dovevano avere latte, cioccolato e marmellata. Un supplemento di pane, carne e grassi era previsto per gli internati che lavoravano. Queste avrebbero dovuto essere, secondo gli addetti all'amministrazione, le razioni massime autorizzate per le quali veniva stanziata la cifra giornaliera di 11,50 FF. ma normalmente di loro iniziativa essi facevano delle economie quando non traevano vantaggi personali. Ne derivò così una denutrizione cronica, denunciata anche da un'ispezione ministeriale in cui risultava che la quantità minima di duemila calorie al giorno non era mai raggiunta, essa oscillava tra le millecento e le millecinquecento. Oltre alla quantità scarsa anche la qualità lasciava a desiderare: il pane era talvolta ammuffito e la carne, di seconda o terza categoria, era sovente avariata o proveniva da bestie affette da tubercolosi e ciò nonostante la vigilanza delle autorità. Un macellaio di Mende denunciato per aver fornito al campo di Rieucros carne inadatta alla consumazione dichiarò a sua difesa dichiarò che, a causa dei bassi prezzi impostigli dall'economo del campo, egli non aveva potuto fornire che carne di terza qualità.

 

Il cibo diventò l'ossessione di tutti gli internati, il che portò allo sviluppo del mercato nero, soprattutto da parte dei lavoratori dei G.T.E. che avevano la possibilità di uscire, con la complicità degli addetti all'amministrazione che pretendevano una percentuale sugli introiti. Tali commerci non erano però sufficienti a coprire le carenze alimentari in quanto era difficile ottenere prodotti razionati. In una nota dell'11 febbraio 1942, il Ministro dell'Interno segnalò a quello dei Rifornimenti che «I campi attraversano un grave periodo d’insufficienza alimentare causa d’avitaminosi, di cachessia e di morte per fame» richiedendo un aumento della sovvenzione giornaliera di 11,50 FF., che era risultata insufficiente. I rifugiati più indifesi - ammalati o invalidi - privi dell’appoggio della famiglia furono le prime vittime della carenza di vitto, del freddo e della situazione ambientale. Molti si lasciarono morire. Claude Laharie in Le camp de Gurs 1939/1945, dopo aver consultato gli archivi, affermò che le persone internate a Gurs tra l'aprile 1939 e il settembre 1944 furono 60.559 di cui 1.070 morte tra il maggio 1939 e l'agosto 1943 (500 nel 1940 e 401 nel 1941).

 

All'inizio del 1941, l'ambasciata americana in una memoria ufficiosa trasmessa al suo governo sulle condizioni di vita dei campi segnalò:

«Tutti i campi presentano più o meno lo stesso aspetto miserevole con alcune varianti: qui, assenza d’infermeria, là, utilizzo di tuguri privi d'aria, d’illuminazione o della possibilità di riscaldarsi. Gli internati sono ammucchiati, non esistono strutture per i bambini o i nuovi nati. In questa Torre di Babele si trova di tutto: condannati per delitti comuni, estremisti politici, malati di mente, gente rispettabile. Il cibo, di cattiva qualità, è insufficiente».[8]

I governi neutrali si fecero parte attiva con i rappresentanti diplomatici della Francia all'estero affinché intervenissero presso i ministri responsabili per porre fine a tale deplorevole stato di cose. La stampa europea (svizzera ed inglese) e quella americana riportando testimonianze dirette od indirette della vita nei campi insorsero contro tali situazioni contrarie ai principi umanitari della tradizione francese. Il moltiplicarsi di tali lamentele indusse il governo di Vichy a creare un organismo, diretta emanazione del Ministero dell'Interno, l'Ispettorato generale dei campi, con il compito di provvedere alla loro riorganizzazione nel quadro di una sana gestione che tenesse conto degli interessi degli internati e di quelli del Tesoro.

La direzione del nuovo servizio fu affidata ad André Jean Faure, ex Prefetto dell'Ariège, che non si limitava a mandare i suoi ispettori a visitare i diversi campi ma andava a costatare di persona. Quanto accertato gli provocò uno choc. Tutti i suoi rapporti furono accuse schiaccianti. Il 20 ottobre 1941, alla fine di un primo giro d’ispezioni, egli mandò una nota al capo di gabinetto del Maresciallo Pétain in cui affermava che per la propaganda antifrancese i campi rappresentavano «una sorgente di critiche severe e dannose in quanto fondate». Scosso da quanto constatato, decise di agire senza indugi dopo aver fatto un primo bilancio e stabilite le misure più urgenti; era persuaso che in qualche mese gli sarebbe stato possibile migliorare la situazione cosicché la stampa e la diplomazia internazionali potessero costatare i miglioramenti.

