Aggiornato il 13/01/2007 alle 17.04

 

 

Circolare gennaio 2008                                                                                                                        198/2008

 

Sommario

 

I detti di Gesù (56): Venite a me voi tutti affaticati e oppressi ed io vi ristorerò........................ 1

ROMA: Il Collegio di S. Atanasio tra le due guerre..................................................................... 2

MOLISE: Comunità arbëreshe................................................................................................... 4

ROMA: 90° Congregazione Orientale e 90° Pontificio Istituto Orientale (1917-2007)..................... 7

PIANA DEGLI ALBANESI: 70° dell’Eparchia.......................................................................... 8

NAPOLI: Studi sull’Europa Orientale......................................................................................... 8

TIRANA: Libri d’arte delle banche............................................................................................ 9

GROTTAFERRATA E S. COSMO ALBANESE: Calendari bizantini 2008................................. 9

ANTRODOCO: Il pittore albanese Lin Delija............................................................................. 9

ROMA: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2008....................................................... 10

Epèktasis: “Essere pienamente cristiani”.................................................................................. 11

 

 

Tà lòghia: I detti di Gesù (56): “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi

ed io vi ristorerò” (Mt 11,28)

 

       Gesù considera la gente del suo tempo come  pecore senza pastore, o come popolo con guide esigenti, legaliste, che scorgono la pagliuzza nell’occhio del prossimo, ma non la trave nel proprio occhio. Rendono opprimente la stessa legge di Dio, affaticano i fedeli. Inoltre queste guide del tardo giudaismo rinviano a vari intermediari tra Dio e l’uomo, alla legge, ai profeti, alla tradizione e alle tradizioni. Gesù indirizza coloro che lo ascoltano  a se stesso come all’unico mediatore: “Venite a me” (pròs mé), voi tutti affaticati ed oppressi” (Mt 11,28).

Oppressi da cosa? Affaticati perché? Si è pensato al peso generale della vita, alle sue difficoltà, alle sue oscurità, alle sue angosce (Percy). Altri hanno indicato il legalismo che al tempo di Gesù “imponeva una dura disciplina morale agli uomini senza comunicare la gioia della salvezza” (Bonnard). Oltre a tutto questo S. Giovanni Crisostomo aggiunge l’oppressione morale del peccato. “Nulla appesantisce ed opprime l’anima tanto quanto la coscienza del peccato; nulla le mette le ali e la solleva in alto così come il possesso della giustizia e della virtù” (Omelie sul Vangelo di Matteo, 38,3).

Gesù invita a sé e libera: “Venite a me ed io vi ristorerò” (anapàvsō). Questo verbo fa parte della terminologia apocalittica che comprende il riposo assoluto, la pace intima con Dio. Ma nelle parole di Gesù la sua sequela, l’andare a lui, ha effetto immediato, con riflessi diretti nella realtà presente, attuale. Venendo a me “voi troverete riposo per le vostre anime, perchè il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”(Mt 11,29). Gesù non annulla l’osservanza della legge di Dio. Ma la vede e la presenta strettamente  connessa alla salvezza, quindi alla gioia che proviene dall’Alleanza con Dio, dalla comunione con Lui. L’osservanza delle identiche norme della legge non appare più oppressione e pesantezza, ma diventa espressione di amore e di dolcezza, di vita in comunione (Besa/Roma).

 

 

 

 



ROMA

IL COLLLEGIO DI S. ATANASIO

TRA LE DUE GUERRE

 

Continuiamo la presentazione dello studio dell’Archimandrita ortodosso Evanghelos Yfantidis. In continuazione dal numero precedente pubblichiamo la seconda  parte del capitolo su “I Padri Rettori e la loro direzione”:

 

 

II.                 Rettorato del P. Zimmermann

(1919 – 1927)

 

Il 1 Novembre 1919[1] si potè finalmente giungere alla riapertura del Collegio Greco, ponendo fine così allo stato anormale, in cui il medesimo si trovava fin dal 5 maggio 1915. Gli alunni, trasferiti in differenti Collegi e Seminari, ebbero l'autorizzazione di ritornare a Sant’Atanasio il detto giorno e ripresero la vita propria del Collegio.

Prima della riapertura della casa atanasiana, aveva avuto luogo un cambiamento importante, riguardo alla direzione del Collegio. Con lettera del 16 giugno, il Cardinale Segretario dello stato Vaticano fece al Procuratore Apostolico del Collegio la seguente comunicazione: «La Santa Sede prese in considerazione la prossima apertura del Collegio Greco ed in vista delle benemerenze acquistatesi in questo campo dall’Ordine di San Benedetto ha deciso che il suddetto Collegio continui ad essere affidato alle cure dei R.R.P.F. Benedettini. Attesa peraltro la delicatissima situazione internazionale, non sembrerebbe conveniente chiamare alla direzione del menzionato Collegio religiosi appartenenti alle nazioni la cui reciproca opposizione é maggiormente pronunciata. Forse sarebbe opportuno che la direzione del Collegio fosse ora affidata ai Benedettini della Congregazione Cassinese».

Dall’anno scolastico 1912 – 1913 in cui il Collegio Greco fu affidato alla Congregazione benedettina di Beuron, i Padri della menzionata Congregazione lavorarono con operosità instancabile, a vantaggio del Collegio, durante un periodo difficilissimo di sette anni. Specialmente il P. Don Benedetto Baur, Rettore, il quale si consacrò senza riserve al bene del Collegio con tutte le sue forze ed i suoi talenti[2].

L’Abate Primate, conformemente a questi ordini, scrisse ai Superiori delle due Congregazioni benedettine in Italia, di Montecassino e di Subiaco, ma tanto l’una quanto l’altra Congregazione rispose di non essere in grado di accettare la direzione del Collegio Greco, per assenza di personale.

Allora il Procuratore Apostolico si rivolse, col permesso della Santa Sede, alla Congregazione belga, offrendole la carica summenzionata. La Congregazione belga si dichiarò, difatti, pronta ad assumersi la direzione del Collegio Greco «ad experimentum» per un anno, senza però prendersi responsabilità per l’avvenire. Per l’apertura del Collegio sopraggiunsero tre Padri della menzionata Congregazione e s’incaricarono della direzione del medesimo.

Nel giugno dell’anno 1920[3], il Padre Abate Presidente della Congregazione belga comunicò ufficialmente all’Abate Primate che la Congregazione belga non si trovava in grado di accettare in modo definitivo la direzione del Collegio Greco, ma la Congregazione si dichiarava, nello stesso tempo, decisa di lasciare i tre padri in Collegio per il tempo necessario a trovare altre persone idonee per questi uffici.

Nell’anno scolastico 1919 – 1920[4] nel Collegio abitava ancora Monsignor Papadopoulos, Assessore della Congregazione per la Chiesa Orientale, col suo segretario ed un cameriere. Il terzo piano del Collegio, su richiesta della Congregazione per la Chiesa Orientale, fu affidato allo studentato Mechitarista.

Con la riapertura del Collegio erano state ordinate le finanze del Collegio[5]. Sin dall’anno 1897 provvedeva in gran parte al mantenimento del Collegio Greco l’Ordine Benedettino e piuttosto il Collegio di Sant’Anselmo. Quell’obbligo fu imposto all’Abate Primate Ildebrando de Hemptinne dal Papa Leone XIII, nel suddetto anno 1897 ed allo stesso Pontefice fu assegnata la somma di un milione di lire italiane in favore del Collegio di Sant’Anselmo. Considerati i cambiamenti dei tempi e il rincaro dei viveri, l’obbligo di concorrere in gran parte al mantenimento nel Collegio Greco doveva riuscire molto gravoso al Collegio di Sant’Anselmo. L’Abate Primate espose al Papa la situazione finanziaria del Collegio Greco, domandandogli di degnarsi a provvedere in qualche altro modo ai gravi bisogni del medesimo. Benedetto XV risolvette le difficoltà. Alle quattrocento mila lire che l’Abate Primate consegnava da parte del Collego di Sant’Anselmo alla Santa Sede, in favore del Collegio Greco, il Papa si degnò di aggiungere dal proprio altre quattrocento mila lire. Nel medesimo tempo dichiarò “l’Ordine benedettino esonerato dall’obbligo imposto dal Papa Leone XIII di provvedere al mantenimento del Collegio Greco”. La somma d’ottocentomila lire fu deposta nella cassa dell’Amministrazione per le Opere Pie di Religione, e Benedetto XV dispose che l’economo del Collegio Greco ritirasse gli interessi annui di questo capitale, per erogarli per i bisogni del predetto Collegio, insieme agli altri redditi di cui disponeva.

Nello stesso tempo fu introdotto per decisione di Benedetto XV, un altro cambiamento di grande importanza nell’organizzazione del Collegio: la soppressione degli alunni di ginnasio, in conseguenza della fondazione del Seminario di Grottaferrata e di quello di Costantinopoli e della riforma del Seminario Greco - Cattolico di Palermo. Da questi istituti sarebbero dovuti poi arrivare i giovani nel Collegio di Sant’Atanasio per compiere gli studi di filosofia e di teologia[6]. In più, la Congregazione per la Chiesa Orientale confermò il privilegio dei Basiliani Melchiti d’avere quattro posti nel Collegio.

In questo stesso anno, il Regolamento, compilato per il Collegio nel 1912 dalla Sacra Congregazione Concistoriale ed approvato solo “ad quinquennium”, considererete le circostanze, fu mantenuto provvisoriamente in vigore per ordine del Cardinale Segretario della Congregazione per la Chiesa Orientale, salvi i punti nell’applicazione dei quali i Superiori avrebbero giudicati necessari certi piccoli cambiamenti[7].

Il P. Abate Presidente e gli altri Abati della Congregazione belga dell’Ordine benedettino avevano, con lettera del giugno 1921[8], accettato definitivamente la direzione del Collegio di Sant’Atanasio che dal novembre del 1919 tenevano solo provvisoriamente “ad experimentum”.

Il 23 febbraio Monsignore Papadopoulos, il quale abitava nel Collegio fin dalla chiamata al posto d’Assessore della Sacra Congregazione pro Ecclesia Orientali, lasciò il Collegio per stabilirsi nel nuovo appartamento in piazza Scossacavali. Lo studentato Mechitariato di Venezia occupava ancora tutto il terzo piano del Collegio, con certi inconvenienti materiali per il Collegio[9].

Nel settembre del 1921[10], il P. Rettore fece un viaggio di tre settimane in Sicilia per visitare le colonie albanesi, ivi esistenti, e per rendersi conto della situazione del clero greco - cattolico.

Dopo diverse domande e numerosi passi, il Collegio ottenne dal Ministero della guerra di essere iscritto sull’elenco dei Seminaristi missionari, in modo che gli alunni italo – albanesi fossero dispensati dal servizio militare durante gli anni di studio.

Durante l’anno scolastico 1921 - 1922[11] furono fatte diverse riparazioni al Convento di San Nicola in Sabino Belmonte per affidarlo ai Carabinieri di Rieti. Dopo che lo studentato Mechitarista ebbe lasciato in ottobre il terzo piano del Collegio, che teneva in affitto da tre anni, il Collegio aveva potuto di nuovo prendere possesso di questi locali, dei quali si avvertiva un urgente bisogno a causa del crescente numero degli allievi.

Il P. Rettore del Collegio fece nel mese d’agosto un piccolo viaggio nei paesi albanesi della Calabria, assistendo tra l’altro, il giorno dell’Assunta, all’inaugurazione della nuova Cattedrale greco - cattolica di Lungro.

L’anno scolastico successivo[12] fu trascorso in piena regolarità, senza avvenimenti di maggior importanza.

Nell’anno scolastico 1924 - 1925[13] il regolamento approvato dalla Congregazione per gli Orientali fu stampato e distribuito a tutti gli alunni.

Il Papa, continuando in tutti i modi a dimostrare la sua benevolenza verso il Collegio, si degnò di mandare a Sant’Atanasio un magnifico ritratto, all’interno di una ricca cornice che da allora ha preso il posto d’onore nel salone.

Viste le numerose difficoltà incontrate dai Padri stessi nell’esercitare l’ufficio d’esattore, si tornò all’uso precedente, affidando l’esattoria del Collegio a Filippo Bazonci, domiciliato vicino al Collegio, Cassiere contabile alla Cassa di Risparmio.

Nei primi d’agosto dell’anno scolastico seguente[14] iniziarono i lavori di restauro e di addattamento del Collegio. Il progetto fu approvato dal Papa stesso, a cui lo aveva presentato il Procuratore Apostolico. I finanziamenti dei lavori, secondo la volontà di Papa, furono ricavati della vendita di alcuni fondi della cassa atanasiana. Lo scopo principale di questi lavori fu di rivalorizzare certi locali del Collegio, da dare in affitto per aumentare le rendite, e contemporaneamente di migliorare alcuni ambienti di servizio.

Nell’anno scolastico 1925 - 1926[15] la disposizione delle stanze della casa atanasiana fu finita. La cucina nuova stava nel sottosuolo, con la dispensa, la cantina per il vino, il locale per i combustibili e per la frutta. L’antica cucina e la sala da bagno furono riunite per formare il nuovo refettorio. L’antico refettorio invece con la dispensa vicina fu ridotto a locale affittato. L’antecucina diventò un piccolo refettorio e camera da servizio. La dispensa contigua e l’antico refettorio piccolo dovevano servire per il guardaroba, divenuto troppo piccolo in una sola camera.

Al mezzanino si ebbero due nuove camere nell’altezza della cucina che prendeva due piani e si rese necessario la demolizione delle volte e dei soffitti, siccome certi muri divisori salivano sino al primo piano. In quella parte c’era precedentemente (1907) la cappella domestica. Ricostruita allora quest’ampia sala, chiara e soleggiata, si pensò di conservarla piuttosto e di trasferirvi la biblioteca, al momento divisa in tre camere. Mentre si prendevano così due camere d’abitazione, se ne trovarono altre due, l’una al mezzanino e l’altra chiudendo la porta di comunicazione tra le due camere cosiddette episcopali; furono così rese indipendenti ed abitabili separatamente.

I lavori per la parte esteriore da trasformare in negozi d’affittarsi stavano ancora al principio.

Durante l’anno scolastico 1926 - 1927 l’avvenimento di maggiore importanza fu il cambiamento nella direzione del Collegio[16].

Il 13 dicembre il P. Rettore si assentò per alcuni giorni per andare a Maredsous. Il 23 gennaio, Don Andrea Zimmermann diede agli alunni la comunicazione della sua prossima partenza dal Collegio, col consenso della Santa Sede. Egli aveva servito il Collegio più di nove anni, in qualità d’Economo dall’anno 1912 – 1914 e poi da Rettore dall’ottobre 1919 sino alla partenza[17].

Il 4 giugno, giunse da Maredsous il Padre Abate Don Celestino Golenvaux e con lui il nuovo Rettore del Collegio, nella persona del P. Odilone Benedetto Golenvaux, il quale il 1° giugno fu ricevuto in udienza privata dal Papa e dopo fu solennemente introdotto nel Collegio e presentato ai Padri Superiori ed agli alunni dal Procuratore Apostolico. Dopo la cerimonia tutti andarono in cappella per le preghiere di ringraziamento. Il 15 agosto il nuovo P. Rettore celebrò per la prima volta la divina liturgia nel rito greco – bizantino (Besa/Roma).

 

 

MOLISE

COMUNITA’ ARBERESHE

 

Dopo aver presentato, nel numero precedente,  uno sguardo d’insieme delle 4 Comunità arbëreshe del Molise, riportiamo la presentazione di 3 delle 4 Comunità, sempre a cura di Antonio Libertucci. Nel prossimo numero pubblicheremo  quella della quarta comunità: Montecilfone

 

 

URURI / RUR-RURI

 

Il paese è posto sulla dorsale del versante orientale dell’Appennino Sannita, a ridosso di un’amena collina digradante verso il mare Adriatico.

Mite è il clima, salubre l’aria.

“Aurora (è il nome latino di Ururi) … quae in aprico sane solo posita respiciens propinquas Adriatici oras” scrive Mons. Carlo Maria Pianetti, vescovo di Larino (1706-1725), nella sua relazione della visita “ad limina apostolorum” del 17 aprile 1712 (cfr. Archivio Segreto Vaticano, S. Congr. Concilii Relationes, n. 434A).

Il toponimo ebbe vari cambiamenti nel corso dei secoli: Aurole, Aurora, Ororio, Doruzi e finalmente Ururi dal sec. XVIII ad oggi.

Le prime notizie del Casale di Ururi in epoca medioevale, le troviamo in un manipolo di documenti che risalgono al 1026, 1052 e 1059 (19) e al 1075 (20); per la storia della comunità arbëreshe è invece da segnalare il Capitolato stipulato il 4 marzo del 1540 tra i rappresentanti del Casale di Ururi e il Vescovo di Larino, barone del feudo; molto interessante è poi l’ “Inventario dei beni e dei pesi della chiesa di Santa Venera nella Terra di Ururi, diocesi di Larino, fatto da Don Lorenzo Colavita nell’anno 1707” (Archivio vescovile di Larino; cfr Libertucci, A., Chiesa di Santa Venera in Terra di Ururi, 1994).

La struttura dell’agglomerato urbano, privo peraltro di ogni difesa muraria, “segno di un gruppo sociale povero, senza granché da difendere” (21), anche se nel tempo è stata oggetto di frequenti ripensamenti e rifacimenti, si presenta in maniera abbastanza ordinata: strade larghe e lineari, ampi spazi di piazze e piazzette; il nucleo più antico è rappresentato dal caseggiato sorto intorno all’antica chiesa madre intitolata a Santa Maria del Vento con l’abside rivolta ad Oriente, secondo una tradizione che rimonta ai primi tempi del cristianesimo (“apostolos iussisse ut ecclesiae christianorum orientem spectarent” S. Atanasio, IV secolo).

L’attuale chiesa parrocchiale, dedicata a Santa Maria delle Grazie, è stata consacrata il 10 settembre 1730 dopo lunghi anni di lavori che ebbero inizio nel 1718. Oltre alla chiesa madre esiste in paese anche un’altra chiesa recentemente ricostruita dalle fondamenta, intitolata alla SS. Trinità. Di una chiesetta situata fuori dell’abitato dedicata a Santa Venera costruita dai primi arbëreshë giunti in Terra di Ururi, esisteva fino a qualche tempo fa ancora qualche traccia dell’antica costruzione. Gli Arbëreshë giunsero nel feudo di Ururi, secondo una verosimile ricostruzione storica, nell’autunno del 1468; era l’anno della morte di Skanderbeg (18 gennaio 1468).

Ogni anno, il 3 maggio, si svolge la tradizionale corsa dei carri trainati da buoi in onore del patrono della Comunità: il Santo Legno della Croce, del quale si conserva una reliquia custodita in una teca d’argento.

La corsa, di origini molto antiche, è intensamente sentita in paese e richiama molta gente da ogni parte del Molise.

E’ vivamente ricordato nella piccola storia di Ururi, l’episodio della strage dei Vardarelli: una masnada di banditi che infestavano le contrade della Regione; venne sterminata proprio nella piazza principale del paese, nella mattinata dell’8 aprile 1818 (22). L’avvenimento dalle motivazioni storiche non molto chiare viene tramandato dall’immaginario collettivo avvolto in un alone di leggenda.

In questi ultimi tempi si è attivato in paese, come anche nelle altre comunità arbëreshe del Molise, un processo che tende, a livello individuale o di gruppo, attraverso iniziative varie (studi, ricerche, pubblicazioni), alla riscoperta  della proprie radici storiche  e alla tutela della propria identità linguistica e culturale.

Già negli anni sessanta si pubblicavano a Ururi due periodici “Gjuha jone e bukur” e “Gjellë”, nati per l’iniziativa di due ben noti cultori della parlata arbëreshe di Ururi: il compianto Giovanni Jannacci e l’instancabile Luis de Rosa.

Ebbero breve durata, è vero, ma entrambe le pubblicazioni diedero un segnale forte di risveglio. Oggi due nuove testate “Kumbora” di Luigi de Rosa e “Il Girone” prodotto da un’associazione di giovani, si propongono come sostenitori della conservazione della lingua e delle tradizioni popolari.

La chiesetta di campagna, rustica e disadorna, rappresentata nello stemma del Comune di Ururi, raffigura, in forma stilizzata, la chiesetta racchiusa nel sigillo apposto sulle carte del Catasto onciario della Terra di Ururi dell’anno 1743 (23).

 

 

CAMPOMARINO / KËMARIN – KËMARINI

 

La cittadina si stende su un ameno poggio, lungo le rive del Mare Adriatico.

Recenti ricerche archeologiche hanno portato alla luce nella vicina località della Difensola (contrada conosciuta anche con il nome di “Giardini”), reperti di insediamento umano di origine pleistocenica fiorente nel periodo IX/VIII secolo a.C. (24).

Il tracciato planimetrico del borgo rivela una struttura edilizia non conclusa rispetto al borgo di primo impianto, e si apre ad un reticolo di strade che scendono verso il mare.

Il paese ha origini medioevali; risulta citato sia nella sentenza del Cardinal Lombardi sui confini della Diocesi di Larino (1175), sia nelle Bolle di Lucio III (1181) e di Innocenzo IV (1254): “ … Campum Marinum quod est feudus unius militis et dimidii”.

Rimasto desolato e disabitato per lungo tempo, il borgo fu ripopolato nell’ultimo decennio del XV secolo dagli Albanesi accolti nel Molise grazie ai buoni uffici di Mons. Antonio De Misseriis.

Lungo il corso dei secoli successivi, il feudo baronale passò più volte di mano: da Andrea di Capua, Orazio Marullo, a Scipione di Sangro. Baroni inquieti e ribelli, sempre in lotta tra loro spinti dalla cupidigia e dalla sete di potere.

E’ oggi un centro balneare di rilievo nella costa molisana, dotato di comodi alberghi, campeggi e centri di vacanza. La cittadina, animata da sempre nuove iniziative e originali richiami culturali, è proiettata verso un sicuro sviluppo economico e sociale.

La patrona del paese è Santa Cristina, la cui festa ricorre il 24 luglio; la chiesa madre, di stile romanico-gotico, con non pochi segni di mano bizantina, è dedicata a Santa Maria a Mare.

Esistono ancora ruderi di un’antica cappella intitolata ai Santi Pietro e Paolo.

Nel passato, tra i paesi Arbëreshë del Molise, è stato quello che più tenacemente e più a lungo ha resistito alla decisione dei vescovi latini di abolire il rito greco-bizantino, prima di accettarne la soppressione definitiva.

Oggi, più che ogni altro paese arbëresh del Molise, Campomarino avverte il problema della decadenza dell’identità linguistica, sente il rischio della omologazione. Il declino della parlata arbëreshe in questi ultimi decenni, infatti, va sensibilmente manifestandosi e suscita nella parte più attenta della comunità un preoccupante disorientamento.

 

 

PORTOCANNONE /PORKANUN – PORKANUNI

 

Il paese sorge sulle pendici di una lieve collina, a 148 metri sul livello del mare, sulla riva destra del fiume Biferno, a circa 6 chilometri dal Mare Adriatico.

Gode di un vasto panorama che spazia dal Gargano alle Isole Tremiti, dalla valle del Biferno fino alle splendide vette della Majella.

L’origine del toponimo, prima del definitivo Portocannone, ancora oggi divide gli studiosi: da Portus Cantorum a Portus Candunum, da Portus Candoni a Portus Candora e a Portus Cannonis.

Il primo agglomerato abitativo era situato in località Castelli, ove oggi sorge il cimitero comunale; dopo il terremoto del 1456 è passato come “casale” alle dipendenze di Guglionesi. Con l’arrivo degli arbëreshë il paese fu ricostruito in una zona poco distante dal borgo primitivo.

Portocannone fu feudo dapprima di Angelo Castiglione e della moglie Caterina Bellery (25), poi passò ai duchi di Celenza e infine a Carlo Diego Cini che nel 1753 costruì l’imponente palazzo baronale, oggi palazzo Tanasso.

La chiesa parrocchiale è dedicata ai santi Pietro e Paolo, costruita nel XVI secolo e più volte ritoccata per successivi ampliamenti. Vi è custodita la bella immagine della Madonna di Costantinopoli, patrona del paese, la cui festa è celebrata il primo martedì successivo la domenica di Pentecoste.

La festa è preceduta (lunedì di Pentecoste) dalla tradizionale corsa dei carri che si conclude con l’affidamento al carro vincente del quadro della Madonna di Costantinopoli da portare in solenne processione il giorno dopo (martedì di Pentecoste) per la festa liturgica.

Anche a Portocannone, come negli altri paesi arbëreshë del Molise, si osservò il rito greco-bizantino fino alla sua soppressione avvenuta negli ultimi anni del XVII secolo.

Portocannone è gemellata con la città di Kruja, città natale di Giorgio Castriota Skanderbeg al quale è intitolata la piazza maggiore del paese.

Per maggiore conoscenza degli usi, dei costumi e delle tradizioni popolari di Portocannone è indispensabile consultare l’interessante volume di Michele Flocco (26). Per una più vasta bibliografia sulle Comunità albanofone presenti nel Molise, oltre alle opere citate nelle note, si segnalano:

 

1.              La “Rassegna bibliografica arbëreshe” curata da Ginetta Calascione e Mauro Spagnoletti, pubblicata, con il patrocinio della Provincia di Campobasso e del Comune di Portocannone, nel 1999;

2.              Per una bibliografia ragionata” curata dal Guido Vincelli, in Samnium 9.XLV, n. 1-2, 1972;

3.              Rassegna bibliografica molisana” a cura di Giorgio Palmieri e Antonio Santoriello, per conto dell’Istituto Regionale per gli Studi storici del Molise “Vincenzo Cuoco”, 2001 (Besa/Roma).

 

 

Note

19.  Gattola E., Historia cassinensis, 1723; Libertucci, A., Santa Maria in Aurole, 1994.

20.  Tria G. A., Memorie storiche civili ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino, 1744.

21.   Fadda M., Chiesa e castello, Venafro 1995.

22.   Sull’argomento dei briganti Vardarelli esiste una vasta bibliografia; se ne indicano le pubblicazioni più importanti: Lucarelli A., Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d’Italia, Milano, Longanesi 1968; Monti M., I briganti italiani, Milano, Longanesi 1959; Barra F., Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, S.E.M. Salerno 1981; Rondini E., I briganti celebri italiani, Firenze 1890; Manhés A. e McFarlan R., Brigantaggio, Napoli 1931; De Matteo G., Brigantaggio e Risorgimento, Napoli 2000; Trotta L. A., Della vita e delle opere di Domenico Trotta e dei suoi tempi nella provincia di Molise, 1881.

23.   Archivio di Stato di Napoli, Arch. R. Camera Somm., vol. 7707/1-731.

24.   Gravina A. – Di Giulio R., Abitato protostorico presso Campomarino in località Difensola, 1982.

25.           Masciotta G, Il Molise, vol. IV, 1952  (ristampa 1985);

26.  Flocco M., Studio su Portocannone e gli Albanesi in Italia, 1985; Musacchio G., Portocannone e la sua memoria storica nel contesto della diaspora albanese, 1997.

ROMA

90° CONGREGAZIONE ORIENTALE

90° PONTIFICIO ISTITUTO ORIENTALE

1917-2007

 

 

Nel 2007 è stato celebrato il 90° anniversario di due Istituzioni di Papa Benedetto XV, la Congregazione per le Chiese Orientali e il Pontificio Istituto Orientale di Roma. Per l’occasione il nuovo Prefetto di quella Congregazione e Gran Cancelliere di quell’Istituto ha rilasciato una intervista. Ne riportiamo alcune risposte:

 

 

Domanda: Nelle celebrazioni del 90° della Congregazione per le Chiese Orientali s’inseriscono i novanta anni dalla fondazione del Pontificio Istituto Orientale istituiti come sono ambedue da Benedetto XV nel 1917. Che ruolo svolgono attualmente all’interno della Chiesa?

 

Risposta: Papa Benedetto XV, nel maggio del 1917, istituì la Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale, come allora si chiamava, affinché gli orientali avessero una casa a Roma. Egli intese fugare il timore che essi non fossero tenuti nella dovuta considerazione dai romani pontefici. Il Papa volle esserne il prefetto per manifestare chiaramente che la Chiesa di Cristo non è latina, né greca, né slava, bensì cattolica, e non si ammettono discriminazioni tra i suoi figli. Nell’ottobre successivo, lo stesso Pontefice volle a Roma anche una studiorum domus perché gli orientali potessero approfondire la conoscenza delle tradizioni orientali e farle conoscere al mondo latino.

La Congregazione è rimasta fedele al mandato papale: nel rispetto delle competenze delle singole Chiese ne ha promosso la vita pastorale, liturgica e disciplinare. E il Pontificio Istituto Orientale ha dato il necessario supporto culturale, votandosi alla formazione dei futuri pastori, dei consacrati e degli educatori anche laici. Così, con proficuo intreccio di intenti offre tuttora alla Chiesa universale il respiro dell’oriente cristiano. E le parole dell’oriente aiutano la Chiesa a parlare di Cristo all’uomo contemporaneo.

 

Domanda: Benedetto XVI vi chiede di porvi accanto alle Chiese orientali per promuovere il cammino ecumenico nel rispetto delle prerogative e responsabilità specifiche. In questo senso, quali iniziative avete in progetto come Congregazione e che ruolo può svolgere il Pontificio Istituto Orientale?

 

Risposta: In quella circostanza Benedetto XVI mi ha chiamato al compito di prefetto del dicastero ed ha proferito indimenticabili parole sull’identità e sulla missione delle Chiese orientali. Il Papa ci ha invitati ad accompagnarlo nel “pellegrinaggio al cuore dell’oriente” per consentire alla Chiesa di abbeverarsi alla sorgente delle “origini”, senza le quali non c’è futuro. Ha sottolineato l’irreversibilità della scelta ecumenica operata dal Concilio Ecumenico Vaticano II e la ineludibilità dell’incontro interreligioso. Ed ha subito citato il Pontificio Istituto Orientale per l’insostituibile e qualificato servizio ecclesiale offerto in questa direzione. Ricordo bene i due aggettivi: insostituibile e qualificato. Ho letto in essi una eco della priorità della formazione che sta a cuore al Papa e alla Congregazione. Essa è perseguita in Roma attraverso l’Istituto Orientale, con le due facoltà di scienze ecclesiastiche orientali e diritto canonico orientale, e i diversi pontifici collegi dove gli studenti orientali completano la preparazione a livello spirituale e comunitario.

Nei territori orientali, tale priorità è riaffermata nell’appoggio ai seminari e alle altre istituzioni educative. Siamo fiduciosi nella ordinaria e seria cura della formazione per tutte le categorie del popolo di Dio, e specialmente dei formatori. Una cura attenta alla dimensione ecumenica ed interreligiosa, ma sempre fedele alla tradizione orientale e ben inserita nell’unica Chiesa, grazie al legame col successore di Pietro, che costituisce il vanto ecclesiologico degli orientali cattolici.

 

Domanda: Benedetto XVI ha chiesto uno sforzo intelligente per affrontare il fenomeno delle migrazioni, che priva di risorse le comunità d’origine e crea problemi di integrazione e di accoglienza. Che può fare la Congregazione al riguardo?

 

Risposta: Questa è l’autentica sfida del presente. Ne siamo preoccupati insieme al Papa. Le persone sradicate dalle tradizioni di origine rischiano di perdere i profondi valori religiosi che reggono la vita individuale e comunitaria.

La Congregazione è attenta agli organismi vaticani preposti alla pastorale migratoria e cerca di responsabilizzare le comunità ecclesiali di partenza e di destinazione sull’inarrestabile fenomeno.

Sostiene i vescovi e i presbiteri delle diverse Chiese incaricati in tale ambito e favorisce la creazione di strutture che consentano la pastorale nei riti di appartenenza.

Ma si impegna, altresì, a sensibilizzare l’intera comunità cattolica perché, pur nella doverosa prudenza, sia accogliente e capace di coinvolgere le pubbliche istituzioni.

Nell’affrontare il problema, esse affondano nella mancanza di pace, per la quale soffrono pesantemente vaste regioni orientali (Besa/Roma).

PIANA DEGLI ALBANESI

70° DELL’EPARCHIA

 

Riportiamo una nota sul 70° dell’Eparchia di Piana degli Albanesi che abbiamo chiesto all’archimandrita p. Antonino Paratore:

 

Il 26 ottobre 2007, giorno della memoria di S. Demetrio Megalomartire di Tessalonica, patrono della diocesi di Piana degli Albanesi, ricorre la fondazione del 70° anniversario della fondazione dell’eparchia voluta da Pio XI.

Con solenne pontificale celebrato nella cattedrale della diocesi alla presenza del Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, l’eminentissimo cardinale Leonardo Sandri accompagnato dal segretario, mons. Maurizio Malvestiti, sono iniziate le manifestazioni della fausta ricorrenza.

Il Prefetto è stato accolto da S. Ecc.za mons.Sotir Ferrara, dal clero, le religiose/i, i seminaristi del Seminario Minore, dal popolo di Dio e dalle autorità civili e militari.

Dalla chiesa adiacente all’episcopio, dedicata a S. Nicola di Mira, nella quale si custodisce la preziosa iconostasi della scuola cretese, si è snodata la processione tra i saluti e il canto del “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, per arrivare in cattedrale, già gremita di fedeli.

Dopo il canto del Ton Despòstin, l’eparca, mons. Sotir Ferrara ha rivolto al Prefetto un saluto toccante e denso di significato. Così, si esprimeva il presule: "E' una grande gioia festeggiare insieme a lei l’odierna solenne memoria, e la sua presenza sottolinea anche la presenza del Santo Padre: lei ci porta la sua benedizione e siamo lieti di questo. Da sei secoli il nostro popolo ha sempre venerato la figura del Santo Padre. Il modo di essere cristiani orientali che hanno saputo ben sposare la presenza dell'altro rito occidentale, il rito latino, che parte della nostra popolazione segue, è testimoniato - ha aggiunto mons. Ferrara - dall'unico presbiterio di entrambi i riti che oggi concelebra la Divina Liturgia. Questo - ha concluso - lo dobbiamo alla lungimiranza del Servo di Dio Padre Giorgio Guzzetta, che è sepolto in questa cattedrale e del quale abbiamo iniziato il processo di canonizzazione".

In segno di gratitudine e fraternità, il vescovo di Piana ha donato all’em.mo Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali un encòlpio, con impressa l’immagine della Madre Dio.

Alla Divina Liturgia, presieduta dall’eparca, erano presenti tutti i presbiteri della diocesi.

L’omelia è stata proferita dal card. Sandri, che ha evidenziato le virtù cristiane del grande megalomartire Demetrio e l’attualità del Santo, nonostante la distanza dei secoli trascorsi. “Anche oggi, diceva il porporato, le nostre Chiese locali hanno bisogno di nuovi Demetrio che annuncino senza riserve e paura il kerigma del Vangelo. Ed aggiungeva: “Il ruolo dell’unicum dell’eparchia di Piana è segno dell’unità della Chiesa indivisa ”.

La Divina Liturgia Pontificale è stata animata dalla corale della cattedrale.

Erano presenti alla cerimonia, anche l’arcivescovo di Palermo, S.E. mons. Paolo Romeo ed il Segretario Generale del Governatorato della Città del Vaticano, l’ecc.mo mons. Renato Boccardo, nonché i primi cittadini di tutti i paesi italo-albanesi di Sicilia.

Alla fine del solenne pontificale, i fedeli, con grande gioia hanno voluto salutare, con spirito di devozione e spontaneità, il Prefetto, chiedendo la sua benedizione.

Si sono vissuti momenti di autentica agape fraterna tra il clero, l’eparca e gli illustri ospiti.

Nella serata della stessa giornata, presso il Palazzo Bonaccori, adiacente alla chiesa di San Nicolò dei Greci, in Palermo, è stata inaugurata una mostra di oggetti sacri della tradizione romana e bizantina, allestita con la partecipazione dell’arcidiocesi di Palermo e di Monreale e dell’eparchia di Piana degli Albanesi.

Inoltre, l’indomani, il 27 ottobre, nella con-cattedrale dell’eparchia, nella Martorana a Palermo, mons. Aldo Giordano Segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, ha tenuto una conferenza su “Il dialogo ecumenico in Europa: Dalla prima Assemblea alla terza Assemblea Ecumenica Europea” (Sibiu 2007), alla quale ha partecipato un buon numero di gente (Besa/Roma).

 

NAPOLI

STUDI SULL’EUROPA ORIENTALE

 

Una poderosa silloge di studi, ricca e varia, su tematiche riguardanti l’Europa Orientale (storia, linguistica, letteratura) è stata pubblicata dal Dipartimento di studi dell’Europa Orientale dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” come omaggio ad A.Bongo, G. Carageani, C. Nikas e A. Wilkon, docenti che giungono al termine del loro insegnamento accademico (Studi sull’Europa Orientale, a cura di I. C. Fortino e E. Çali, Napoli 2007, pp. 590).

Dei quattro studiosi a cui è dedicato il volume il curatore nella presentazione ha scritto: “Tutti e quattro impersonano un aspetto importante dell’attività scientifica e didattica, oltre che più in generale culturale”. Inoltre essi “hanno saputo coniugare ricerca scientifica, didattica e impegno politico-culturale.

La stessa estrazione della maggior parte di loro si pone opportunamente nel quadro del dipartimento di Studi dell’Europa Orientale, una struttura che fin dagli anni della guerra fredda ha saputo dedicare la dovuta attenzione a quanto accadeva al di là della Cortina” (I. C. Fortino).

Georghe Carageani (Bucarest, 1939), esule dalla Romania totalitaria, ha svolto ricerche che interessavano un’area balcanica molto più ampia della Romania. Tra l’altro ha studiato i caratteri linguistici e culturali degli Aromeni.

Costantino Nicas (Kiaton, Grecia, 1935), è diventato “punto di riferimento della grecità in Italia, tanto di quella scientifica che di quella culturale, ivi compresa la propaggine grecanica di Calabria, che ci riporta assai indietro nel tempo, forse fino al periodo dell’antica Magna Grecia”.

Alexander Wilkon (Wieliczka, Polonia, 1935), personifica lo scienziato moderno “che abbraccia Europa Orientale e Europa Occidentale, in un percorso che collega l’Università Jagellonica di Cracovia, la Sorbona di Parigi e l’Orientale di Napoli”.

Angelo Bongo (Benevento, 1942), italiano, ma con solida formazione culturale russa. Con il suo costante impegno nella didattica della lingua russa, egli “è diventato per il Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale una vera e propria istituzione”.