 

I lavori ebbero immediatamente inizio: furono installate tubature per l'acqua potabile, sanitari e fognature, tolti i reticolati che dividevano i diversi gruppi di baracche e pavimentati con pietrisco i passaggi, riparate le baracche, migliorati i servizi d’infermeria. Fu predisposta l'evacuazione dei campi di Rieucros e Riversaltes. Il cambio nella politica interna francese dell'aprile 1942, avvenuto con la nomina di Pierre Laval a capo del governo, portò ad una maggior collaborazione con i tedeschi ed i campi - nei quali ogni miglioria fu sospesa - divennero anticamere dei campi di sterminio nazisti. Se le manchevolezze prima denunciate rendevano penosa la vita nei campi di alloggiamento essa era ben più dura nei campi di disciplina, più volte citati: Le Vernet d'Ariège, Rieucros e quelli dell'Africa del Nord.[9]

 

Si è in precedenza accennato come il campo di Le Vernet d'Ariège ospitò all'epoca della Retirada la 26ª Divisione anarchica Durruti, quindi profughi che si erano resi colpevoli di una qualche infrazione (evasione, rissa, insubordinazione, ecc.) ed infine i cosiddetti elementi pericolosi essenzialmente comunisti francesi o stranieri residenti in Francia, tra cui i reduci della Brigate Internazionali. Vi transitarono uomini dei cinque continenti e di cinquantotto nazioni tra cui messicani, norvegesi, sanmarinesi o albanesi, il commerciante cinese arrestato nel Porto Vecchio di Marsiglia incontrò l'ebreo della Palestina, l'ufficiale greco, il principe georgiano, il poeta tedesco o lo studente estone. In prevalenza erano attivisti politici o uomini di cultura comunisti, socialisti, anarchici o semplicemente antifascisti.

Vi furono anche fascisti e nazisti: a fianco della spia internazionale tedesca Rozescu, un rumeno, agente dell'Abweir che aveva operato in Francia, Cecoslovacchia e Spagna si trovò Léon Degrelle, capo dei nazisti belgi, futuro generale delle Waffen S.S., arrestato il 10 maggio 1940 a Bruxelles. Fu liberato su espressa richiesta di Hitler nei primi giorni dell'agosto.

 

Tra i molti intellettuali internati, che per l'elevato numero fecero del campo una delle capitali della Resistenza culturale europea, si possono citare:

-          Serge Mintz-Meinard, russo, direttore del teatro di Pietroburgo all'epoca della Rivoluzione d'Ottobre,

-          Michel Flurscheim, fuoriuscito tedesco, direttore di teatro,

-          Jacques Haik, franco-tunisino, produttore cinematografico,

-          Eberhard Schmidt, compositore tedesco, che scrisse delle canzoni per la corale germanica,

-          Felix Sztal, famoso pianista polacco,

-          Tommaso Sarti, disegnatore italiano,

-          Paul Pitoum, pittore russo, morto dopo un’operazione all'ospedale di Pamiers,

-          Joseph Soos, pittore ungherese,

-          Otto Kuhns, pittore tedesco,

-          Isidore Weiss, pittore rumeno,

-          Bruno Peiser, architetto tedesco

-          Moise Rosenberg, scultore polacco.

 

I più numerosi furono gli scrittori come:

-          Louis Emrich, tedesco, conosciuto come uno dei capi del movimento separatista renano, direttore di un giornale filo-francese a Sarre, autore di diverse opere antinaziste, arrestato nonostante l'intervento del vescovo di Strasburgo. Di cultura europeista scrisse nel campo L'Europe à l'aube d'une époque nouvelle ove immaginava l'Europa unita nel 1950. Non sopravvisse alla deportazione in Germania.

-          Friedrich Wolf, tedesco, medico, poeta, drammaturgo, comunista, all'epoca più celebre di B. Brecht. Le sue opere teatrali furono rappresentate in tutto il mondo (I marinai di Cattaro sugli ammutinamenti del 1918; Professor Malmlock denuncia dell'antisemitismo). La stampa americana lo aveva soprannominato il "Nemico n°1 di Hitler". Al campo egli scrisse una delle sue opere migliori: Bel mercato. Dopo la guerra pubblicò dei racconti sulla vita nel campo.

-          Rudolf Leonhard, poeta, animatore di Radio Libertà, presidente della società degli scrittori tedeschi. Dato il suo prestigio intervenne a suo favore l'ispettore generale André Jean-Faure. Nei venti mesi d’internamento scrisse più di cento poemi pubblicati dopo la guerra sotto il titolo Le Vernet.

-          Ladislas Radvany, ungherese, comunista, ebreo, scrisse in tedesco sotto lo pseudonimo di Johan Lorenz Schmidt. Economista aveva fondato e diretto l'Università Operaia di Berlino, poi la Libera Università Tedesca di Parigi. Professore all'Istituto di Storia delle Scienze di Parigi, durante l’internamento scrisse una Storia della letteratura francese. Emigrò negli Stati Uniti.

-          Arthur Koestler, ungherese, ex-comunista, giornalista e romanziere (tedesco ed inglese), descrisse ne La Schiuma della Terra il suo soggiorno a Le Vernet, come aveva descritto la sua prigionia nelle carceri franchiste nel Dialogo con la Morte. Fu qui che impostò il celebre Lo zero e l'infinito, primo grande libro che analizzò i meccanismi dello stalinismo.

-          Max Aub, uno dei più grandi scrittori spagnoli, amico di Picasso, scrisse sul periodo 1939/1945 un celebre libro: Ultime Notizie della Guerra di Spagna. Vi sono pagine terribili sul campo e in particolare il Manoscritto del Corvo descrizione satirica e surrealista dell'universo concentrazionario francese.

 

Tutti questi intellettuali furono protagonisti dell'animazione culturale del campo (corsi d’istruzione pubblici, letture commentate, rappresentazioni teatrali, tavole rotonde). Dal campo uscirono clandestinamente poemi, romanzi, opere teatrali, che, diffusi nel mondo libero, colpirono l'opinione pubblica e contribuirono ad attirare l'attenzione sulle vittime dei campi di concentramento francesi.

 

A Le Vernet passò una parte dell'élite politica antifascista europea, che giocò un ruolo importante nell'organizzazione e nella guida della Resistenza in tutti i paesi occupati dai nazisti.

 

- Anarchici:

Gli spagnoli (catalani di massima), soldati ed ufficiali della 26ª Divisione Durruti, che inaugurarono il campo - nel febbraio/marzo 1939 ed ebbero una parte attiva nella guerriglia nella zona dei Pirenei. Poi Francisco Isgleas del Comitato nazionale della F.A.I., Valerio Mas del Comitato nazionale della C.N.T., Manuel Gonzales Martin, comandante di Divisione, Eduardo Val Bascos, segretario generale della C.N.T. a Madrid, ecc.

Gli italiani che pubblicarono una rivista libertaria Res Nova sotto la direzione di Giorgio Braccialarghe, capo di Stato Maggiore della XII Brigata Internazionale, che rientrato in Italia divenne comandante della Brigata partigiana "Mazzini".

 

- Comunisti:

Luogo d'internamento di numerosi dirigenti europei e di buona parte dei capi e dei soldati delle Brigate Internazionali, il campo divenne il principale centro di diffusione delle direttive impartite da Mosca.

 

Le principali nazionalità rappresentate furono:

 

- Tedeschi

Molti ex deputati: Philip Daub, futuro sindaco di Magdeburgo, Eric Jungmann, Paul Merker, deputato della Renania, Heinz Renner, futuro sindaco di Essen, Rudolf Stender, deputato di Amburgo.

Responsabili del Partito Comunista Tedesco (K.P.D.): Herman Axen, Rudolf Bergmann, Adolf Detter, membro del Comitato Centrale, Wilhem Eildermann, Gerhart Eisler, Alfred Kirn, futuro Ministro del Lavoro nella Sarre.

Ufficiali delle Brigate Internazionali: Heinrich Rau, futuro Ministro dell'Economia e Vice Premier della Repubblica Democratica Tedesca (R. D. T.), Herbert Grunstein, futuro Vice-Ministro degli Interni della Germania dell'Est, Walter Janka, Herbert Tschape, comandante dell' XI Brigata, consegnato ai tedeschi ed ucciso nel 1944.

La figura di maggior peso politico fu Franz Dahlem, deputato, numero due del K.P.D., membro supplente del Comintern, responsabile dei tedeschi inquadrati nelle B.I., consegnato alla Gestapo fu internato a Mauthausen, da cui sopravvisse divenendo in seguito Vice-Ministro dell'Educazione nella R.D.T.