Gli interessi  di questo Dipartimento si estendono a 14 realtà politico-culturali: Paesi: Albania, Bulgaria, Croazia, Grecia, Finlandia, Macedonia, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Repubblica Slovena, Romania, Russia, Serbia, Ungheria. Gli studi presenti nel volume si indirizzano particolarmente alle discipline insegnate dai quattro festeggiati. Ne segnaliamo alcuni più vicini ai nostri interessi:

Edmond Çali, Motivi biblici in Rruga e Golgotës di Kasëm Trebeshina, pp. 47-90;

Italo Costante Fortino, Letteratura italiana in albanese. Percorsi e osservazioni, pp. 157-180;

Addolorata Landi, A proposito dell’albanese “dhelpëroj”, pp. 225-237;

Merita Sauku-Bruci, Botimet kritike në Shqipëri misioni i papëmbushur i filologjisë shqipe, pp. 403-416;

Riccardo Maisano, tradizione in lingua greca e latina della pericope della Trasfigurazione, pp. 261- 272;

Vincenzo Rotolo, L’insegnamento del greco moderno nell’Università di Palermo, pp. 391-402;

Giorgia Riela, Il Peloponneso nel Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani, pp. 363-390;

Ion Pop, Intertestualità e postmoderno: il modello di I. L. Caragiale e la generazione letteraria romena degli anni ’80, pp. 339- 362;

Cesare Alzati, Identità romena e dimensione imperiale nell’età dei lumi: Blaj da residenza episcopale a “Piccola Roma”, pp. 15- 28;

Lucia Tonini, L’arte russa e l’Italia: tracce di ricerca sul rapporto con Firenze all’inizio del XIX secolo, pp. 519- 534. L’insieme della miscellanea è aperta alle nuove problematiche sollevate dall’integrazione europea in corso. La problematica emerge dalla stessa presentazione del volume: “Il processo di avvicinamento delle nazioni dell’Europa orientale all’Unione Europea richiama l’attenzione degli studiosi. Se il processo di integrazione avviene senza un processo razionale e senza il dovuto rispetto delle identità culturali, economiche e sociali, si affaccia il rischio di un mescolamento di realtà che non possono che trasformare l’incontro  in scontro” (Besa/Roma).

 

TIRANA

LIBRI D’ARTE DELLE BANCHE

 

Una iniziativa particolare in corso è quella di rafforzare il rapporto fra il mondo dell’economia e la cultura. Di solito le grandi banche pubblicano libri d’arte  di alto pregio e rarità. La loro consultazione rimane difficile al grande pubblico. Per renderla possibile dal 1991 è stata organizzata una mostra itinerante che da Berna si è estesa di anno in anno a vari paesi con oltre 50 tappe. Quest’anno è giunta in Albania. Sotto il titolo “I nuovi mecenati” la mostra si è tenuta a Tirana, organizzata dall’ABI (Associazione Bancaria Italiana), dall’Ambasciata d’Italia a Tirana, dalla Galleria Nazionale delle Arti di Albania e la “Dante Alighieri” di Tirana (Besa/Roma).

 

GROTTAFERRATA E S. COSMO ALBANESE

CALENDARI BIZANTINI 2008

 

Sono regolarmente apparsi due calendari bizantini, quello della badia greca di Grottaferrata e quello del santuario dei Santi Cosma e Damiano di S. Cosmo Albanese nell’eparchia di Lungro. Entrambi riportano anche il calendario romano. Il calendario di Grottaferrata è illustrato con riproduzioni degli stendardi realizzati nel 1904 dai fratelli Varoukas per il IX centenario della morte di S. Nilo. Il calendario di S. Cosmo, curato dal parroco papàs Pietro Minisci, è illustrato con riproduzione degli affreschi bizantini del santuario e con immagini della vita della locale parrocchia (Besa/Roma).

ANTRODOCO

IL PITTORE ALBANESE LIN DELIJA

 

Nel Museo della Città di Antrodoco si trovano molte opere di Lin Delija (1926-1994), noto pittore albanese, che ha trascorso gli ultimi anni in questa cittadina. Vi è pure una Associazione che porta il suo nome. Di recente il vicepresidente Armando Nicoletti ha donato alla città di Detroit, dove vive una consistente comunità cattolica albanese, un ritratto del grande poeta Gjergj Fihsta, francescano di Scutari. Opere del Delija si trovano in vari Musei del mondo, come nella raccolta di arte moderna dei Musei Vaticani (Besa/Roma).


SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITA’ DEI CRISTIANI

18-25 gennaio 2008

“Fratelli, vi prego [...] vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi di rendere male per male ad alcuno, ma cercate sempre di fare il bene tra voi e con tutti. Siate sempre lieti. Pregate incessantemente, e in ogni cosa rendete grazie. Questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”(1 Ts 5, 12a.13b-18)


 


 

 

PRIMO GIORNO:     Pregate sempre

Pregate continuamente” (1 Ts 5, 17)

Isaia 55, 6-9:     Cercate il Signore, ora che si fa trovare

Salmo 34(33):    Ho cercato il Signore e m’ha risposto

1 Ts 5, 12a.13b-18:                   Pregate continuamente

Luca 18, 1-8:     Pregare sempre, senza stancarsi mai

 

SECONDO GIORNO:                                              Pregate confidando in Dio

“In ogni tempo ringraziate il Signore” (1 Ts 5, 18)

1 Re 18, 20-40:    Signore è Dio! È Lui il vero Dio!

Salmo 23(22):      Il Signore è il mio pastore

1 Ts 5, 12a.13b-18:       In ogni circostanza ringraziate Dio

Giovanni 11,17-44: Padre, ti ringrazio, mi hai ascoltato

 

TERZO GIORNO:       Pregate per la conversione

“Rimproverate quelli che vivono male; incoraggiate i paurosi” (1 Ts 5, 14)

Giona 3, 1-10:        Il pentimento di Ninive

Salmo 51(50), 10-17: Crea in me, o Dio, un cuore puro

1 Ts 5, 12a.13b-18:                               Incoraggiate i paurosi

Marco 11, 15-17:   Casa di preghiera

 

QUARTO GIORNO:   Pregate per la giustizia

“Non vendicatevi contro chi vi fa del male (1 Ts 5, 15)

Esodo 3, 1-12:               Dio ascolta il lamento degli Israeliti

Salmo 146(145):            Il Signore difende i perseguitati

1 Ts 5, 12a.13b-18:                               Non vendicatevi

Matteo 5, 38-42:       contro chi vi fa del male

 

 

 

 

QUINTO GIORNO:   Pregate con cuore paziente

“Siate pazienti con tutti” (1 Ts 5, 14)

Esodo 17, 1-4:   Perché?

Salmo 1:           Darà frutto a suo tempo

1 Ts 5, 12a.13b-18:        Siate pazienti con tutti

Luca 18, 9-14:   Una preghiera umile

 

SESTO GIORNO:     Pregate di lavorare con Dio

“Siate sempre lieti”…..(1 Ts 5, 16-17)

2 Samuele 7, 18-29:    Davide ringrazia il Signore

Salmo 86(85):             Tendi l’orecchio, Signore!

1 Ts 5, 12a.13b-18:     Siate sempre lieti

Luca 10, 1-24:   Gesù manda altri settantadue discepoli

 

SETTIMO GIORNO: Pregate per le necessità

“Aiutate i deboli” (1 Ts 5, 14)

1 Samuele 1, 9-20:      Anna prega per avere un figlio

Salmo 86(85):             Non respingere la mia supplica

1 Ts 5, 12a.13b-18:     Aiutate i deboli

Luca 11, 5-13:            Chiedete e riceverete!

 

 

OTTAVO GIORNO:  Che tutti siano uno

“Vivete in pace” (1 Ts 5, 13b)

Isaia 11, 6-13    : Lupi e agnelli vivranno insieme e in pace

Salmo 122(121):            Pace entro le tue mura

1 Ts 5, 12a.13b-18:   Vivete in pace tra voi

Giovanni 17, 6-24:     Che siano tutti una cosa sola

 

 


*****

In quest’anno 2008 cade il centenario dell’inizio della prassi di pregare regolarmente per l’unità dei cristiani per opera di padre Paul Wattson, un ministro episcopaliano (anglicano degli Stati Uniti), co-fondatore della Society of the Atonement (Comunità dei Frati e delle Suore dell’Atonement) a Graymoor (Garrison, New York). In seguito egli ha aderito alla Chiesa cattolica e la sua iniziativa continua fino ai nostri giorni. A Roma la Congregazione dei Frati francescani dell’Atonement è presente per la promozione della ricerca dell’unità dei cristiani attraverso il “Centro Pro Unione”.

Proprio per commemorare questo avvenimento il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha chiesto alla Comunità dell’Atonement di Graymoor di ospitare il Comitato misto per la preghiera composto da rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e della Chiesa cattolica che annualmente prepara i sussidi che vengono poi divulgati nel mondo intero.

Dal 1908 la prassi della preghiera per l’unità ha avuto una lenta, ma graduale evoluzione, nella sua impostazione e nella divulgazione nel mondo e nella sua stessa titolazione da Ottavario per l’unità della Chiesa”(data da Wattson) in Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” (data dall’Abbé Paul Couturier,1936). Il gruppo locale degli Usa ha proposto il tema:”Pregate continuamente” per l’unità dei cristiani. Sembra accogliere la ripetuta domanda del diacono nella Chiesa bizantina: “Ancora e ancora preghiamo in pace il Signore!” (Besa/Roma).

Teologia quotidiana

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EPÈKTASIS: ESSERE PIENAMENTE CRISTIANI

 

L’epèktasis, la tensione permanente verso la perfezione, è inerente all’essere stesso cristiano. S. Gregorio di Nissa nel suo opuscolo sulla “Professione cristiana” pone la domanda; “Cosa è la professione cristiana”? Nel senso: “Che significa essere cristiano? Cosa comporta dichiararsi cristiano”? Egli stesso ne descrive l’importanza. “Se si trovasse l’esatto significato di questo termine, ne ricaveremmo un grande aiuto nella nostra vita virtuosa. Giacché mediante un’elevata condotta di vita cercheremmo di essere veramente quello che il nostro nome (cristiano) vuole esprimere (Fine, professione e perfezione del cristiano, Città Nuova Editrice, Roma 1979, p. 66). La coerenza nel dichiarasi cristiano implica la realizzazione delle esigenze evangeliche della vocazione ad essere perfetti.

1. “Unendoci a Cristo tramite la fede che abbiamo in lui prendiamo lo stesso nome”. E aggiunge: “Per esprimere con una definizione il concetto di essere cristiano, diremo che il cristianesimo consiste nell’imitazione della natura divina” (Ibidem, p. 70). Il cristiano partecipa alla natura e alla vita divina. Il Nisseno ricorda il racconto biblico della creazione dell’uomo a immagine di Dio che parafrasa in questi termini: “La primitiva conformazione dell’uomo imitava infatti la somiglianza a Dio”. Quindi ne trae il significato della redenzione in Cristo: “La professione cristiana consiste nel far ritornare l’uomo alla primitiva condizione fortunata” (Ibidem p. 71). Il Nisseno giustifica questa visione quasi in risposta a qualche opinione contraria. Egli dichiara che l’affermazione “che il cristianesimo è una imitazione della natura divina” non è “una definizione priva di senso” (Ibidem p. 71). L’obiezione sembra potersi formulare cosi: come sia possibile che la natura terrena diventi simile a Colui che è nei cieli. Il Nisseno precisa che non si tratta di “paragonare tra loro le due nature” l’umana e la divina, quando proprio la differenza tra le due nature mostra l’impossibilità dell’imitazione. Ma si tratta “di imitare nella nostra vita, per quanto è possibile, le buone azioni di Dio” (Ibidem p. 73) come l’amore gratuito, la giustizia, la misericordia.

2. L’allontanamento da pratiche viziose e la purificazione del pensiero e delle opere “rappresentano la vera imitazione della perfezione del Dio celeste”. A questo proposito cita e commenta il consiglio di Gesù: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Coloro che sono rigenerati tramite il Figlio e inseriti in lui, si avvicinino ai doni perfetti che si contemplano in Dio Padre. “Il Signore, ordinandoci di imitare il Padre celeste, ci richiede di purificarci dalle passioni terrene; da esse ci possiamo allontanare non spostandoci da un posto all’altro, ma soltanto con la nostra volontà” (Fine, professione e perfezione del cristiano, Città Nuova Editrice, Roma 1979, p. 74). L’aggettivo celeste non indica un luogo, ma una qualità, l’appartenenza a Dio. Il Padre nostro celeste è Dio stesso. Nella medesima linea di pensiero il Nisseno qui cita un altro versetto del Vangelo di Matteo: “Accumulatevi dei tesori nel Cielo, dove né ruggine né tignola consumano e dove i ladri non sfondano né rubano” (Mt 6,19). Occorre accumulare tesori davanti a Dio, in cielo, dove non possono essere corrotti o rubati. “Con queste parole – commenta il Nisseno – il Signore mostra che nella vita superiore non alberga nessuna forza capace di distruggere la beatitudine” (Ibidem p, 75). Questi tesori celesti sono tutti quegli atti del cristiano che imitano il modo di agire di Dio stesso, sono partecipazione alla vita divina, e quindi a Dio graditi e da Dio garantiti.

3. “Accumulatevi” tesori in cielo. Continuate a far crescere le vostre virtù che vi rendono simili a Dio. L’imitazione delle qualità divine vi trasformerà, vi trasfigurerà, vi renderà “a somiglianza di Dio”. Bisogna passare dalle condizioni terrestri a quelle celesti, cioè divine. Il Nisseno cita e utilizza nel suo pensiero l’Apostolo Paolo dove dice: “Non adeguatevi a questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, fino a considerare quella che è la volontà buona, accettabile e perfetta di Dio” (Rom 12,2). In questo processo di trasfigurazione non vi è alcun termine perché “la divinità è una cosa ineffabile ed incomprensibile e trascende ogni pensiero conoscitivo” (Ibidem, p. 68). La meta indicata da Dio è posta in un orizzonte reale, ma lontano: lo sforzo di raggiungerlo non deve arrestarsi. Il Nisseno lo descrive in questo modo: “La natura dei suoi doni è tale che non può né essere concepita dal pensiero, né spiegata con le parole. A proposito di essi la Scrittura ispirata da Dio insegna che ciò che né l’occhio umano ha mai visto, né l’orecchio ha mai udito, né il cuore umano ha mai ospitato, il Signore ha preparato per coloro che lo amano” (Ibidem, p.76). La distanza fra la natura umana e quella divina è immensa e incolmabile. La meta di trasfigurarsi sul piano etico delle virtù “a somiglianza di Dio” è un processo di assimilazione senza un vero termine. Ad esso l’uomo rimane sempre proteso.

4. L’essere cristiano indica la vocazione a trasformare se stesso per imitare Cristo in un processo ininterrotto verso la deificazione. Ciò comporta la restaurazione dell’immagine di Dio deturpata dal peccato nell’uomo e quindi un processo ascetico di conversione, di purificazione e di esercizio delle virtù teologali (fede, speranza, carità) per crescere sempre più nella maturità cristiana raggiungendo, per quanto possibile, la somiglianza con il Verbo di Dio.

Roma 6 gennaio, Epifania, 2008

 

 

 

Circolare novembre 2007                                                                                                           197/2007

 

Sommario

 

I detti di Gesù (54): “Hai tenuto nascoste queste cose ai “sapienti”… e le hai rivelate ai “piccoli”    1

ROMA: Il collegio di S. Atanasio fra le due guerre............................................................................... 2

RAVENNA: X sessione plenaria del dialogo cattolico-ortodosso............................................................ 3

ALBANIA: Testimoni della fede nel ricordo di Pjetër Arbnori............................................................... 4

SCUTARI: P. Zef Pllumi - Testimonianza di David Luka...................................................................... 5

MOLISE: Le Comunità arbëreshe....................................................................................................... 7

ROSSANO: Ritorno del rito greco....................................................................................................... 9

ROMA: Deceduto l’archimandrita p. Giorgio Gharib........................................................................... 10

NAPOLI: Laurea Honoris Causa al Patriarca Ecumenico................................................................... 10

ROMA: Consiglio di chiesa di S. Atanasio.......................................................................................... 10

PIANA DEGLI ALBANESI: 70° di creazione dell’Eparchia............................................................... 10

Epèktasis “Grazia divina e sforzo umano”.......................................................................................... 11

 

 

Tà lòghia: I detti di Gesù (55): “Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti

e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25)

 

Gesù sta facendo una valutazione dell’effetto della sua missione; constata tiepidezza ed indifferenza: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato” (Mt 11,17). Ha incontrato diffidenza, resistenza, rifiuto, persino nella sua città di Cafarnao (Mt 11, 22). “Allora si mise a rimproverare le città dove aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite” (Mt 11,20). La sua parola e le sue opere non sono state comprese proprio da quelle persone, scribi e farisei, generalmente noti come conoscitori delle questioni religiose e sapienti.

Gesù, però, è accompagnato da un gruppo di seguaci fedeli, di discepoli a lui vicini, talvolta da una folla che attende qualcosa, i suoi miracoli, una guarigione, la sua parola illuminante e consolatrice. E’ gente semplice, considerata “ignorante”, come i pescatori, i campagnoli, i peccatori. Ma aperti ad accogliere i racconti delle parabole, l’annuncio dell’opera di Dio. Gesù guarda proprio a questi. In un momento di straordinaria intimità con Dio Padre esclama: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti (sophōn) e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli (nēpìois), Sì, o Padre, così è piaciuto a te” (Mt 11,25).

La rivelazione di Dio è rivolta a tutti e Dio vuole che tutti siano salvi. Ma la distinzione tra “sapienti” e “piccoli” indica due dimensioni dello spirito dell’uomo, due atteggiamenti di fronte a Dio: la tronfia scienza che rifiuta quanto sembra superare la propria conoscenza e l’umile disposizione ad accogliere la verità e quanto proviene da Dio. S. Paolo nelle sue Epistole ha commentato questo orientamento: “Se qualcuno tra voi si crede sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente”. S. Giovanni Crisostomo spiega: “Chiamandoli sapienti non parla della vera e lodevole sapienza, ma di quella che essi credevano di avere” (Omelie sul Vangelo di Matteo, 38,1).

“Queste cose” (tàvta) di cui parla Gesù, non sono singoli episodi o singoli insegnamenti, ma indicano la rivelazione, la salvezza che Dio opera. E quando afferma che Dio le ha “tenute nascoste” non vuol dire che Dio ha privato l’uomo della conoscenza, ma che l’uomo superbo non ha voluto aprire gli occhi e il cuore di fronte al dono di Dio. Il Crisostomo aggiunge che con l’affermazione “hai tenuto nascosto (ékrypsas), non afferma che tutto dipende da Dio, ma come Paolo dice, che li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata”(Ibidem, 2). E di contrasto Gesù gioisce e ringrazia il Padre perché “i piccoli”, i poveri di spirito, “avevano conosciuto quanto i sapienti non avevano conosciuto” (Ibidem, 1). Nella forma profetica delle beatitudini Gesù aveva già proclamato: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,7). La sua missione è efficace. (Besa/Roma).


 

 

 

 

ROMA

IL COLLEGIO DI S. ATANASIO

TRA LE DUE GUERRE

 

Continuiamo la presentazione dello studio presentato dall’Archimandrita ortodosso Evanghelos Yfantidis come tesi alla Pontificia Università Gregoriana. In continuazione dal numero precedente pubblichiamo la prima parte del capitolo su “I Padri Rettori e la loro direzione”:

 

I.                   Rettorato del P. Baur (1915 – 1918)

 

Il Collegio Greco ebbe assai a soffrire durante l’anno 1915[18] a causa delle infelici condizioni dei tempi della guerra. Oltre le difficoltà comuni a tutti, il Collegio non ebbe speciali risultati dalla composizione del suo personale, poiché, secondo le ultime decisioni della Santa Sede, la direzione del Collegio fu affidata ai monaci Benedettini di Beuron di nazionalità tedesca ed austriaca ed il servizio della casa ai conversi della stessa Congregazione e nazionalità[19].

Quando l’incostanza politica cominciò ad aumentare ed in previsione dunque di certe difficoltà, le quali sembravano inevitabili nel caso che il regno d’Italia fosse entrato in guerra contro le potenze centrali, il Procuratore Apostolico ricevette ordine dalla Santa Sede di sciogliere il Collegio prima dello scoppio della guerra. I Superiori avevano l’ordine, nel caso che l’Italia partecipasse alla guerra, di lasciarla e di ritornare nei propri paesi. La ricerca di un ricovero in uno dei Collegi di Roma per gli alunni rimase senza frutto. Quindi gli allievi di nazionalità italiana avrebbero dovuto tornare nelle loro famiglie e gli altri trovare un alloggio insieme col Rettore nella Badia d’Einsiedeln nella Svizzera neutrale, la quale offriva loro l’ospitalità[20]; inoltre una parte degli alunni, i Melchiti della Siria, ottenne la cittadinanza ottomana.

Dopo lunghi mesi d’incertezza, il 6 Maggio, il Procuratore Apostolico, avendo ricevuto nuovi ordini dalla Santa Sede, chiuse il Collegio e la sera stessa tutti partirono per i luoghi indicati dalla Congregazione. Un solo alunno, destinato alla Romania, rimase a Roma e visse nel Collegio Leoniano, e una volta chiuso anche questo, nel Collegio Capranica sino alla fine dell’anno.

Per tutto il tempo dell’assenza del P. Rettore e degli altri Superiori del Collegio, la Santa Sede affidò l’amministrazione del Collegio a Monsignore Giuseppe Tondini, il quale con grande fervore soddisfò a quest’impegno sino alla riapertura del Collegio. Il Collegio fu anche custodito dall’Esattore del medesimo, Francesco Severio Sterbelli.

Una piccola parte del pianterreno della fabbrica di Sant’Atanasio fu destinata dal principio del mese d’agosto al Comitato delle Cucine per i poveri[21], il quale dava all’Amministrazione del Collegio rimborso di 30 lire mensili per l’uso degli oggetti. Verso la fine dell’anno 1915, per impedire che del Collegio di Sant’Atanasio s’impossessassero i militari, la Congregazione Concistoriale propose di concederlo ai Padri gesuiti per l’opera degli esercizi spirituali del clero, assegnazione che sarebbe dovuta terminare alla riapertura del Collegio o anche prima, qualora i Superiori lo avessero ritenuto conveniente. Essi rimborsarono tre quarti della tassa fabbricati e pagavano cinquanta lire mensili per l’uso dei mobili e degli oggetti.

In seguito alle condizioni create dalla prima guerra mondiale, il Collegio Greco, durante gli anni scolastici 1915-1916, 1916-1917 e 1917-1918 rimase chiuso[22]. Gli alunni atanasiani furono trasferiti ad Einsiedeln ed in Italia nei Seminari di Catanzaro e Cassano. L’amministrazione del Collegio continuava ad essere affidata a Monsignore Giuseppe Tondini. Nel Collegio si continuarono la cucina economica ed i corsi d’esercizi spirituali per il clero sotto la direzione dei Padri gesuiti.

Il Collegio Greco, che dopo la visita apostolica del 1911, era rimasto sotto la direzione della Congregazione Concistoriale, fin quando fu istituita da Benedetto XV la Congregazione dei Seminari e delle Università, fu sottratto alla dipendenza anche di questa Congregazione ed affidato alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di Rito orientale; in questo periodo allora, il Cardinale Prefetto, Domenico Serafini cercò di riprendere nel Collegio Urbano il più gran numero possibile degli alunni atanasiani[23].

Fin dal mese d’agosto dell’anno scolastico 1917-1918[24], nelle stanze del Vescovo abitava Monsignore Isaia Papadopulo, Assessore della Congregazione pro Ecclesia Orientali; lui sarà per circa quindici anni il Vescovo ordinante di rito bizantino a Roma, ma senza prenderne mai il titolo[25]. A spese della Santa Sede fu fatto l’impianto della luce elettrica per le scale fino al primo piano e in tutte le camere tenute da Monsignore Papadopulo e dagli altri signori. Visti i tempi che correvano, l’Amministratore Delegato depositò nella Cassaforte della diocesi di Sabina in Vaticano i valori del Collegio insieme alla somma di 15.000 lire che rimanevano negli anni 1917–1918[26] (Besa/Roma).

 

RAVENNA

X SESSIONE PLENARIA

DIALOGO CATTOLICO-ORTODOSSO

8-15 ottobre 2007

 

Riportiamo qui di seguito un articolo di Mons. Eleuterio F. Fortino sulla X Sessione plenaria della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme:

 

“Una buona base comune”. Così i due co-presidenti, il cardinale Walter Kasper e il Metropolita Joannis di Pergamo (Zizioulas) hanno considerato, in una conferenza stampa, il testo approvato nella X Sessione plenaria della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa.

1. La sessione ha avuto luogo a Ravenna (8-14 ottobre 2007), generosamente ospitata dall’Arcidiocesi, e accolta con simpatia e manifesta cordialità dai fedeli, da tempo preparati da S. E. mons. Giuseppe Verucchi, incoraggiati a pregare per un evento importante e difficile. “Pregano per voi, egli ha detto in una omelia, le comunità contemplative, i religiosi e le religiose, i sacerdoti e le comunità parrocchiali”. Anche le autorità civili - il prefetto e il sindaco con i presidenti della provincia e della regione - hanno salutato con distinzione in forma ufficiale, in un incontro alla Prefettura tutti i membri della Commissione Mista. Il prefetto, S. E. Floriana De Sanctis, ha espresso la speranza che “il desiderio del dialogo, di comprendere e di essere compresi, che caratterizza la Commissione Mista, possa essere segno da imitare” anche nella vita civile e politica “di ogni giorno”. La presenza di una settimana della Commissione Mista a Ravenna ha costituito un evento ecclesiale e civile percepito nell’intera città, anche se i lavori si sono svolti, come abitualmente, a porte chiuse. Diversi momenti, oltre all’incontro in prefettura, hanno avuto risonanza pubblica, come la preghiera vespertina di inizio nella Chiesa di S. Apollinare in Classe, celebrata dalla Comunità locale e con una parte fatta dai membri ortodossi (8 ottobre), così pure la concelebrazione eucaristica dei membri cattolici nella Cattedrale (13 ottobre) e la concelebrazione della Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo da parte dei membri ortodossi (14 ottobre) nella Basilica di S. Vitale, splendente di mosaici bizantini. La sessione così è stata aperta e chiusa con la preghiera pubblica.

 

2. Il tema affrontato nelle sessioni mattutine e pomeridiane durante l’intera settimana è stato il seguente: «Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: Comunione ecclesiale, Conciliarità ed Autorità nella Chiesa».

Da una parte esso presuppone l’impostazione di questo dialogo e l’insieme dei documenti precedentemente concordati, tutti nell’ambito del tema generale della comunione ecclesiale (koinonia), essendo lo scopo concordato nel “Piano per l’avvio del dialogo teologico” (1978) “il ristabilimento della piena unità”. Questa Commissione ha infatti pubblicato dei documenti coerenti con il tema e con lo scopo come mostrano gli stessi titoli:

•“Il mistero della Chiesa e dell’Eucaristia alla luce del mistero della Santa Trinità” (Monaco di Baviera 1982);

•“Fede, Sacramenti e Unità della Chiesa” (Bari 1987);

•“Il sacramento dell’ordine nella struttura sacramentale della Chiesa. In particolare l’importanza della successione apostolica per la santificazione e l’unità del popolo di Dio (New Valamo, Finlandia 1988).

A suo modo, anche se si è trattato di un nuovo argomento affrontato sotto la pressione di eventi storico-politici del momento, si inserisce - con lo scopo di chiarire una questione controversa dagli ortodossi - anche il quarto documento pubblicato: “L’uniatismo, metodo d’unione del passato, e la ricerca attuale della piena unità” (Balamand, Libano 1993).

Emergono così i lineamenti della comunione (koinonia) fondati sull’unità di fede, di sacramenti e di ministero.Da un’altra parte il tema affrontato a Ravenna ha anche una storia più recente, ma anche complessa e ancora aperta per il futuro. Un progetto era stato elaborato a Mosca, nel 1990, dal Comitato Misto di Coordinamento della Commissione in vista della sessione programmata per il mese di giugno dello stesso anno. Poiché poi quella sessione si era occupata d’altro, il progetto non era mai stato discusso in plenaria fino alla sessione di Belgrado (18-25 settembre 2006). Sin dall’inizio il progetto prevedeva lo studio della natura e dell’esercizio dell’autorità e della collegialità nella Chiesa a tre livelli: locale (diocesi), regionale (metropolia e patriarcato) e a livello universale. A questi tre livelli si indicava la presenza e il ruolo di un protos, un primo, con particolari prerogative. A Belgrado si erano discussi i primi due livelli. A Ravenna si è completato lo studio, raggiungendo un consenso che permette di avanzare in termini più precisi, già dalla prossima sessione plenaria, il cui tema concordato sarà il seguente: «Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio». Come prelude questo argomento vi saranno altre fasi per il resto della storia della Chiesa. Il documento di Ravenna costituisce una premessa solida e positiva.

 

3. A Ravenna la Commissione era quasi al completo. Erano presenti ventisette dei trenta membri cattolici (cardinali, arcivescovi, vescovi, sacerdoti e teologi laici). I membri ortodossi (metropoliti e vescovi; sacerdoti e teologi laici) rappresentavano tutte le Chiese ortodosse ad eccezione del Patriarcato di Bulgaria i cui delegati non hanno potuto partecipare. Vi erano i rappresentanti delle seguenti Chiese:

Patriarcato Ecumenico, Patriarcato di Alessandria, Patriarcato d’Antiochia, Patriarcato di Gerusalemme, Patriarcato di Mosca, Patriarcato di Serbia, Patriarcato di Romania, Patriarcato di Georgia, la Chiesa di Cipro, la Chiesa di Grecia, la Chiesa di Polonia, la Chiesa d’Albania, la Chiesa delle Terre Ceche e di Slovacchia, la Chiesa di Finlandia e la Chiesa d’Estonia.

A proposito della presenza dei rappresentanti della Chiesa “autonoma” di Estonia la sessione ha vissuto un momento di turbamento. Il comunicato dato alla stampa riferiva che “nel primo giorno dell’incontro, com’è prassi della Commissione, i membri cattolici ed ortodossi si sono riuniti separatamente per coordinare il loro rispettivo lavoro. Durante l’incontro ortodosso, il delegato del Patriarcato di Mosca ha presentato la decisione della sua Chiesa di ritirarsi dalla riunione della Commissione a motivo della presenza in essa di delegati della Chiesa d’Estonia, dichiarata «autonoma» dal Patriarcato ecumenico, uno statuto non riconosciuto dal Patriarcato di Mosca, e ciò malgrado il fatto che il Patriarcato ecumenico, con l’accordo di tutti i membri ortodossi presenti, avesse offerto un compromesso, e cioè: prendere atto del non riconoscimento del Patriarcato di Mosca della Chiesa autonoma d’Estonia”.

Si tratta di una questione manifestatasi all’interno della Chiesa ortodossa, a cui per sé è estranea la Chiesa cattolica, ma i membri cattolici hanno sofferto per la decisione ed espresso la speranza che essa sia positivamente risolta anche per il benessere del dialogo stesso.

4. La Commissione ha anche programmato il lavoro di preparazione della prossima sessione plenaria sul tema del primato del vescovo di Roma nel primo millennio: A questo scopo ha nominato due sottocommissioni miste di studio comprendenti otto membri ciascuna, quattro per parte. Queste si incontreranno nella prossima primavera del 2008. Mentre il Comitato di Coordinamento che si incontrerà nell’autunno del 2008, sulla base dei rapporti delle due sottocommissioni, elaborerà la sintesi organica che sottoporrà alla sessione plenaria. Essa avrà luogo nell’autunno del 2009.

Durante la sessione i due co-presidenti hanno inviato un messaggio di ringraziamento a S.S. Benedetto XVI e a S.S. Bartolomeo I per i voti augurali indirizzati alla Commissione Mista (Besa/Roma).

 

ALBANIA

TESTIMONI DELLA FEDE

NEL RICORDO DI PJETËR ARBNORI

 

Riportiamo la seconda parte della conferenza tenuta a Bari sui testimoni della fede durante il regime comunista in Albania da Pjetër Arbnori, in carcere lui stesso per 25 anni e poi Presidente del Parlamento albanese dal 1992 al 1997:

 

Mikel Koliqi e gli altri

 

E’ stata gran fortuna, conoscere dall’infanzia il futuro cardinale Mikel Koliqi, che più tardi fu il primo cardinale albanese, che fece 45 anni di calvario, mons. Gaspër Thaçi, mons. Vinçens Prendushi, Padre Anton Luli SJ., che era stato il direttore della mia scuola, il gesuita eroico, che fece 40 anni di prigione, internamenti e campi di lavoro forzati, campi che erano ugualmente prigioni vere e proprie. Questo sacerdote io l’ho conosciuto in tenera età, sin dalla terza elementare e siamo rimasti amici, come padre e figlio, fino poco tempo prima che lui morisse. Non è stata una vera fortuna conoscere mons. Gaspër Thaçi, don Alfons Tacki, - il mio maestro di recitazione - , padre Giovanni Fausti SJ., padre Daniel Dajani SJ., don Ded Malaj, don Dedë Plani, padre Marin Sirdani, don Ndre Zadeja, don Shtjefen Kurti, padre Donat Kurti, padre Benardin Palaj, padre Çiprian Nika, padre Gjon Shllaku, fratello di Gjon Pantalia, il diacono Mark Çuni, mons. Gjergj Volaj, mons. Ernest Çoba, don Pjetër Gruda, don Mark Hasi, don Zef Bici, padre Gegë Lumaj, don Nikoll Mazreku e molti e molti altri.

E’ stata proclamata una lunga lista dei martiri albanesi, 41, che saranno canonizzati secondo la direttiva del Santo Padre Giovanni Paolo II. Ho conosciuto da vicino, la maggior parte di loro, tutti servi di Cristo, tutti uomini coraggiosi, che in condizioni difficilissime hanno avuto una caratteristica: non negarono in nessuna circostanza Dio, servirono il Signore, ma anche professarono la fede in Dio pubblicamente.

Per tutti quelli citati sopra, forse anche per altri, posso testimoniare pubblicamente, posso dire almeno una parola, due, tre, dieci, tutte vere ed esatte, che possono aiutare il processo di beatificazione e santificazione di questi martiri.

Ho parlato spesso di questi testimoni di Cristo, che sono stati fucilati, morti nelle prigioni, o hanno sofferto nei campi di lavoro, sempre minacciati: “Vi togliamo la maschera”, li deridevano, li disprezzavano. Io ho partecipato quando si disseppellivano, e poi si onoravano con sepolture decorose nelle cerimonie solenni, organizzate dallo Stato democratico. Ma ormai sono 13 anni che le cose sono cambiate, e mi capita adesso di essere chiamato a testimoniare soltanto in un simposium, come oggi. Qual è stata la ragione di una guerra così spietata del comunismo ateo di Enver  Hoxha verso il clero cattolico?

Primo motivo: i martiri erano tutti sempre esempio di santità, testimoni di un altro spirito, nell’Albania arretrata, ma in questi tempi dei quali parliamo, pieni d’aggressività atea, attuata dai comunisti che sono stati una strana specie, senza precedenti in Albania, i martiri testimoniavano la luce dello spirito e della mente. Erano quasi tutti preparati e conoscitori indiscutibili di molti campi della conoscenza: teologi, filosofi, scrittori, pubblicisti, pittori, musicisti, politici, sociologi, pedagoghi, storici, folkloristi, naturalisti, medici, architetti, demografi.

Non c’è campo della cultura dove non fossero presenti. Basta solo aprire un libro di letteratura e trovi che essi hanno creato l’alfabeto albanese con lettere latine, invece delle cirilliche. Sono i primi scrittori, i primi storici, i primi pittori, architetti, musicisti, etc, etc. Per molti è un mistero la loro partecipazione diretta nella formazione della cultura albanese e il consolidarsi della nostra nazione. Per gli altri non è un mistero; erano pieni di Dio e in modo profetico sentivano che era venuto il gran momento di dare il contributo vitale nella costruzione dello spirito del nostro popolo. Qui c’entrava Cristo ed era un dovere servire da parte dei migliori in campo di fede e cultura, e formare delle personalità. Questo non è permesso agli atei. Il comunismo influenzava le massi ignoranti, i mezzo intellettuali, quelli che giravano invano per sei o sette anni nelle scuole d’Europa, e che tornavano con solo uno o due anni di scuola; altri incompiuti.

Secondo motivo: il clero cattolico, essendo colonna del patriottismo in Albania, sarebbe stato senz’altro contro l’internazionalismo, che storicamente non ha avuto buone intenzioni verso l’Albania.

Terzo motivo: il clero cattolico è stato sempre una barriera contro il panslavismo, dunque impedimento anche per i comunisti slavofili, che intendevano mettere l’Albania sotto la tutela jugoslava. Erano tali i momenti storici. I chierici non avrebbero mai permesso questo piano. Dagli ultimi dati, portati alla luce recentemente, risulta che la fucilazione di molti chierici è stata commissionata dal regime jugoslavo. Senza le anime che da sempre erano per l’indipendenza, si può raggiungere lo scopo, si può chiedere addirittura l’annessione dell’Albania alla Jugoslavia, senza che una voce si levi per contraddire.

Quarto motivo: i comunisti atei, per imporre il regnante Enver Hoxha come il dio nuovo dell’Albania, avevano bisogno di far sparire il vero Dio del cielo, dunque, di eliminare anche il clero che teneva viva la fede in questo Dio (Besa/Roma).

 

SCUTARI

P. ZEF PLLUMI

TESTIMONIANZA DI DAVID LUKA

 

Il prof David Luka, linguista e scrittore di Scutari, ci ha scritto alcune considerazoni sulla figura religiosa e culturale dei francescano albanese p. Zef Pllumi, deceduto il 26 settembre scorso. Egli subì la persecuzione, condanne per false accuse e un lungo periodo di carcere. Il prof Luka ha intitolato le sue oservazioni: P. Zef Pllumi, l’Ultimo dei grandi francescani” che presentiamo nella traduzione di Kate Zuccaro:

 

Zef Pllumi “prodotto puro” dei francescani

 

Il Convento francescano di Scutari non era soltanto una dimora di preti; era anche un cenacolo di persone di grande cultura e sapienza. Prescelte fin dall’infanzia, esse venivano istruite con cura particolare, dapprima in loco, successivamente all’estero. Ognuno di questi religiosi aveva frequentato almeno due scuole superiori, una di teologia e l’altra relativa ad una branca specifica delle scienze umanistiche o esatte. Tornando in patria a conclusione di lunghi studi in diversi Paesi d’Europa, insieme alla cultura occidentale contemporanea essi portavano, con sé le lingue di quei Paesi, che conoscevano perfettamente. In tali condizioni, il Convento francescano di Scutari si presentava come una vera e propria università, in cui operavano studiosi di tutte le branche del sapere e della scienza e dove si parlavano tutte le lingue d’Europa. Poiché questi religiosi francescani provenivano da tutti gli strati della popolazione, e comunque da famiglie che si distinguevano per rigore etico e morale, essi portavano con sé anche la mentalità del luogo da cui provenivano. Sicché, in questi uomini semplici e relativamente poveri per l’epoca, la cultura occidentale si fondeva con le qualità più preziose dell’uomo albanese, in una simbiosi che, temprata anche dal sentimento religioso, forgiava personalità possenti, che ispiravano un rispetto particolare. A ciò vanno aggiunte la grande reputazione di cui godevano presso il popolo e la loro disponibilità a servirlo senza esitazione in ogni situazione di criticità.