 

- Spagnoli

Francisco Anton, membro dell'Ufficio politico del P.C.E., commissario generale dell’esercito repubblicano; Jésus Larrañaga, segretario generale del partito basco, fucilato in Spagna alla fine del 1941; Miguel Valdes, deputato; Juan Blasquez, prima commissario politico e poi generale e Vice comandante dell’Agrupación des guerrilleros españoles en Francia, e i futuri comandanti partigiani: Tomas Guerrero (Camilo) nel Gers, Antonio Caamano nell'Alta Garonna, Emilio Alvarez nella Dordogna, Rafael Gandia nell'Aude, Armano Castillo e Francisco Ruiz Vera nei Pirenei Orientali, Fernando Claudin......

 

- Italiani

Luigi Longo, ispettore generale delle B.I., futuro comandante in Italia delle formazioni Garibaldi e Vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà, Giuliano Pajetta, commissario politico delle B.I., Eugenio Reale, Mario Montagnana, Francesco Fausto Nitti, Eusebio Giambone che sarà fucilato a Torino il 5 aprile 1944 con sette membri del Comitato Militare Regionale Piemontese, Felice Platone e molti altri.[10]

 

Tra questi Leo Valiani, che al momento dell'arresto aveva già maturato il suo dissenso dalla linea politica del Partito Comunista (il patto russo-tedesco gli aveva confermato i dubbi sorti con i processi di Mosca) ma non l'aveva reso pubblico e così fu internato. Comunicò la sua disapprovazione con una lettera al Comitato Politico Comunista del Vernet, di cui facevano parte Longo, Reale, Montagnana e Parodi. Egli racconta in Sessant'anni di avventure e battaglie:

«Quando scrissi questo mi espulsero dal partito, e l'indomani tutti i comunisti, forse quattromila, mi tolsero il saluto come un sol uomo: è duro vedersi togliere il saluto da quattromila compagni. Fra quelli che mi tolsero il saluto c'era Rajk, il combattente eroico della guerra di Spagna, futura vittima dello stalinismo». In una lettera del 31 marzo 1970 a Paolo Spriano che lo intervistava per la sua Storia del Partito Comunista affermerà che per primi, qualche mese dopo, gli avrebbero restituito il saluto Longo e Montagnana. Aderrà a Giustizia e Libertà dopo una visita al campo di Franco Venturi che gli organizzò la fuga in Messico.[11]

 

E poi Albanesi, Austriaci, Bulgari, Cecoslovacchi, Greci, Jugoslavi, Polacchi, Rumeni, Russi, Ungheresi,.....

 

Arthur Koestler, che fu internato nel campo per pochi mesi, nella Schiuma della Terra diede una descrizione del campo e della vita che vi si conduceva:

«Il campo di Le Vernet d'Ariège occupa circa venti ettari. La prima impressione entrandoci era di una massa di filo spinato e ancora di filo spinato. Correva tutt'intorno al campo con triplice recinto e attraverso ad esso in varie direzioni con trincee parallele.

Il terreno era arido, pietroso e polveroso quand'era bello, coperto di fango da entrarci fino alle caviglie quando pioveva, gibboso di zolle gelate quando faceva freddo.

Il campo era diviso in tre sezioni: A, B, e C. Ciascuna sezione era separata dalle altre da filo spinato e da trincee. La sezione A era per stranieri con precedenti penali, la sezione B per quelli con precedenti politici, la sezione C per quelli senza alcun’accusa precisa ma che erano "sospetti", o per motivi politici o per motivi comuni. Io ero nella C; e così era la maggior parte della gente venuta con me da Parigi. Le baracche erano costruite con tavole di legno coperte da una specie di carta impermeabile. ciascuna baracca ospitava duecento uomini, ed era lunga trenta metri e larga cinque. Il mobilio consisteva in quattro ripiani di assi, due inferiori e due superiori, ognuno largo circa due metri, che correvano lungo i due lati lunghi e lasciavano uno stretto passaggio nel mezzo. Tra il ripiano inferiore e superiore c'era uno spazio di circa novanta centimetri, sicché quelli del ripiano inferiore non potevano mai stare in piedi. Per ciascuna fila dormivano cinquanta uomini con i piedi verso il passaggio. Le file erano divise in dieci scomparti dalle travi di legno che facevano da impalcatura al tetto. Ogni scomparto conteneva cinque uomini ed era largo due metri e mezzo, di modo che ogni persona disponeva per dormire di uno spazio di cinquanta centimetri. Ciò significava che tutti cinque dovevano dormire di fianco, nella stessa direzione, e se uno si voltava dovevano voltarsi tutti. Le assi erano coperte di un sottile strato di paglia, e la paglia era l'unico arredamento mobile della baracca. Era, di fatto, una capanna. Non v'erano finestre ma solo pezzi di rettangolari segati dalle assi delle pareti e che servivano da imposte. Non ci fu stufa nell'inverno del 1939, né luce, e non c'erano coperte. Il campo non aveva refettorio per i pasti, né vi erano tavole o sgabelli nelle baracche, non venivano forniti piatti, cucchiai o forchette per mangiare, né sapone per lavarsi. Una piccola parte degli internati poteva permettersi di comprarsi queste cose; gli altri erano ridotti al livello dell'età della pietra.