Con la morte di Padre Zef Pllumi, si spegne l’ultima luce di questa pleiade irripetibile.

 

Padre Zef Pllumi era “missionario” francescano

 

Ciò che distingueva Padre Zef Pllumi era il suo essere “missionario” delle anime umane. Egli si era posto al servizio degli uomini, ed a questa missione adempiva in ogni condizione. E’ proprio questa missione che gli dava la forza di affrontare ogni tipo di difficoltà e sofferenza. Padre Zef era missionario in qualunque ambiente, in carcere e fuori, in parrocchia e nella vita di ogni giorno. Ogni volta che gli si presentava l’occasione di testimoniare la propria missione, la prima cosa che faceva era indossare il saio. Indossato il saio, sembrava un’altra persona, come avesse indossato una corazza impenetrabile.

 

Padre Zef Pllumi era amante della cultura

 

Padre Zef ha sempre avuto a cuore l’elevazione ed il progresso culturale dell’Albania. Egli sosteneva che senza cultura la nostra nazione non avrebbe avuto un futuro. E in questa direzione egli lavorava non a parole ma coi fatti. Appena uscito dalla prigione comunista, in un periodo in cui in Albania non si stampava nessuna rivista letteraria o culturale, ricominciò a pubblicare la rivista “Hylli i Dritës”.

Con ciò egli continuava il lavoro dei suoi predecessori, dando il messaggio “Ubi Spiritus Domini ibi libertas” (Dove è lo Spirito di Dio lì c’è la libertà) e restituendo alla rivista il ruolo che le era stato proprio di “culla della cultura albanese”. Benché stanco ed in età molto avanzata, egli ha lavorato con determinazione perché venissero ripubblicate le opere dei suoi grandi maestri e venisse riportato alla luce il contributo che essi avevano dato alla cultura albanese. Nella Prefazione all’opera di Padre Justin Rrota abbiamo scritto: “Un ringraziamento particolare va a Padre Zef Pllumi, il quale ci ha esortato e motivato ad intraprendere il complesso lavoro di preparazione dell’edizione critica di quest’opera monumentale, che oggi occupa finalmente il posto che merita nel panorama degli studi linguistici albanesi”. Senza lo stimolo diretto di padre Zef, quest’opera non avrebbe ancora visto la luce della stampa.

 

Padre Zef Pllumi era scrittore

 

L’opera di Padre Zef Pllumi “Vivi solo per raccontare” resterà nella storia della letteratura albanese come cronaca letteraria della parte invisibile dell’epoca comunista.

Le generazioni future conosceranno la parte visibile del periodo della feroce dittatura di Enver Hoxha attraverso le opere di I. Kadare. Ne conosceranno la parte sotterranea attraverso l’opera letteraria di Padre Zef.

 

Padre Zef Pllumi era pubblicista

 

Continuando l’opera dei suoi predecessori ed in particolare di Padre Gjergj Fisha, Padre Zef ha trattato con coraggio civile sconosciuto nella pubblicistica albanese degli ultimi decenni temi sociali estremamente delicati. I suoi scritti, raccolti nel volume dal titolo “Ut heri dicebamus” (Come dicevamo ieri), sono lo specchio chiaro dei problemi gravissimi che ha vissuto e tuttora  vive l’Albania nella difficile fase della sua transizione democratica.

 

Padre Zef Pllumi era operatore del sociale

 

Essendo io redattore delle sue opere, ho finito per seguirlo da vicino anche nella sua vita quotidiana. Egli era persona di energia inesauribile, che prendeva parte attiva in tutte le iniziative sociali che venissero intraprese. Col coraggio proprio della persona che al di sopra di sé riconosce soltanto Dio, egli non ha mai esitato ad esprimere apertamente il suo pensiero rivoluzionario. Nella mia memoria Padre Zef resterà un punto di riferimento forte, assertore convinto dei valori che avevano contraddistinto i suoi padri, un maestro della lingua, dotato di quella cultura enciclopedica che aveva contraddistinto tutta la sua generazione, una persona dal carattere indomito e ribelle, che ha messo in atto in modo assolutamente consequenziale il motto dei francescani “Patria e Fede”.

 

Nell’ultimo numero di “Hylli i Dritës”, poco prima della sua morte, egli scriveva: “Popolo albanese! E’ con la libertà di voto, se riesci ad ottenerla, che puoi cambiare questa situazione, altrimenti sei perduto e vanamente ti definisci Stato se non riesci a creare uno Stato di diritto… Albanesi! Aprite gli occhi, rendetevi conto di dove state andando!”.

E’ questo il testamento politico di p. Zef Pllumi (Besa/Roma).

MOLISE

LE COMUNITÀ ARBËRESHE

 

Abbiamo chiesto ad Antonio Libertucci, cultore di storia delle Comunità arbëreshe del Molise, di scriverci una loro breve presentazione. Qui di seguito riportiano i lineamenti generali, mentre nei prossimi numeri seguirà un’informazione più dettagliata di ciascuna delle 4 Comunità:

 

I paesi arbëreshë situati nel Molise, entro i confini della provincia di Campobasso, lungo la Valle del Biferno: Campomarino, Montecilfone, Portocannone e Ururi, appartengono oggi tutte e quattro alla Diocesi unificata di Termoli-Larino.

Prima dell'unificazione, delle due diocesi Montecilfone apparteneva a quella di Termoli, a quella di Larino gli altri tre. Fino al 1975 anche Chieuti (1), importante Comunità arbëreshe in provincia di Foggia, faceva parte della Diocesi di Larino, prima di passare a quella di San Severo in Puglia.

 

Le due diocesi, accorpate nel 1986, erano in effetti già unite “aeque principaliter in persona Episcopi” sin dal 1924. Sono entrambe di origine molto antica: risale al IV secolo quella di Larino, al VI secolo la diocesi di Termoli (2). Gli storici danno per certo che un vescovo di Larino, Paulus larinensis, abbia preso parte al “sacro e grande Concilio Ecumenico” celebrato a Nicea nel 325.

A Larino venne fondato il primo seminario post-tridentino della Chiesa, aperto ufficialmente in data 26 gennaio 1564 dal vescovo Belisario Balduino in conformità alle direttive della Riforma cattolica promossa dal Concilio di Trento (1545/63) (3).

Prima dell’arrivo degli Arbëreshë (sec. XV), era largamente diffusa nella zona del Larinese la presenza di numerosi monaci francescani itineranti, ma anche di basiliani (4) e di altre osservanze tipiche del medioevo: Celestini, Zoccolanti, Capriolanti, Discalciati (5); nel tempo, di questi piccoli monasteri alcuni furono soppressi e incorporati nell’Ordine dei Frati Minori, altri caddero distrutti dal violento terremoto avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1456 (6).

 

Al loro arrivo nel feudo di Ururi, l’autunno del 1468 (o forse ancor prima) (7), gli Arbëreshë trovarono un territorio interamente sconvolto, campi incolti e borghi abbandonati non solo per la devastazione causata dal sisma, ma anche per le carestie e le frequenti incessanti incursioni saracene lungo le coste adriatiche del Regno (8).

Varie furono le ragioni che indussero gli Arbëreshë ad emigrare nel corso dei secoli dall’Arbëria per stanziarsi nelle regioni meridionali d’Italia; le ultime, d’ordine politico-religioso, provocate dall’invasione turca, andarono a sovrapporsi alle motivazioni prevalentemente economiche e militari che avevano causato migrazioni nel Molise già dal XIII secolo; “Molte famiglie dell’Albania e dell’Epiro, non soffrendo le barbarie del Turco, alcune si ritirarono nello stato Veneto, altre in Sicilia … moltissime furono accolte in questa diocesi”, riferisce mons. Tria, vescovo di Larino (9).

Ad introdurre gli Arbëreshë nelle terre del Molise fu mons. Antonio De Misseriis, vescovo di Larino (10); egli li accolse nella chiesa di S. Antonio da lui stesso fatta edificare appena fuori della città della sede vescovile e in quel luogo assegnò loro, divisi in gruppi di famiglie, le terre dove stanziarsi, lavorare e prosperare; non trascurando di fornirli prima del bestiame e degli attrezzi agricoli necessari.

Alcune famiglie raggiunsero il feudo di Ururi, sottoposto alla giurisdizione della chiesa di Larino (11) già dal 1075, sorto a seguito della donazione da parte di Roberto I, conte di Loritello (attuale Rotello), nipote di Roberto il Guiscardo, al vescovo di Larino; il feudo era allora completamente disabitato e abbandonato. Altri gruppi furono inviati a ripopolare i casali di Portocannone, di Cerritello (gli Arbëreshë di questo casale si rifugiarono poi nelle alture di Montecilfone spaventati dal tremendo flagello del colera scoppiato nella zona nel 1537) (12), di Campomarino e in altri casali sparsi nell’agro larinese: casali di S. Elena, di Colle Lauro, di San Barbato e nel casale di Santa Croce di Magliano dove furono relegati dai nativi nella parte più periferica del paese, quartiere tuttora chiamato “Quarto dei Greci” (gli Arbëreshë dagli indigeni venivano chiamati anche greci per via del loro rito bizantino celebrato in lingua greca).

Lo scenario che si presentava agli occhi degli Arbëreshë nelle terre molisane, dovette essere allora davvero desolante, ma ad essi non era concesso scoraggiarsi; da subito dovettero darsi da fare per ripristinare e migliorare le condizioni del territorio loro affidato.

Bonificarono e dissodarono la terra, ricostruirono le case dirute, ripararono le cadenti. Contribuirono, insomma, sensibilmente alla rigenerazione delle contrade colpite dalla depressione demografica ed economica.

 

Travagliata e carica di traversie fu perciò la vita degli antenati in queste nuove terre; non mancarono umiliazioni e sospetti da parte delle popolazioni indigene con le quali era difficile instaurare rapporti di buon vicinato, né la protezione e la benevolenza dei vescovi feudatari sia di Larino che di Termoli valsero a preservare i nuovi arrivati dalla diffidenza e dal clima di ostilità che andava creandosi attorno ad essi, in particolare, a causa della diversità della lingua e del rito religioso.

In verità, la pratica del rito bizantino metteva in agitazione anche i vescovi delle due diocesi, specialmente dopo il Concilio di Trento; non furono pochi, infatti, i ricorsi presentati alla Congregazione di Propaganda Fide da parte degli stessi vescovi, interessati com’erano ad affidare al clero latino le chiese delle comunità albanofone.

Gli Arbëreshë resistettero a lungo alle pressioni del clero latino, anche perché erano ben consapevoli di perdere, con la soppressione del rito bizantino, un punto di riferimento essenziale della propria identità religiosa e culturale.

Il rito bizantino fu praticato fino a tutto il sec. XVII; poi, ne decretò la fine mons. Giuseppe Catalani, vescovo di Larino (1686-1703), non senza numerose e rumorose proteste da parte delle popolazioni di Campomarino in particolare (13). A Ururi il primo parroco di rito latino fu tacciato di apostasia e si guadagnò il perenne soprannome di “ndërrjon” tuttora perdurante nella famiglia discendente (14); gli Ururesi per lungo tempo gli negarono le decime.

Il tempo andò smussando i contrasti; chiusa definitivamente la controversia del rito a favore di quello latino; alleviato il peso delle decime che gli Arbëreshë erano sempre e in ogni caso tenuti a versare alle rispettive mense vescovili, la vita degli Arbëreshë si avviò lentamente e faticosamente verso una più dignitosa condizione di vita; l’ingegnosità, la perseveranza, la laboriosità fece il resto.

Insieme con le Comunità di Villa Badessa (Pescara) dove, mentre è tuttora praticato il rito bizantino, la lingua arbëreshe si è da tempo dissolta (15), e di Pianiano (Viterbo) dove invece da tempo si sono spenti sia il rito bizantino sia la parlata arbëreshe (16), i paesi italo-albanesi molisani sono quelli situati più a Nord nel Continente, geograficamente lontani e isolati dalle Comunità albanofone concentrate in Calabria e in Sicilia, e perciò non coinvolti nelle attività e nelle istituzioni culturali sorte, per la conservazione e la tutela della lingua e del rito, delle quali gli Arbëreshë di Sicilia e di Calabria furono e sono tenaci custodi e fervidi cultori.

Tagliati fuori, perciò, da ogni benefico contatto con la vitalità dei gjërì dei nuclei di Sicilia e di Calabria, privati della pratica del rito bizantino da oltre due secoli, privi di ogni qualsiasi classe intellettuale che avesse mai preso a cuore il problema della conservazione e coltivazione della parlata arbëreshe, è già un miracolo che l’arbërishit si sia ancora mantenuto in buono stato a tutt’oggi nelle nostre contrade, salvato forse proprio da una ben radicata cultura popolare, dalla capacità, cioè, del popolo di assorbire il nuovo senza perdere la propria originalità.

Il primo e più antico documento scritto in arbërishit nelle Comunità arbëreshe molisane risale al 1875 con la traduzione in arbëresh di una novella del Decamerone di Boccaccio fatta dall’allora arciprete di Ururi (17).

Solo recentemente, infatti, grazie anche all’impulso della Legge 482/99, da appena qualche anno, si va notando nei paesi arbëreshë del Molise un certo risveglio, una presa di coscienza di come sia importante e doveroso avviare un processo di salvaguardia per tutelare e valorizzare il patrimonio storico e culturale degli Arbëreshë, e preservarne la lingua mediante un’intensa opera di alfabetizzazione ad ogni livello.

Oggi, tutte e quattro le comunità arbëreshe, dopo un lungo periodo di dure vicissitudini e di fatiche e di emarginazione sociale, politica e culturale, sono altrettante cittadine linde, ordinate, bene organizzate e bene amministrate, tese al benessere economico e aperte a sempre nuove iniziative culturali e di progresso civile.

Di ciascuna di esse si proverà, ora, qui di seguito, a tracciare sinteticamente un quadro topografico-storico, quanto più preciso possibile, ma certamente non esaustivo, in quanto le poche notizie riportate sono da completare e integrare con ulteriori indagini sia archivistiche che bibliografiche.

La patrona degli italo-albanesi nel Molise è la Madonna Grande (Shën Mërija Madhe), venerata nel santuario mariano di Nuova Cliternia, nei pressi di Campomarino, festeggiata il 6 agosto (18) (Besa/Roma).

 

Note

1.    In questa cittadina fu rinvenuto il manoscritto del XVIII secolo (noto come il Codice Chieutino), opera dell’arciprete Don Nicolò Figlia, sacerdote di rito greco-bizantino, pubblicata a cura di M. Mandalà nel 1995.

2.    Nella cattedrale di Termoli furono ritrovate nel maggio del 1945 i resti mortali di San Timoteo, discepolo prediletto di San Paolo, compatrono, con San Basso, di Termoli.

3.    Mons. Costanzo Micci, Il primo seminario della cattolicità, in L’Osservatore Romano del 2.2.1964; Pietrantonio, U., Il seminario di Larino primo postridentino, Tip. Polig. Vat., 1965.

4.    Nel 1054, il Monastero di Santa Maria di Tremiti assorbiva una cella basiliana sorta sul lago di Lesina (cfr. A. Petrucci, I bizantini e il Gargano, Foggia 1955).

5.             Pietrantonio, U., Il monachesimo benedettino nell’Abruzzo e nel Molise, Lanciano, Carabba ed., 1988;

Anastasi L., I Francescani, Palermo 1952.

6.    Sul violento sisma del 1456 esiste una vasta bibliografia:

Baratta M., I terremoti d’Italia, 1901 (ristampa anastati  ca 1979); Figliuolo B., Il terremoto del 1456, 1988; Motta E., I terremoti di Napoli negli anni 1456 e 1466, in ASPN, XII (1887); in proposito, mi piace segnalare che il primo a fissare la notizia su carta, espressa in dialetto calabrese translitterato in greco, fu un certo monaco di nome Romano Paoli, il quale annotò l’avvenimento del sisma all’istante, appena se ne è reso conto, nel margine superiore del breviario che stava in quel momento recitando nel chiuso della sua cella nel monastero basiliano di Carbone (PZ), (cfr. Annotazioni volgari di S. Elia di Carbone a cura di A. M. Perrone e A. Varvaro, in Medioevo Romanzo, VIII, 1983,1).

7.         “Nel 1455, i Canonici del Monastero di S. Maria di Tremiti, ottennero da Callisto III di poter locare terreni di loro proprietà agli Albanesi allora giunti nel Molise”, in Codice Diplomatico del Monastero benedettino di S. Maria di Tremiti, a cura di A. Petrucci, Roma 1960 pag. LXXXVII, p. I; (cfr. Archivio Segreto Vaticano Reg. Lateran. 498, c.85 A.); Mammarella, G., Larino sacra, Campobasso 1993.

8   Marino L., La difesa costiera contro i saraceni e la vita del marchese di Celenza alle torri di Capitanata, Campobasso, Nocera editore, 1977; Algranati, G., Le torri costiere del Mezzogiorno e le tradizioni popolari, in Brutium, 9, 10 settembre 1966.

9.  Mons Tria Giovanni Andrea, Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino, Roma 1744; Ricci, P., Fogli abbandonati di storia larinese, Larino 1913; Magliano, A., Considerazioni storiche sulla città di Larino, Campobasso 1895; Carfagnini, L., Memorie storiche di Montorio, manoscritto conservato nell’archivio privato di Guido Vincelli in Montorio nei Frentani (CB).

10.   Mammarella G., Larino sacra, Campobasso 1993.

11.   Libertucci A., Il nome del mio paese, in Kamastra, a. IV, n. 1, gennaio/febbraio 2000.

12.   Resětar M., Le colonie serbocroate nell’Italia Meridionale, Vienna 1911.

13.       Korolewskij P.C., Italo-greci e italo-albanesi; documenti esistenti nell’archivio di Propaganda Fide (cfr. Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, a. XVI, fasc. 1-4, 1947).

14.       Pertanto è inesatta la notizia riportata nel “Dizionario biobibliografico degli italo-albanesi” di G. Laviola, secondo la quale mons. Felice Samuele Rodotà nel 1736/1737 avrebbe visitato anche le chiese greche della Diocesi di Larino; a quell’epoca, in realtà, il rito bizantino nei paesi arbëreshë del Molise era già stato soppresso da più decenni; chiese, sulle quali, peraltro, il vescovo di Berea non avrebbe avuto alcuna giurisdizione. Le uniche visite ai monasteri e alle chiese greche del Molise potrebbero essere state quelle effettuate, per ordine di Onorio III, dal vescovo di Crotone e dall’Abbate di Grottaferrata nel maggio del 1221: “Honorius III episcopo Crotonensi et Abbati Criptae Ferratae mandat ut graecorum monasteria ordinis S. Basilii in Terra Laboris, Apulia et Calabria constituta visitent et reforment” (cfr Reg. Vat. 11, f. 122, n. 612).

15.       Bellizzi L., Villa Badessa, Pescara 1994;

16.                   Granelli A., Pianiano, Una colonia albanese dello Stato Pontificio, Roma 1913; Stendardi, E., Pianiano e i suoi ricordi albanesi, Roma 1939; Donati A., Un vescovo nativo di una colonia albanese nel Lazio, Michelangelo Calmet (1771-1817), in Rivista d’Albania, anno IV, giugno 1943; Fioriti L., Un’emigrazione albanese nella Tuscia, in Zjarri (numero speciale 1969-1989) anno XX, n. 33, 1989; Pianiano tra gli Etruschi, in Besa-Fede n. 174, maggio 2005.

17.       Il parroco si chiamava Andrea Blanco; la novella tradotta nella parlata arbëreshe di Ururi (la nona del Decamerone) fu pubblicata nel libro di Giovanni Papanti: I parlari italiani in Certaldo, Livorno 1875 (cfr. Libertucci, A., Il documento più antico della parlata arbëreshe di Ururi, in Kamastra, a. 7, n. 2, 2003).

18.       Delle Donne Marangone C., Pellegrini a Madonna Grande, 1999.

 

ROSSANO

RITORNO DEL RITO GRECO

 

Il prof. Valerio Capparelli, già membro del Circolo “Besa”, ora segretario dell’Associazione degli Arbëreshë di Rossano, ci ha inviato una nota sul ritorno, per iniziativa della suddetta associazione e con l’autorizzaione delle autorità ecclesiastiche, del rito greco in quella città e dintorni, antica sede metropolitana italo-greca:

 

Da un anno è stato introdotto a Rossano il rito bizantino. Dopo la pausa estiva sono riprese le sacre funzioni, che si svolgono nella chiesa del Sacro Cuore in viale Sant’Angelo, ogni ultima domenica del mese, eccetto dicembre, in cui l’appuntamento è previsto per il giorno 16. Finora la sperimentazione è ben riuscita.

L’iniziativa ha coinvolto numerosi fedeli, che hanno assistito alla celebrazione dell’antico rito. Mancava dalla città di San Nilo da oltre 500 anni. Ricordiamo che alla base del progetto, c’è l’accordo siglato tra la diocesi di Rossano-Cariati e l’eparchia di Lungro.

A sottoscrivere il documento i rispettivi vescovi, mons. Santo Marcianò e mons. Ercole Lupinacci, il parroco della chiesa del Sacro Cuore Domenico Strafaci, don Franco Milito, estensore del documento, i rappresentanti dell’associazione arbëreshe, Giulio Baffa, presidente, e Valerio Capparelli, segretario. L’associazione “Arbëreshë a Rossano” è nata nel 2005 grazie a molte persone provenienti dai paesi albanofoni, circa 700, 300 i gruppi familiari, che risiedono a Rossano.

Anche quest’anno, sarà don Agostino De Natale a celebrare il rito. In diverse occasioni sarà officiato il Trisaghion, Ufficiatura dei defunti. La liturgia, oltre che ad avvicinare i membri della comunità arbëreshe, costituisce anche un richiamo per i molti fedeli di rito latino e per gli extracomunitari che da tempo vivono a Rossano e che si stanno integrando nella società, grazie all’impegno in prima persona del parroco del Sacro Cuore, don Mimmo Strafaci.

 

La liturgia, celabrata per gli arbëreshë di tradizione bizantina che vivono fuori dell’eparchia di Lungro, diventa non solo un’occasione di preghiera comune, ma un momento di forte coesione (Besa/Roma).

 

ROMA

DECEDUTO L’ARCHIMANDRITA G. GHARIB

16 ottobre 2007

 

Nella Chiesa di S. Maria in Cosmedin il 18 ottobre 2007 l’arcivescovo melchita mons. Hilarion Cappucci ha presieduto i funerali di p. Giorgio Gharib, archimandrita del Patriarcato melchita, deceduto due giorni prima.

Era nato a Damasco nel 1930 ed aveva studiato nel seminario melchita di S. Anna a Gerusalemme.

A Roma aveva preso il dottorato al Pontificio Istituto Orientale con una tesi in liturgia.

Dal 1971 aveva insegnato Mariologia orientale e Dottrina mariana musulmana alla Pontificia Facoltà “Marianum” e poi anche alla Pontificia Università Urbaniana.

Ha pubblicato vari studi come: La Madonna nell’anno liturgico bizantino (Marianum 1972); Romano il Melode, Inni (Ed. Paoline 1981); tre volumi sulle icone di Cristo, di Maria, del Natale (Città Nuova, Roma). Ha coordinato i quattro volumi di “Testi mariani del primo millennio” (Città Nuova Roma 1988-1991) e ha collaborato alla preparazione dei “Testi mariani del secondo millennio”.

Per conto della Congregazione per le Chiese Orientali ha curato la redazione e la pubblicazione dei quattro volumi del libro liturgico “Anthologhion”.

Per i fedeli della nostra Chiesa di S. Atanasio, nell’anno 2005-2006 ha tenuto una serie di lezioni sulle icone despostiche, teomitoriche e dei santi (Besa/Roma).

 

NAPOLI

LAUREA HONORIS CAUSA

AL PATRIARCA ECUMENICO

 

L’Università di Napoli “L’Orientale”, perseguendo una politica culturale di collegamento e cooperazione internazionale propria della sua vocazione istituzionale, il 23 ottobre 2007 ha conferito la Laurea honoris causa in “Relazioni culturali e sociali nel Mediterraneo” a S. S. il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I.

Il Rettore dell’Orientale, prof. Pasquale Ciriello, nella prolusione ha ricordato il ruolo de “L’Orientale” quale crocevia di più culture e di più religioni, ritenendo un onore il conferimento di una tale onorificenza ad una personalità di alto profilo culturale e religioso, sensibile alle problematiche che assillano l’uomo contemporaneo.

Il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, prof. Riccardo Maisano, ha messo in luce la levatura del Patriarca, percorrendo il curriculum vitae e la funzione ecumenica che il Patriarca svolge in condizioni non sempre favorevoli. Ha anche sottolineato la preoccupazione del Patriarca per i problemi ecologici che incombono sull’umanità.

Il Patriarca Bartolomeo I nella sua lectio magistralis ha parlato dell’Unione Europea e della necessaria attenzione che essa dovrà porre alle istanze che provengono dal mondo ortodosso, portatore come è di valori umani di grande spessore, quale il senso della comunità, contro gli individualismi imperanti soprattutto in occidente.

Infine ha richiamato l’attenzione sulla necessità del rispetto dell’ambiente naturale (Besa/Roma).

 

ROMA

CONSIGLIO DI CHIESA

DI S. ATANASIO

 

Sabato 6 ottobre si è riunito il Consiglio della Chiesa di S. Atanasio per programmare le attività dell’anno pastorale 2007-2008.

 

1.  Per la festa nazionale di Albania (28 novembre) si sono concordate due iniziative:

 

*   Il sabato 24 novembre si farà la commemorazione del X anniversario della morte di Madre Teresa . Vi sarà la proiezione di un documentario del regista albanese Gjon Koldrekaj, presente il regista che ne farà il commento;

*   La domenica 25 novembre si celebrerà la Divina Liturgia in lingua albanese per tutti gli albanesi viventi in patria o dispersi nel mondo;

 

2.  Si continuerà il ciclo di mistagogia che quest’anno si concentrerà in un’introduzione alla lettura della Sacra Scrittura con tre lezioni di p. Giovanni Odasso della Pontificia Università Laterannense, con le seguenti scadenze:

*   Sabato 16 febbraio: La correlazione tra l’Antico e il Nuovo Testamento;

*   Sabato 8 marzo: Dal Vangelo “annunciato” ai vangeli scritti;

*   Sabato 5 aprile: Prospettive ermeneutiche;

 

3.  Domenica 18 maggio; incontro a Grottaferrata dei battezzati a S. Atanasio negli ultimi 15 anni, assieme ai genitori. Responsabile sarà l’ins. Agnese Jerovante.

 

4.  Domenica 8 giugno avrà luogo il pellegrinaggio annuale per un giorno di vita comunitaria dei fedeli di S. Atanasio con celebrazione eucaristica e pranzo al sacco. Responsabili saranno la prof. Maria Franca Cucci e la Signora Irene De Michele.

 

5.  Altre iniziative saranno concordate nel corso dell’anno secondo le necessità (Besa/Roma).

 

PIANA DEGLI ALBANESI

70° DI CREAZIONE DELL’EPARCHIA

1937- 2007

 

Ricorre il 70° di fondazione dell’Eparchia di Piana degli Albanesi (26 settembre 1937-2007). Per la circostanza ha visitato l’Eparchia il nuovo Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, S.E. Leonardo Sandri, che il 24 novembre sarà ordinato cardinale da S.S. Benedetto XVI.

Il 26 ottobre, festa di S. Demetrio Megalomartire, Patrono dell’Eparchia, egli ha presieduto nella cattedrale la Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo.

Sabato 27 ottobre mons. Aldo Giordano, Segretario Generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, ha tenuto una conferenza su “Il dialogo ecumenico in Europa: Dalla prima assemblea alla terza Assemblea Ecumenica Europea” (Sibiu 2007), presso la con - cattedrale “S. Nicolò dei Greci alla Martorana” a Palermo” (Besa/Roma).


 

Teologia quotidiana

80

EPÈKTASIS: GRAZIA DIVINA E SFORZO UMANO

 

La tensione che spinge l’uomo alla perfezione non è un tentativo di un’etica filosofica, o una gnosi o uno sforzo volontaristico pelagiano. Secondo S. Gregorio di Nissa si tratta di una vera sinergia tra la Grazia divina e lo sforzo umano sulla base della fede. La Grazia ha il primato dell’iniziativa e lo sforzo umano l’esercizio della libertà dell’uomo e quindi quello della sua responsabilità che rende il processo verso la perfezione, degno dell’uomo.

1. “La Grazia dello Spirito Santo viene concessa a ciascuno perché chi la riceve possa progredire e crescere” (Fine, professione e perfezione del Cristiano, Città Nuova Editrice, Roma 1979, p. 25). Nella visione cristiana è Dio che prende l’iniziativa e crea l’uomo a sua immagine, è Dio che per la “nostra salvezza” si incarna e assume l’umanità per redimerla, ed è la Grazia di Dio che nel cristiano genera la propulsione verso la perfezione in quanto processo di assimilazione al divino. In questa prospettiva il Nisseno cita il primo versetto del salmo 126: “Se non è il Signore a costruire la casa e a custodire la città, inutilmente veglia il custode e si affatica il costruttore”. E’ prioritario e indispensabile “l’aiuto dall’alto” e occorre rimettere al volere di Dio “ogni speranza di conseguire il fine desiderato”. In effetti “la virtù umana, per quanto potente, non riesce da sola a far salire al tipo di vita più alto l’anima priva di grazia”(Fine del Cristiano p. 28). Ma la via della perfezione tuttavia richiama lo sforzo dell’uomo, il suo coinvolgimento con la pratica dei comandamenti che indicano la via della virtù.

2. “L’anima rigenerata dalla potenza di Dio deve nutrirsi fino a raggiungere le dimensioni proprie della maturazione intelligibile dello Spirito, facendosi irrigare in misura sufficiente dal sudore della virtù e della concessione della grazia” (Ibidem p. 25). Lo sforzo umano è pertanto indispensabile ed è lo strumento ordinario per mettere in pratica la vocazione divina in ciascun credente. S. Gregorio a questo proposito presenta l’esempio dell’evoluzione del corpo umano che “corroborato da nutrimenti materiali progredisce secondo le leggi della natura”. Ugualmente l’anima rigenerata non deve rimanere sempre bambina “ma deve farsi irrigare dal proprio nutrimento spirituale e alimentarsi con le virtù e le fatiche fino a raggiungere le dimensioni richieste dalla sua natura” (Ibidem p. 26). La tradizione filosofica greca della virtù (aretē) offre il sottofondo culturale per la comprensione del suo senso come partecipazione al processo di crescita nella perfezione, come esercizio etico, come ascesi che educa lo spirito e le sue qualità per mezzo della ripetizione degli atti fino a farsene un abito. Così l’immagine della ragione come “pilota”, guida sulla via retta, ha la sua origine in Platone. Anche dal neoplatonismo il Nisseno assume immagini, motivazioni e orientamenti. Nella sua opera abbiamo una coerente incarnazione della dimensione cristiana nel contesto culturale ellenistico. Il Nisseno afferma: “Quanto più ti impegni nella gara della religiosità, tanto più aumenta la grandezza della tua anima, proprio grazie ai cimenti e alle fatiche che il Signore ci impone” (Ibidem, p. 27). Il Nisseno in questo contesto si richiama all’esortazione di S. Paolo di perseverare nella corsa: “Egli ci esorta a correre …perché il dono della grazia è commisurato agli sforzi di chi lo riceve” (Ibidem, p.27). Il Nisseno cita la parabola dei talenti dati perché vengano messi a frutto e non lasciati giacere inerti. Pure la parabola del seme caduto sul buon terreno, che frutta il centuplo, illustra la fecondità della cooperazione.

3. Nell’opuscolo “Il fine del Cristiano” è esplicitamente affermato, che tra la Grazia di Dio e lo sforzo umano vi è una feconda sinergia che evidenzia da una parte l’iniziativa divina e dall’altra l’efficace cooperazione umana. “Le azioni giuste e la Grazia dello Spirito, quando si trovano insieme, riempiono di vita beata l’anima su cui convergono, purché restino unite. Se si separano non sono di nessuna utilità all’anima” (Ibidem, p. 28). Le azioni “giuste”, cioè quelle prodotte dallo sforzo umano sotto l’impulso della Grazia, sono quelle che corrispondono alla volontà di Dio. Queste riempiono di “vita beata” l’anima del credente. “Separate dalla Grazia” non sono di “utilità”, rimangono sterili. L’uomo deve rimanere aperto allo Spirito di Dio e ubbidiente al suo volere. Il Nisseno afferma che “La Grazia di Dio non può per propria natura albergare nelle anime che rifuggono dalla propria salvezza (Ibidem, 28). Di conseguenza bisogna rimettersi sempre al volere di Dio. “Occorre dunque conoscere quel volere di Dio che deve tenere presente e verso cui deve tendere chi aspira alla vita beata, e al quale deve conformare la propria vita chi veramente desidera la beatitudine” (Ibidem, p. 28). Lo Spirito di Dio in ciascuno costruisce il bene stimolando nelle opere di bene e sorreggendo lo sforzo umano indispensabile per crescere e progredire. Il Nisseno per indicare la sinergia fra Spirito Santo e Azione umana usa questa immagine: “Lo Spirito…rimane come aiutante e inquilino in chi ne accetta il dono” (Ibidem, p. 25). Lo Spirito abita nell’uomo come aiutante e non come sostituto. Tra l’iniziativa dello Spirito e la realizzazione dell’uomo occorre una vera cooperazione.

4. La presenza dello Spirito nell’uomo genera un dinamismo verso l’infinito per cui nessuno stadio di crescita è definitivo. E’ tappa intermedia. Per S. Gregorio è chiaro che “l’uomo deve sempre elevarsi fino a diventare perfetto” e deve “cercare solo quella (Gloria) la cui bellezza è inesprimibile e il cui limite è introvabile” (p. 63) (Besa/Roma).

Roma, 4 novembre 2007

 

 

Circolare luglio 2007                                                                                                                           194/2007

Sommario

I detti di Gesù (52): “Non crediate che sia venuto a portare la pace sulla terra…................... 1

ROMA: Istituita la “Fondazione Tommaso Federici”.................................................................... 2

ALBANIA: Archimandrita Pietro Scarpelli - Chiesa greco-cattolica............................................. 3

TIRANA: I Codici dell’Albania.................................................................................................. 6

TIRANA: Fede e cultura........................................................................................................... 7

ROMA: La Congregazione Orientale e gli Arbëreshë.................................................................. 7

NAPOLI: Atlante dialettologico della lingua albanese.................................................................. 8

CALABRIA: Il vescovo Giuseppe Bugliari e il Collegio di S. Adriano........................................... 9

ROMA: Incontro dei battezzati a S. Atanasio............................................................................ 10

GROTTAFERRATA: Liturgia e agiografia tra Roma e Costantinopoli........................................ 10

Epèktasis - Essere sempre protesi in avanti.............................................................................. 11

 

Tà lòghia - I detti di Gesù (52): “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra;

non sono venuto a portare la pace, ma la spada” (Mt 10,34)

 

L’attesa messianica di Gesù è sostanziata di aspettativa della pace globale che coinvolge l’anima, il corpo, la singola persona, la comunità religiosa, la società politica. Alla sua nascita gli angeli, interpretando il più profondo orientamento religioso, hanno cantato: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). E dopo la sua morte per la redenzione del mondo, Gesù risorto apparendo ai discepoli  li salutò ripetutamente con  l’annuncio quotidiano ed escatologico: “Pace a voi” (Gv 20, 19.21). Appare quindi paradossale la precisazione che egli fa ai discepoli quando li sta preparando alla missione: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace (eirēnēn) sulla terra;  non sono venuto a portare la pace, ma la spada (màchairan) (Mt 10,34). La contrapposizione delle immagini di pace e spada rende più esplicito e percepibile il pensiero. In più Gesù entra nel discorso in modo diretto e quasi polemico contro qualche erronea concezione sul significato della sua venuta, o in seno “della comunità messianica o delle comunità di ambiente matteano”, cioè delle comunità che andavano costituendosi attorno alla predicazione di Matteo (Pierre Bonnard). Gesù scarta sin dall’inizio le eventuali opinioni erronee: “Non pensate (mē nomìzēte)”che sia venuto a portare un vacuo e fatuo pacifismo.

Egli è venuto a portare il rinnovamento radicale dell’uomo che esige la conversione (metànoia) e quindi un doloroso discernimento. Ciò potrà comportare una “separazione” tra figlio e padre, tra figlia e madre nel caso in cui “quelli di casa” - che pure vanno amati per comandamento di Dio -  possono essere di intralcio al rapporto con Dio:“Chi ama il padre o la madre “ più di me”(hypèr emè) non è degno di me” (Mt 10,37). La conversione richiesta da Gesù ai suoi discepoli esige la separazione tra il bene e il male, un taglio in due (ēlthon gar dichàsai): perciò si esige la spada (màchairan). Un taglio netto fra il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso. Solo in seguito - dopo aver accolto il vero, il giusto, il bene -  si avrà  la pace vera. In altra circostanza Gesù, prima della sua passione e morte, disse ai discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi”(Gv 14,27). Una pace cioè fondata sul compromesso etico, o peggio ancora su fini malvagi, o imposta con il terrore di autorità  violente. S. Giovanni Crisostomo porta l’esempio della falsa concordia e unità  che sosteneva la costruzione della Torre di Babele. “Dio pose fine a una pace negativa e procurò la pace” (Omelie sul Vangelo di Matteo, 35,1). Perché - egli aggiunge: “La concordia non è sempre un bene, perché anche i briganti sono concordi” (Besa/Roma).


ROMA

ISTITUITA LA FONDAZIONE

TOMMASO FEDERICI

 

Riportiamo da L’Osservatore Romano il seguente articolo di Mons. Eleuterio F. Fortino scritto per il quinto anniversario della morte (13 aprile) di Tommaso Federici, “laico teologo”:

 

Ricorre il quinto anniversario della morte (13 aprile 2002-2007) di Tommaso Federici, laico cattolico, impegnato durante l’intera vita nella ricerca e nell’insegnamento teologico, nonché nella riflessione ecclesiale nel periodo seguente il Concilio Vaticano II di cui ha indagato le dimensioni profonde, ricercando sempre nei fenomeni e negli eventi ecclesiali gli aspetti radicali della vocazione cristiana. Nella sua opera, permanente è il rinvio all’esigenza della conversione personale e comunitaria. “Secondo la Sacra Scrittura l’attitudine fondamentale dell’uomo davanti a Dio, al prossimo ed a se stesso è la ‘conversione del cuore’. Il Vaticano II usa una terminologia varia, ma convergente”. Questa asserzione a sua firma si trova nel “Dizionario del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo” (Unedi - Unione Editoriale, Roma, 1969) di cui è stato redattore capo.

Per l’anniversario della sua morte sono in programma diverse iniziative a Roma e nell’abbazia di Pulsano a Montesantangelo sul Gargano (Fg) dove riposano i suoi resti mortali. Anche nella chiesa cattolica di rito greco di S. Atanasio in via del Babuino, per anni frequentata dal Federici, si celebrerà, come ogni anno, un trisaghion bizantino in suffragio, la prima domenica dopo Pasqua  che nella Chiesa bizantina è detta “Domenica di Tommaso”, perché si ricorda l’apparizione di Gesù risorto a Tommaso assieme agli altri apostoli (Gv 20, 26-29).

Tommaso Federici  è nato a Canterano (Roma) il 30 aprile del 1927 ed è vissuto sempre a Roma. Ha avuto una formazione polivalente che egli ha utilizzato ad esclusivo fine ecclesiale. Laureato prima in lettere antiche presso “La Sapienza” di Roma e quindi in giurisprudenza, ha in seguito affrontato discipline specificamente ecclesiastiche ottenendo la licenza in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico e la laurea in Sacra Teologia presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo.

Il vescovo mons. Vincenzo Apicella scrive di lui che  “la vera svolta della sua vita” fu l’incontro al Pontificio Ateneo S. Anselmo con p. Cipriano Vagaggini e con p. Salvatore Marsili. E aggiunge che “furono essi ad introdurlo all’insegnamento accademico a S. Anselmo, dove con studiosi come Emmanuele Lanne, M. Löhrer, B. Nenhauser e A. Nocent, fu tra i fondatori del Pontificio Istituto Liturgico”. In seguito, presso questo Pontificio Istituto Liturgico, per anni ha insegnato, tra l’altro l’introduzione alla storia e alla prassi delle Liturgie Orientali e una materia che lo distingueva come “Bibbia e Liturgia” e che forse rimane la sua eredità spirituale. E’ di questo periodo la preparazione del voluminoso commento del lezionario bizantino (“Resuscitò Cristo”) pubblicato poi nel 1996. E’ stato professore ordinario presso la Pontificia Università Urbaniana e ha insegnato in altri istituti di teologia e vari seminari in Italia. La sua competenza è stata apprezzata dalle autorità ecclesiastiche e ne sono espressione gli importanti incarichi avuti: consultore presso l’allora Segretariato per l’Unità dei Cristiani (oggi Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) per la speciale Commissione per le relazioni con l’ebraismo sotto l’aspetto religioso; consultore della Congregazione per il Culto Divino e per i Sacramenti; consultore della Congregazione per le Chiese Orientali. E’ stato anche Segretario della Pontificia Commissione per la Neo-Volgata.

Va certamente ricordato anche il suo consistente contributo a varie riviste teologiche, culturali, pastorali e la sua lunga collaborazione a L’Osservatore Romano.

Nell’esplicazione di questi incarichi e in particolare dell’insegnamento e dell’accompagnamento didattico degli studenti, da lui particolarmente curato, soggiaceva la permanente e quotidiana ricerca culturale e spesso un appassionato coinvolgimento per il suo amore alla Chiesa e alla sua missione nel mondo.

Per mantenere viva la sua eredità spirituale e per approfondire e continuarne la riflessione è stata costituita la “Fondazione Tommaso Federici” che, come si legge nei suoi atti fondativi, “si propone, tra l’altro la conservazione, la sistemazione e la prosecuzione del lavoro culturale teologico del suo titolare Tommaso Federici e la pubblicazione dei suoi inediti  e la riedizione delle altre sue opere già pubblicate”. Inoltre la Fondazione ha in programma l’organizzazione di incontri culturali, conferenze e dibattiti, “per la collaborazione interdisciplinare nell’ambito teologico-biblico-patristico-liturgico”. Intende promuovere l’ecumenismo, “in particolare per la conoscenza e l’aiuto allo sviluppo delle Chiese d’Oriente”. Operativamente la Fondazione si propone: la creazione di borse di studio e l’organizzazione di corsi, stages e convegni per la preparazione e il perfezionamento di operatori pastorali”.

La Fondazione ha già pubblicato un’opera inedita (Tommaso Federici, Cristo, Signore Risorto amato e celebrato. La scuola di preghiera cuore della Chiesa locale, presentazione di mons. Vincenzo Apicella, EDB, Bologna 2005). Nella prospettiva, che è dominante in lui, della professione di fede nella risurrezione e del kerygma del Cristo Risorto, in queste sue riflessioni egli introduce a una vera “Scuola di preghiera cuore della Chiesa locale”. Nella presentazione presieduta dal Cardinale T. Špidlic, avvenuta all’università “Lumsa”, il prof. Lamberto Crociani ha spiegato che il volume è “un vero itinerario teologico, spirituale, pastorale che rivoluziona le stesse definizioni note della preghiera, che non è il risultato dello sforzo personale dell’uomo nei confronti del Signore, ma il frutto di un amore autentico e di un abbandono, che si esprime nel dialogo sincero con Lui e nelle opere della divina carità. Una preghiera, che come ogni realtà dell’uomo, è iniziativa di Dio”. Il cardinale Carlo Maria Martini in una lettera inviata per la presentazione del volume nota che “il libro assume l’andatura di un trattato teologico ampio, dove si coniugano teologia, ecclesiologia e spiritualità”, con l’intento di fornire le basi per fondare in ogni parrocchia “la scuola dell’amore di Dio o scuola di preghiera”. In essa ha predominanza la lectio divina  con i suoi quattro momenti classici: il leggere, il meditare, il pregare e il contemplare”. Il Cardinale Martini commenta: “Per quanto riguarda la descrizione concreta della lectio divina, mi trovo in molto di ciò che egli dice e penso che questa è sostanzialmente la via per la quale occorre procedere per mettere in pratica il Concilio Vaticano II”.

Attualmente sono in preparazione redazionale altre sue opere inedite. Entro l’anno sarà ripubblicato il commento al lezionario domenicale dei cicli A-B-C in tre volumi. E’ inoltre in preparazione un convegno teologico-liturgico della Fondazione a Pulsano, l’antica storica abbazia, in parte restaurata e ora abitata da una comunità monastica, alla cui rinascita Tommaso Federici ha dato il suo entusiastico impulso di ispirazione e di animazione. E a questa abbazia che egli ha affidato la sua ricca biblioteca biblico-liturgica, strumento prezioso per i centri di cultura religiosa e e di insegnamento teologico nel circondario.

Dalla ricerca e dall’insegnamento del prof. Federici emerge la permanente e stretta relazione tra la  lex orandi e la lex credendi sostenute dall’unico fondamento stabile della Sacra Scrittura che interpella e salva e che si esprime nella lex vivendi (Besa/Roma).

 

 

ALBANIA

ARCHIMANDRITA PIETRO SCARPELLI

CHIESA GRECO-CATTOLICA

 

Domenica 22 aprile, nel salone del seminario  eparchiale italo-albanese di Cosenza (Via Paparelle 16) è stata tenuta una conferenza su Mons. Pietro Scarpelli (Farneta 15 agosto 1887 – S. Paolo Albanese 24 agosto 1973) sotto il titolo “Missionario arbëresh in Albania dal 1929 al 1946”. Ha tenuto la relazione la prof. Ines Angeli Murzaku della Seton Hall University in South Orange, New Jersey (Usa). La giovane studiosa, già laureata all’Università di Tirana, ha ottenuto un dottorato in Scienze Ecclesiastiche Orientali presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma nel 1996. Legata alla Chiesa arbëreshe, è stata battezzata nella Chiesa di S. Atanasio in Roma, vive negli Stati Uniti di America. Riportiamo in due puntate la conferenza tenuta a Cosenza:

 

Mons. Pietro Scarpeli

Missionario arbëresh in Albania

Nota previa

La via verso l’unione degli albanesi ortodossi: il difficile inizio della chiesa greco – cattolica di Elbasan.

‘Uniatismo’ è secondo Taft un neologismo peggiorativo coniato per denotare un certo metodo di unione delle chiese. I cattolici orientali e gli ortodossi intendono il termine ‘uniatismo’ in modi diversi. I primi interpretano la storia dell’unione delle loro chiese con Roma come un ritorno alla unio ecclesiarum o ricostituzione dello stato di cose esistente prima dello scisma. Essi ritengono che tali unioni siano il risultato di un onesto scambio teologico e del desiderio sincero di unità tra i cristiani. Gli ortodossi, d’altra parte, danno poco peso ai fattori religiosi e mettono, invece, in rilievo obiettivi politici perseguiti da alcuni governi cattolici in accordo con la chiesa cattolica, espansionista ed ‘assertiva’, considerando, quindi, tali unioni contrarie alla ecclesiologia condivisa del primo millennio. Per tali implicazioni negative, nel presente contributo non verranno usati i termini «uniatismo», «uniate» e «unia» (se non che nelle citazioni dirette) mentre sarà utilizzato il termine «unione» da intendersi come comunione fraterna basata sulla fede negli stessi dogmi e sulla stessa Sacra Tradizione, conservata sia in Oriente che in Occidente. Precisazione dell’autrice nella parte introduttiva del testo orale, qui riassunto.

 

Istituzione della Chiesa Greco-Cattolica

Il nuovo Delegato Apostolico in Albania, Monsignor Della Pietra, prese a cuore il destino della cosiddetta missione per l’unione albanese, che egli considerò da subito promettente, affermando la disponibilità di molti ecclesiastici e laici nei confronti di Roma. Della Pietra aveva un’esperienza consolidata in Albania in quanto, prima della sua consacrazione episcopale e nomina a delegato, era stato rettore del Seminario di Shkodra.

Nel febbraio del 1928, il Cardinal Sincero della Congregazione per le Chiese Orientali rispose alle richieste di Della Pietra inviando ad Elbasan Papàs Pietro Scarpelli, un prete italo-albanese, già vicario generale dell’Eparchia di Lungro in Calabria. Fu deciso che, sotto la guida del delegato apostolico e in collaborazione con Germanos, Scarpelli si sarebbe occupato dell’erezione di una nuova chiesa per i greco - cattolici. La Catholic Near East Welfare Association aveva donato $2,000 per la costituenda chiesa greco cattolica d’Albania[27].

L’arrivo di Scarpelli in Albania il 9 maggio del 1928 coincise con un altro evento cruciale della storia albanese. Alcuni mesi più tardi, il 1° settembre 1928, con grande sorpresa di molti[28], in Albania fu proclamata la monarchia con Ahmet Zog, Re degli Albanesi, il quale avrebbe regnato sotto il nome di Re Zog I[29]. Il nuovo re voleva ‘plasmare’ l’Albania in base agli standard dell’Europa occidentale. Nel suo primo discorso al Parlamento, il neo eletto re vantò di poter apportare una magica trasformazione e si presentò come un sovrano profondamente dedito al cambiamento e al progresso della nazione balcanica[30].

Ma come si configurava al tempo l’attività missionaria per l’unione in Albania? All’inizio Scarpelli era quasi del tutto privo di speranza. Descrivendo la missione albanese per l’unione e specialmente i fedeli cattolici greci rimasti fedeli a Roma, Scarpelli rilevava che i numeri non erano certo promettenti in quanto rimanevano soltanto quindici famiglie della comunità greco-cattolica di Elbasan[31] e le impressioni che Scarpelli ebbe all’inizio del suo soggiorno ad Elbasan non erano certo incoraggianti. Egli sosteneva che il lavoro di Germanos non aveva prodotto risultati degni di considerazione e si era reso conto che l’unione appoggiata da Germanos era frutto di «mero calcolo di opportunità politica, o addirittura di una lotta politica tra Austria e Russia, che ebbe fine con il declino degli Asburgo»[32]. Scarpelli informò Roma sugli errori e le colpe di Germanos nel trattare la causa greco – cattolica ed ebbe modo di scoprire che la vita del vecchio archimandrita non era stata «né lecita e né cristiana»[33].

Tuttavia, Scarpelli trovò consolazione nelle numerose dimostrazioni di simpatia della popolazione ortodossa della città e dei dintorni nei confronti della sua missione. Scarpelli pensava di essere circondato dalla stima e dalla deferenza di persone di ogni rango e classe che spesso gli facevano visita esprimendogli di persona la loro approvazione. Egli comunque, percepì che le relazioni cordiali si erano leggermente modificate nel 1929, quando Re Zog faceva pressioni perché il riconoscimento ufficiale dell’autocefalia della chiesa ortodossa albanese avvenisse senza l’aiuto del Patriarcato Ecumenico[34]. Il governo albanese da solo «si assumeva il compito di organizzare la chiesa autocefala»[35]. Inoltre, nel marzo del 1929, fu costituito il Santo Sinodo dei Vescovi della nuova chiesa ortodossa autocefala albanese mentre, nel giugno dello stesso anno, il congresso di Korça approvò lo statuto definitivo della chiesa albanese[36].

Nel febbraio del 1929, Scarpelli cominciò ad avvertire le prime avvisaglie di contrasto e di opposizione che avrebbero determinato la sua espulsione dall’Albania sei mesi più tardi nel settembre del 1929. Tuttavia, la stima e la fiducia che il popolo dimostrava per Scarpelli e per la missione greco - cattolica non svanirono. Durante il periodo pasquale del 1929, Scarpelli ricevette un certo numero di visite ufficiali come quella del prefetto di Elbasan e del vescovo locale ortodosso e, per il giorno di San Pietro, suo onomastico, oltre cento persone gli fecero visita. Inoltre, nella capitale albanese Tirana, Scarpelli potè incontrare e parlare con Papàs Vasil Marko, considerato fondatore e creatore dell’autocefalia albanese. Marko si espresse in favore dell’unione ed assicurò a Scarpelli la sua collaborazione in quel processo[37]. Vasil Marko sperava che, con l’unione cristiana, la chiesa ortodossa d’Albania avrebbe riacquistato la sua dignità perduta insieme ad ampie disponibilità economiche per affrontare l’Islam Albanese, religione prevalente in Albania[38].

Intanto, la costruzione della chiesa greco – cattolica di Scarpelli era quasi completata, e il giorno dell’inaugurazione era stato fissato per il 25 agosto 1929. Il Delegato Apostolico Della Pietra, Francisco Genovizzi S.J., Rettore della Missione della Compagnia di Gesù a Tirana, autorità civili della regione capeggiati dal prefetto di Elbasan, autorità militari, Bey Verlaci,  deputato di Tirana, il senatore Beça, sostenitore dell’unione, membri delle elites di Elbasan, e una gran folla di gente del posto partecipò alla solenne cerimonia di inaugurazione[39]. Scarpelli aveva scritto al re per annunciare l’apertura della chiesa, implorando la sua adesione e approvazione per la nuova istituzione. Il re non rispose mai all’invito. Ciò fu un preannuncio di quanto sarebbe accaduto in seguito. La Messa di inaugurazione fu concelebrata da Scarpelli, Joan Toda e Naum Peqini, due preti ortodossi convertiti nel 1928. L’archimandrita Germanos morì ad aprile del 1929, solo quattro mesi prima delle solennità. Nella sua omelia Scarpelli illustrò lo scopo esclusivamente religioso della istituzione, e dopo di lui prese la parola Genovizzi. La cerimonia non fu disturbata nonostante l’ira e la contrarietà dimostrate dal Primate della chiesa autocefala, Vissarion Xhuvani, il quale aveva scelto «il giorno giusto» per fare visita ad Elbasan e turbare la festività. Infatti, Xhuvani arrivò ad Elbasan il giorno prima della cerimonia e proibì ai sacerdoti ortodossi locali (anche a chi aveva già accettato l’invito e confermato la propria partecipazione) di presenziare alla funzione. Mentre Scarpelli celebrava nella nuova chiesa, Xhuvani teneva un violento discorso contro la missione di unione, nella chiesa ortodossa di Santa Maria, e definiva la nuova chiesa «opera del diavolo, un cancro che mirava solo alla distruzione dell’autocefalia albanese»[40]. Xhuvani implorava i fedeli ortodossi di non mettere mai piede nella nuova chiesa e avvertiva che la pena sarebbe stata la scomunica. Tuttavia il discorso del Primate ortodosso non fu preso sul serio e il suo unico risultato fu la partecipazione di un buon numero di fedeli ortodossi alla cerimonia, probabilmente spinti anche dalla curiosità. Il discorso di Xhuvani evidenziò chiaramente quale fosse il livello di antagonismo e di risentimento nei confronti del movimento di unione.

Scarpelli non aveva dubbi o illusioni sulla difficile situazione e circa i problemi che la chiesa greco - cattolica avrebbe dovuto affrontare con la chiesa ortodossa autocefala albanese, il cui programma prevedeva l’opposizione sistematica alla crescita del movimento di unione. Oltre tutto, secondo il rapporto di Scarpelli, la causa dell’unione fu discussa nel Congresso albanese pan-ortodosso che si tenne a Korça nel marzo del 1929. Il Sinodo ortodosso aveva anche parlato dei mezzi concreti con cui impedire e reprimere qualsiasi propaganda di unione.

Inoltre, Scarpelli dovette affrontare le tribolazioni procurate dal clero della chiesa ortodossa autocefala e dai nazionalisti di Elbasan, i quali tra l’altro, erano fortemente contrari all’uso della lingua greca nella liturgia. Infatti i sostenitori dell’autocefalia rifiutavano del tutto l’uso del greco nelle chiese albanesi[41].

D’altronde, i nazionalisti albanesi ed i sostenitori dell’autocefalia avevano il pieno sostegno del governo circa la questione della lingua. La posizione del governo era prudente e sensata agli occhi delle autorità locali. Infatti il governo aveva affrontato innumerevoli difficoltà per istituire la chiesa ortodossa autocefala albanese, per sottrarla all’influenza greca e sostituire l’uso del greco con l’albanese. Perciò non voleva assolutamente alimentare false aspettative nei grecofili o reminiscenze della lingua e della cultura greca nei fedeli ortodossi. In questo modo cresceva l’opposizione verso la nuova chiesa.

Mentre Papàs Scarpelli ringraziava i sostenitori e gli amici che lo avevano aiutato a realizzare il progetto della chiesa, il governo di Tirana progettava il suo arresto e il suo espatrio. Papàs Scarpelli fu arrestato ed espulso dall’Albania il 19 settembre 1929[42].

La polizia ricercava anche Joan Toda e Naum Peqini, i due preti greco-cattolici di Elbasan, ma solo uno di loro fu catturato. Peqini fu portato in prefettura dove il prefetto, minacciando l’incarcerazione, l’allontanamento dalla sua famiglia e il taglio della barba, lo obbligò a ritornare all’Ortodossia. Peqini non resistette alla dura prova e cedette. Nel frattempo, dopo questo primo colpo, il Primate della Chiesa Autocefala, Xhuvani, che continuava la sua permanenza ad Elbasan, la domenica, 22 settembre 1929, nella chiesa ortodossa di Santa Maria, proclamò la vittoria dell’autocefalia e la fine dell’uniatismo albanese, «il microbo che aveva minacciato la vera vita della chiesa autocefala. Questo lupo rapace che ha divorato gli agnelli dell’Ortodossia, è stato eliminato una volta per sempre»[43].

Il Delegato Apostolico Della Pietra, avendo appreso ciò che era accaduto alla missione di unione di Elbasan, partì da Shkodra per confortare i fedeli. I fedeli greco - cattolici erano scoraggiati e depressi per ciò che era accaduto ai loro pastori e alla loro tanto desiderata chiesa. Della Pietra protestò in prefettura per il trattamento disonorevole riservato a Scarpelli, a Peqini e in generale a tutta la missione per l’unione. Ma l’azione del Primate Ortodosso, Xhuvani di concerto con il governo albanese, non era ancora conclusa. Si temeva una crisi nelle relazioni italo-albanesi e Xhuvani falsificò dei documenti per dimostrare la sua rettitudine. Compilò un elenco con 15 nomi di alcuni tra i più zelanti collaboratori di Scarpelli, i quali dichiararono di essere stati costretti a firmare un atto di conversione forzata come obbligo verso Scarpelli. I capi della regione Shpati, che erano stati i sostenitori dell’unione fin dal suo principio, dovettero comparire presso la Metropolia di Elbasan, e il Primate Ortodosso li obbligò a sottoscrivere una dichiarazione in cui essi testimoniavano che Scarpelli aveva corrisposto loro uno stipendio mensile di cinque Napoleoni d’oro, in riconoscimento del servizio reso alla chiesa d’unione. Inoltre, Scarpelli fu accusato di aver corrisposto del denaro ad alcuni abitanti del villaggio di Grabovo per poter così convertire l’intero villaggio al cattolicesimo. Fu accusato ancora di aver pagato mensilmente dieci Napoleoni a tre persone del vicino villaggio di San Giovanni per convincerli ad unirsi a Roma, con l’obiettivo a breve termine, di prendere possesso del Monastero Ortodosso della regione, lo stesso monastero offerto a Gjeçov dai monaci ortodossi durante il suo viaggio ad Elbasan nel 1924. Oltre a ciò, la stampa locale presentava la missione di Elbasan e la nuova chiesa greco - cattolica come una istituzione che si scontrava con le aspirazioni e il miglioramento della nazione albanese.

Inoltre, vennero sparse voci circa «un accordo segreto tra il governo di Mussolini e il Vaticano, in base al quale la chiesa, come strumento di propaganda religiosa (di cui l’Albania non aveva specificamente bisogno) era opera dell’Italia che, attraverso la chiesa, stava gradualmente diffondendo la sua influenza in Albania, e io [Scarpelli] fui mandato in Albania con il solo scopo di diffondere la propaganda italiana, danneggiando di conseguenza la nazione albanese»[44] (Besa/Roma).

 

TIRANA

I CODICI DELL’ALBANIA

 

Una pubblicazione scientifica critica e illustrata dei codici presenti in Albania con il patrocinio dell’Unesco e la redazione scientifica del Prof. Shaban Sinani e un corpo redazionale internazionale (Drejtoria e Përgjithshme e Arkivave, Kodikët e Shqipërisë, Tiranë 2003). Nella presentazione Kaliopi Naska e Shaban Sinani, dal titolo “Si portano a conoscenza 100 codici dell’Albania” si offrono informazioni utili per la comprensione e l’utilizzazione della pubblicazione. Emerge la sollecitazione a studi nuovi e specialistici su questi codici. I due redattori informano: “Nel volume Kodikët e Shqipërisë, opera scientifica e illustrata, si riporta una scelta della maggior parte degli articoli e degli scritti con carattere di studio e di divulgazione sui manoscritti circa i vangeli, pubblicati in un periodo di 135 anni, da quando il vescovo di Berat, Anthim Aleksudi, l’erudito “amico dell’arte”, come con affetto lo chiamano a Costantinopoli, ha descritto, per la prima volta, nel suo libro “Breve descrizione della sacra metropoli di Berat”, alcuni dei codici più antichi che si conservavano nelle Chiese e nei monasteri dei fedeli albanese. Vi si riportano anche studi di paleografia, di critica testuale, di catalogazione, e di biblioteconomia di studiosi locali e stranieri”.

Dall’indice vanno segnalati alcuni contributi particolari:

  • il manoscritto greco “Codex Purpureus” di Brata (Battifol):
  • il codice del monastero di Shën Kosmai (Mitrushi);
  • il catalogo dei manoscritti in greco nell’Archivio di Stato (Koder-Trapp);
  • I manoscritti biblici dell’Archivio Centrale (Mullen);
  • luogo di origine dei codici (Naço);
  • catalogo dei codici medievali dell’Albania (Theofan Popa);
  • manoscritti ecclesiastici medievali dell’Albania (Theofan Popa).

Di questi due ultimi capitoli il redattore Sinani osserva: “Il catalogo di Popa, assieme allo studio introduttivo, che è la prima  opera con dati archeologici e culturali-storici per i 100 codici del “Fondo 488”, creato sotto la sua direzione, viene pubblicato per la prima volta”. Quindi postumo. Il lavoro era stato preparato nel 1980 per uso interno dell’Archivio. Probabilmente il Popa ha riordinato anche il materiale religioso requisito al tempo della distruzione delle Chiese (1967).

La pubblicazione è stata realizzata sotto l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica di Albania, Alfred Moisiu, e costituisce uno strumento per ulteriori studi ma anche per il recupero della dimensione spirituale del popolo albanese dopo l’alienazione materialista (Besa/Roma).

TIRANA

FEDE E CULTURA

 

In Albania, come nei diversi Paesi dell’Est Europeo,  con la caduta dei regimi comunisti, si pone con particolare urgenza la riflessione su “Fede e Cultura”. Don Arian Shkurti dell’Arcidiocesi di Tirana - Durrës ha preso la lungimirante iniziativa di fondare una collana di pubblicazioni su questa tematica. Dopo il razionalismo materialista marxista-leninista, è necessaria una apologetica che risponda alle esigenze della ragione. Nell’incipit del primo volume don Shkurti scrive: “Il Cristianesimo fin dall’inizio ha compreso se stesso come fede del Logos, come fede secondo ragione” (p.3). La collana ha già pubblicato due titoli: Nikolaj Berdjajev, La visione del Mondo di Dostojevski 2006; e Joseph Ratzinger, Il Cristianesimo e la crisi delle culture, 2007. Il primo è stato tradotto dal russo da Don Arian Shkurti in collaborazione con Ferdinand Leka; il secondo volume dall’italiano per opera del direttore della collana.

La scelta dei primi due titoli è indicativa: Berdjajev è un russo del secolo scorso  (Kiev 1874-Parigi 1948), convertito al cristianesimo ortodosso dopo una esperienza socialista, il secondo, cattolico, è l’attuale Papa di Roma che proietta la sua riflessione sulla dimensione cristiana dell’Europa rivolta al futuro. Il linguaggio albanese usato è ben studiato e costituisce un apporto arricchente alla lingua albanese, impoverita per questo aspetto per un mezzo secolo di imposta amnesia religiosa. Per la formazione della terminologia teologica potrà offrire  un vero apporto lo studio dei classici cattolici albanesi (Buzuku, Budi, Bogdani) e la pubblicistica cattolica, francescana e gesuitica in Albania, dei secoli XIX-XX (Besa/Roma).

ROMA

LA CONGREGAZIONE ORIENTALE

E GLI ARBËRESHË

 

Il 9 giugno 2007 il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato il nuovo prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, nella persona di S.E. Mons. Leonardo Sandri, già sostituto della Segreteria di Stato.  Egli prende il posto di S.B. Ignace Moussa Daoud, patriarca emerito di Antiochia dei Siri, che per limiti di età aveva presentato le dimissioni da prefetto della detta Congregazione. Il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto in quel giorno visita alla Congregazione in relazione all’anniversario della sua istituzione per opera di Benedetto XV (1 maggio 1917). Questo stesso Papa, per il suo interesse verso l’Oriente, ha creato anche il Pontificio Istituto Orientale, e per gli italo-albanesi l’eparchia di Lungro e il Pontificio Seminario Benedetto XV di Grottaferrata.

Le eparchie di Lungro in Calabria e di Piana degli Albanesi in Sicilia e il monastero esarchico di S. M. di Grottaferrata  dipendono direttamente dalla Santa Sede attraverso la Congregazione per le Chiese Orientali.

Il nuovo prefetto della Congregazione, mons. Leonardo Sandri, italo-argentino, è nato a Buenos Aires nel 1943 da genitori emigrati trentini. Ha svolto il servizio diplomatico in vari paesi, dal 16 settembre del 2000 era Sostituto della Segreteria di Stato.  Il giorno della sua nomina a prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha fatto una dichiarazione in cui tra l’altro affermava: “Come Sostituto della Segreteria di Stato ho collaborato da vicino con Benedetto XVI…Ora continuerò a farlo in questo settore delle Chiese Orientali, da lui intensamente conosciuto e amato.

Sono consapevole che mi viene affidato il grande “tesoro” della preghiera liturgica, della tradizione spirituale, della vita monastica, della vita di tanti Santi, dell’insegnamento dei Padri e dei Dottori della Chiesa d’Oriente. Un “tesoro” che speriamo anche oggi sia ricercato, rivisitato, approfondito e amato, così che esso possa offrire alle attese odierne della Chiesa universale e del mondo del nostro tempo la ricchezza di dottrina e di spiritualità della tradizione orientale”.

Nel discorso rivolto alla Congregazione per le chiese Orientali, Benedetto XVI tra l’altro ha detto:

“Questa visita mi pone sulle orme dei miei venerati Predecessori, il Servo di Dio Giovanni Paolo II e il Beato Giovanni XXIII, che vennero personalmente ad incontrare i Superiori e gli Officiali del Dicastero. Con essa intendo inoltre simbolicamente continuare il pellegrinaggio al cuore dell’Oriente che Papa Giovanni Paolo II ha proposto nella Lettera apostolica Orientale lumen. Poiché la venerabile e antica tradizione delle Chiese Orientali è parte integrante del patrimonio indiviso della Chiesa di Cristo (cfr Unitatis redintegratio, 17), egli esortava a conoscerla, affermando: "E’ necessario che anche i figli della Chiesa cattolica di tradizione latina possano conoscere in pienezza questo tesoro e sentire così, insieme con il Papa, la passione perché sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità della Chiesa" (Orientale lumen, 1). Ho idealmente iniziato tale pellegrinaggio assumendo il nome di un Papa che tanto amò l’Oriente. E, aprendo ufficialmente il Servizio Petrino del Vescovo di Roma, mi sono raccolto presso il sepolcro dell’Apostolo chiamando accanto a me i Patriarchi orientali in comunione con il Successore di Pietro. Così, davanti a tutta la Chiesa, mi sono spiritualmente immerso nella sorgente sempre zampillante del Credo apostolico, facendo mia la professione di fede del Pescatore di Galilea nel "Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16)”.

Ha poi ricordato alcuni compiti del Dicastero:

La Congregazione ha compiti ben definiti, che svolge con competente dedizione. Sono lieto di poter esprimere ad essa il mio grato apprezzamento e di incoraggiarla a porre ogni suo atto nel quadro della missione propria delle Chiese Orientali e di quella componente della Chiesa latina che è ad essa affidata. Ribadisco l’irreversibilità della scelta ecumenica e l’inderogabilità dell’incontro a livello interreligioso. Elogio la più corretta applicazione della collegialità sinodale, e la verifica puntuale dello sviluppo ecclesiale suscitato dalla ritrovata libertà religiosa. La priorità della formazione sta molto a cuore al Papa, come pure l’aggiornamento della pastorale familiare, giovanile e vocazionale, e la valorizzazione della pastorale della cultura e della carità”.

Verso la fine del discorso ha aggiunto: “Con queste preoccupazioni la Congregazione si porrà accanto alle Chiese Orientali per promuoverne il cammino nel rispetto delle loro prerogative e responsabilità. In questo non facile compito sa di poter contare sempre sul Papa, sugli Organismi della Curia Romana secondo le rispettive funzioni, sulle Istituzioni ad essa legate: penso, soprattutto, al Pontificio Istituto Orientale, che pure ricorda il novantesimo di fondazione, e al quale va il mio ringraziamento per l’insostituibile e qualificato servizio ecclesiale.

Affido questi auspici al beato Giovanni XXIII: l’Oriente lo segnò profondamente fino a condurlo a convocare la "nuova Pentecoste del Concilio" in docilità allo Spirito e cordiale apertura verso tutti i popoli”.

Il Patriarca Ignazio Moussa Daoud, che ha concluso il suo servizio per superati limiti di età, ha retto la Congregazione con dedizione e amore per l’autenticità delle tradizioni delle diverse Chiese. Si è benevolmente e con aperta simpatia interessato della Chiesa italo-albanese, ha visitato l’eparchia di Lungo consacrandovi una nuova chiesa e ha seguito la celebrazione del II Sinodo Intereparchiale con attenzione. Ha presentato i membri del Sinodo al santo Padre Giovanni Paolo II e personalmente ha concluso il Sinodo con un denso discorso orientativo per il futuro (Besa/Roma).

 

NAPOLI

ATLANTE DIALETTOLOGICO

DELLA LINGUA ALBANESE

 

E’ stata realizzata una importante collaborazione tra  l’Accademia delle Scienze d’Albania - Istituto di linguistica e di letteratura e l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale – Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale. E’ stato appena pubblicato il primo volume dell’Atlante dialettologico della lingua albanese che prende in esame l’intero panorama delle parlate albanesi in Albania  e dovunque si parli l’Albanese.

 La voluminosa opera in due volumi in folio viene pubblicata con il contributo del CNR di Roma, dell’Università di Napoli L’Orientale, del Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale e della Regione Campania.

 Ne sono autori: prof. Jorgaqi Jinari (direttore), prof. Bahri Beci, prof. Gjovalin Shkurtaj, prof. Xheladin Kosturani con la collaborazione del prof. Anastas Dodi e prof. Menella Totoni (Atlasi  Dialektologjisë i Gjuhës Shqipe, Vëllimi I,  2007,  pp. 464).

Il prof. Italo Costante Fortino, responsabile scientifico dell’Accordo di collaborazione e cooperazione tra l’Accademia delle Scienze d’Albania e l’Università di Napoli L’Orientale ha firmato la “ Presentazione” che riportiamo integralmente dalla p. 3:

 

“Nell’ambito degli accordi culturali tra l’Accademia delle Scienze d’Albania e l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale rientra la pubblicazione dell’Atlante Dialettologico della Lingua Albanese (ADLA), una ricerca monumentale, condotta da studiosi dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana.

La promozione di un progetto di ricerca per un Atlante Dialettologico della Lingua Albanese spetta al prof.  Matteo Batoli (1929), poi ripresa dal prof. Carlo Tagliavini (1940), portata avanti dal prof. Eqrem Çabej che ne formulò il questionario sulla matrice degli atlanti di S. Gilieron e Batoli stesso.

Questo antefatto trovò la pratica realizzazione nel progetto dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana che si sviluppò dal 1970 al 1990, un ventennio di intenso e proficuo lavoro.

La crisi degli anni ’90 non offrì prospettive alla pubblicazione in Albania e, su indicazione del prof. Romano Lazzeroni, allora presidente del Comitato ricerche del CNR, l’Università di Napoli L’Orientale sponsorizzò l’impegno editoriale, inserendolo nell’accordo di collaborazione e cooperazione fra le due Istituzioni, e ottenendo un primo sostegno proprio dal CNR.

Nell’ambito del Convegno “Variazioni linguistiche in Albanese” (Salerno 1994), l’urgenza della pubblicazione dell’Atlante veniva ripresa dal prof. Bahri Beci, allora Direttore dell’Istituto di Linguistica e Letteratura di Tirana, e coautore dell’Atlante stesso, il quale nella sua relazione ne evidenziava non solo gli aspetti strutturali ed il processo evolutivo che aveva portato alla definitiva stesura dell’Atlante, ma, attraverso l’osservazione dei fenomeni di convergenza e divergenza linguistica, riusciva a individuare nel Principato dell’Arbëri (sec. XI-XV), area tra Durazzo e il fiume Drin, il consolidamento di alcuni fenomeni dialettologici omogenei non estranei al processo di formazione di una progressiva “unità politica ed economica”. La tesi apriva prospettive di grande interesse storico e geopolitico che meritano ulteriori riflessioni ed approfondimenti, anche alla luce di tutti i dati che l’Atlante ora fornisce. Questo esempio è illuminante e denota quanta importanza può avere il quadro generale di innumerevoli fenomeni linguistici che hanno come campo tutta l’area albanofona, quella d’Albania, delle terre albanofone limitrofe, della Grecia, di Zara (Croazia) e dell’Italia Meridionale. Un cenno va fatto ai punti sondati per rilevare le varianti delle parlate arcaiche (sec. XV) degli Albanesi della diaspora in Italia: Villa Badessa (PE), Portocannone (CB), Casalvecchio (FG), Greci (AV), Barile (PZ), S. Costantino (PZ), S. Marzano (TA), Lungro (CS), Plataci (CS), S. Benedetto Ullano (CS), Macchia (CS), Falconara (CS), Carfizzi (KR), Caraffa (CZ), Piana degli Albanesi (PA).

I dati forniti dall’Atlante, permettono una ricostruzione complessiva delle varianti dialettali fonomorfologici che offrono fondate indicazioni per individuare le zone di provenienza delle varie ondate migratorie.

Doveroso più di un ringraziamento a chi ha reso possibile la presente pubblicazione: al CNR che ha permesso l’avvio della composizione dell’opera con un suo contributo finanziario; all’Università L’Orientale di Napoli e nello specifico al Dipartimento di Studi dell’Europa Orientale che, oltre al contributo finanziario, ha investito in impegno ed energie; infine, ma non ultimo, alla Regione Campania, Area di Coordinamento Attività Sociali, in attuazione della Legge 14/2004 relativa alla Tutela della Minoranza Alloglotta e del Patrimonio Storico, Culturale e Folcloristico della Comunità Albanofona del Comune di Greci in Provincia di Avellino, per il prezioso sostegno finanziario che ha contribuito in modo sostanziale alla realizzazione della pubblicazione” (Besa/Roma).

 

CALABRIA

IL VESCOVO GIUSEPPE BUGLIARI

E IL COLLEGIO DI  S. ADRIANO

 

E’ stata ripubblicata la biografia del vescovo Mons. Giuseppe Bugliari (1813-1888) scritta dal Dott. Francesco Bugliari (1850-1926) il quale aveva composto un’altra  biografia su Mons. Francesco Bugliari. Entrambi sono stati vescovi presidenti del Collegio Corsini, fondato a s. Benedetto Ullano (1732) e trasferito a S. Demetrio Corone (1794).  Il giornalista Cav. Luciano Bugliari nella presentazione della ristampa scrive: “Entrambi i vescovi si sono adoperati a dar vita e decoro  al glorioso Collegio di S. Adriano”. I manoscritti delle due biografie sono stati pubblicati dal Com. Angiolino Bugliari, figlio dell’autore. Nella presentazione della ristampa della monografia su Giuseppe Bugliari si scrive: “Con questa ristampa, vogliamo contribuire alla pubblicazione di quest’opera, per dare il giusto omaggio e doverosa riconoscenza a un illustre casato, che ha onorato la storia di S. Sofia e tutte le Comunità arbëreshe”.