Il vitto consisteva principalmente della razione giornaliera di trecento grammi di pane. Veniva aggiunta una tazza di caffè nero amaro la mattina e mezzo litro di "minestra" a mezzogiorno e la sera. Ho messo "minestra" tra le virgolette, era un liquido pallido che non conteneva grasso ma solo pochi granelli di piselli, lenticchie o vermicelli. Il numero dei grani variava da trenta a cinquanta. C'erano anche ottanta grammi di manzo bollito con la minestra di mezzogiorno, ma di qualità talmente pessima che solo i più affamati potevano mangiarlo.

Il lavoro durava d'inverno dalle 8 alle 11 antimeridiane, e dall'1 alle 4 pomeridiane, le ore di lavoro erano limitate dalla luce e dalle condizioni fisiche degli uomini malnutriti. La percentuale dei malati era sempre al disopra del venticinque per cento in tutte le baracche, sebbene la simulazione di malattia fosse sempre duramente punita. Il lavoro consisteva principalmente nel costruire strade e nei vari accomodamenti necessari alla manutenzione del vasto campo. Non era retribuito e il campo non forniva abiti da lavoro. Dal momento che la maggioranza dei prigionieri possedeva solo quello che aveva indosso - da molto tempo avevano venduto l'ultima camicia di ricambio o la biancheria per un pacchetto di sigarette - lavoravano con i vestiti logori e le scarpe sfondate a venti gradi sotto zero, e dormivano senza coperte nelle capanne quando perfino gli sputi per terra si gelavano.

Quattro volte il giorno c'erano gli appelli, che duravano ciascuno da mezz'ora a un'ora. Per la maggior parte del tempo dovevamo stare immobili in piedi al gelo. La più leggera mancanza era punita dalle guardie mobili con un pugno o una frustata. Mancanze più serie venivano punite con un minimo di venti giorni di prigione, le prime ventiquattr'ore senza mangiare né bere, e i seguenti tre giorni a pane e acqua».

Parla delle umiliazioni cui fu sottoposto (perquisizioni, rasatura dei capelli), della corruzione dilagante, delle malversazioni di cuochi, addetti all'amministrazione, capi baracca, della malvagità delle guardie, delle punizioni crudeli e gratuite, del lavoro pesante o degradante (corvée de tinette).[12]

 

Questa testimonianza, che potrebbe essere suffragata da altre, per citare tra gli italiani quelle di Leo Valiani o di Mario Montagnana (Ricordi di un operaio torinese), spiegava i motivi delle azioni di protesta messe in atto dagli internati, soprattutto dai più organizzati: i comunisti, il cui Comitato Politico divenne l'anima del Collettivo Internazionale organismo clandestino di rappresentanza di tutti i prigionieri. Si ebbero delle manifestazioni di sciopero e di contestazione, specie nel periodo dall'autunno 1940 alla primavera del 1941, periodo in cui vennero sostituiti ben quattro responsabili del campo. Puntando sul sostegno dalla stampa internazionale, perfino i giornali italiani nell'agosto del 1940 avevano denunciato le sevizie inferte ai prigionieri, in occasione del secondo anniversario dell'internamento in Francia delle Brigate Internazionali il Collettivo mobilitò i quartieri B e C per protestare contro le brutalità delle guardie e la fame:

«i detenuti comuni catturano dei topi, li fanno cuocere in latte di conserva....i detenuti si sono rifiutati di mangiare delle patate marce». Il nuovo comandante del campo era un poliziotto che non tollerava insubordinazioni e minacciò gravi ritorsioni. Un incidente scatenò la rivolta prima al quartiere C e poi al B. Gli internati rifiutarono di lavorare e mangiare e in un primo momento neutralizzarono le guardie. Il Prefetto dell'Ariège fece intervenire l'esercito: il campo venne preso d'assalto e ci furono feriti da una parte e dall'altra. Vennero effettuati 102 arresti: i principali caporioni, Ilich e Rau, furono giudicati al Tribunale di Foix e condannati a diversi anni di prigione. Gli altri membri del Collettivo furono inviati nella prigione di Castres, i tedeschi consegnati ai nazisti, tra cui Dahlem, gli italiani ai fascisti.