Il volumetto (Francesco Bugliari, Mons., Giuseppe Bugliari, Vescovo di rito greco bizantino, Presidente del Collegio italo greco di Sant’Adriano, 1813-1888, Caltagirone, 2007, pp. 84) traccia il percorso biografico di Francesco Bugliari: ambito familiare, formazione culturale, preparazione, servizio pedagogico, elezione episcopale, traversie giuridico-istituzionali, ministero nel Collegio.

Riportiamo  il necrologio  - egli era morto il primo di settembre 1988 - firmato dal Sac. Nicola Lopez di S.Demetrio Corone e pubblicato dal “Corriere di Roma” del 16 settembre del 1888 e ristampato nella presente biografia (pp. 77-78):

“Pace e Gaudio al suo spirito!

Nacque il 12 marzo 1813, e compì i suoi studi nel Seminario di Bisignano,  che allora brillava sì per la valenza dei professori e sì per l’opera indefessa del non mai abbastanza compianto  mons. Vescovo Felice Greco.

Unto sacerdote, si diede all’insegnamento di Lettere e di Scienze, e per più anni fu educatore in parecchie proficue famiglie delle due province di Cosenza e Catanzaro.

Con breve del 10 settembre 1875 fu dalla Santità di Pio IX promosso alla Sede Vescovile di Dansara i.p.i. e con altro di pari data fu deputato alle ordinazioni per gl’Italo-greci di Calabria e Basilicata. Per questo secondo ufficio e per il Decreto Reale del 15 aprile 1876, col quale veniva nominato Presidente del Collegio italo-greco di S. Adriano, fu anche nominato Abate Commendatario di S. Benedetto Ullano, per essere la Badia dello stesso nome annessa alla Mensa Vescovile. Dimorò al Collegio di S. Adriano, sede e sfera di vescovile giurisdizione, dal 1882 al 1885, dopo 22 anni dacchè, per effetto del Prodittatoriale Decreto del 26 ottobre 1860, nel posto di Vescovo Presidente, naturale reggitore del luogo, si era insediata una Commissione testè disciolta.

Colà, sebbene in una posizione ben diversa da quella degli illustri predecessori, malgrado gli acciacchi della salute e le cento altre difficoltà, Egli, saggio sempre e operoso, accurato e zelante del bene degli Albanesi, spiegò ogni industria per salvare i loro privilegi e tutelare i diritti della Chiesa, non dipartendosi dalla volontà dell’immortale fondatore Clemente XII, espressa col mezzo di varie Bolle, che furono e sono l’organico dell’Istituto nonché la fonte originaria dei privilegi degli Albanesi.

Il bene arrecato al Collegio di S. Adriano dalla Venerabile figura del Vescovo di Dansara di certo non risulta agli occhi di tutti, ma con franchezza si può affermare aver egli delicatamente e nobilmente adempiuto l’apostolica sua missione nel Collegio e fuori, massimamente se si ha riguardo ai tempi e alle condizioni in cui egli visse” (Besa/Roma).

 

ROMA

INCONTRO DEI BATTEZZATI

A S. ATANASIO

 

Il 17 giugno 2007, domenica prima della festa di S. Giovanni Battista, ha avuto luogo l’incontro dei battezzati nella chiesa di  S. Atanasio. Questa volta  sono stati invitati i battezzati dal 1980 in poi, 70 fra giovani e bambini. L’incontro è stato organizzato dall’ins. Agnese Jerovante presso il Seminario Italo-Albanese Benedetto XV a Grottaferrta, ospitati con disponibilità arbëreshe, da p. Nicola Cuccia. A fine mattinata nella cappella del Seminario - iconostasi di p. Partendo Pavlic - è stata celebrata dall’archim. Eleuterio F. Fortino, la Divina Liturgia, cantata dai partecipanti  con i canti in greco in gran parte, ma anche in albanese nella musica di p. Nilo Somma e in italiano nella musica del prof. Giovan Battista Rennis. Nell’occasione si è celebrato il rito del dono del nome alla neonata Elena Stirparo, che sarà battezzata fra poco. Ne è seguita un’agape fraterna, con canti popolari in arbëresh e in italiano, durante la quale la coppia Antonella Bellizzi da S. Basile e Luigi, sposati di recente, hanno festeggiato con la comunità atanasiana  il loro matrimonio. A conclusione  si è partecipato al vespro celebrato dai monaci nella chiesa del monastero e un gruppo più ristretto ha visitato nelle loro camere alcuni padri  ammalati di cui si è ammirata la serenità di spirito “(Besa/Roma).

GROTTAFERRATA

LITURGIA E AGIOGRAFIA

TRA ROMA E COSTANTINOOLI

 

Sotto il titolo di “Liturgia e Agiografia tra Roma e Costantinopoli” [Analekta Kryptoferreis 5], Grottaferrta 2007, sono stati pubblicati gli “Atti dei Seminari di studio” tenuti a Grottaferrata negli ani 2000-2001.

I convegni erano stati organizzati  dall’Università degli Studi Roma Tre (Dipartimento di Letterature Comparate  e Dipartimento di Studi Storici, Geografici e Antropologici), dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata (Dipartimento di Storia) e dalla Badia Greca di Grottaferrata, in collaborazione con L’Associazione Italiana per lo Studio della Santità, dei Culti e dell’Agiografia e con l’Associazione Italiana degli Slavisti. La miscellanea comprende quattro sezioni, ricche di importanti e interessanti contributi, di specialisti della materia.

 

La prima sezione comprende 5 studi su “Aspetti liturgico-agiografici della tradizione italo-greca”.

La seconda sezione contiene 6 studi su “Liturgia e agiografia nel mondo bizantino-slavo”.

La terza sezione contiene otto studi su “Inventio e/o translatio : il culto delle reliquie dei santi”.

La quarta sezione contiene sette studi su “Reliquie e santi e legittimazione del potere”.

Per il nostro interesse particolare segnaliamo i titoli degli studi sulla tradizione italo-greca:

Enrico Morini: La visione ‘epicletica’ nel Bios italo-greco di sant’Elia Speleota. Origine e fortuna, risonanze bibliche e valenza liturgica di un topos agiografico;

Ilaria Bonaccorsi: Il Sermo de Sancto Bartholomeo apostolo interprete Anastasio Bibliotecario;

Elena Paroli: Aspetti liturgici della festa di S. Bartolomeo a Grottaferrata;

Gaia Taccagni: Considerazioni sulla paternità del Bios di S. Bartolomeo di Semeri;

Antonio Saturnino: Sulla titolatura aulica e di funzione presentente in un Bios monastico italo-greco del X secolo. La pubblicazione degli Atti è stata curata da Krassimir Stanchev e da Stefano Parenti.

 

Essi nella premessa informano sulla genesi e svolgimento dei seminari. Tra l’altro ne descrivono la forma: “I seminari si sono svolti sotto forma di tavole rotonde, due per ciascun seminario.

Il Comitato organizzativo aveva invitato per ogni tavola rotonda un certo numero di relatori che dovevano tracciare le principali linee della discussione, alla quale, oltre i relatori hanno partecipato numerosi altri colleghi”. I loro interventi debitamente rielaborati sono stati inclusi nella presente pubblicazione (Besa/Roma).


Teologia quotidiana

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EPEKTASIS – ESSERE SEMPRE PROTESI IN AVANTI

 

“Siate dunque perfetti (tèleioi) come è perfetto (tèleios) il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48). Il discepolo è chiamato da Gesù alla perfezione, intesa come realizzazione completa, piena, senza lacune. E si indica il Padre come modello, esempio da imitare. In un corrispondente passo del Vangelo di Luca, si usa lo stesso paragone: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro” (Lc 6, 36). S. Gregorio di Nissa ha profondamente riflettuto su questa vocazione - essere perfetti come il Padre - che si pone tra la trascendenza di Dio e l’inadeguatezza dell’uomo. Nel breve trattato che ha dedicato alla “Perfezione cristiana” San Gregorio mostra che S. Paolo “indagò sugli oscuri e nascosti misteri divini”. Ma aggiunge che “avendo compreso tutto ciò che le facoltà umane riescono a concepire sulla natura divina, (s. Paolo) mostrò che il discorso sull’essenza trascendente è irraggiungibile e incomprensibile per il pensiero umano” (Fine, Professione e Perfezione  del Cristiano, a cura di Salvatore Lilla, Città Nuova Editrice, 1979, p. 91). Si tratta quindi di una realtà “irraggiungibile” a cui però il cristiano è chiamato. A questa meta lontana si deve “tendere” senza interruzione. I discepoli di Gesù devono essere perfetti “come” (ōs) il Padre celeste. L’avverbio “come” (ōs) indica la possibilità e il limite. In questa prospettiva sviluppa l’orientamento spirituale S. Gregorio di Nissa: l’uomo rimane sempre “proteso” verso la perfezione. La perfezione umana è un progresso continuo e non una meta stabile raggiunta una volta per sempre. Una visione quindi dinamica e moderna.

1. S. Gregorio di Nissa (335c - 394c), con suo fratello San Basilio e San Gregorio di Nazianzo è uno dei tre Padri Cappadoci che hanno segnato definitivamente le vie dello sviluppo e della formazione della teologia cristiana. Nutrito di cultura classica, e particolarmente del pensiero platonico e neoplatonico, ha utilizzato modificandoli, cristianizzandoli, concetti filosofici che sono serviti a inculturare la fede cristiana nell’ellenismo. E’ stato eletto vescovo di Nissa nel 372. Subì l’influsso del fratello Basilio di cui completò l’Esamerone, il commento alla Genesi, con l’opera De hominis opificio. Sullo stile dei dialoghi di Platone scrive il trattato Sull’anima e la resurrezione, dialogo con la sorella Macrina morente. Compone trattati di teologia, di ascetica, di apologetica e diverse opere esegetiche sull’Antico e il Nuovo Testamento. Verso il 385 scrive la Grande Catechesi, quasi una Summa dottrinale per coloro che insegnano la dottrina cristiana. E’ interessato alla spiritualità e al comportamento cristiano. Scrive trattati di orientamento etico indirizzati a determinate persone come i tre opuscoli su “Fine, professione e perfezione del cristiano”. In piena maturità umana e culturale redige il trattato esegetico-spirituale sulla Vita di Mosé. In essa “dopo aver presentato la istoria (il racconto della vita di Mosé), descrive in una theoria (significato) l’ascesa dell’uomo di Dio fin nelle tenebre, dove incontra il Signore che gli si rivela” (J. Gribomont). Svolge un ruolo importante nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli I nel 381, dove è stato completato il Simbolo di fede.

2. Gregorio di Nissa ha influito in modo determinante sulle correnti spirituali della tradizione bizantina. Viene indicato come suo orientamento specifico quello riassunto nel termine epèktasis (tensione verso): “La tensione dell’anima verso Dio si sviluppa in un continuo crescendo . Questa ascensione verso Dio è un crescendo illimitato che proseguirà anche in cielo” (Lucas Francisco Mateo Seco – Giulio Maspero, Gregorio di Nissa Dizionario, Città Nuova, Roma 2007, sub voce). Egli fonda il suo orientamento sulla creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. L’uomo che riflette su se stesso “con mente schietta e pura” vede chiaramente “riflessi nella sua natura l’amore di Dio per noi e l’intento della sua creazione”. L’uomo ha in se stesso una vocazione e un dinamismo che ne fa trascendere la propria condizione. All’inizio del trattato sul “Fine del cristiano” egli scrive che l’uomo esaminando la propria natura, “constata che l’impulso che porta a desiderare le cose belle e migliori fa parte integrante dell’essenza stessa e della natura dell’uomo”. Inoltre aggiunge che nella sua indagine l’uomo scopre che “legato alla sua natura è il suo amore, scevro da passioni e beato, per quell’immagine intelligibile e beata di cui l’uomo stesso non è che l’imitazione” (immagine di Dio). Ne proviene un dinamismo senza termine. Il Nisseno fonda questa prospettiva sulla lettera di Paolo ai cristiani di Filippi: “Fratelli – scrive San Paolo di cui Gregorio è profondo conoscitore – io non ritengo ancora di esservi giunto; questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 13).

3. L’uomo è mutevole, non soltanto in rapporto al male, ma anche e soprattutto in rapporto al bene. “La più bella manifestazione della mutevolezza è rappresentata dalla crescita nel bene”. L’uomo è chiamato all’ascesa. E il Nisseno nelle ultime righe del trattato su “La perfezione cristiana” afferma che “l’ascesa ad una condizione migliore fa di chi si trasforma in senso buono un essere più divino”. La perfezione è uno “status viae”. L’uomo è sempre in cammino e proteso verso la perfezione. Il Nisseno conclude il trattato in questa prospettiva:: “La vera perfezione consiste nel non fermarsi mai nella propria crescita, e nel non circoscriverla entro un limite” (Besa/Roma).

Roma 8 luglio 2007

 

 

 

 

SETTIMANA SANTA E PASQUA IN S. ATANASIO A ROMA

2007

 

 

“Credo in un solo Signore Gesù Cristo

...e patì e fu sepolto e il terzo giorno risuscitò,  secondo le Scritture”

 

 

DOMENICA - PALME

ore 10,30

Benedizione delle Palme
Liturgia di S. Giovanni Crisostomo

 

ore 18,45

Akoluthia del Nymphios

 

LUNEDI’  SANTO

 

ore 18,45

 

Liturgia dei Presantificati

 

MARTEDI’  SANTO

 

ore 18,45

 

Liturgia dei Presantificati

 

MERCOLEDI’ SANTO

 

ore 18,45

 

Liturgia dei Presantificati

 

GIOVEDI’ SANTO

 

ore 10,00

 

Esperinòs e Liturgia di S. Basilio

 

ore 18,00

Ufficio della Passione

(Lettura dei 12 Vangeli)

VENERDI’ SANTO

ore 10,00

Ora Nona - Esperinòs

e Deposizione dalla Croce

 

ore 18,00

Epitaphios thrinos

Enkomia

Processione

SABATO SANTO    

ore 10,00

Esperinòs e Liturgia di S. Basilio

 

ore 23,00

Mesonyktikòn

Anastasis

Orthros

Liturgia di S. Giovanni Crisostomo

DOMENICA DI PASQUA

ore 10,30

Liturgia di S. Giovanni Crisostomo

 

ore 19,00

Esperinòs

Proclamazione dell’Evangelo in varie lingue

 

 

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Xristo;" ajnevsth ejk nekrw'n  qanavtw/  qavnaton pathvsa"

kai; toi'" ejn toi'?" mnhvmasi zwh;n  carisa;meno".

Cristo è risorto dai morti, con la morte ha calpestato la morte

 e a quanti giacevano nei sepolcri ha donato la vita.

U ngjall nga varri Zoti Krisht, me vdekje vdekjen dyke shkelur,

 edhe të varrosurve një jetë ja duroi të re.

 

 

Pasqua 2007

 

 

 

 

S. A T A N A S I O

 

Comunità Cattolica Bizantina – Via dei Greci 46 – 00187 Roma

 


 

CATECHESI PASQUALE

DI S. GIOVANNI CRISOSTOMO

 

Se uno è devoto e ama Dio, goda di questa festa bella e luminosa.

Se uno ha penato digiunando, adesso goda il suo denaro.

Se uno ha lavorato dalla prima ora, accetti oggi il giusto salario.

Se uno è venuto dopo la terza ora, festeggi con gratitudine.

Se uno è giunto dopo la sesta, per nulla dubiti: nulla perde.

Se uno ha tardato fino alla nona, s'avvicini, non esiti affatto.

Se uno è giunto solo all'undecima, non tema il ritardo.

Infatti, il Signore è premuroso: accetta l'ultimo, proprio come il primo, dà riposo a quello dell'undecima, come a chi ha operato dalla prima, e fa misericordia all'ultimo, e cura il primo, e dona a quello, e fa grazia a questo, e accetta le opere, e accoglie l'intenzione, e onora l'attivarsi, e loda il proposito. Tutti entrate, dunque, nella gioia del Signore nostro: sia i primi, sia i secondi, godete la ricompensa.

Ricchi e poveri, giubilate insieme.

Astinenti e pigri, onorate il giorno.

Digiunanti e non digiunanti, rallegratevi oggi.

La mensa è ricolma, vivete felicemente.

Il vitello è grosso, nessuno esca affamato.

Tutti godano il convito della fede. Godete tutti la ricchezza della bontà, poiché si è manifestato il regno comune.

Nessuno gema per i suoi errori: poiché il perdono è sorto dal sepolcro. Nessuno tema la morte: poiché ci ha liberati la morte del Salvatore: ne era trattenuto, la ha spenta. Ha depredato l’Inferno Colui che discende nell'Inferno. Ha amareggiato l'Inferno, che ha gustato la carne di Lui. Anticipando questo, Isaia ha gridato:

“L'Inferno - afferma - è stato amareggiato!”,

avendovi incontrato Te.

Fu amareggiato: poiché fu esautorato del tutto.

Fu amareggiato: poiché fu umiliato per sempre.

Fu amareggiato: poiché fu reso morto per sempre.

Fu amareggiato: poiché fu schiantato per sempre.

Fu amareggiato: poiché fu legato per sempre.

Ha afferrato un corpo: e s'è scontrato con un Dio.

Ha afferrato la terra: e s'è incontrato con il cielo

Ha afferrato quanto vedeva: ed è caduto dove non vedeva.

Dove sta, morte, il tuo aculeo? Dove sta, Inferno, la tua vittoria?

E' risorto Cristo, e tu sei stato precipitato.

E' risorto Cristo e sono caduti i demoni.

E' risorto Cristo, e gioiscono gli Angeli.

E' risorto Cristo, e la Vita vive splendidamente.

E' risorto Cristo, nessuna morte incombe sui sepolcri.

Poiché Cristo Risorto dai morti è divenuto, primizia dei dormienti.

A Lui la gloria e la potenza per i secoli dei secoli.     Amìn

(traduzione di Tommaso Federici)

Pasqua 2007

 

In memoria

di Tommaso Federici

 

Il 15 aprile, la prima domenica dopo Pasqua, detta di Tommaso, la Comunità Cattolica Bizantina che frequenta questa chiesa di S. Atanasio ricorderà il prof. Tommaso Federici (30 aprile 1927 – 13 aprile 2002). Sarà celebrato un trisaghion a conclusione della Divina Liturgia che avrà inizio alle ore 10,30.

Durante la sua vita, il prof. Federici, oltre al suo interesse scientifico e didattico per le tradizioni liturgiche orientali, ha frequentato per anni questa chiesa e ha aiutato il Circolo di Cultura “Besa –Fede” con le sue lezioni.

Subito dopo l’evento del Concilio Vaticano II (1962-1965) egli ha partecipato attivamente alle iniziative del Circolo ecumenico “Koinonia” sempre presso questa chiesa.

E per anni ha diretto e animato la lectio divina settimanale, sul libro dell’Esodo e sulla Apocalisse con competenza biblica e con zelo generoso per la presentazione e lo studio della Parola di Dio. A suo nome è stata costituita una “Fondazione” con lo scopo di promuovere la conoscenza del suo insegnamento. La Fondazione ha pubblicato un primo volume, opera postuma, dal titolo: “Cristo Signore risorto, amato e celebrato” (EDB, Bologna 2005) con una presentazione di S. E. Mons. Vincenso Apicella.

Eleuterio F. Fortino


ANNUNCIO DELLA RESURREZIONE NELLA CHIESA DI S. ATANASIO A ROMA

 


 

Terminato il mesoniktikon, a luci spente, il celebrante accende il cero dalla “lampada asveston, inestinguibile” che arde sempre nel Vima, invita il popolo ad accendere il proprio cero con questo inno:

 

“Venite, prendete luce dalla Luce che non conosce tramonto e glorificate Cristo, risorto dai morti”.

 

Si ripete l’inno fino a quando non avranno tutti acceso il cero. Quindi si forma una processione per recarsi fuori della Chiesa, nel luogo dove sarà proclamato l’Evangelo della resurrezione, mentre si canta ripetutamente questo altro inno:

 

Gli angeli inneggiano in cielo! Fa’ che anche noi sulla terra siamo resi degni di glorificarti con cuore puro.

 

Il vangelo che si proclama è preso da Matteo (28, 1-10), oppure da Marco (16,1-8) su l’apparizione di Cristo alle donne mirofore:

 

“Voi cercate il Nazareno, il crocifisso. E’ risorto non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate e dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vederete”.

 

Terminata la proclamazione del vangelo si canta l’inno della resurrezione:

 

Cristo è risorto dai morti con la sua morte ha calpestato la morte, dando la vita a coloro che giacevano nei sepolcri”.

 

Dopo la grande litania degli irinikà, si ricompone la processione per rientrare in chiesa. La porta della chiesa è chiusa.

 

 

APERTURA DELLA PORTA

 

 

Il celebrante con la croce astile bussa alla  porta: ha luogo un dialogo con il lettore che sta all’interno della chiesa  sulla base del salmo 23 (24), 7-10:

 

Celebrante:

Sollevate, porte, i vostri frontali,

alzatevi porte antiche,

Ed entri il re della gloria!

 

Il lettore:

Chi è il re della gloria?

 

Celebrante:

Il Signore forte e potente,

il Signore potente in battaglia.

Sollevate, o porte, i vosri frontali,

alzatevi porte antiche,

ed entri il re della gloria.

 

Il lettore:

Chi è il re della gloria?

 

Il celebrante:

Il Signore degli eserciti è il re della gloria!

 

Si spalanca la porta, la processione preceduta dalla croce entra in chiesa, completamente illuminata, mentre si canta il canone di s. Giovanni Damasceno:

 

E’ il giorno della risurrezione! Risplendiamo di luce, o popoli. E’ la Pasqua del Signore, Pasqua! Cristo, Dio nostro, ha trasferito dalla morte alla vita, dalla terra al cielo, noi che cantiamo l’inno della vittoria!

 

Segue l’òrthros che si conclude con il seguente doxastikòn delle lodi:

 

E’ questo il giorno della resurrezione! Risplendiamo di luce in questa solennità ed abbracciamoci gli uni gli altri. Diciamo, fratelli, anche a quelli che ci odiano: perdoniamo tutto nel giorno della resurrezione e con essi gridiamo: “Cristo è risorto dai morti con la sua morte ha calpestato la morte, dando la vita a coloro che giacevano nei sepolcri”.

 

A questo punto ha luogo l’abbraccio fra tutti presenti.



PROCLAMAZIONE DELL’EVANGELO A TUTTE LE GENTI

 


 

La sera della domenica di Pasqua si celebra l’esperinòs con la proclamazione dell’Evangelo in varie lingue per sottolineare il mandato del Signore risorto di fare discepoli tutti i popoli. Si cantano i seguenti stichirà:

 

Venite adoriamo il Verbo di Dio, generato dal Padre prima dei secoli, che si è incarnato dalla Vergine Maria. Dopo aver subito la croce è stato sepolto, come volle e, risorto dai morti, ha salvato me, uomo smarrito.

 

Cristo, Salvatore nostro, avendo inchiodata alla croce il chirògrafo dei nostri peccati, lo ha cancellato e ha distrutto la potenza della morte. Adoriamo la sua resurrezione al terzo giorno.

 

Inneggiamo con gli arcangeli alla resurrezione di Cristo. Egli è il liberatore e il salvatore delle anime nostre e nuovamente verrà con gloria tremenda e grande potenza a giudicare il mondo, che ha plasmato.

 

Te, crocifisso e sepolto, l’angelo ha proclamato Signore e diceva alle donne: “Venite, vedete dove giaceva il Signore; è risorto, come onnipotente”. Perciò adoriamo te, il solo Immortale, o Cristo, datore di vita, abbi pietà di noi.

 

Sulla croce hai distrutto la maledizione del legno e nella tua sepoltura hai disfatto la potenza della morte. Nella tua resurrezione hai illuminato il genere umano: Perciò ti gridiamo: “O Cristo, Dio nostro, benefattore, gloria a te”.

 

Le porte della morte per il timore si aprirono, o Signore, davanti a te; e i custodi dell’Ade, vedendoti ne furono sbigottiti. Stritolasti le porte di bronzo e frantumasti le sbarre di ferro, traendoci fuori dalle tenebre e dall’ombra di morte e spezzando le nostre catene.

 

Dopo l’Isodos e il canto del Fos ilaròn (luce gioiosa) si proclama la seguente pericope evangelica (Gv 20, 19-25), suddivisa in tre brani che uno dopo l’altro vengono proclamati in varie lingue:

 

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù e si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli gioirono nel vedere il Signore.

 

Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, non rimessi resteranno.

 

Tommaso, uno dei dodici, chiamato dìdimo (gemello), non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi, e non vedo la mia mano nel suo costato, non crederò”.

 

 

Seguono gli apòsticha della resurrezione:

 

La tua resurrezione, o Cristo salvatore, ha illuminato tutto l’universo; tu hai richiamato a te la tua creatura, Signore onnipotente, gloria a te!

 

 

Una Pasqua sacra oggi ci è stata rivelata; Pasqua nuova, santa; Pasqua mistica, Pasqua degna di venerazione; Pasqua, il Cristo liberatore; Pasqua immacolata; Pasqua grande, Pasqua dei credenti, Pasqua che schiude le porte del Paradiso; Pasqua che santifica tutti i fedeli”.

 

 

 

Circolare febbraio 2007                                                                                                                       190/2007

 

Sommario

 

 

I detti di Gesù (48): Un discepolo non è più del maestro........................................................... 1

ACQUAFORMOSA: Comunità bizantina arbëreshe................................................................... 2

GROTTAFERRATA: Analisi della dichiarazione comune di Benedetto XVI e di Bartolomeo I       5

SCUTARI: Studime Gjuhësore................................................................................................... 9

S. DEMETRIO CORONE: Kalendar arbëresh 2007................................................................... 9

S. COSTANTINO ALBANESE: Notizie Istoriche degli Albanesi................................................ 9

ROMA: Quaresima a S. Atanasio............................................................................................ 10

Hesychìa: L’impassibilità che è imitatrice di Dio - cielo sulla terra.............................................. 11

 

Ta lòghia - I detti di Gesù (48): “Un discepolo non è più del maestro”

 

Nell’asserire che “un discepolo non è più (hypèr) del maestro” (Mt 10,24), non si intende parlare in modo generico, perché la storia e l’esperienza mostrano che non di rado il discepolo supera il maestro nel pensiero, nella scienza, nell’arte. Gesù parla del rapporto particolare fra il Maestro, egli stesso, e i suoi discepoli, fra Cristo e i cristiani nel complesso rapporto: Gesù Dio-Uomo e i cristiani chiamati alla deificazione. E si riferisce al caso particolare della sofferenza che egli affrontò fino alla morte in croce.

Inviando in missione i suoi discepoli li previene annunciando loro che incontreranno opposizioni e persecuzioni. “Sarete odiati a causa del mio nome” (Mt 10, 21). Il Cristo è stato perseguitato e crocifisso, il cristiano è messo nella stessa condizione “a causa del suo nome” (dià tò ònoma mou). Non può esserne esentato proprio per la sua qualità di cristiano, perché trasmette lo stesso messaggio di Cristo. E’ il messaggio di redenzione e di conseguenze etiche che è avversato. Non si tratta tuttavia di un paragone di uguaglianza, ma esprime “l’idea di una identità terrena tra il Signore e il suo servitore”, destino che conosce la persecuzione e talvolta la morte. Ma i due percorsi esteriormente simili sono differenti nel significato e nella loro portata. Quella di Gesù è sofferenza di “colui che è il Regno di Dio, quella dei suoi apostoli è la sofferenza dei testimoni di questo Regno” (Pierre Bonnard).

“E’ sufficiente (arketòn) per il discepolo essere come il suo Maestro e per il servo come il suo Padrone” (Mt 10, 25). Questo non vuol dire che il discepolo si debba accontentare di questa situazione, ma che “ciò” è sufficiente in sé, cioè agli occhi di Dio. Il Maestro è nella propria condizione. Il discepolo entra in un processo che lo conduce a una condizione simile: “è sufficiente” che esso entri in quel processo che lo porti ad “essere come il Maestro” (ina ghenētai ōs).

I discepoli potrebbero imbattersi anche in una situazione umana di paura, di dubbio. S. Giovanni Crisostomo attira l’attenzione di chi lo ascolta: “Osserva – egli dice – come li incoraggia, confortandoli con il suo esempio e con tutto ciò che era stato detto su di lui” (Omelie su Matteo 34,1). Lo hanno infatti chiamato Beelzebul. E se hanno detto questo del padrone di casa “quanto più (posō mâllon) dei suoi familiari!” (Matteo 10,25). S. Giovanni Crisostomo mette in rilievo la terminologia: “Non dice: quanto più i suoi servi, ma i suoi familiari, mostrando una grande amicizia nei loro confronti”. I familiari sono quelli della stessa casa (oikiakoùs), un altro richiamo al fatto che sono diventati come (ōs) il Padrone stesso, ma non più di lui perchè egli resta il solo Padrone (Besa/Roma).

 



ACQUAFORMOSA

COMUNITA’ BIZANTINA ARBËRESHE

 

Continuiamo la presentazione delle Comunità arbëreshe con la nota dell’avv. Giovanni Giuseppe Capparelli su Acquaformosa:

 

L’attuale Acquaformosa ha una lunga storia: esisteva già prima della venuta degli Albanesi che hanno popolato le sue contrade e la hanno avviata ad una nuova fase.

 

L’Abbazia di Aquaformosa

 

I monaci cistercensi dell’abbazia di Santa Maria di  Sambucina di Luzzi, nel 1195, fondarono il monastero di Santa Maria di San Leucio o di Acquaformosa. La memoria storica di questo avvenimento é conservata  in un documento custodito nell’Archivio Vaticano, il codice Barberino Latino  3217. F. 96.

Il 1195 é anche la più antica data legata al nome di Acquaformosa.

Questo documento é l’atto  di donazione con il quale, Ogerio e sua moglie  Basilia, Signori di Brahalla, l’odierna Altomonte, donarono ai monaci cistercensi alcune terre ove avrebbero potuto edificare un monastero.

All’interno di queste terre i monaci scelsero un posto ameno, da lì con un solo sguardo si potevano abbracciare la pianura di Sibari, le montagne della Sila e del Pollino, il mare Ionio, il cielo infinito. La natura era rigogliosa, scorreva acqua limpida, pura e fresca. Costruirono il monastero, forse vicino ad un’antica piccola chiesa e lo dedicarono, come tutti gli altri dell’ordine cistercense, alla Madre di Dio.

In poco tempo il cenobio, che aveva attirato la benevolenza di molti signori dell’epoca, fu riccamente dotato di   possedimenti, grazie a ricche donazioni.

Il più munifico con l’abbazia di Acquaformosa fu senz’altro Federico II.

Le donazioni furono talmente cospicue, che l’abbazia di Acquaformosa era diventata proprietaria di possedimenti terrieri che si estendevano dal territorio di Tarsia  fino all’isola di Dino, al largo di Scalea. Anche se non tutti i territori ricadenti tra queste due linee di confine appartenevano all’abbazia, il patrimonio accumulato dal cenobio acquaformositano era considerevole. La parte di territorio più consistente di proprietà dell’abbazia  era quello compreso tra il torrente Galatro, che oggi segna il confine tra i comuni di Lungro e di Acquaformosa, e i monti della Mula. Alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che anche il Santuario della Madonna del Pettoruto sia stato eretto su iniziativa dei monaci di Acquaformosa. Il Barillaro ne indica anche la data di erezione: il 1274; il Perrone afferma che fin dal 1226 il Santuario del Pettoruto era una grancia dell’abbazia di Acquaformosa.

La forma architettonica del monastero di Acquaformosa ci é sconosciuta, ma non doveva essere molto diversa da quella dei monasteri giunti sino a noi in quanto le abbazie cistercensi avevano ed hanno tutte un aspetto comune, perché la spiritualità di San Bernardo di Chiaravalle ha loro imposto, per così dire, la pianta, l’altezza, il decoro. Secondo il santo, i monaci dovevano essere poveri e questa condizione doveva manifestarsi anche nei loro monasteri. Pitture e sculture avevano il loro posto nelle chiese e nelle cattedrali aperte al culto, ma non avevano alcuno scopo nei monasteri dei contemplativi, i quali si erano innalzati al di sopra dei sensi e la cui gioia consisteva nel trovare Dio in pura fede.

Ciononostante il monastero di Acquaformosa custodiva pregevoli opere d’arte: la statua lignea della Madonna della Badia, di autore ignoto, di provenienza francese del XV secolo; due dipinti raffiguranti santi monaci, probabilmente  San Benedetto da Norcia e San Bernardo di Chiaravalle, e una grande tavola raffigurante l’Assunzione della Vergine, opere del pittore senese Marco Pino.

Inoltre, nel cenobio erano custodite le reliquie di più di cento santi. Ogni reliquia era posta in un reliquiario. Solo diciasette reliquiari sono pervenuti fino ai giorni nostri e sono conservate nella Chiesa della Immacolata Concezione.

Dopo un periodo di floridezza economica e spirituale, il monastero subì un lento ma inesorabile declino.

Alla morte dell’abate Francesco di Carraria l’abbazia fu concessa in commenda. Commendatario venne nominato il chierico napoletano Carlo de Cioffis, che ne fu provvisto con bolla pontificia del 3 aprile 1490.

 

Arrivo degli Albanesi

 

Durante il governo dell’abate commendatario Carlo Cioffi, nei territori dell’abbazia di Santa Maria di Acquaformosa, giunse un gruppo di profughi albanesi fuggiti dalla loro patria per sottrarsi al dominio dell’invasore turco.

La prima prova che, in modo inequivocabile, attesta la presenza degli albanesi nel territorio di Acquaformosa, é il documento “Capitolazioni degli albanesi di Acquaformosa col Monastero di S. Maria” conservato nell’Archivio Vaticano nel codice Vaticano Latino 14.386. F. 9 ss.

Le “Capitolazioni” firmate nel 1501 tra gli albanesi con a capo Piligrino Capparello, e l’abate commendatario del Monastero di Santa Maria di Acquaformosa, rappresentano l’atto costitutivo del casale e, nello stesso tempo, la fonte delle norme regolatrici dei rapporti tra gli albanesi e il monastero.

Nel Breve cenno monografico-storico del Comune di Acquaformosa, il sacerdote Domenico De Marchis riporta il nome di ventidue albanesi che si insediarono nei territori concessi dall’abate. Anche se non riportato dal De Marchis tra i primi albanesi insediatisi ad Acquaformosa c’era un sacerdote, Michele Zenempisa.

Il dato storico é desumibile da alcune iscrizioni rinvenute nei codici greci 271, 272, 273, 274, 385 e 445, oggi custoditi nell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata.

Di questi codici, si tratta di manoscritti liturgici in greco, quelli contraddistinti con i numeri 272, 274 e 385 sicuramente erano in dotazione della chiesa parrocchiale di Acquaformosa in quanto tre distinte iscrizioni ne indicano la provenienza. Secondo gli studi di P. Marco Petta i codici più antichi il 271 e il 385 probabilmente sono stati copiati in Oriente, nell’Epiro, gli altri, invece, sono stati copiati in Italia. Lo scriba di tutti i codici fu Michele Zenempisa che officiava presso la comunità albanese sia in Albania sia quando questa si trasferì in Italia.

Lo storico Tajani colloca tra il 1476 e il 1478 l’esodo degli albanesi, che poi s’insediarono anche ad Acquaformosa.

 

Provenienti dalla Beozia

 

Se la data dell’esodo é di difficile individuazione ancor più difficile é stabilire il luogo di provenienza dei profughi che poi fondarono Acquaformosa.

Recenti studi hanno avanzato l’ipotesi che i primi abitanti di Acquaformosa provenissero dalla regione greca della Beozia, e precisamente da Caparelli di Tebe.

Casale di Altomonte fino all’inizio del 1800, Acquaformosa divenne Comune autonomo a seguito delle leggi francesi che riorganizzarono amministrativamente il vecchio regno borbonico. Solo nel 1848, a seguito di numerosissime dispute legali il territorio di Acquaformosa assunse la consistenza che ancora oggi conserva.

Gli abitanti di Acquaformosa all’epoca del loro insediamento nel 1501 erano 22 come riportato dal De Marchis (anche se essendo elencati solo uomini è probabile che la popolazione fosse più consistente), erano 135 nel 1543. Nel 1669 gli abitanti erano circa 510, nel 1861 si contavano 1661 anime, gli abitanti nel 1951 erano 1812, nel 2005 i residenti sono circa 1200.

 

Oggi, Acquaformosa è in provincia di Cosenza, la sua popolazione parla ancora l'avita lingua albanese, professa la religione cattolica di rito grco-bizantino, dal loro arrivo gli abitanti di Acquaformosa furono affiliati alla diocesi di Cassano all’Ionio, nel 1919 passarono sotto la giurisdizione dell’Eparchia greca di Lungro eretta in quello stesso anno.

Le Chiese

 

Ad Acquaformosa quattro sono le chiese aperte al culto pubblico: la chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni Battista, la chiesa della Immacolata Concezione della Vergine Maria, la chiesa della Madre di Dio Misericordiosa, e il santuario di Maria Santissima del Monte. Vi sono anche alcune cappelle private tra le quali quella dedicata alla Madre di Dio Addolorata.

La chiesa parrocchiale, dedicata al patrono San Giovanni Battista, é stata costruita dai primi profughi albanesi agli inizi del 1500. Probabilmente venne ultimata già nel 1526. Cadente, fu demolita e ricostruita, tra il 1936 e il 1938. La festa patronale si celebra il 29 agosto.

Le sacre immagini dell’iconostasi della chiesa matrice di Acquaformosa sono state realizzate tra il  1940 e il 1942  da Giambattista Conti.

Dal 1988, un’idea di papàs Vincenzo Matrangolo, sta prendendo forma: il maestro mosaicista Biagio Capparelli, di Acquaformosa, coadiuvato da discepoli anch’essi del posto, ha dato avvio alla progettazione e alla realizzazione dell’imponente catechismo visivo che oggi é la Chiesa di San Giovanni Battista. Sono già stati realizzati oltre 1200 metri quadrati di mosaico, che raffigurano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, per completare l’opera manca solo la realizzazione del mosaico su parte della navata sinistra.

La Chiesa dell’Immacolata Concezione é stato il primo oratorio degli Albanesi giunti ad Acquaformosa.

Costruita tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, la sua struttura originaria nel corso dei secoli é stata soggetta ad almeno due interventi di ampliamento, le cui tracce sono visibili sulle pareti.

Gli affreschi, rinvenuti casualmente a seguito di lavori di restauro, risalgono all’epoca della sua costruzione.

Sulla parete laterale destra é raffigurato San Nicola di Mira o di Bari con in mano un vassoio con i tre pani d’oro, prezzo del riscatto di tre vergini, seguono Santa Parasceve martire e l’apostolo Pietro. Al centro la Deesis; dell’antico affresco sono sopravissute parti delle figure della Madre di Dio e del Battista e l’aureola del Signore.