Milleduecento rivoltosi vennero imbarcati a Port-Vendres i giorni 2, 6, 11 e 16 marzo sulle navi Djebel Nador, la Mayenne e Sidi Aissa con destinazione i campi del Nord Africa. Altri duemilacinquecento (non tutti provenienti da Le Vernet) partirono sempre per l'Algeria dal 25 novembre 1941 al 25 aprile 1942.

 

Con l'attacco della Germania all’U.R.S.S., il Komintern ordinò ai suoi militanti di raggiungere i propri paesi di provenienza per organizzare la resistenza contro i tedeschi. Le vie di uscita furono o accettare l'arruolamento volontario offerto dai tedeschi e poi, nel corso del viaggio, evadere o di fuggire direttamente dal campo. Venne creata una rete di favoreggiatori, che provvedeva a fornire nascondigli, documenti, mezzi di trasporto, contatti e denaro. I primi furono gli spagnoli che appoggiandosi ai connazionali residenti nel Sud della Francia si diedero alla macchia e costituiscono le prime bande armate.

 

Il campo cominciò ad accogliere ebrei francesi rastrellati nei dipartimenti dei Pirenei e dalla primavera del 1944 iniziarono le prime deportazioni verso la Germania. Il 15 giugno 1944 i tedeschi occuparono il campo e il 30 giugno deportarono gli ultimi internati con quello che passò alla storia come il treno fantasma, da cui molti riuscirono ad evadere.[13]

 

Se per i rifugiati sul territorio metropolitano le condizioni di vita per un certo periodo migliorarono soprattutto quando, per esigenze belliche, vennero impiegati nell'industria o in agricoltura, quelli internati nei campi del Nord Africa non conobbero miglioramenti al trattamento duro e repressivo. I profughi della Guerra di Spagna furono suddivisi tra il 5° G.T.E. che era di stanza in Marocco a Meridja e il 6° di stanza in Algeria Hadjerat M'Guil, il Buchenwald francese, che comprendeva una sezione speciale ove era quasi impossibile sopravvivere. Esistevano inoltre in Algeria i campi di Djelfa e Berrouaghia riservati agli stranieri indesiderabili mentre le donne erano internate in quello di Ben Chicao. Quelli che avevano conti in sospeso con la giustizia francese, già giudicati o nella attesa di processo, venivano rinchiusi nella prigione Maison Carrér di Algeri, o in quella di Lambése (Costantina) e nel forte di Port-Lyautey in Marocco. Ai cittadini francesi e agli autoctoni furono riservati i campi di Bousset, El Aricha, Djenien-Bou-Rezg. Qualunque fosse la loro denominazione si trattava di bagni penali ove coesistevano lavori forzati e trattamenti inumani, in particolare nelle sezioni speciali. Con l'avvento del governo di Pétain l'invio in Africa del Nord divenne il mezzo più sicuro per sbarazzarsi degli indesiderabili sospettati di "attività estremiste". Gli stranieri furono mandati nei campi del deserto per o lavorare alla costruzione della transahariana, divenuta dopo il 21 marzo 1941 la Mediterraneo-Niger, o alle miniere di carbon fossile di Kenadza.

Ogni nuovo arrivo a Djelfa, il campo della morte, dava luogo ad un cerimoniale di ricevimento presieduto dal comandante Cavoche, che accoglieva i prigionieri con le parole: «Spagnoli voi siete arrivati al campo di Djelfa, siete in pieno deserto. Pensate bene a questo: solo la morte potrà liberarvi» o anche «Voi siete qui per morire e non dimenticatevi mai che io sono il vostro primo nemico». Nei campi del Sud Sahara, ove le temperature variano da più 50° in estate a meno 14° in inverno, le punizioni leggere portavano invariabilmente al sepolcro (fossa lunga due metri, profonda e larga uno). Malgrado le condizioni atmosferiche era proibito al punito di portarsi una coperta, il pasto, già di norma frugale, era ridotto a pane secco con poca acqua, che poteva essere soppresso e sostituito da un piatto molto salato e pepato.

Le punizioni più gravi comportavano l'imprigionamento nella fortezza di Caffarelli, da cui molti non fecero ritorno. In questa prigione i detenuti erano costretti in celle talmente umide e strette in cui era quasi impossibile muoversi, il che determinava l'insorgere di polmoniti, che non curate, portavano alla morte. Le autorità chiudevano la pratica con l'annotazione: morte naturale.