Nel secolo XVII la cappella é stata allargata ed innalzata. Sono stati aggiunti, in alto, gli affreschi di San Giorgio Megalomartire e di Santa Caterina di Alessandria.

La chiesa della Madre di Dio Misericordiosa è la più recente delle chiese di Acquaformosa. Al suo interno si venera l’icona della Madre di Dio. L’immagine é la copia di un’icona custodita sul Monte Athos. L’icona é stata eseguita in Grecia nel 1973, da Falina Papoula, iconografa del Museo Bizantino di Atene e raffigura la Brephocratoùsa, “Colei che tiene in braccio il bambino”.

Il santuario di Maria Santissima del Monte é ubicato ad oltre 1400 metri sul livello del mare. Non si conosce la sua data di fondazione; é probabile che il primo nucleo dell’attuale edificio sia stato eretto tra i secoli IX-XI, quando i monaci, spinti dalla minaccia iconoclasta e dall’espansione islamica, trovarono rifugio in gran numero in terre lontane e nascoste dell’impero bizantino.

All’interno della chiesa rupestre  é custodita una splendida effige della Madonna che allatta. La statua, in tufo, risale al XIV secolo e, secondo la tradizione popolare, fu lì portata da un pastore che l’aveva trovata nell’anfratto di una parete scoscesa chiamata Timba e piasur «Pietra spaccata».

Il santuario è meta di pellegrinaggio degli abitanti di Acquaformosa e dei paesi limitrofi. La festa più importante che si celebra in questo santuario è quella dedicata a Sant’Anna, l’ultima domenica di luglio.

 

Personaggi storici.

 

Molti personaggi nati ad Acquaformosa sarebbero degni di menzione, per ovvie ragioni se ne fa cenno solo di alcuni. Simeone Orazio Capparelli, poeta popolare i cui versi ancora oggi sono recitati a memoria dalle persone più anziane; Leonzio Capparelli,  medico e scrittore; Annunziato Capparelli,  patriota; Vincenzino Capparelli,  medico e filosofo, è stato uno dei massimi studiosi italiani del pensiero di Pitagora.

I personaggi storici più importanti di Acquaformosa sono stati due religiosi: Mons. Giovanni Mele e Padre Vincenzo Matrangolo.

 

Mons. Giovanni Mele.

Giovanni Mele nacque ad Acquaformosa il 19 ottobre 1885, compì i suoi studi prima nel seminario di Cassano Ionio e poi nel Pontificio Collegio Greco di Roma dove studiò dall’ottobre del 1899 al 7 giugno del 1908 quando fu ordinato sacerdote dal vescovo bulgaro Mladicof.

Vinse il concorso per la vacante parrocchia di Civita e  fu nominato parroco del piccolo paese italo-albanese dove svolse il suo ministero dal 1908 al 1913, fu poi chiamato come parroco di Lungro, dal 1913 al 1919, anno della sua elevazione all’episcopato. Con Bolla del 10 marzo 1919 fu nominato vescovo della appena istituita Eparchia di Lungro, prese possesso della nuova diocesi il 5  giugno 1921 quando il re d’Italia Vittorio Emanuele III dette il regio Exequatur alla Bolla Pontificia. 

Il lavoro che attendeva Mons. Mele non era semplice. Il primo vescovo di una diocesi di rito greco in Italia, atteso da secoli, aveva il gravoso compito di creare una comunità diocesana, mai prima esistita.

Il secondo problema che Mons. Mele dovette affrontare fu quello di dare uniformità  almeno esteriore alle pratiche religiose. L’eparchia di Lungro nei primi anni soffriva forti influenze latine così radicate che ancor oggi stentano a scomparire.

Mons. Mele a seguito della sua prima visita pastorale di tutta la diocesi, che fece a dorso d’asino o di mulo, pubblicò nel 1922 una lettera: “Disposizioni per il clero” dove emerge tutta la gravità della situazione e dove dettava le prime regole comuni che tutte le comunità parrocchiali dovevano osservare.

Organizzò la curia anche materialmente restaurando l’episcopio e le strutture ecclesiali.

Grande attenzione la rivolse all’istituzione in ogni paese dell’Azione Cattolica. Questo compito lo affidò a Rosa Lotito, insegnante di Acquaformosa, la quale  dedicò tutta la sua vita alla Chiesa,  ai bambini e all’Azione Cattolica..

Mons. Mele unitamente a Mons. Lavitrano, vescovo dell’eparchia di Piana, e all’egumeno di Grottaferrata, Teodoro Minisci, organizzò il Primo Sinodo Intereparchiale che venne celebrato a Grottaferrata nel 1940.

Il suo attaccamento alla specificità dell’Eparchia di Lungro rispetto alle altre diocesi lo dimostra il fatto che Mons. Mele nei verbali della Conferenza Episcopale Calabra sottoscriveva sempre con la clausola: “in quanto compatibile con il rito greco”.

Prese parte al Concilio Vaticano II.

Mons. Mele fu anche un poeta e scrittore fecondo. Diceva di scrivere le poesie non a scopo estetico, ma a scopo didattico e morale.

L’11 ottobre 1966 comunicava alla Santa Sede le sue dimissioni  per raggiunti limiti di età. Il 24 aprile 1967 la Santa Sede accoglieva la sua richiesta, pur conservando la titolarità della diocesi fino alla sua morte avvenuta a Lungro il 10 febbraio 1979.

 

Padre Vincenzo Matrangolo.

Papàs Vincenzo Matrangolo nacque ad Acquaformosa il 6 dicembre 1913. Studiò nel seminario di Cassano Ionio, in quello di Grottaferrata e nel collegio greco di Roma. Il 14 giugno 1936, a Roma, fu ordinato sacerdote da suo zio Mons. Giovanni Mele. L’undici novembre del 1939 fu nominato parroco di Acquaformosa.

Nel piccolo paese italo-albanese svolse la sua opera pastorale fino alla sua morte, avvenuta il 18 novembre 2004.

Appena fu nominato parroco dovette affrontare numerosi problemi, piccoli e grandi. Innanzitutto si adoperò per eliminare le disuguaglianze sociali. Ad esempio, eliminò l’odiosa usanza di accompagnare al cimitero i poveri con la croce di legno, i ricchi con quella d’argento. Nell’ultimo viaggio tutti venivano accompagnati con la croce argentea.

Poi rivolse la sua attenzione alla casa di Dio. Per rendere la chiesa parrocchiale di Acquaformosa conforme ai canoni architettonici orientali, fece costruire l’iconostasi e fece dipingere le icone da uno dei più importanti iconografi del tempo, Giambattista Conti. 

Sin dall’inizio del suo apostolato, in cima ai suoi pensieri ci furono sempre i ragazzi e i giovani. Già verso la fine degli anni ’40 dello scorso secolo costruì il campo di calcio, dove anche lui ha giocato fin quasi a novant’anni, poco più tardi realizzò il cinema parrocchiale. 

L’opera sociale più importante che fece fu la creazione del Centro di Assistenza preventiva giovanile. Qui dal 1962 ad oggi più di mille ragazzi sono stati assistiti in momenti difficili della loro esistenza. Questi ragazzi furono talmente amati dal fondatore dell’opera, che per essi papàs Matrangolo rifiutò, nel 1981, anche la nomina di vescovo di Piana degli Albanesi.

Papàs Matrangolo fu anche grande studioso, insegnò in vari istituti teologici e scrisse alcune opere che hanno riscosso unanimi consensi: una meditazione sulla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, La venerazione a Maria nella tradizione della Chiesa bizantina e Kat’ikona. Della meditazione sulla Madre di Dio, padre Giuseppe Dossetti ha scritto: “è il più bel libro sulla Vergine che io abbia mai letto” (Besa/Roma).

 

Bibliografia:

D. De Marchis,  Breve  cenno  monografico-storico  del  comune  di Acquaformosa, Tipografia Migliaccio, Salerno 1957, ristampato nel 2001 da Il Coscile  di Castrovillari;

G. G. Capparelli, Acquaformosa, Edizioni Orizzonti Meridionali, Cosenza 2001;

V. Capparelli, Lo sperpero della proprietà di un popolo, Tipografia Macrini, Castrovillari 1923.

 

GROTTAFERRATA

ANALISI DELLA DICHIARAZIONE COMUNE

DI BENEDETTO XVI E BARTOLOMEO I

 

Nel contesto della settimana di preghiere per l’unità dei cristiani, martedì 23 gennaio 2007 mons. Eleuterio F. Fortino, ha tenuto nel Monastero esarchico di Grottaferrata una conferenza sulla situazione attuale dei rapporti fra cattolici e ortodossi, facendo una analisi della Dichiarazione Comune fra il Papa Benedetto XVI e il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I (30 novembre 2006). Ne riportiamo il testo:

 

“Rendiamo grazie all’autore di ogni bene che ci permette ancora una volta, nella preghiera e nello scambio, di esprimere la nostra gioia di sentirci fratelli e di rinnovare il nostro impegno in vista della piena comunione”. Così si esprimono il Papa Benedetto XVI e il Patriarca di Costantinopoli nella Dichiarazione Comune che ha concluso la visita che per la festa di S. Andrea (30 novembre 2006) il Papa ha fatto al Patriarcato ecumenico.

 

La visita è stata caratterizzata da calorosa e distinta accoglienza e concentrata nella preghiera. La sera stessa dell’arrivo ha avuto luogo una celebrazione della Parola – una akolouthia composta per la circostanza – e la venerazione delle reliquie di S. Gregorio il Teologo e di S. Giovanni Crisostomo che Papa Giovanni Paolo II aveva consegnato in dono al Patriarca Bartolomeo I. Il 30 novembre il Papa e la delegazione hanno partecipato alla Divina Liturgia nella cattedrale di S. Giorgio. Durante questa liturgia patriarcale e sinodale, per la prima volta a Costantinopoli, il Patriarca e il Papa si sono scambiati l’abbraccio di pace, al momento liturgico proprio, cioè prima della professione di fede. In altre circostanze l’abbraccio aveva avuto luogo fuori della liturgia. Poi il Padre Nostro è stato recitato insieme dal Patriarca e dal Papa. Al termine il Patriarca e il Papa hanno benedetto i fedeli. Tutto ciò è acquisito e scontato nelle relazioni fra cattolici e ortodossi. Nella Basilica di S. Pietro il Papa e il Patriarca hanno anche proclamato il Credo insieme e nella lingua originale greca (cioè senza Filioque).

 

Ma non da tutti ciò è condiviso. La “Sacra Comunità del Monte Athos” - cioè, i rappresentanti e superiori dei venti monasteri - in un loro comunicato (30.12.2006) hanno affermato: “L’accoglienza del Papa è avvenuta come se fosse vescovo canonico di Roma. Ugualmente la sua chorostasìa (partecipazione dal trono nel coro) alla Divina Liturgia ortodossa con l’ ōmophorion (la stola), la recita (fatta insieme dal Papa e dal Patriarca) del Padre Nostro, l’abbraccio liturgico con il Patriarca, sono manifestazioni che vanno al di là delle semplici preghiere comuni, che sono proibite dai sacri canoni. E tutto questo mentre non vi è stato alcun allontanamento dell’Istituzione Papale dai suoi insegnamenti eretici e dalla sua politica”.

Per il progresso ecumenico è necessaria anche l’informazione e la formazione dell’intero corpo ecclesiale. E non solo sul Monte Athos.

 

Invece la Dichiarazione Comune fra il Papa e il Patriarca, accuratamente preparata, presenta l’incontro come un dono di Dio. Essa fa il punto dei rapporti attuali fra cattolici e ortodossi ed esprime un nuovo e forte impegno comune per il ristabilimento della piena comunione fra cattolici e ortodossi, e, nel contempo, indica vie concrete e prospettive pratiche di lavoro, con lo sguardo rivolto al ristabilimento dell’unità. “Lo Spirito Santo – dichiarano i due Pastori - ci aiuterà a preparare il grande giorno del ristabilimento della piena unità, quando e come Dio vorrà. Allora potremo rallegrarci ed esultare veramente”.

Per questa conversazione ho pensato di fare l’ermeneutica della Dichiarazione Comune data l’alta qualità, di informazione e di impegno, che essa esprime.

 

1. Precedenti

 

Innanzitutto il Papa e il Patriarca esprimono un positivo apprezzamento su quanto avvenuto dal primo esemplare pellegrinaggio e incontro a Gerusalemme (1964) fra Paolo VI e Athenagoras I in poi e sulle iniziative prese, per riallacciare le relazioni e per incamminarle sul binario sicuro del dialogo della carità e di quello teologico. In questo contesto vengono ricordate le precedenti visite reciproche tra Paolo VI e Athenagoras (1967) e di Dimitrios I (1987) a Roma e Giovanni Paolo II (1979) al Fanar. I loro incontri, le preghiere fatte durante gli incontri, le dichiarazioni comuni hanno preparato e orientato l’apertura e lo sviluppo del dialogo teologico cattolico-ortodosso. In seguito Bartolomeo I succeduto a Dimitrios I ha fatto visita a Roma altre tre volte (nel 1995 e nel 2004 ben due volte).

La visita di Benedetto XVI al Fanar fa tesoro di questa esperienza e ne rilancia gli intenti di fondo contestualizzati nel momento storico attuale.

Il questo quadro i due firmatari segnalano in particolare due eventi aperti al futuro. Ricordano che è stato proprio in occasione della visita di Papa Giovanni Paolo II al Fanar (1979) che è stata resa pubblica la creazione della Commissione Mista Internazionale del dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. La Dichiarazione afferma: “Essa (la Commissione) ha riunito le nostre Chiese con lo scopo dichiarato di ristabilire la piena comunione”. Ciò significa che la prospettiva di lavoro di questa commissione non è uno stadio intermedio, come potrebbe essere la sola, ma sempre necessaria, conoscenza reciproca, o qualche forma di convivenza pacifica e anche dinamica di cooperazione. Lo scopo dichiarato è il ristabilimento della piena comunione.

Questo per quanto riguarda il livello dei rapporti con tutte le Chiese ortodosse insieme, rapporti che rimangono aperti all’avvenire.

Invece per quanto riguarda le relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, i due firmatari hanno ricordato “il solenne atto ecclesiale che ha relegato nell’oblio le antiche scomuniche, le quali, lungo i secoli, hanno influito negativamente sulle relazioni tra le nostre Chiese”. Si tratta delle scomuniche del 1054 tra il Patriarca Cerulario e il Cardinale Umberto da Silvacandida. I due firmatari, il Papa e il Patriarca, non si limitano a ricordare l’atto del 1965 con cui si è deciso di relegare nella dimenticanza quell’ evento venefico, ma aggiungono una constatazione e un impegno. “Non abbiamo ancora tratto da questo atto – essi dichiarano – tutte le conseguenze positive che ne possono derivare per il nostro cammino verso la piena unità, al quale la Commissione Mista è chiamata a dare un importante contributo”. Anche questo punto rimane quindi aperto al futuro, ma è importante che sia stato ricordato, affinché i gesti non rimangano parole vuote. Di quell’atto comune del 1965 non sono state tratte tutte le conseguenze, benché molte siano già state tratte e le relazioni ecclesiali siano diventate regolari e fraterne. Il Papa e il Patriarca segnalano comunque che altre conseguenze positive per la comunione devono essere individuate e realizzate per un passaggio concreto dalla psicologia delle scomuniche – della separazione – alla psicologia e alla prassi della comunione.

 

2. Situazione attuale del dialogo teologico

 

La Dichiarazione si inserisce con realismo nel contesto presente. Essa prende in considerazione una situazione in movimento che intende incrementare ed orientare.

Segnala con soddisfazione che nel mese di ottobre scorso è stato possibile riavviare il dialogo teologico nella sessione plenaria della Commissione mista in cui sono impegnate tutte le Chiese ortodosse (Belgrado 18-25 ottobre 2006), dopo una sospensione di alcuni anni, per difficoltà incontrate. I due firmatari affermano: “Abbiamo espresso la gioia profonda per la ripresa del dialogo teologico”.

Certamente vi era motivo di gioia. Dall’ultima sessione plenaria dell’anno 2000 tenuta a Baltimora (Usa) sul tema delle “Conseguenze eclesiologiche e canoniche dell’uniatismo” - questione sollevata permanentemente dagli ortodossi - non era stato possibile convocare la commissione.

In questi sei anni però, tanto da parte cattolica quanto ortodossa, vi è stata una positiva preparazione tanto da creare le condizioni, nelle relazioni tra le singole Chiese, per la ripresa del dialogo. La Dichiarazione fa riferimento esplicito: “Dopo un’interruzione di qualche anno, dovuta a varie difficoltà, la Commissione ha potuto lavorare di nuovo in uno spirito di amicizia e di collaborazione”. Le difficoltà a cui si allude, in parte si trovavano all’interno della Commissione per divergenze sul tema in programma, come si è detto, in parte provenivano da diverse tensioni esistenti per molteplici problemi tra varie Chiese ortodosse.

Nel nuovo clima creato si è tenuta la IX Sessione Plenaria della Commissione Mista Internazionale in cui sono state impegnate tutte le Chiese ortodosse (Belgrado ottobre 2006). E segno del nuovo clima è stata la partecipazione di tutte le Chiese ortodosse alla sessione, ad eccezione del Patriarcato di Bulgaria, per ragioni pratiche emerse all’ultimo momento. La Commissione è composta da 30 membri per parte (cardinali, metropoliti, vescovi, docenti di teologia, chierici e laici, uomini e donne). E’ presieduta da due co-presidenti: il Cardinale Walter Kasper e il Metropolita Joannis Zizioulas, e assistita da due co-segretari.

Questa ampia composizione manifesta anche la complessità del lavoro che essa svolge.

 

Il lavoro compiuto a Belgrado è stato teologicamente costruttivo, anche se non facile. Non facile perché si è preso come testo base di discussione un progetto elaborato dal Comitato di Coordinamento in una riunione avuta a Mosca nel lontano 1990. Quel progetto non era stato mai discusso dalla Commissione mista. Per la distanza di tempo, per l’ampio cambiamento di membri della Commissione, per nuovi elementi intervenuti all’interno delle singole Chiese, il testo doveva essere profondamente riveduto, anche se si condividevano l’impostazione e le prospettive di fondo.

 

La Dichiarazione comune apprezza positivamente l’operato della commissione. Afferma: “Trattando il tema “Conciliarità e autorità nella Chiesa” a livello locale, regionale e universale, essa (la commissione) ha intrapreso una fase di studio sulle conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa”. Il tema comprende lo studio del ruolo del prōtos a livello locale (vescovo), a livello regionale (metropolita, patriarca), a livello universale (vescovo di Roma). E’ facile intravedere in questa tematica la sua importanza per la ricerca dell’unità fra cattolici e ortodossi. Essa comprende la questione più importante, cioè: il primato del vescovo di Roma nella Chiesa, questione maggiore nel contenzioso fra cattolici e ortodossi.

 

La Dichiarazione Comune lo rileva affermando che la problematica che si è cominciata a trattare a Belgrado “Permetterà di affrontare alcune delle principali questioni ancora controverse”. La questione del primato è così nell’agenda della Commissione, e in pagine aperte e prossime. Questo si può ricavare anche dall’omelia pronunciata dal Papa lo stesso giorno per la festa di S. Andrea (30 novembre) nella cattedrale patriarcale. Il Santo Padre ha esplicitato l’affermazione indicando la questione del ministero primaziale del Papa nella Chiesa, non come una questione di sola indagine storica e teorica, ma proiettata alla vita della Chiesa. Ha ricordato la proposta fatta nell’Enciclica Ut Unum Sint (n. 95) da Papa Giovanni Paolo II e cioè “identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe  essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l’essenza, così da realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri”. Si tratta di cercare - secondo la terminologia di Giovanni Paolo II - nuove forme di esercizio del primato, nuove forme accettabili per gli uni e per gli altri, per i cattolici e per gli ortodossi.

Qui il Papa Benedetto XVI è stato categorico: “E’ mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito”. Questa prospettiva della ricerca di forme possibili di esercizio del primato, così da essere condiviso da cattolici e ortodossi, è aperta su una tematica decisiva per l’avvenire delle relazioni ecumeniche e per il ristabilimento della piena comunione.

 

Nella sessione di Belgrado - in concomitanza con la tematica del ruolo del vescovo di Roma nella Chiesa - è emersa una difficoltà tra gli ortodossi, sollevata dalla delegazione russa, sul modo di comprendere la taxis, l’ordine tradizionale tra le Chiese ortodosse, secondo cui la sede di Costantinopoli gode di un primato di onore. La questione è interna alla Chiesa ortodossa e, sebbene i cattolici non vi possano intervenire, essa causa difficoltà nel dialogo stesso. A questa situazione sembra alludere l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia in una intervista data a conclusione della sua visita a Roma, riferendosi alla Commissione mista di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme: “La Commissione…procede con serietà, con pazienza e coerenza nel suo difficile lavoro. Questo lavoro si realizza sotto il coordinamento della Santa Chiesa primaziale del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che noi – come Chiesa di Grecia – sosteniamo con grande senso di responsabilità davanti alla storia” (30 Giorni, novembre 2007, pp. 38-39).

 

3. Cooperazione in appoggio alla ricerca dell’unità

 

La dichiarazione fra il Papa e il Patriarca Bartolomeo I segnala vari spazi di cooperazione comune già possibile. Essa corrisponde a urgenze presenti e nello stesso tempo cementa e incrementa la ricerca della piena unità. E’aperta al futuro. Vengono tracciate varie linee di impegno per promuovere la piena comunione.

Giudica positivo il processo verso la costituzione dell’Unione Europea, che si indica come “grande iniziativa”. Ad essa cattolici e ortodossi intendono dare un contributo comune relativo alla difesa della persona con tutto il complesso del rispetto dei diritti umani, al rispetto delle minoranze con la protezione delle loro tradizioni culturali e specificità religiose. In particolare si afferma di non risparmiare sforzi per la protezione delle radici, delle tradizioni e dei valori cristiani dell’Europa. Il comune patrimonio cristiano può dare fecondi frutti per l’avvenire dell’Europa.

La Dichiarazione ha presente anche i problemi sociali e culturali del nostro tempo: povertà, sfruttamento delle persone, terrorismo, guerre, in particolare quella nel Medio Oriente dove vivono molti ortodossi e cattolici. La Dichiarazione afferma l’esigenza di intraprendere un’azione in favore del rispetto dei diritti umani nella convinzione – e vi si dice – che “le nostre tradizioni teologiche ed etiche possono offrire una base solida di predicazione e di azione comune”. In questa prospettiva è stata sottolineata la promozione concreta nei diversi luoghi del dialogo locale tra i cristiani ed anche del dialogo interreligioso con le altre religioni che si incontrano nei vari contesti di pluralismo religioso e culturale.

 

Va sottolineato l’impegno a collaborare per un annuncio rinnovato dell’Evangelo nel nostro tempo, in cui si sviluppano processi di secolarizzazione, correnti di relativismo, e perfino di nichilismo. Occorre presentare insieme il nostro comune patrimonio cristiano, convinti che “le nostre tradizioni rappresentano per noi -  affermano il Papa e il Patriarca - un patrimonio che deve essere  continuamente condiviso, proposto e attualizzato”.

Essi concludono questo argomento dichiarando: “Per questo noi dobbiamo rinforzare le collaborazioni e la nostra testimonianza comune davanti a tutte le nazioni”.

 

Verso il futuro

 

La Dichiarazione si rivolge in modo positivo verso il futuro e sollecita l’impegno a proseguire verso l’intensificazione delle relazioni fraterne, del dialogo teologico e della cooperazione pratica.

Si afferma che il Papa e il Patriarca auspicano che il loro incontro “di pastori nella Chiesa possa essere un segno ed un incoraggiamento per tutti noi a condividere gli stessi sentimenti e gli stessi atteggiamenti di fraternità, di collaborazione nella carità e nella verità”.

Guardando al futuro la Commissione mista ha nel suo programma scadenze immediate.

 

Un nuovo incontro è previsto entro questanno 2007. Sarà la Chiesa cattolica ad ospitare la sessione secondo il metodo dell’alternanza. Sono state valutate le possibilità concrete ed è stata scelta come sede la storica città di Ravenna ricca di tradizioni ecclesiali e splendida per monumenti bizantini. La sessione avrà luogo nel mese di ottobre (8-15 ottobre 2007). Nel frattempo si incontrerà a Roma il comitato misto di redazione (1-2 marzo 2007) che metterà a punto la parte del progetto discusso a Belgrado.

 

La Commissione è attiva e procede nel suo lavoro nella prospettiva concordata nel documento preparatorio del Dialogo teologico cattolico – ortodosso (1978) e parzialmente svolto con la pubblicazione di quattro documenti di accordo (1982, 1987, 1988, 1993).

Il Comitato Misto di Coordinamento di questa commissione, nel suo ultimo incontro (dicembre 2005) ha ricordato l’orientamento chiedendo che la nuova fase deve svolgersi “in continuità con i documenti già concordati dalla Commissione”… e che “il contesto generale del suo lavoro è la teologia della koinonia, o comunione, e che tale contesto necessita di essere rafforzato con uno studio ulteriore per permettere di approfondire il dibattito”.

 

“Siamo decisi a sostenere incessantemente il lavoro affidato a quella Commissione (per il dialogo teologico), mentre ne accompagniamo i membri con le nostre preghiere”. Questo affermavano il Papa Benedetto XVI e il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I nella loro Dichiarazione Comune.

 

Inoltre il Papa e il Patriarca si rivolgevano a tutti i cattolici e gli ortodossi:”Esortiamo i nostri fratelli a prendere parte attiva a questo processo con la preghiera  e con gesti significativi”.

 

Le relazioni ecclesiali

 

Le relazioni fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse hanno conosciuto durante l’anno anche importanti eventi a vari livelli. Alcuni fatti passano quasi inosservati, ma sono determinanti per la crescita della comunione affettiva, come la lettera pasquale che il Santo Padre invia da anni e regolarmente ai Capi delle Chiese ortodosse, l’invio dei documenti maggiori della Chiesa cattolica, nonché incontri del Santo Padre con delegazioni ortodosse. Così pure altri eventi ancora meno appariscenti ma importanti. Qualche esempio: il Comitato Cattolico per la Collaborazione Culturale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità assicura annualmente oltre 50 borse di studio a giovani ortodossi per studi post-universitari presso facoltà teologiche cattoliche. La Chiesa di Grecia offre 30 borse di studio estive a studenti cattolici di teologia per l’apprendimento della lingua greca e per un contatto diretto con le strutture culturali e pastorali della Chiesa ortodossa. Un gruppo di parroci di Atene è stato ospitato a Roma per prendere contatto con la Chiesa cattolica: e di riscontro un gruppo di sacerdoti romani è stato ospitato dalla Chiesa di Grecia. Si realizzano anche incontri ecclesiali, teologici, culturali e pastorali che cementano la comunione tra le Chiese.

Il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani  nel corso dell’ultimo anno ha avuto molti contatti con le singole Chiese ortodosse. Si è regolarmente mantenuto lo scambio di visite fra Roma e Costantinopoli per la festa dei  Santi Pietro e Paolo a Roma (29 giugno) e di S. Andrea al Patriarcato Ecumenico (30 novembre); una delegazione ortodossa bulgara è venuta a Roma per ricevere una reliquia di S. Giorgio; è venuta a Roma anche una delegazione del Patriarcato di Georgia. Il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani, ha fatto una visita in Georgia (febbraio)  e ha guidato la delegazione cattolica al Summit dei capi religiosi convocato dal Patriarca Alessio II a Mosca (luglio). Il Consiglio per la Cultura ha organizzato a Vienna un incontro con il Patriarcato di Mosca.

Non vanno dimenticate le crescenti relazioni tra Chiese locali cattoliche e Chiese ortodosse.

L’insieme di queste relazioni ed altre forme di contatti contribuiscono a rafforzare il clima di fraternità e di carità che cementano e fortificano lo stesso dialogo teologico.

Naturalmente colpiscono maggiormente la fantasia, i grandi eventi e questi hanno un oggettivo valore in sé, come la visita del Santo Padre al Patriarca Ecumenico S.S. Bartolomeo I (29-30 novembre), la visita al Santo Padre e alla Chiesa di Roma da parte di S. B. Christodoulos, Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia (13-16 dicembre). Va notato che è questa la prima visita ufficiale di un arcivescovo di Atene a Roma.

Le due visite si sono concluse, rispettivamente, con una Dichiarazione comune. Esse constatano il cammino fatto e impegnano l’intensificazione delle relazioni per il futuro. Metodologicamente – la prassi delle dichiarazioni comuni – è la via maestra verso l’unità: occorre incontrarsi, discutere, confrontare, concordare, professare insieme.

 

Si può dire che l’anno appena trascorso sia stato denso di eventi significativi per le relazioni fra cattolici e ortodossi.

Si può applicare a tutto questo complesso di relazioni quanto il Papa Benedetto XVI e il Patriarca Bartolomeo I hanno affermato del loro incontro e cioè: “E’ opera di Dio e per di più un dono che proviene da Lui”.

In questa nostra preghiera odierna rendiamo grazie al Signore (Besa/Roma).

 

SCUTARI

STUDIME GJUHËSORE

 

L’Istituto di Studi Albanesi “Gjergj Fishta” di Scutari  ha pubblicato un’opera in nove volumi di studi linguistici (Dr. David Luka, Studime Gjuhësore, Shkodër 1999-2006) di notevole interesse.

L’opera si suddivide in tre parti:

  • La prima parte si intitola: “Contributo all’etimologia della lingua albanese”. Contiene lo studio etimologico di oltre tre mila lemmi.
  • La seconda: “Contributo alla fonetica storica dell’albanese” contiene vari studi in parte già pubblicati sulla rivista “Studime filologjike”.
  • La terza: “Questione dell’onomastica albanese”. La toponomastica è in sostegno della autoctonia degli albanesi. L’autore scrive (vol. I, p.83): “I toponimi con origine illirica testimoniano la continuità dei nomi antichi, per una tradizione linguistica ininterrotta, in coerenza con lo sviluppo storico della fonetica albanese”.
  • Due più recenti volumi  al di fuori della serie “Studime gjuhësore” trattano la “Storia della Linguistica” e “La fonetica storica della lingua albanese”.

L’insieme costituisce l’espressione di una ricerca indefessa con una immensa raccolta di dati che l’autore  presenta con modestia  solo come contributi (Besa/Roma).

 

S. DEMETRIO CORONE

KALENDAR ARBËRESH 2007

 

L’Istituto comprensivo “Skanderbeg” di S. Demetrio Corone ha pubblicato un calendario didattico per l’anno 2007, curato dagli alunni delle scuole elementari assistiti dal gruppo degli insegnati. Di mese in mese viene pubblicata la foto di una classe. In ogni pagina si riproduce un disegno fatto dagli alunni.

Tutto lo scritto è in arbëresh: mesi, giorni, didascalie, testi di proverbi, poesie e informazioni varie.

Per esempio nel mese di febbraio si riportano queste notizie: “Ditën 1 fjavar 1794 u vendos transferimi i kollegjit “Corsini” ha Shën Benedhiti ndë Shën Mitër.

(Il I febbraio è stato deciso il trasferimento del collegio “Corsini” da S. Benedetto a S. Demetrio).

Ditën 13 fjavar Papa Benedikti XV krijoi Eparkinë e Ungrës dhe i pari peshkop qe Zoti Xhuani Mele”.

(Il 13 febbraio Papa Benedetto XV la creato l’Eparchia di Lungo e il primo vescovo è stato Mons. Giovanni Mele).

Questo calendario didattico è una iniziativa intelligente ed encomiabile (Besa/Roma).

 

S. COSTANTINO ALBANESE

NOTIZIE ISTORICHE DEGLI ALBANESI

 

In edizione fotostatica è stato ripubblicato il prezioso opuscolo di D. Michele Scutari del 1825 (Notizie Istoriche sull’origine e stabilimento degli Albanesi nel Regno delle due Sicilie; sulla loro indole, linguaggio e rito, compilate da R. Arciprete di S. Costantino D. Michele Scutari, Potenza nella Tipografia di Basilicata, 1825).

L’informativa è stata scritta per il “Consigliere dell’Intendenza di Basilicata”  e intende “ribadire tante fole che con obbrobrio degli Albanesi si spacciano sulla loro origine”.

La “memoria” comprende 6 capitoli: (1) Cenno storico; (2) Stabilimento degli Albanesi nel Regno di Napoli; (3) Indole, costumi e procedura degli Albanesi; (4) Linguaggio albanese; (5) Rito degli Albanesi: (6) Albanesi di rito greco e Albanesi latinizzati e conclusione. Allo scopo preciso di evitare le “fole” sugli Albanesi l’Autore scrive: “La loro origine è nobile, e rispettabile è il fine, per cui dalle contrade illiriche vennero ad abitar questo suolo. Fedeli alla Religione cattolica, per serbarla inviolata nei loro cuori, non curarono ricchezze ed averi amplissimi nell’Albania, Epiro e Macedonia, e si rifugiarono nell’Italia per rendere all’Altissimo libero il culto di loro ortodossa credenza, che non seppero mai abiurare anche negli estremi casi. Ridonta ciò piuttosto a di loro gloria, ed onore, anziché a rimprovero, od ignominia” (p. 21).

E’ orgoglioso della tradizione greco-bizantina, ma si distingue dalle opzioni scismatiche.

La Grecia al solo nome richiama in memoria il soggiorno delle scienze, e delle arti, e la memoria dei più celebri uomini di ogni genere. Se colà sursero i primi Padri e Dottori della Chiesa, che furono colonne stabili di nostra ortodossa credenza, e co’ loro lumi illustrarono le verità evangeliche; se da quelle Regioni Orientali spuntò alla Chiesa Latina ogni lume della cristiana fede, e colà ebbe culla la Religione; eran questi valevoli motivi, e giusti da far rispettare, e venerare dai Latini il rito greco, che seguivan gli Albanesi in questo Regno introdotti: pure non so per qual follia e strano ardire si videro bersagliati i preti Albanesi dai Vescovi Latini e dai Baroni, al vedere i Sacerdoti Greci con figli e mogli, e credean questi scismatici o partigiani dell’errore di un Fozio e di un Michele Cerulario…” (p. 25).

In seguito presenta alcune caratteristiche della tradizione bizantina degli Albanesi in Italia.

“Nel rito Italo-Greco Albanese si crede e si afferma quanto insegna e propone a credere la Sacrosanta Ortodossa Chiesa Romana su tutt’i dommi della Fede , e si ammette il primato del Capo Visibile della Chiesa medesima. Si consacra in pane fermentato. Si esprime la forma del S. Battesimo in terza persona. Si permette a’ Sacerdoti per una sola volta il coniugio prima del Suddiaconato, ma che sia la donna che si prende in isposa, una vergine, non vedova, non sordida: legge però permittente! Sono gli Albanesi sottoposti alla giurisdizione de’ Vescovi Latini Ordinarj, e dovrebber questi tenere un Vicario per conoscere a minuto gli affari del rito. Si osservano dagli Albanesi quattro Quadragesime in tutto il corso dell’anno.

Nel Sabato si permette l’uso delle carni, ed il Mercoledì e Venerdì è astinenza. Nel giorno di Sabato non si digiuna, tranne il Sabato Santo. L’Eucaristia può amministrarsi in ambe le specie. Si osservano le solenni feste di Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Natale, Circoncisione ed Epifania nel giorno istesso, che si celebrano da’ Latini…” (p. 29).

L’opuscolo mostra l’autocoscienza cattolico - bizantina di un sacerdote italo-albanese all’inizio del secolo XIX (Besa/Roma).

 

ROMA: QUARESIMA A S. ATANASIO

 

L’intero periodo di preparazione alla Pasqua è guidato dal libro liturgico del Triodion e viene scandito dalla pericope evangelica della domenica che dà il nome a ciascuna settimana.

 

1. Preparazione alla Quaresima

28 gennaio: Domenica del pubblicano e del fariseo.

Tema della corretta preghiera

4 febbraio: Domenica del figlio prodigo

Tema della conversione e ritorno al Padre

10 febbraio: Commemorazione dei defunti

11 febbraio: Domenica di carnevale

Da questo giorno non si mangia più carne

18 febbraio: Domenica dei latticini

Da questo giorno non si mangiano latticini

 

2. Grande e Santa Quaresima

19 febbraio: Inizio della Grande e Santa Quaresima

Ogni mercoledì si celebra la Liturgia dei Presantificati

Ogni venerdì: celebrazione dell’Inno Akathistos

Ogni sabato: celebrazione dell’esperinòs

25 febbraio: I Domenica di Quaresima – Domenica dell’Ortodossia. Lettura del Synodikòn del Concilio di Nicea II e processione delle icone

4 marzo: II Domenica di Quaresima. Le Chiese ortodosse commemorano S. Gregorio Palamàs

11 marzo: III Domenica di Quaresima

Adorazione della preziosa e vivificante Croce

18 marzo: IV Domenica di Quaresima.

Commemorazione di S. Giovanni Climaco

25 marzo: V Domenica di Quaresima.

Commemorazione di S. Maria Egiziaca

Annunciazione della SS. Madre di Dio.

31 marzo: Resurrezione di Lazzaro

1 aprile: Domenica delle Palme

Benedizione e distribuzione delle palme

La sera: Ufficio del Nympfìos

2 aprile: Inizio della Grande e Santa Settimana.

 

La Chiesa di S. Atanasio ha organizzato un ciclo di mistagogia sacramentale. La prima  lezione avrà per tema “I sacramenti dell’Iniziazione cristiana”. Sarà tenuta da p. Miguel Arranz, s.j. professore emerito del Pontificio Istituto Orientale. E avrà luogo il 17 febbraio 2007 alle ore 17,30 nella sede del Circolo Italo-Albanese di Cultura “Besa-Fede” in Via dei Greci 46 (Besa/Roma).


Teologia quotidiana

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HESYCHIA (16): L’IMPASSIBILITA’ CHE E’ IMITATRICE DI DIO - CIELO SULLA TERRA

 

L’impassibilità (apàtheia) è una qualità prossima alla serenità (hesychìa). S. Giovanni Clinico nella “Scala del Paradisi” dedica all’impassibilità il gradino 29, mentre solo poco prima nel gradino 27 tratta della “santa esichia del corpo e dell’anima”. La nozione di apàtheia, come liberazione dai piaceri e indifferenza ai mali della vita, era nota e usata dai filosofi greci e in particolare era supremo ideale etico dello stoicismo. Questa prospettiva viene assunta dall neoplatonismo di Plotino e da Clemente Alessandrino e fusa con la purificazione (katharsis) e la formula “somiglianza a Dio per quanto possibile” (homòiōsis Theō tò dynatòn) di Platone (Teeteto 176b). L’impassibilità è attributo di Dio. Per suo istinto l’uomo è passionale (empathēs) mentre Dio è impassibile (apathēs). L’uomo potrà partecipare a questa proprietà dopo la sua risurrezione. Ma secondo il Climaco per l’uomo mortale l’apàtheia è una pregustazione parziale della incorrutibilità futura. Nell’affrontare questo tema egli ha la coscienza di “avere l’incredibile audacia di iniziare un discorso sublime sulle delizie celesti che si possono godere sulla terra” (La Scala, 29,194, ed. Città Nuova1989). E quindi spiega: “E’ possessore vero dell’apatia chi è e si può riconoscere diventato del tutto puro nella carne e sublimato in cima alla sua anima al disopra della natura creata. Egli infatti allo spirito ha soggiogato i sensi e al cospetto del Signore ha piegata l’anima, sì che a Lui tende con tutte le sue forze”.