Il peggiore di tutti i campi era Hadjerat Mi Guil qui, come a Mauthausen, i detenuti dovevano portare dei blocchi di pietra di circa quindici chili in cima ad una collina da cui poi dovevano scendere a passo di corsa, tutto sotto i colpi dei guardiani. In quest’inferno uno dei supplizi più applicati (specie nei casi di tentata evasione) consisteva nell'attaccare il punito alla coda in un cavallo lanciato al galoppo finché non decedeva. Tutte queste atrocità costituirono il capo d'accusa nei processi, che furono istruiti contro i responsabili quando l'Africa del Nord fu occupata dalle truppe alleate nel novembre 1942 e i campi vuotati con il 27 aprile 1943. Furono incriminati, il luogotenente colonnello Viciot, responsabile di tutti i campi del Sud, il luogotenente Santucci, comandante di Colomb-Béchar ed il suo aiutante Finidori ed i loro scagnozzi: Mosca, capo delle guardie arabe incaricato della sorveglianza, il sergente maggiore Dauphin, cinico e crudele cui erano attribuite le torture più raffinate, Otto Riepp e Dourmenoff, già cacciati per ignominia dalla Legione Straniera ed il colonnello Liebray, comandante del territorio, che appoggiava le crudeltà praticate a Hadjerat M'Guil perché, per lui,: «tutti i repubblicani, socialisti o comunisti, non sono che dei rossi e di conseguenza delle bestie pericolose». I processi si conclusero con la condanna a morte per Santucci , Riepp, Finidori e Dauphin. Solo le prime due furono eseguite, mentre gli altri ebbero la pena commutata rispettivamente nell'ergastolo e in vent'anni di carcere. A Viciot e Santucci fu revocata la Legion d'Onore e a Mosca e Finidori la medaglia militare. Altri come Cavoche, comandante del campo di Djelfa fu condannato a sei mesi di prigione. Questi processi celebrati, quasi di nascosto, ebbero poca pubblicità. Il quadro legislativo che aveva costituito l'infrastruttura necessaria alla creazione dei campi, imputabile alle autorità di Vichy, non fu messo in discussione. Alla fine si sgonfiarono, lo scandalo dei campi di concentramento francesi si ridusse ancora una volta in un processo a dei carnefici, dunque a degli uomini, e non fu un processo all'esistenza dei campi, dunque al sistema politico-sociale che li aveva generati.[14]

 

Dopo la liberazione agli internati furono prospettate le seguenti possibilità:

-          emigrare in Messico,

-          lavorare per la produzione industriale accompagnata dall'autorizzazione a risiedere nelle colonie,

-          arruolarsi per la durata della guerra nelle truppe scelte o nei corpi ausiliari dell'esercito inglese

senza garanzia di residenza a fine servizio in Gran Bretagna,

-          lavorare per le truppe americane, senza nessun impegno per il futuro.

 

Vedremo nelle pagine seguenti quali furono le scelte e le motivazioni che le determinarono.

 

 

 

 

 


 

XII

 

L' OCCUPAZIONE TEDESCA

 

 

 

Ce n'est pas la patrie française

qui est en danger, ni la liberté

de la France qui est en jeu, c'est

la liberté, la culture et la paix

mondiales.

 

Francisco Ponzan Vidal[6]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RICONSEGNE FORZATE AI FRANCHISTI

 

 

Il 22 giugno 1940 nella foresta di Compiégne a Rethondes, sullo stesso wagon-lit su cui i tedeschi sconfitti avevano firmato l'armistizio l'11 novembre 1918, la delegazione del governo francese firmò la convenzione d'armistizio con la Germania il cui l'articolo 2 precisava: «La linea di demarcazione tra la zona occupata dalle truppe tedesche e quella che resta sotto la giurisdizione francese comincia ad est, alla frontiera franco-svizzera presso Ginevra ed è delimitata dalle località di Dole, Paray-el-Monial e Bourges, fino a circa venti chilometri ad est di Tours. Di lì, essa passa ad una distanza di venti chilometri ad est della linea ferroviaria Tours-Angouleme-Libourne per proseguire per Mont-de-Marsan e Ortez fino alla frontiera spagnola».

La clausola più odiosa delle ventiquattro, che costituivano la convenzione, e la più disonorevole era quella che obbligava la Francia a consegnare tutti i profughi tedeschi antinazisti. Il generale Weygand protestò che questo era contro l'onore, perché violava lo storico diritto d’asilo, e ne domandò la cancellazione. I tedeschi rifiutarono, i francesi chiesero allora di modificare la clausola come segue: «La posizione dei cittadini stranieri che hanno cercato asilo in Francia formerà oggetto di un successivo accordo sulla base dell'onore e dell'umanità». Keitel, capo della delegazione tedesca, si oppose nettamente ad ogni modifica. Forse inconsciamente per salvare i fuoriusciti tedeschi, i francesi introdussero il concetto di cittadini stranieri che finiva per comprendere tutti i profughi.[1]

La nuova amministrazione militare tedesca nella zona di sua competenza s’interessò subito dei rifugiati spagnoli e si preoccupò di:

 

-          consegne forzate al governo di Franco,

-          impieghi in lavori forzati in Francia o in Germania,

-          deportazioni in Germania.