 

1. Per sè l’apatia è adorna di virtù “come il firmamento dello splendore degli astri”.  Ma “vi è modo e modo di fruire dell’apatia: c’è chi ne ha di meno e chi ne ha di più” (La Scala, 29, 195).L’apatia, che nel cristiano è intesa non come inattività, ma come qualità dinamica, tesa al raggiungimento della perfezione, si ottiene gradualmente con l’esercizio delle virtù. E’ progressivo autodominio degli istinti, dei desideri, dei pensieri, delle azioni. L’ascesi ininterrotta, corroborata dalla preghiera, porta alla condizione di equilibrio e di armonia fra corpo e anima. Il Climaco indica numerosissimi esempi: “E’ vertice della pazienza il reputare sollievo la tribolazione”, “è vertice della magnanimità rimanere tranquilli di fronte all’offensore”; “è segno distintivo e salutare  di umiltà il serbare umile lo spirito pur tra alte imprese e somme virtù”. Il vero apathēs non sa neanche dire “cosa sia l’essere indifferenti a queste lotte, perché strettamente unito a Dio ora e sempre”. Ma perché spendere altre parole? Si chiede il Climaco e risponde: “Basti dire che chi realizza l’apatia vive non più lui, ma è il Cristo che vive in lui” (La Scala, 29,196). Questo stadio di perfezione si ottiene con la grazia di Dio e non con un semplice tentativo stoico o plagiano.

 

2. L’apatia è “una compiutezza incompiuta” (La Scala, 29,194). E’ uno stadio perfettibile; contiene in sé un’idea di progresso, di avvicinamento a Dio, di crescita nella somiglianza a Dio realizzando le potenzialità dell’immagine divina secondo cui è stato modellato l’uomo. “L’apatia non sarà mai perfetta se si trascura una sola virtù, qualunque essa sia” (La Scala, 29,196). Qui il Climaco usa la visione della casa del Padre dove vi sono molte mansioni (cfr Gv 14, 2). La vede come un palazzo nella Gerusalemme celeste “e il suo baluardo è la remissione dei peccati”. Egli esorta: “Corriamo, fratelli, per poter entrare al convito che in tale palazzo è preparato”.  L’esortazione a “correre” esprime tutto lo sforzo fisico e spirituale per raggiungere la meta. Egli sta parlando dell’apatia-perfezione che non è un stato apatico, abulico, immobile, ma viene sottolineato il movimento e possibilmente spedito. L’apatia però si raggiunge per gradi. Usando la stessa immagine il Climaco indica due altre possibilità. Se disgraziatamente fossimo ancora impediti da qualche fardello di peccato, “cerchiamo di giungere almeno a qualche mansione vicina, al palazzo dove si trova la camera nuziale”. E se non siamo in grado di fare neanche questo? Se la nostra natura e la nostra personalità interiore sono deboli? “Se poi già vacilliamo e ci lasciamo andare affranti, facciamo almeno tutto per stare al di dentro del Muro”. Entriamo almeno dentro la cinta della Gerusalemme celeste, oltre il muro del peccato. E’ una immagine che esprime vari gradi di perfezione e nello stesso tempo la sinergia umana alla grazia (il palazzo, le varie mansioni, la camera nuziale, l’invito ad accedervi). Il Climaco esorta a “correre” per arrivare in tempo ed “aprire una breccia” nel muro di separazione creato dal peccato. Esorta alla conversione.

 

3. La via che porta all’apàtheia è in salita, è lunga, è aspra e piena di burroni scoscesi. Le spine delle tentazioni rendono difficile il percorso. Il Climaco ne ha l’esperienza diretta e raccontata dai suoi amici monaci, camminatori solitati sulle vie di Dio. Egli esorta: “Non  andiamo a mendicare pretesti accusando il nostro stato di caduti, la mancanza di un’occasione propizia, il peso che ci costa la risalita”. Situazioni tutte realistiche. Ma il Climaco fa appello all’atto fondamentale della vita cristiana, al battesimo e alla sua spinta  dinamica spirituale: “A quanti siamo stati rigenerati nel battesimo il Signore ha dato di poter diventare figli di Dio”. E ha detto: “Mettetevi all’opera, riconoscete che sono il vostro Dio”. E aggiunge: “La santa apatia ci innalzerà dalla terra al cielo” (Besa/Roma).

Roma 2 febbraio, Presentazione al Tempio

 

 

 

Circolare novembre 2006                                                                                                                    188/2006

Sommario

I detti di Gesù (46): Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe...........................          1

ROMA: Preghiera per l’unità dei cristiani 2007.............................................................................          2

VILLA BADESSA: La più giovane Comunità arbëreshe...............................................................          3

PITTSBURGH: Commento catechetico della Divina Liturgia.........................................................          5

VATICANO: Nuovo Ambasciatore di Albania presso la Santa Sede..............................................          6

ROMA: Nuovo Ambasciatore di Albania presso il Quirinale..........................................................          7

COSENZA: Nuovi studi sugli Italo-Albanesi.................................................................................          8

PIANA DEGLI ALBANESI: Paramenti liturgici antichi................................................................          8

COSENZA: Dizionario biobibliografico degli Italo-Albanesi............................................................          9

VENEZIA: Sussidio liturgico per i Romeni greco-cattolici..............................................................          9

MACEDONIA: Festival della poesia........................................................................................... .         10

S. BENEDETTO ULLANO: 150° Anniversario della morte di Agesilao Milano.............................          10

ROMA: Festa Nazionale di Albania 2006.....................................................................................          10

Hesychìa: Conformare la propria volontà al volere di Dio..............................................................          11

 

Ta lòghia – I detti di Gesù (46): “Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”

 

I discepoli sono stati scelti e già introdotti nei misteri della rivelazione. Gesù li invia in missione, per predicare che il regno dei cieli è vicino e per portare i segni della salvezza, guarendo gli infermi, risuscitando i morti, scacciando i demoni. Come la missione di Gesù anche quella dei discepoli è ardua. Essa richiede fede e abnegazione, perché incontrerà opposizioni e persecuzioni. Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).

Poco prima Gesù aveva parlato delle folle d’Israele “come pecore senza pastore” (Mt 9, 36) e ne aveva avuto compassione, perché senza guide, senza difesa, inermi. Ora egli assume parte dell’immagine e la applica agli stessi pastori, alle guide, allargandola con la nota peggiorativa della presenza dei lupi, affamati, assassini, violenti. Essa indica “la condizione degli apostoli in mezzo ad avversari pericolosi” (Pierre Bonnard). I lupi sono gli avversari che in ogni tempo si oppongono all’annuncio del regno di Dio e quindi alla missione degli apostoli.

In questa situazione i discepoli non si devono adeguare alle leggi di questo mondo: tentati ad usare potenza e malvagità, opponendo al male il male; d’altra parte essi non devono essere pusillanimi, ingenui, ignavi. Gesù dà loro un mandato paradossale: “Siate dunque prudenti (phrònomoi) come i serpenti e semplici (akèrairoi, senza doppiezza, senza ambiguità) come le colombe”. Gesù sollecita la partecipazione attiva e prudente dell’apostolo. Questi non deve passivamente attendere tutto dalla “misericordia” di Gesù, che pure ha per le folle e per i suoi pastori. Egli aveva già detto che “l’uomo prudente (phònimos) costruisce la sua casa sulla roccia” (Mt 7, 24).

I due aspetti in parte si contrappongono: serpente e colomba; prudenza e semplicità. In questo caso sono presentanti come complementari. Il simbolismo di candore della colomba è più facilmente percepibile. L’immagine del serpente è più ambigua, anche in relazione a quanto riferisce la Genesi nel peccato di Eva e di Adamo. Nel nostro caso viene indicata la prudenza del serpente che nella mentalità popolare rappresenta l’attenzione a non lasciarsi uccidere, usando lentezza o velocità, circospezione e misura del pericolo. S. Giovanni Crisostomo (Omelie sul Vangelo di Matteo, 23, 2) spiega che Gesù “ha contemperato entrambi questi elementi perché divenissero virtù, assumendo la prudenza del serpente perché non si venisse colpiti mortalmente e la semplicità della colomba perché non si rendesse il contraccambio a coloro che fanno del male”(Besa/Roma).



ROMA

PREGHIERA PER L’UNITA’ 2007

 

Il tema della preghiera per l’unità dei cristiani per il 2007 è preso dal Vangelo di Marco: “Fa sentire i sordi e fa parlare i muti” (Mc 7,31-37). Riportiamo la presentazione scritta da mons. Eleuterio F. Fortino per la “Guida liturgico–pastorale” della Conferenza Episcopale Laziale:

 

Presentazione del tema

 

“Tutti erano molto meravigliati e dicevano: “È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!” (Marco 7, 31-37). Ascolto e annuncio: due dimensioni essenziali per la vita cristiana e per lo stesso impegno ecumenico. Il brano evangelico proposto per la preghiera per l’unità di quest’anno ricorda inoltre che in assenza di queste dimensioni il Signore interviene e guarisce l’uomo perché, riportato alla condizione che corrisponde alla natura redenta, possa realizzare se stesso e vivere nella comunione con gli altri, mettendosi in contatto con essi, dopo aver riacquistato la capacità di “sentire e parlare”.

La proposta iniziale di questo tema è venuta da un gruppo ecumenico del Sud Africa, avendo come spinta contingente una situazione particolare locale, in cui si stenta a “parlare” per remore personali e per condizionamenti sociali. Una tale situazione si manifesta anche altrove, là dove la reticenza diventa connivenza con il male, per timore o per interesse. La proposta proveniente dal Sud Africa è stata rielaborata e preparata per la divulgazione internazionale dal Comitato misto per la preghiera tra il Consiglio Ecumenico delle Chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

 

1. Le dimensioni di ascolto e di annuncio sono strettamente connesse. Il brano evangelico, nello stile sobrio, sintetico di Marco lo esprime in modo efficace. Presentarono a Gesù “un uomo sordo e muto, pregandolo di imporgli le mani”. Il contesto è esplicitamente religioso, come indica la domanda di “imporgli le mani” perché la guarigione che può operare “il profeta” proviene dalla potenza di Dio. Gesù compie un atto e pronuncia una parola, ad immagine della struttura sacramentale. Innanzitutto porta in disparte, lontano dalla folla, il sordomuto. L’incontro vero con il Signore è strettamente personale, la conversione è sempre personale. Quindi mise le proprie dita nelle sue orecchie e con la propria saliva toccò la lingua. Ordinò: “Effatà” cioè, “Apriti”, sordomuto: “Apriti”, apritevi orecchie, apriti lingua, sciogliti per comunicare agli altri quanto il Potente ha operato in te. Altrettanto sobria ed essenziale è la sintesi: “ Subito le sue orecchie si aprirono, la sua lingua si sciolse ed egli si mise a parlare molto bene (Mc 7,37). Poter ascoltare e poter parlare è un dono di Dio.

 

2. L’ascolto della Parola di Dio è prioritario nella visione cristiana. Solo dopo aver ascoltato l’Evangelo di salvezza si può parlare agli altri per comunicarlo. Ciò che ha operato con la guarigione del sordo muto Gesù lo dichiara anche con le parole. Nell’episodio di Marta e Maria. Entrambe le sorelle intendono accogliere amichevolmente e degnamente Gesù nella loro casa. Marta si preoccupa di “molte cose”, di tutto quanto è necessario e utile per una tale accoglienza, mentre Maria “si era seduta ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola” (Lc 10, 39). Alle proteste di Marta Gesù le dà l’indicazione fondamentale di ogni credente: “Tu ti inquieti e affanni per molte cose. Una sola cosa è necessaria. Maria invece ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta” (Ibidem, 41). In maniera più tagliente Gesù ribadisce questo suo insegnamento alla donna che elogiava sua Madre perché lo aveva portato in grembo chiamandola beata. Gesù ribadisce: “Beati piuttosto (menoùn - quinimmo) coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28).

 

3. Uno dei modi per mettere in pratica la Parola di Dio è annunziarla agli altri. Parlare, quindi. “Andate in tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura” (Mc 15,15). La questione ecumenica è legata a questo mandato. Il Decreto del Concilio Vaticano II fa esplicito riferimento a questo versetto e dichiara che “tale divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (UR,1). La divisione, come già da quasi un secolo ha messo in rilievo la conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (1910), indebolisce l’annuncio cristiano. Come possiamo annunciare da cristiani divisi che Gesù è l’unico Signore e Salvatore del mondo? La questione si radica nella preghiera stessa di Gesù: “Che tutti siano uno, affinché il mondo creda” (Gv 17,21). Parlare con gli altri per riflettere sulla Parola di Dio e trarne le conseguenze che impegnano gli uni e gli altri fa parte dell’intero movimento ecumenico. Il dialogo è strumento essenziale della ricerca della piena unità dei cristiani, nelle molteplici dimensioni di presentazione della propria fede, di ascolto della esposizione degli altri, del confronto e del tentativo di instaurare convergenze e soluzioni dei problemi controversi. Il decreto sull’ecumenismo lo segnala con chiarezza. Enumerando le iniziative per la ricerca dell’unità, segnala le conversazioni che si tengono “con intento religioso” tra i cristiani e in particolare “il dialogo avviato tra esponenti debitamente preparati della propria comunità, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria comunità e ne presenta con chiarezza le caratteristiche. Infatti con questo dialogo tutti acquistano una cognizione più vera e una più equa estimazione della dottrina e della vita di entrambe le comunioni ed inoltre quelle Comunioni conseguono una più ampia collaborazione in qualsiasi dovere richiesto da ogni coscienza cristiana per il bene comune” (UR,4).

Il brano evangelico scelto per questa settimana ci ricorda un’altra dimensione. “Gesù ordinò di non dire nulla a nessuno, ma più comandava di tacere, più la gente ne parlava pubblicamente” (Mc 7,36). Ciò corrispondeva alla progressiva rivelazione del segreto messianico, necessario per la maturazione della fede dei seguaci di Gesù. Ma ci segnala anche un altro aspetto della predicazione: quello della testimonianza. L’annuncio attraverso le opere. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,15). Ciò vale anche per l’ecumenismo. Vivere già da ora, per quanto possibile, la comunione esistente significa favorire concretamente la maturazione dell’unità. Lo aveva intravisto il decreto Unitatis Redintegratio quando affermava: “Si ricordino tutti i fedeli che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l’unione quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme all’Evangelo”.

 

4. “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese (Ap 2,11). Si può avere orecchi e non sentire, non voler sentire, non ascoltare. Lo Spirito dice a ciascun cristiano: chi ha orecchi da intendere intenda. Lo Spirito dice alle Chiese del nostro tempi che l’unità dei Cristiani è intimamente legato alla evangelizzazione ed anche alla ri–evangelizzazione. Gesù lo aveva indicato nel modo sublime della preghiera. Aveva pregato che i suoi discepoli siano uniti, siano uno, una cosa sola, affinché il mondo, l’umanità creda nel Figlio di Dio, Signore e Salvatore del mondo. E così il mondo, l’umanità intera, sia salva (Besa/Roma).

 

VILLA BADESSA

LA PIÚ GIOVANE COMUNITÁ ARBËRESHE

 

Villa Badessa (Pescara), per il fatto che si trovi lontano dal nucleo più numeroso delle Comunità arbëreshe, è poco nota. Di solito negli studi sugli Albanesi d’Italia viene indicata come l’ultima immigrazione, in forma compatta, di Albanesi. Eppure essa presenta caratteristici elementi per completare il quadro della storia degli Arbëreshë. La sua storia è anche interessante per studiare l’intero arco dell’evoluzione di una comunità emigrata, che va dal trapianto in un altro paese (nel nostro caso dall’Albania in Italia) all’isolamento culturale, alla lenta integrazione nel nuovo tessuto nazionale, alla progressiva perdita delle tradizioni tipiche e finalmente della stessa lingua d’origine.

Il documento che qui presentiamo si trova nell’Archivio della S. Congregazione di Propaganda Fide e si riferisce all’anno 1841, quando su incarico e per conto della Propaganda Fide, mons. Antonio Mussabini, arcivescovo di Smirne, Visit. Apost. delle colonie greche, nel contesto di una visita canonica a tutte le comunità di rito greco in Italia, si è recato anche a Villa Badessa

Ecco la sua informazione (Acta 1841, ff. 477-479) su Villa Badessa:

 

Origine della colonia greca di Villa Badessa

e stato generale di quella chiesa

 

Dalla città di Pichierni nell’Albania fieramente attaccata e soverchiata dai Turchi, nell’anno 1744, molte famiglie della medesima si rifugiarono nel Regno di Napoli con tre sacerdoti di rito greco.

 

Profughi dall’Albania accolti dal re Carlo III

Furono essi umanamente ricevute dal Re Carlo III, il quale diede loro a popolare il feudo rustico di Villa Badessa negli Abruzzi e sborsò 3300 ducati dal regio erario per provvedere queste famiglie di bestiami, attrezzi rustici ed altro necessario a fabbricare case e coltivare terreni.

Vi eresse ancora una chiesa in onore di Maria Vergine in cui si dovesse professare il rito greco, e la dotò di alcuni benefici che servissero di sostentamento al parroco.

Furono in seguito stipolate, dal medesimo Sovrano alcune capitolazioni concernenti questa colonia, ove sono da notarsi gli articoli XII, XIII, e XIV, nei quali sua Maestà dichiarò che la chiesa da se eretta dovesse essere di jus padronato regio, di rito greco cattolico, e dipendente dall’Ordinario del luogo.

Questa chiesa era per il passato soggetta all’Abbate della vicina città di Pianella, ma l’abbazia essendo stata soppressa venne la medesima chiesa assoggettata alla giurisdizione del Vescovo di Penne.

Dalle ricerche che ho fatto negli archivi di Pianella e di Penne non ho potuto trovare alcun documento che trattasse dell’amministrazione di questa chiesa, e benché sieno cento anni da che essa fu fondata, tuttavia non si vedono figurare nei predetti archivi che i soli nomi dei tre ultimi parrochi: cioè di papà Giovanni Vlasi, di papà Nestore Palli, e di papà Gregorio Colonnà parroco attuale.

Papà Giovanni Vlasi era nativo di Villa Badessa medesima; e sebbene fosse stato ordinato sacerdote da un Vescovo scismatico non di meno nella curia vescovile non si ritrova la sua abiura, né la sanatoria pontificia, ma semplicemente una carta dell’esame che ha subito prima di occupare la carica di parroco. L’attuale Vescovo di Penne che l’ha conosciuto personalmente mi assicura essere egli stato sempre di fede dubbia, e di non aver mai domandato il sacro Crisma dal suo Ordinario, bensì dai Vescovi scismatici. Papà Nestore Palli, nativo parimente di Villa Badessa ed ordinato sacerdote da un Vescovo scismatico dell’Albania, è quel medesimo che anni fa si era intruso nella cura parrocchiale della chiesa greca di Napoli, e che poi dovette abbandonarla per non aver voluto assoggettarsi a certe condizioni impostegli dal Cardinal Arcivescovo. Costui ritornato in Villa Badessa fu, dietro un semplice esame e senza ulteriori informazioni, surrogato al già morto papà Vlasi nella cura parrocchiale di quella chiesa; ma la sua inclinazione forse allo scisma, o (come egli dice) il bisogno della sua famiglia lo fece rinunziare a questa carica, e quindi partito coi suoi si trasportò in Grecia in mezzo agli scismatici. Fu in quest’occasione che i coloni di Villa Badessa chiamarono da Barletta l’attuale parroco Gregorio Colonnà, che allora era scismatico, e che in seguito essendo andato in Roma si convertì alla fede cattolica, come e bene noto alla Sagra Congregazione di Propaganda.

Dal fin qui esposto apparisce chiaramente che la Colonia greca di Villa Badessa fu sempre, se non apertamente e di professione scismatica, poiché a ciò si oppongono i regi decreti, almeno coi fatti molto propensa allo scisma e pronta forse a dichiararsi tale se le si fosse presentata l’occasione opportuna. Difatti lungi dall’osservare la bolla Etsi pastoralis che nel regno si considera come accettata, i greci di Villa Badessa hanno sempre agito in contrario, e lungi dall’avere alcuna comunicazione colle altre colonie cattoliche della Calabria e della Sicilia e coi vescovi greci che quivi dimorano, hanno avuto per lo contrario continua corrispondenza coi scismatici dell’Albania, di Corfù e di Barletta; ed è da questi luoghi che hanno chiamato sempre sacerdoti per il servizio della loro chiesa, ed è a questi medesimi luoghi che hanno sempre mandato a ricevere gli ordini sacri quelli dei loro giovani che vollero abbracciare lo stato ecclesiastico.

Apparisce in secondo luogo che gli Abbati di Pianella e quindi i Vescovi di Penne non hanno usato quella vigilanza la quale se per qualunque chiesa è necessaria a più forte ragione lo deve essere per una chiesa greca da cui rare volte è lontano il pericolo di scisma. Infatti, è cosa strana che in una ben regolata diocesi non si ritrovi alcun documento riguardante l’amministrazione di questa chiesa, né alcun indizio della osservanza della bolla benedettina, né alcun ordine della curia vescovile a questo proposito, né istituzioni canoniche di parrochi, né dispense di matrimoni che pure devono essere stati frequenti, né alcun’altra carta relativa alle comunicazioni che devono mantenersi coll’ordinario del luogo. Inoltre non si può concepire come siasi perduta affatto ogni memoria dei parrochi che precedettero i tre ultimi sumentovati a segno che non si conosca come e da chi fosse amministrata questa chiesa per lo passato. Né finalmente reca minore sorpresa che anche questi tre ultimi parrochi sieno andati ad ordinarsi in paesi scismatici, e quindi si sieno intrusi nell’amministrazione parrocchiale sotto gli occhi dell’ordinario diocesano.

 

Stato attuale della chiesa

Lo stato materiale di questa chiesa è così deplorabile che più non si potrebbe immaginare. L’edificio per la maggior parte scoperto a modo che gli abitanti sono costretti di assistere ai divini uffici a cielo nudo; le pareti ruvide e sconcie, il vacuo ingombro di materiali, il Sancta Santorum sudicio e disordinato, i libri liturgici rosi dalle tarle e scompagnati a segno che si rendono quasi inservibili, e questi con altri utensili collocati disordinatamente sopra la mensa sulla quale si celebra ed è riposto il Ssmo Sacramento che io ho trovato rinchiuso nel tabernacolo unitamente ad una bottiglia nera contenente dell’acqua santa; i sacri arredi pochi e assai deteriorati, le immagini logore e sparse senza ordine, questo è quanto si presenta alla vista di chi va ad osservare questa miserabile chiesa. Non reggendomi il cuore a tanta desolazione ho creduto bene di lasciare al parroco scudi venti acciò si impegnassero per la pulizia immediata ed urgente, ed intanto ho diretto una lettera al Nunzio Apostolico con una supplica del curato tendente ad ottenere dal real governo un sussidio bastevole almeno a coprire il tetto, né ho lasciato di sollecitarlo ad impegnarsi per quest’oggetto.

La popolazione di Villa Badessa ascende a circa quattrocento individui. Come questi sono all’estremo ignoranti in materia di Religione, e per lo passato furono diretti sempre da sacerdoti sospetti di scisma, così sembrano imbevuti di scismatici pregiudici, onde avviene che manifestino una specie di avversione ai latini e a tutto ciò che è di rito latino. Invano finora si è tentato di indurli a ricevere la cresima da un Vescovo, mostrandosi persuasi che loro basti quella che dicono aver ricevuta nell’amministrazione del Battesimo. Io vedendo l’impossibilità di torli di errore e prevedendo li gravi sconcerti che nascerebbero se si volessero costringere, sono rimasto inteso col vescovo di Penne e col loro parroco, di lasciarli tranquilli per ora affinché mediante le opportune istruzioni catechistiche si persuadano soavemente a ricevere un giorno questo insigne sacramento. Frattanto il curato che fin’ora amministrava la Cresima in un col Battesimo, dietro le mie ammonizioni mi ha promesso che d’ora in poi si sarebbe astenuto da ciò fare, adoperando solo quelle unzioni che non costituiscono il sacramento della Cresima.

Gli altri gravi abusi da me trovati in questa chiesa sono: che non si segue il Calendario Gregoriano, che le specie sacramentali non vengono rinnovate ogni otto o quindici giorni, che gli oli santi benché da qualche tempo in qua si prendano dall’Ordinario diocesano, pure non si rinnovano ogni anno, che nel sacramento della confessione si adopera la formola deprecatoria e non quella del Concilio Fiorentino, che in una parola si pecca contro tutti i punti della bolla benedettina. Siccome però ho osservato che ciò proveniva dalla ignoranza o indolenza del parroco, così dopo avergli date le opportune istruzioni e aver fatto intesa la curia vescovile di tutti questi abusi, ho ordinato una traduzione italiana della Bolle medesima affinché il parroco possa intenderla ed osservarla, il che mi promise di fare. Però è sempre necessario che la Sagra Congregazione colla sua suprema autorità imponga sia al Vescovo che al parroco l’osservanza di questi punti importanti. Finalmente non esistendo in quella colonia alcun catechismo, il parroco si trova costretto a spiegarlo oralmente ai fanciulli; perciò io ho promesso al medesimo che la Sagra Congregazione lo provvederebbe quanto prima di varie copie di qualche piccolo catechismo stampato in Italiano; com’anche di una muta di libri liturgici.

La Sacra Congregazione non ignora essere in Villa Badessa un sacerdote di nome Ciriaco d’Andrea, il quale si portò già in Roma per essere abilitato, ma fu lasciato sospeso per la sua grande ignoranza. Al mio arrivo colà mi fu presentata dalla maggior parte della colonia una supplica, che rimetto alla Sacra Congregazione, nella quale mi si domanda la riabilitazione di questo sacerdote. Il parroco mi assicurò che la di lui condotta da qualche tempo è soddisfacente, e che d’altronde ha imparato tanto da potere convenientemente celebrare. Mi soggiunse di più che la di lui riabilitazione sarebbe molto necessaria non potendo egli solo bastare ai bisogni della popolazione. Non fidandomi di tutto ciò, ho richiesto che il medesimo papà Ciriaco si provvedesse di un certificato del parroco sulla sua scienza e condotta, e di più presentasse in scriptis la professione di fede con promessa di continuare lo studio, e di sottoporsi a capo di un anno ad un esame innanzi alla curia vescovile. Quando mi giungeranno queste carte le manderò alla S. Congregazione rimettendo al di Lei savio giudizio il decidere se dietro tali documenti convenga o no contentare quella popolazione con riabilitarlo. Sono però di opinione che non convenga per ora di dargli la carica di economo, come si domanda nella supplica, poiché questa carica importa anche la facoltà di ascoltare le confessioni e di amministrare gli altri sacramenti.

Con mia sorpresa poi ritrovai ritornato di recente dalla Grecia papà Nestore Palli, quel medesimo di cui si è parlato di sopra. Egli è naturalmente sospeso, e perciò si presentò a me per ottenere la riabilitazione. Come però costui per i suoi antecedenti comparisce molto sospetto e pericoloso, ed è cagione di partiti nella popolazione, non solo non credo che convenga di abilitarlo, ma mi sono adoperato presso il Vescovo di Penne e il Nunzio Apostolico acciò si procurasse di allontanarlo dalla colonia (Besa/Roma).

 

PITTSBURGH

COMMENTO CATECHETICO

DELLA DIVINA LITURGIA

 

Nel passato avevamo pubblicato in nostra traduzione italiana diversi articoli dell’arciprete ruteno p. David M. Petras. Di lui è apparso nei mesi scorsi un prezioso volume di catechesi liturgica: “Time for Lord to Act – A cathechetical Commentary on the Divine Liturgy, Byzantine Catholic Metropolia of Pittsburgh” (66 RuverviewAvenue, Pittsburgh PA 1514-2253).

Il commento della Liturgia di S. Giovanni Crisostomo è organizzato in quattro parti:

Introduzione: Riforma liturgica nella Chiesa bizantina (pp.5-22); I. Liturgia e spiritualità (pp.23-44); II. Preparazione, Assemblea e riti catechetici (pp.45 –79); III: Anafora pp.71- 122; IV. Riti di comunione. Si aggiunge un utile glossario.

Riportiamo in nostra traduzione una breve sezione dell’introduzione:

 

La liturgia dovrebbe essere più breve?

Da giovane, quando ero studente di Liturgia, feci una volta un viaggio in Slovacchia per visitare i paesi dei miei nonni. Dovemmo attraversare Praga. Era domenica. Io ed il mio amico trovammo una chiesa greco-cattolica dove assistemmo alla Divina Liturgia. Il pastore apprezzò la nostra visita e ci invitò a colazione. Mi chiese cosa studiassi a Roma e quando gli risposi “Liturgia”, mi si accostò e disse: “Per favore, mi puoi dire come accorciarla?”

 

Negli ultimi trent’anni, ho trovato che questa è una delle principali preoccupazioni di sacerdoti e fedeli nella nostra Chiesa. Il desiderio di rendere la Liturgia il più breve possibile deriva dall’idea, non del tutto consapevole, che prendere parte alla Liturgia sia soltanto un obbligo da rispettare per essere nelle grazie di Dio. La Liturgia vale poco di per sé ed il tempo trascorso nella Liturgia è noioso. Più è svolta velocemente, meglio è. Oggi, comunque, questo atteggiamento strettamente legalistico è meno comune.

 

La nostra percezione della Liturgia è influenzata dal modo in cui apprendiamo la verità o, per dirla in modo più secolare, dal modo in cui la realtà ci viene presentata. Nella nostra Chiesa, l’icona è la finestra verso la realtà, ma nella società in cui viviamo, la televisione è diventata la finestra verso il mondo. Questo ha un impatto sulla vita di ognuno, anche su quella dei pochi che reagiscono contro di essa e si rifiutano di guardarla. Naturalmente non c’è niente di intrinsecamente negativo nella televisione, dato che è un dono di Dio, ma, come ogni beneficio donatoci, noi siamo in grado di distorcerne il valore. Non mi riferisco semplicemente al contenuto di ciò che viene mostrato in televisione, ma allo strumento stesso. Per la sua natura specifica, la televisione può rendere più difficile la distinzione tra realtà e finzione. Una storia inventata può assumere le parvenze della realtà, mentre la realtà può diventare una storia tra le tante altre. Non solo. La televisione fa del divertimento/intrattenimento il valore più importante della vita. E la Liturgia, che non è divertimento ma comunione con Dio, viene giudicata in base agli stessi criteri. Poiché i programmi televisivi durano in media un’ora, un’ora diventa anche la durata massima che si concede alla Liturgia, e se la nostra preghiera non “intrattiene” abbastanza, ecco che un’ora è perfino troppa.

 

La domanda fondamentale è: qual è il posto della Liturgia nella nostra vita di fede? I nostri nonni dedicavano più tempo alla Liturgia, spesso due ore o ancora di più, ed era la cosa più importante che facevano durante tutta la settimana. Noi adesso li vediamo come “primitivi”, antiquati, ma erano forse più saggi di noi. Uno dei Padri della Chiesa ha detto che ci vogliono due ore di preghiera per arrivare alla presenza di Dio. Di nuovo, so bene che questo non è accettabile per la sensibilità odierna abituata ai parametri temporali televisivi di un’ora, ma dobbiamo essere umili abbastanza da ammettere che la nostra fede in Dio ed il nostro desiderio di Dio si sono indeboliti. Al contempo, mi sento riconfortato dal fatto che c’è stato un certo ritorno al passato dai tempi della mia gioventù. Allora, una o due generazioni fa, si era tutti minimalisti e la Liturgia più corta era quella ideale. Da allora, abbiamo riscoperto in un certo senso il valore della spiritualità, anche se tendiamo a separarla dalla preghiera liturgica e a collegarla piuttosto al nostro rapporto personale con Dio.

Qualsiasi Chiesa ritenga che l’opzione migliore sia quella della Liturgia più breve è ovviamente una Chiesa morta. Se pensiamo questo, allora crediamo che il nostro valore più grande, ovvero essere alla presenza del nostro Signore, sia ormai vuoto e non esista nient’altro. La Liturgia non è divertimento, anche se molti sono convinti del contrario; le mega-chiese che allestiscono spettacoli per i loro fedeli sono in aumento. La Liturgia è comunità: ciò significa che tutti noi dobbiamo partecipare attivamente, unendoci a persone con le quali non sempre ci sentiamo a nostro agio e sopportando momenti di noia, di non divertimento. In quanto comunità, la Liturgia spesso richiede lavoro ed impegno, valori difficili per una società dominata dallo spirito mediatico dell’ “entertainment”.

 

Allo stesso tempo, è chiaro che la Liturgia non deve per forza essere il più possibile noiosa. I fedeli hanno il diritto di udire il Vangelo in modo chiaro ed ascoltare una predicazione cristiana che sia almeno sincera, anche se non tutti i sacerdoti hanno le stesse capacità retoriche. Le varie attività della Liturgia - preghiere, rituali, gesti, simboli, musica, arte - dovrebbero essere realizzate nel miglior modo possibile. Se scendono al di sotto degli standard minimi, siamo chiamati a compiere ogni sforzo per migliorarle. La Liturgia è opera di Dio, ma se non vi riversiamo la nostra fede, essa rischia di diventare un gesto vuoto, incapace di santificarci.

Il gesto di versare acqua calda nel calice prima della Comunione può essere un simbolo di questo, un simbolo del calore della nostra fede. Nel compierlo, il sacerdote dice: “Il fervore della fede, piena di Spirito Santo”.

La Liturgia è sempre presenza di Cristo, che trasforma grazie allo Spirito i doni del pane e del vino da noi offerti nel suo corpo e nel suo sangue. L’acqua calda non cambia i doni, ma indica che dobbiamo versare tutta la nostra fede nella preghiera offerta al Signore. Se portiamo la fede nella Liturgia, il tempo diventa allora meno importante e, alla fine, scompare del tutto (Besa/Roma).

 

VATICANO

NUOVO AMBASCIATORE DI ALBANIA

 

Il nuovo ambasciatore della Repubblica di Albania (S.E. Rrok Logu) ha presentato le lettere credenziali il 29 settembre 2006. Il nuovo ambasciatore è nato nel 1962. Docente di ingegneria civile presso il Politecnico di Tirana, è stato anche consulente dell’Arcidiocesi di Tiranna - Durrës per i rapporti con le istituzioni statali, e membro della Commissione statale per i Culti.

Il Santo Padre ha rivolto il seguente discorso sulle relazioni tra la Santa Sede e l’Albania. Lo riportiamo integralmente:

Signor Ambasciatore,

nel darLe il benvenuto all’inizio della sua missione, La ringrazio per le cortesi espressioni che mi ha rivolto e per i sentimenti di profonda stima che ha voluto manifestare nei confronti della Santa Sede. La prego di significare al Signor Presidente della Repubblica che ricambio cordialmente i suoi saluti, mentre estendo il mio pensiero all’intero Popolo albanese, la cui aspirazione alla verità e alla libertà, come Ella ha opportunamente osservato, non è stata cancellata nemmeno dalla lunga e pesante dittatura comunista, dalla quale è uscito non molti anni or sono. Per crescere in un clima di autentica libertà occorre un contesto etico-spirituale adeguato, fondato su una concezione dell’uomo e del mondo che ne rispecchi la natura e la vocazione. L’Europa, con il suo ricchissimo patrimonio di idee e di istituzioni, ha costituito certamente nel corso di questi due millenni un laboratorio privilegiato di civiltà, anche se a costo di quali e quanti travagli. Quante guerre! Fino a quelle del secolo scorso, che hanno assunto proporzioni mondiali. L’Albania aspira ad integrarsi anche istituzionalmente con le nazioni europee, sentendosi ad esse già legata non solo per motivi geografici, ma soprattutto per ragioni storico-culturali. Non posso che augurare che tale aspirazione trovi una valida e piena realizzazione, e che all’armonico processo di unificazione dell’Europa possa offrire un proprio peculiare contributo. Signor Ambasciatore, ho molto apprezzato che Ella abbia sottolineato, sia guardando al passato che al presente, quanto siano state importanti la presenza e l’opera della Chiesa Cattolica in Albania, per la promozione della fede e dei valori spirituali come pure il sostegno a molteplici situazioni di bisogno. A questo proposito vorrei ricordare Madre Teresa, proclamata beata nel 2003 dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II. Con la testimonianza di una vita evangelica e con il coraggio disarmante dei suoi gesti, delle sue parole dei suoi scritti, questa figlia eletta dell’Albania ha annunciato a tutti che Dio è amore e che ama ogni uomo, specialmente chi è povero ed abbandonato.

In realtà, è proprio l’amore la vera forza rivoluzionaria che cambia il mondo e lo fa progredire verso il suo compimento; di questo amore la Chiesa intende dare testimonianza con le sue opere educative ed assistenziali, aperte non solo ai cattolici ma a tutti. E’ questo lo stile che ha insegnato Gesù Cristo: il bene, cioè, deve essere fatto per se stesso e non per altri fini. Nel sottolineare quest’impegno della Chiesa nell’esercizio dell’amore evangelico, desidero ricordare che un ‘eminente forma di carità è l’attività politica vissuta come servizio alla polis, alla “cosa pubblica”, nell’ottica del bene comune. Tale servizio si sentono chiamati i cattolici, specialmente i fedeli laici, nel rispetto della legittima autonomia della politica e collaborando con gli altri cittadini per la costruzione di una nazione prospera, fraterna e solidale.

Molte sono le sfide che l’Albania deve affrontare in questo momento. Vorrei citare, tra gli altri problemi, l’emigrazione di molti suoi figli. Se da una parte è necessario combattere le cause di tale fenomeno, occorre anche creare le condizioni perché quanti lo desiderino possano ritornare in patria. E mi piace qui rendere omaggio agli albanesi che, fedeli ai migliori valori della loro tradizione, sanno farsi apprezzare in Italia, in Europa e in altri Paesi del mondo.