 

Non appena le truppe del Reich raggiunsero la frontiera spagnola allacciarono rapporti diretti con le autorità franchiste consolidando quelli esistenti tra le due nazioni dovuti soprattutto al fattivo aiuto fornito dai tedeschi nel corso della guerra civile. Hitler tendeva a cementare tale amicizia per spingere Franco ad entrare in guerra a fianco delle forze dell'Asse. La Spagna aveva, infatti, nella strategia bellica una notevole importanza, sia per conquistare Gibilterra acquisendo così il controllo della via d’accesso dall'Atlantico al Mediterraneo, sia per rifornire le truppe impegnate in Africa del Nord evitando il ricorso ai convogli navali sottoposti agli attacchi d’aerei e sottomarini inglesi. In attuazione di tale programma di collaborazione, già nel mese di giugno ottantaquattro rifugiati, residenti a Deux-Sevres (Poitou-Charentes), furono trasferiti con la forza per ordine della Feldkommandantur al posto di frontiera di Hendaye e consegnati alle autorità spagnole. I francesi, ormai senza potere, erano obbligati a cooperare: il 10 ottobre 1940, il Prefetto di Mont de Marsan dovette fornire ai tedeschi la lista di tutti i repubblicani spagnoli registrati nel dipartimento delle Landes. Qualche giorno dopo venne a sapere che gli spagnoli erano stati arrestati e trasferiti in Spagna. Dieci giorni dopo la richiesta fu ripetuta per la zona di Bayonne (Pirénées Atlantiques), la Feldkommandantur richiese: «Una lista completa dei rifugiati rossi, uomini e donne, al fine di rimpatriarli di forza o inviarli nei campi di lavoro in Germania». [2] Inoltre la polizia spagnola era autorizzata a fare delle incursioni in territorio francese per prelevare elementi legati alla Repubblica.

Le personalità di maggior prestigio consegnate dai tedeschi alla Spagna furono: Lluis Companys, Presidente della Generalitat catalana, Julián Zugazagoitia e Juan Peiró, rispettivamente Ministro dell'Interno e dell'Industria e Rivas Cherif, console a Ginevra e cognato di Manuel Azaña. Lluis Companys, consegnato il 15 agosto 1940 dopo due mesi di violenze fu fucilato il 15 ottobre nei pressi della fortezza di Montjuich a Barcellona. Il suo sacrificio fu ricordato con un monumento che sorge al porto di Saint Cyprien (P.O.) su cui è incisa la seguente dedica in francese ed in catalano:

 

A LLUIS COMPANYS JOVER

Président de la Catalogne

et

a tous les

CATALANS TOMBÉS

pour la défense de la liberté

des hommes et des peuples

engagés volontaires dans l'Armée Française

1870/1871 - 1914/1918 -1939/1945.

 

Zugazagoitia e Peiró furono fucilati, mentre a Rivas Cheriff, dapprima condannato a morte, la pena fu commutata in trent'anni di carcere.[3]

 

 

DEPORTAZIONI IN GERMANIA

 

 

Quando apparve chiaro, dopo il famoso incontro di Hendaye del 23 ottobre 1940 tra Hitler e Franco, che quest'ultimo non aveva alcun’intenzione di entrare in guerra a fianco dell'Asse, anche la politica tedesca verso la Spagna cambiò e le estradizioni forzate cessarono quasi del tutto, mentre proseguirono le deportazioni, iniziate sin dall'agosto 1940, nei campi di concentramento in Germania. La destinazione dei profughi della Guerra Civile, spagnoli ed interbrigatisti, dipese dalle situazioni che avevano determinato il loro arresto: i militirazzati delle C.T.E. ed i refractaires al Service de Travail Obligatoire (S.T.O.), furono mandati a Mauthausen in Austria, che assunse il triste soprannome di campo degli spagnoli, mentre quelli arrestati per appartenenza alla Resistenza in Francia finirono di massima, se uomini a Buchenwald ed a Dachau, se donne a Ravensbruck. A Mauthausen i tedeschi imposero ai Rotspainer (rossi spagnoli)