Per quanto poi riguarda i rapporti ufficiali tra la Chiesa Cattolica e lo Stato, esprimo apprezzamento per la normativa – cui Ella ha fatto riferimento – approvata al fine di rendere esecutivo l’Accordo del 2002 tra la Santa Sede e la Repubblica di Albania, ed auspico che opportune intese seguano a regolare pure gli aspetti economici che rivestono non poca importanza. La Santa Sede vuole in tal modo contribuire al consolidamento in Albania dello stato di diritto e del necessario quadro giuridico per il reale esercizio dei diritti dei cittadini nell’ambito religioso. Ciò favorirà inoltre la convivenza tra le diverse confessioni religiose presenti nel Paese, che hanno saputo finora offrire un esempio di vicendevole rispetto e collaborazione, da conservare e promuovere.

Signor Ambasciatore, formulo a Lei i migliori auguri per una serena e proficua missione, assicurandoLe la cordiale collaborazione di quanti lavorano nei vari Uffici della Sede Apostolica. Mi è caro riecheggiare, al termine di queste riflessioni, l’auspicio che il Servo di Dio Giovanni Paolo II rivolse al Popolo albanese durante la storica visita del 25 aprile 1993, quello cioè di “proseguire uniti e saldi nel cammino che conduce alla piena libertà, nel rispetto di tutti e seguendo le orme a voi familiari della pacifica convivenza, dell’aperta collaborazione ed intesa fra le diverse componenti etniche, culturali e spirituali” (Discorso della cerimonia di benvenuto, n. 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVI, 1 [1993], 2003).

Su questa strada l’Albania potrà contare sul sostegno della Chiesa cattolica e, in particolare, della santa Sede. Lo assicuro insieme con il mio ricordo nella preghiera, mentre invoco le celesti benedizioni su di Lei e sulla sua famiglia, sul Presidente della Repubblica e sull’intero Popolo albanese (Besa/Roma).

 

ROMA

NUOVO AMBASCIATORE DI ALBANIA

PRESSO IL QUIRINALE

 

Il Dr. Llesh Zef Kola è il nuovo ambasciatore presso il Quirinale. Nato a Lezha nel 1960. Diplomatico di carriera. Ha gia esercitato il servizio diplomatico presso le ambasciate di Algeria e di Madrid, e nel Ministero degli esteri. Dal settembre 2005 era diventato Capo Gabinetto del Ministero degli esteri.

Il Dr. Visar Zhiti, poeta rinomato, è l’addetto culturale dell’Ambasciata (Besa/Roma).

 

COSENZA

NUOVI STUDI SUGLI ITALO-ALBANESI

 

In breve tempo sono apparsi tre ben documentati studi sugli italo-albanesi dello storico Attilio Vaccaro dell’Università della Calabria:

Attilio Vaccaro, I Greco-Albanesi d’Italia- Regime canonico e consuetudini liturgiche, Lecce 2006;

Attilio Vaccaro, Sulle tracce delle comunità albanesi nel mediterraneo – Istruzione religiosa e tradizione artistica (secoli XIII-XVII), Argo, Lecce, 2006.

Attilio Vaccaro, I rapporti politico-militari tra le due sponde adriatiche nei tentativi di dominio dell’Albania medievale (secoli XI-XIV), in “Studi sull’Oriente Cristiano” dell’Accademia Angelica-Costantiniana, 10/1, pp. 13-71, Roma 2006.

     Il primo studio costituisce una ricostruzione della situazione degli albanesi in Italia nei secoli XIV e XVI, il loro impatto con la cultura italiana del tempo e con la Chiesa latina per l’aspetto liturgico e disciplinare diverso. Egli indaga il “contesto ecclesiastico canonico pretridentino e postridentino” relativamente alla normativa circa i sacramenti. Giuseppe Frega, decano dell’università della Calabria, nella prefazione scrive: “Il lavoro del Vaccaro viene ora a colmare una lacuna qual è proprio quella dei primi tempi della loro (degli albanesi) presenza nell’Italia Meridionale e dei loro usi e costumi religiosi”. In questo lavoro l’autore fa una presentazione organica dei dati emersi nell’ampia ricerca storica documentata nella bibliografia.

      Il secondo volume ricostruisce le problematiche relative all’istruzione religiosa e alla tradizione artistica in un arco di tempo che copre i secoli XIII-XVII in tre capitoli:

  1. Testi liturgici;
  2. Elementi distintivi della religiosità popolare;
  3. Tracce dell’iconografia bizantina albanese ed italo-albanese.

     Una appendice su “Sacre Immagini tra passato e presente: l’esempio della cattedrale di Lungo”, arricchisce e completa il volume. Si tratta questo di un aspetto interessante per comprendere nella sua integralità la dimensione culturale e religiosa degli italo-albanesi. L’autore stesso è anche iconografo e diverse sue icone e affreschi si trovano in varie chiese dell’eparchia di Lungo.

     Nel terzo studio Attilio Vaccaro prende in esame i rapporti militari tra l’Italia e l’Albania con un perseverante tentativo di dominio dell’Albania medievale, coprendo i secoli XI-XIV. Un periodo quindi che precede la venuta degli Albanesi in Italia, comunque non senza influssi preparatori sulla loro venuta. Viene presentata la politica dei Normanni, quella degli Svevi e quella angioina. Verso il termine del dominio angioino, conclude il Vaccaro, l’Albania “si avviava sempre più ad essere un territorio controllato solo dalle potenti famiglie albanesi”. Sono queste famiglie che stringono l’alleanza con Giorgio Castriota per la resistenza agli eserciti ottomani.

Si tratta di un apporto storico che illumina diversi aspetti della situazione albanese che precede l’epoca di Skanderbeg (Besa/Roma).

 

PIANA DEGLI ALBANESI

PARAMENTI LITURGICI ANTICHI

 

A cura di papàs Jani Pecoraro, arciprete di Piana degli Albanesi, è apparso un bel volume dal titolo “Amfia.  Paramenti liturgici antichi della Cattedrale S. Demetrio M., Piana degli Albanesi 2006”.

 

Il curatore nella prefazione scrive: “La necessità di mostrare al pubblico una piccola parte del patrimonio dell’eparchia di Piana degli Albanesi mi ha spinto a mettere in luce una particolare ricchezza della Cattedrale di S. Demetrio M.” Egli prima di trattare delle “antiche vesti liturgiche locali” ha preposto “uno studio sulla tradizione dei paramenti sacri nella Chiesa bizantina”. Si tratta dunque di vesti liturgiche bizantine confezionate sul luogo, ma nello stile bizantino tradizionale. Il curatore ha fatto anche una ricerca storica sull’origine ed è pervenuto a questa conclusione: “E’ quasi certo che l’arte del ricamo, come attività diffusa a Piana sia nato subito dopo la fondazione del Collegio di Maria avvenuta nel 1714”. La collezione dei paramenti sacri  di Piana  per certi versi “si ispira all’arte del ricamo siciliano sia nella tecnica che in alcuni richiami stilistici.

 

La pubblicazione è strutturata in quattro capitoli:

  1. Origine dei parati liturgici,
  2. Significato e Uffici per l’uso dei parati:
  3. Le singole parti (nome descrizione, uso),
  4. Parati dell’eparchia di Piana degli Albanesi.

 

Segue una parte sui “Paramenti liturgici in mostra” in cui vengono riprodotti a colori 41 parati o loro parti. Si tratta dei “pezzi” esposti in una mostra (1 aprile – 1 maggio 2006) al Museo Civico “Ritiri”. L’iniziativa è importante culturalmente e anche particolarmente  utile per gli insiti aspetti catechetici. Oltre a presentare il loro uso pratico, aiuta la comprensione del loro simbolismo (Besa/Roma).

COSENZA

DIZIONARIO BIOBIBLIOGRAFICO

DEGLI ITALO-ALBANESI

 

Nella collana “Biblioteca degli Albanesi d’Italia” è stato pubblicato un prezioso volume sulle personalità arbëreshe che si sono distinte in qualche disciplina culturale: letteraria, storiografica, scientifica, musicale, folcloristica, religiosa e militare (Giovanni Laviola, Dizionario bibliografico degli Italo-Albanesi, Edizioni Brenner, Cosenza 2006, pp. 308, €.38). E’ il frutto di una trentina di anni per una silenziosa raccolta dei dati, servendosi di libri, riviste, segnalazioni bibliografiche precedenti parziali, di contatti e consultazioni personali. Ne è autore il prof. Giovanni Laviola, scrupoloso e rigoroso ricercatore di storia, autore di molte pubblicazioni riguardanti fenomeni e avvenimenti calabresi e italo-albanesi. Egli è nato a Spezzano Albanese il 3 settembre 1915 e vive a Trebisacce (Cs). Il dizionario è il segno della stima, che egli testimonia per i posteri, per tutti coloro che hanno contribuito alla salvaguardia e alla promozione della Comunità albanese in Italia dall’Abruzzo alla Sicilia. Di ogni persona segnalata vengono presentati dati biografici essenziali, la sua opera, in particolare i dati bibliografici, tanto su quanto ha prodotto quanto altri hanno scritto e sui giudizi relativi. Al di là di eventuali lacune e imprecisioni, sempre possibili in opere del genere, ogni italo-albanese deve essere grato all’autore per una sintesi così documentata dell’avventura culturale arbëreshe.

Per la festa nazionale di Albania 2006 l’opera di Giovanni La viola sarà presentata al Circolo Besa di Roma (Besa/Roma).

 

VENEZIA: SUSSIDIO LITURGICO

PER I ROMENI GRECO-CATTOLICI

 

Gli immigrati in Italia costituiscono un numero sensibilmente crescente. Il “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes - Elaborazione su dati del Ministro degli Interni /Istat”(2005) ha riportato importanti informazioni sul movimento di popolazioni dall’Est Europeo in Italia.

“Dal 1970 ad oggi in Italia si è passati da meno di 100.000 immigrati a quasi 3.000.000 con un aumento di ben 30 volte ed un elevato ritmo di crescita negli ultimi cinque anni”. Tra i paesi di provenienza si indicano la Romania, l’Albania, la Jugoslavia, la Bulgaria, la Macedonia,l’Ucraina, la Bielorussia.

In gran parte essi sono cristiani, ortodossi per la maggioranza, ma anche cattolici orientali (Romania, Ucraina, , Bulgaria ecc.).

L’accoglienza degli immigrati cristiani, non si può limitare ad una questione di sistemazione nel campo del lavoro e, in linee generali, di integrazione nell’ambito sociale. Occorre tenere presenti le esigenze religiose. L’Istruzione  del Pont. Consiglio per i migranti (2004) afferma: “I migranti cattolici di rito orientale, oggi sempre più numerosi, meritano una particolare attenzione pastorale. Ricordiamo anzitutto, a loro riguardo, l'obbligo giuridico di osservare dovunque ‑ quando sia possibile ‑ il proprio rito, inteso come patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare (n. 52). I vescovi devono aver cura di questi cristiani di diversa tradizione liturgica e devono vigilare “affinché nessuno si senta limitato nella sua libertà a motivo della lingua o del rito (Ibidem).

Tra i vari bisogni e problemi che emergono – pastorali, liturgici, disciplinari – per gli emigrati vi è anche quello dei libri liturgici con le implicazioni della lingua del paese di arrivo. Per ovviare a quest’ultimo problema, per i fedeli romeni uniti con Roma, o greco-cattolici, viventi nel Triveneto e in Emilia-Romagna, è stata presa l’iniziativa opportuna di pubblicare un bel volume bilingue, romeno e italiano (Catre de Rugaciuni – Manuale di Preghiere, la Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo e le principali preghiere del cristiano, Blaj 2005). Il volume è stato curato da due sacerdoti greco-cattolici romeni (p.V. Barbolovici e p. R.R. Salanschi) e da un italiano, il prof. Giuseppe Munarini di Padova. La pubblicazione ha la benedizione dell’Arcivescovo Maggiore della Chiesa Greco-cattolica Romena, S.B. Lucian, che ha scritto la prefazione e una raccomandazione del Patriarca di Venezia, il Cardinale Angelo Scola, il quale ha firmato una postfazione. “La Chiesa di Venezia – scrive il Patriarca – guarda con viva compiacenza  questa iniziativa editoriale della Chiesa Romena Unita con Roma”. E riferendosi alle comunità romene presenti nel Patriarcato di Venezia aggiunge: “Certo, il cammino di integrazione è ancora lungo ed ogni strumento che rende più agevole  la reciproca conoscenza  non può che essere accolto con grande soddisfazione ed incoraggiato nella diffusione”. L’Arcivescovo Lucian sottolinea i bisogni pastorali degli emigrati che in un diverso contesto culturale e sociale rischiano di dimenticare “i propri costumi e tradizioni e certamente ciò rende più difficile la manifestazione della propria fede, resa visibile soprattutto  con la partecipazione alla Santa Liturgia; essa e le preghiere quotidiane sono essenziali  alla vita di un cristiano”. A ciò vuole rispondere la presente pubblicazione. “La sua edizione ci riempie di gioia – conclude l’Arcivescovo – perché è utile e proprio necessaria ai fedeli romeni e perché fa conoscere il nostro rito ai cristiani d’occidente”.

Il volume contiene, dopo una breve presentazione della storia della Chiesa Romena greco-cattolica, i testi liturgici della Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, l’ufficio del vespro, l’ufficio per i defunti, la paraklisis alla Madre di Dio e le principali preghiere quotidiane. I testi sono in romeno tratti dai libri liturgici in uso nella Chiesa romena greco-cattolica e in italiano. La traduzione italiana della Divina Liturgia è quella in uso nella Chiesa italo-albanese ed è stata approvata (1967) dalla Congregazione per le Chiese orientali.

In appendice, solo in lingua romena, si presenta una antologia di canti popolari: canti dei salmi, canti tradizionali religiosi, mariani e natalizi (colinde).Si tratta di un aiuto concreto alla comunità greco-cattolica romena in Italia per rafforzare e vivere la sua fede nel quotidiano e nell’assemblea liturgica (Besa/Roma).

 

MACEDONIA

FESTIVAL DELLA POESIA

 

A Tetova, nella Macedonia albanese, si è tenuto un Festival Internazionale della poesia: “Ditët e Naimit” (I giorni di Naim – 19-22 ottobre 2006 – X edizione), dedicato fin dalla sua istituzione al poeta del XIX secolo Naim Frashëri (1846 – 1900).

Gli albanesi della Macedonia, più di 600.000 abitanti, svolgono una interessante attività culturale, sia a livello di ricerca scientifica che a livello di divulgazione. Il Festival Internazionale della poesia vede riuniti ogni anno un numero considerevole di poeti provenienti da tutte le parti del mondo che presentano un florilegio di poesie che vengono lette nelle lingue originali e in traduzione albanese. Quest’anno degli albanesi d’Italia vi ha partecipato la Dr.ssa Caterina Zuccaro e il poeta e scrittore Pierfranco Bruni.

Gli organizzatori del Festival hanno colto l’occasione per pubblicare un volume antologico delle poesie della Zuccaro: Zëmra e dheu (Tetova, 2006, prefazione di Ahmet Selmani), che è stato presentato nell’ambito delle attività promozionali del Festival stesso, presso l’Università del Sud-est europeo di Tetova.

Nella circostanza gli organizzatori hanno presentato anche il volume antologico della poesia italiana contemporanea, tradotto in albanese dalla stessa poetessa Caterina Zuccaro. Il volume dal titolo “Nga njëri breg a tjetri i këtij deti” (D’una o dell’altra riva di questo mare) è stato pubblicato in Italia nel 2006 a cura del Comitato Nazionale per le Minoranze Etnico-linguistiche in Italia del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Curato dal dr. Pierfranco Bruni, si avvale di una Presentazione del dr. Luciano Scala, Direttore per i Beni Librari e gli Istituti Culturali, e di una Introduzione dello stesso Bruni.

Pensata in particolare come occasione di avvicinamento alla poesia italiana contemporanea e rivolta a lettori albanesi, l’antologia bilingue accoglie, accanto ad autori di fama nazionale, voci di poeti radicati nelle zone dell’Italia meridionale che appartengono anche alle comunità linguistiche italo-albanesi, tramiti privilegiati di un incontro e di un dialogo tra l’Italia e l’Albania” (Luciano Satta, ivi, p. 184). Sono presenti 24 poeti italiani viventi: V. Andreoli, A. Bevilacqua, G. Bonaviri, C. Calabrò, G. Conte, E. De Luca, F. Esposito, B. Forte, F. Fusca, D. Giancane, D. Maffia, G. Malgieri, E. Masneri. A. Merini, S. Mignano, G. Picaro, P. Rasulo, O. Rossani, C. Serricchio, M. L. Spaziani, S. Trevisani, N. Vacca, N. Ventola, A. Zanzotto (Besa/Roma).

 

S. BENEDETTO ULLANO

150° ANNIVERSARIO

MORTE DI AGELILASO MILANO

 

Il 31 ottobre ha avuto luogo a S. Benedetto Ullano una conferenza sul “Il 150° anniversario della morte di Agesilao Milano” (1830-1856), patriota nativo di S. Benedetto Ullano, ex alunno del Collegio Corsini di S. Demetrio Corone, impiccato nel 1856 per avere attentato alla vita del re Ferdinando II Borbone. Il prof. Leopoldo Conforti ha presentato Agesilao Milano come “patriota dimenticato” sulla base di documentazione inedita dell’Archivio di Stato di Napoli.

Il prof. Italo Costante Fortino ha trattato di alcune opere letterarie (tragedia di Nicola Romano e poema di Giovanni Jatta) che hanno come protagonista Agesilao Milano. Inoltre ha analizzato la composizione poetica (“Ode a Marco Boçari”) in cui il Milano canta l’estremo sacrificio del patriota albanese, morto per l’indipendenza della Grecia. Un gruppo canoro locale ha eseguito canti civili e religiosi della tradizione sanbenedettese. Ha coordinato la manifestazione il prof. Alfio Moccia. (Besa/Roma).

 

ROMA

FESTA NAZIONALE DI ALBANIA

 

Per la festa nazionale di Albania (2006) la Comunità arbëreshe di Roma organizza due eventi: una conferenza e una celebrazione liturgica.

Sabato 25 novembre, ore 17,30, nella sala di Via dei Greci 46 il prof. Pietro De Leo, ordinario di storia presso l’università della Calabria presenterà il “Dizionario biobibliografico degli Italo-Albanesi” di Giovanni Laviola, appena pubblicato (2006) dalle Edizioni Brenner di Cosenza nella collana “Biblioteca degli Albanesi d’Italia”.

Domenica 26 novembre, ore 10,30, nella chiesa di S. Atanasio (Via del Babuino 149), sarà celebrata la Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo in lingua albanese per tutti gli albanesi viventi in Albania, nella Kosova, in Macedonia, nel Montenegro e nella diaspora antica e recente (Besa/Roma).


Teologia quotidiana

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HESYCHIA (14): CONFORMARE LA PROPRIA VOLONTÁ AL VOLERE DI DIO

 

Fonte primaria di inquietudine per l’uomo è la sua volontà in un duplice versante: l’abulia che prima o poi genera scontentezza e il volere sempre altro in più perché insoddisfatti per ogni situazione raggiunta. “Bramate e non riuscite a possedere…Invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerre” (Gc 4, 2). L’inquietudine più profonda nasce dal desiderio e dalla volontà malata dell’uomo che tende a obiettivi non conformi alla volontà di Dio.

 

1. Conformarsi al volere di Dio sempre, dovunque e comunque. E’ questa la vocazione del cristiano che deve cercare ciò che Dio a lui personalmente chiede, farlo proprio e realizzarlo, sicuro che Dio che lo ha chiamato gli dà anche il sostegno nel cammino e la luce per non perdere la meta. La Sacra Scrittura, l’Evangelo di Gesù Cristo, i comandamenti, le parabole, la predicazione viva della Chiesa sono i luoghi dove trovare qual è la volontà di Dio sull’uomo e quali sono gli strumenti per realizzarla. Lo sforzo spirituale consiste nel modellare la propria volontà a quella del Signore individuata per ciascuno e seguirla con fiducia, con abbandono filiale e amorevole. Fin quando ciò non avviene si vive in tensione, con insoddisfazione, forse con senso di colpa, certamente inquieti nel profondo.

“Siate santi perché io sono santo” – ripetutamente proclamato nelle Scritture – viene tradotto in altre parole da Gesù Cristo: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli” (Mt  ). L’orientamento di modellare se stessi a Dio è la forma della realizzazione dell’uomo, del suo perfezionamento, della sua crescita a misura di Cristo che si sperimenta quando il credente può dire che certamente egli vive, ma propriamente non è lui che vive, perché è Cristo che vive in lui (Gc 2,20). I suoi sentimenti, i suoi desideri, la sua volontà combaciano con quella del Signore.

 

2. Nella sua vicenda terrena Gesù Cristo ha dato l’esempio supremo di come conformare la propria volontà a quella di Dio Padre. Più volte egli dichiara la sua obbedienza al Padre che lo ha mandato nel mondo per la salvezza dell’umanità. Egli è il Figlio di Dio, Dio vero da Dio vero, ma egli si è incarnato ed è in tutto simile all’uomo. Vero Dio e vero uomo. Ha quindi una propria volontà. La Chiesa ha lottato e ha vinto la lotta contro l’eresia monotelita che sosteneva che in Gesù Cristo vi fosse una sola volontà, quella divina che avrebbe assorbita e annullata quella umana. Alla vigilia della sua passione e morte emergono le due volontà : quella divina e quella umana. Egli doveva essere elevato sulla croce per radunare i figli dispersi: Questa era la via dell’economia di salvezza. Questa era la volontà divina. Ma Gesù sente tutta la tragedia della morte. La sua volontà di vero uomo è quella di scansarla, di evitarla, di esserne liberato. E nell’orto degli olivi, nella solitudine, prega il Padre: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39). Egli vorrebbe diversamente e lo chiede, ma adegua la sua volontà (plēn ouch ōs egō thèlō) alla volontà del Padre (all’ōs sy). E’ questa anche la via per ogni cristiano. Ce lo ricorda S. Paolo che può invitare ad essere suoi imitatori come egli è imitatore di Cristo. Diventare ad immagine e somiglianza della vera Immagine di Dio che è il suo Figlio unigenito incarnato, significa soprattutto conformare la propria volontà a quella del Signore.

 

3. Il processo del divenire cristiano (kerygma, catechesi, ricezione dei sacramenti, mistagogia) implica la purificazione e l’educazione  della propria volontà per conformarla a quella di Dio. La vita ascetica tende a questo e da questo dipende ogni espressione della vita quotidiana quando è vissuta alla luce del disegno di Dio su ciascuno. Questo orientamento non riguarda soltanto i grandi asceti del passato presenti nei calendari liturgici (Antonio, Pacomio, Benedetto da Norcia, Nilo di Rossano, Francesco di Paola, ecc.), o quelli dediti per particolare vocazione alla vita spirituale (eremiti, cenobiti, comunità di vita consacrata), ma anche e ugualmente ad ogni singolo cristiano che vive in questo mondo chiamato alla sequela di Cristo e impegnato a darne testimonianza affinché l’Evangelo raggiunga gli uomini là dove essi concretamente vivono. Ogni semplice cristiano è testimonianza di una dimensione trascendente: la volontà di Dio che si realizza tra gli uomini.

 

4. A mano a mano che il cristiano sente crescere in sé la presenza di Dio e la sua volontà si conforma a quella misteriosa presenza si trasforma anche il suo stato d’animo fondamentale in pace con Dio. Si trasforma ugualmente il suo rapporto con gli altri, considerati non solo fratelli, ma membri dell’unico corpo di Cristo. La serenità interiore acquisita si manifesta anche nel rapporto con il prossimo nel vincolo della pace e dell’amore.

La sintonia della volontà umana con quella divina è la condizione basilare e prerequisita per la piena serenità dello spirito umano (Besa/Roma).

Roma, 8 novembre 2006

 

 

 

S. A T A N A S I O

COMUNITA’ CATTOLICA BIZANTINA

Via dei Greci 46 – 00187 Roma


 

IL NATALE

HA FATTO SORGERE TE, ORIENTE DALL’ALTO

 

Con questa espressione l’apolytìkion di Natale introduce alla comprensione dell’arcano evento dell’Incarnazione e del significato della Nascita di Gesù Cristo come manifestazione del mistero che scende dall’alto, dalla volontà salvifica di Dio. La nascita di Gesù secondo la carne rende possibile la conoscenza della “giustificazione”, realizzata da Gesù Cristo, “sole di giustizia”, “oriente dall’alto”. E chiama tutti all’adorazione.

La stella, gli angeli, i pastori, i magi sono orientati verso un’umile grotta: “Colui che è nato in una grotta ed è stato posto in una greppia per la nostra salvezza è il Cristo, Dio nostro”. Il creato intero e l’umanità hanno atteso la redenzione, ora glorificano Dio nell’alto dei cieli e invocano la pace in terra.

Il primo inno idiòmelo del vespro di Natale, con riferimenti all’antico e al nuovo Testamento, invita a far festa e invoca la misericordia divina. L’inno, firmato da Germano, così canta:

“Venite esultiamo per il Signore, esponendo questo mistero. Il muro di separazione che era frammezzo è abbattuto; la spada di fuoco si volge indietro e i cherubini si ritirano dall’albero della vita. E anch’io godo del paradiso di delizia, da cui ero stato scacciato per la disubbidienza. Poiché la perfetta immagine del Padre, l’impronta della sua eternità, prende forma di servo, nascendo da Madre ignara di nozze, senza subire mutamento: Ciò che era è rimasto: Dio vero; e ciò che non era ha assunto, divenendo uomo per amore degli uomini. A lui acclamiamo: O Dio, che sei nato dalla Vergine, abbi pietà di noi”.

L’inno invita all’esultanza natalizia perchè Cristo è la nostra pace, venendo tra noi Colui che ha abbattuto “il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14). E ha riconciliato tutti con il Padre.

L’inno adopera diverse espressioni e simboli biblici: il paradiso, i cherubini in guardia dell’Eden, la spada di fuoco. Dopo il peccato di Adamo ed Eva, Dio “scacciò l’uomo e pose ad oriente dell’Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire la via all’albero della vita (Gen 3,24).

Questa separazione viene abbattuta con l’Incarnazione del Verbo di Dio, “perfetta immagine del Padre, impronta della sua eternità”. Pertanto canta l’innografo: “Anch’io godo del paradiso di delizia”.

L’augurio di Buon Natale comprende il coinvolgimento vitale in questa storia di redenzione, di esultanza e di dossologia.

Natale 2006

Eleuterio F. Fortino

 

 

Mistagogia

in S. Atanasio

 

Il Consiglio della Chiesa di S. Atanasio ha deciso di studiare nell’anno 2007:

 

I sacramenti
nella Chiesa Bizantina

 

1. I sacramenti dell’iniziazione cristiana (17 febbraio 2007)

2. Riti della Penitenza (17 marzo 2007)

3. Il Matrimonio, sponsali e nozze (21 aprile 2007).

 

Le conferenze saranno tenute da p. Miguel Arranz professore emerito del Pontificio Istituto Orientale e della Pontificia Università Gregoriana.

Gli incontri avranno luogo nella sala del Circolo italo-albanese di cultura “Besa – Fede” di via dei Greci 46, con inizio alle ore 17,30.

Il programma è coordinato dal diacono prof. Luigi Fioriti.

 

Altri eventi

 

·         6 maggio: Pellegrinaggio a Casamari e Trisulti:

coordinamento, prof.ssa Maria Franca Cucci.

·         Mese di giugno: Incontro dei giovani battezzati nella chiesa di S. Atanasio:

coordinamento, ins. Agnese Ierovante (Besa/Roma).

 

Lo scorso anno sono state studiate le feste (despostiche, teomitoriche e quelle dei santi) con lezioni dell’Archimandrita p. Giorgio Gharib del Patriarcato greco melkita cattolico.



“FA SENTIRE I SORDI E FA PARLARE I MUTI”

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITA’ DEI CRISTIANI 2007

18 – 25 gennaio

 

 

Testo biblico di base

 

“Poi Gesù lasciò la regione di Tiro, passò per la città di Sidone e tornò ancora verso il lago di Galilea attraverso il territorio delle Dieci Città.

Gli portarono un uomo che era sordomuto e lo pregarono di porre le mani sopra di lui.

Allora Gesù lo prese da parte, lontano dalla folla, gli mise le dita negli orecchi, sputò e gli toccò la lingua con la saliva. Poi alzò gli occhi al cielo, fece un sospiro e disse a quell’uomo: «Effatà!», che significa: «Apriti!». Subito le sue orecchie si aprirono, la sua lingua si sciolse ed egli si mise a parlare molto bene.

Gesù ordinò di non dire nulla a nessuno, ma più comandava di tacere, più la gente ne parlava pubblicamente. Tutti erano molto meravigliati e dicevano: «È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!» (Marco 7, 31-37).


 

 

Presentazione del tema


 

Tutti erano molto meravigliati e dicevano: «È straordinario! Fa sentire i sordi e fa parlare i muti!» (Marco 7, 31-37).

Ascolto e annuncio: due dimensioni essenziali per la vita cristiana e per lo stesso impegno ecumenico. Il brano evangelico proposto per la preghiera per l’unità di quest’anno ricorda inoltre che, in assenza di queste dimensioni, il Signore interviene e guarisce l’uomo perché, riportato alla condizione che corrisponde alla natura redenta, possa realizzare se stesso e vivere nella comunione con gli altri, mettendosi in contatto con loro, dopo aver riacquistato la capacità di “sentire e parlare”.

La proposta iniziale di questo tema è venuta da un gruppo ecumenico del Sud Africa, avendo come spinta contingente una situazione particolare locale, in cui si stenta a “parlare” per remore personali e per condizionamenti sociali. Una tale situazione si manifesta anche altrove, là dove la reticenza diventa connivenza con il male, per timore o per interesse.

La proposta proveniente dal Sud Africa è stata rielaborata e preparata per la divulgazione internazionale dal Comitato misto per la preghiera tra il Consiglio Ecumenico delle Chiese e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

 

  1. Ascoltare e comunicare

 

Le dimensioni di ascolto e di annuncio sono strettamente connesse.

Il brano evangelico, nello

stile sobrio, sintetico di Marco, lo esprime in modo efficace.

 

Presentarono a Gesù “un uomo sordo e muto, pregandolo di imporgli le mani”. Il contesto è esplicitamente religioso, come indica la domanda di “imporgli le mani” perché la guarigione che può operare “il profeta” proviene dalla potenza di Dio. Gesù compie un atto e pronuncia una parola, ad immagine della struttura sacramentale. Innanzitutto porta in disparte, lontano dalla folla, il sordomuto. L’incontro vero con il Signore è strettamente personale, come la conversione è sempre personale. Quindi mise le proprie dita nelle sue orecchie e con la propria saliva toccò la lingua. Ordinò: “Effatà” cioè, “Apriti”, sordomuto! “Apriti”, apritevi orecchie, apriti lingua, sciogliti per comunicare agli altri quanto il Potente ha operato in te. Altrettanto sobria ed essenziale è la sintesi: “Subito le sue orecchie si aprirono, la sua lingua si sciolse ed egli si mise a parlare molto bene (Mc 7,37). Poter ascoltare e poter parlare è un dono di Dio.

 

2.         Beati colo che ascoltano

 

L’ascolto della Parola di Dio è prioritario nella visione cristiana.

Solo dopo aver ascoltato l’Evangelo di salvezza si può parlare agli altri per comunicarlo. Ciò che ha operato con la guarigione del sordo muto Gesù lo dichiara anche con le parole. Nell’episodio di Marta e Maria. Entrambe le sorelle intendono accogliere amichevolmente e degnamente Gesù nella loro casa. Marta si preoccupa di “molte cose”, di tutto quanto è necessario e utile per una tale accoglienza, mentre Maria “si era seduta ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola” (Lc 10, 39).

Alle proteste di Marta Gesù le dà l’indicazione fondamentale di ogni credente: “Tu ti inquieti e affanni per molte cose. Una sola cosa è necessaria. Maria invece ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta” (Ibidem, 41). In maniera più tagliente Gesù ribadisce questo suo insegnamento alla donna che elogiava sua Madre perché lo aveva portato in grembo chiamandola beata. Gesù ribadisce: “Beati piuttosto (menoùn - quinimmo) coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28).

 

3.         Ascoltare e comunicare nell’ecumenismo

 

Uno dei modi per mettere in pratica la Parola di Dio è annunziarla agli altri. Parlare, quindi. “Andate in tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura” (Mc 15,15). La questione ecumenica è legata a questo mandato.

Il Decreto del Concilio Vaticano II fa esplicito riferimento a questo versetto e dichiara che “tale divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (UR,1).

La divisione, come già da quasi un secolo ha messo in rilievo la conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (1910), indebolisce l’annuncio cristiano. Come possiamo annunciare da cristiani divisi che Gesù è l’unico Signore e Salvatore del mondo? La questione si radica nella preghiera stessa di Gesù: “Che tutti siano uno, affinché il mondo creda” (Gv 17,21).

Parlare con gli altri per riflettere sulla Parola di Dio e trarne le conseguenze che impegnano gli uni e gli altri fa parte dell’intero movimento ecumenico. Il dialogo è strumento essenziale della ricerca della piena unità dei cristiani, nelle molteplici dimensioni di presentazione della propria fede, di ascolto della esposizione degli altri, del confronto e del tentativo di instaurare convergenze e soluzioni dei problemi controversi. Il decreto sull’ecumenismo lo segnala con chiarezza.

Enumerando le iniziative per la ricerca dell’unità, segnala le conversazioni che si tengono “con intento religioso” tra i cristiani e in particolare “il dialogo avviato tra esponenti debitamente preparati della propria comunità, nel quale ognuno espone più a fondo la dottrina della propria comunità e ne presenta con chiarezza le caratteristiche.

Infatti con questo dialogo tutti acquistano una cognizione più vera e una più equa estimazione della dottrina e della vita di entrambe le comunioni ed inoltre quelle comunioni conseguono una più ampia collaborazione in qualsiasi dovere richiesto da ogni coscienza cristiana per il bene comune” (UR,4).

Il brano evangelico scelto per questa settimana ci ricorda un’altra dimensione. “Gesù ordinò di non dire nulla a nessuno, ma più comandava di tacere, più la gente ne parlava pubblicamente” (Mc 7,36). Ciò corrispondeva alla progressiva rivelazione del segreto messianico, necessario per la maturazione della fede dei seguaci di Gesù.

Ma ci segnala anche un altro aspetto della predicazione: quello della testimonianza. L’annuncio attraverso le opere. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,15).

Ciò vale anche per l’ecumenismo. Vivere già da ora, per quanto possibile, la comunione esistente significa favorire concretamente la maturazione dell’unità.

Lo aveva intravisto il decreto Unitatis Redintegratio quando affermava: “Si ricordino tutti i fedeli che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l’unione quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme all’Evangelo”.

 

4.         Chi ha orecchi da intendere intenda

 

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,11). Si può avere orecchi e non sentire, non voler sentire, non ascoltare. Lo Spirito dice a ciascun cristiano: chi ha orecchi da intendere intenda. Lo Spirito dice alle Chiese del nostro tempo che l’unità dei Cristiani è intimamente legata alla evangelizzazione ed anche alla ri–evangelizzazione. Gesù lo aveva indicato nel modo sublime della preghiera. Ha pregato che i suoi discepoli siano uniti, siano uno, una cosa sola, affinché il mondo, l’umanità creda nel Figlio di Dio, Signore e Salvatore del mondo. E così il mondo, l’umanità intera, sia salva.

Eleuterio F. Fortino

 

 


 

LA COMUNITA’ ARBËRESHE DI ROMA

PREGA PER TUTTI GLI ALBANESI

 

Per la festa nazionale di Albania (28 novembre 2006) la Comunità arbëreshe di Roma ha organizzato due incontri: uno culturale e uno spirituale.

Nel primo il prof Pietro De Leo, ordinario di storia nell’Università della Calabria, ha presentato il volume dello storico Giovanni La viola:

 

“Dizionario biobibliografico degli Italo-Albanesi”

appena pubblicato (2006) dalle Edizioni Brenner di Cosenza

nella collana “Biblioteca degli Albanesi d’Italia”.

 

La pubblicazione è una vera enciclopedia di tutte le personalità della cultura arbëreshe da Luca Matranga (1592) ad oggi con 762 personaggi segnalati (letterati, storici, ecclesiastici, patrioti, cultori). Anche i viventi sono ampiamente presenti. E’ il frutto di una trentina di anni di silenziosa raccolta dei dati, servendosi di libri, riviste, segnalazioni bibliografiche precedenti parziali, di contatti e consultazioni personali. Ne è autore il prof. Giovanni Laviola, scrupoloso e rigoroso ricercatore di storia, autore di molte pubblicazioni riguardanti fenomeni e avvenimenti calabresi e italo-albanesi. Di ogni persona segnalata vengono presentati dati biografici essenziali, la sua opera, in particolare i dati bibliografici, tanto su quanto ha prodotto, quanto su ciò che altri hanno scritto e sui giudizi relativi. Ogni italo-albanese deve essere grato all’autore per una sintesi così documentata dell’avventura culturale arbëreshe.

 

Nel secondo incontro, domenica 26 novembre, nella chiesa di S. Atanasio (Via del Babuino 149) regolarmente  frequentata dagli Arbëreshë di Roma, è stata celebrata la

 

Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo in lingua albanese

Cantata nella musica dello jeromonaco arbëresh Nilo Somma

 

Si è pregato per tutti gli albanesi viventi in Albania, nella Kosova, in Macedonia, nel Montenegro e nella diaspora antica e recente.

All’omelia mons. Eleuterio F. Fortino, commentando la pericope evangelica del giorno (Luca 18, 18-27) ha riproposto la domanda:“Cosa  devo fare per ottenere la vita?” e ha riportato la risposta di Gesù: “Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”.

Queste indicazioni etiche interessano le singole persone e gli stessi popoli che intendono costruire una società ordinata e orientata al bene comune e a quello delle singole persone. “Sono particolarmente appropriate per la nostra patria di origine avviata verso un sostanziale rinnovamento politico, sociale, spirituale”.

L’esigenza di rinnovamento morale è presente in Albania come mostrano diverse iniziative e pubblicazioni recenti. mons. Eleuterio F. Fortino ha citato lo studio di don Basilio Petrà, professore universitario di etica: “La coscienza secondo lo Spirito. Per una comprensione cristiana della coscienza morale”, tradotta (Tirana, 2006) in albanese dal rev. Arian Shkurti; e il primo volume dell’opera “Il senso religioso” di don Luigi Giussani, tradotta in albanese dal prof. Ferdinand Leka (settembre 2005).

Nella presentazione della traduzione albanese a Tirana è stato sintetizzato il senso in questa espressione: “Occorre ricostruire l’umano e non solo strade e case” (Besa/Roma).

 

 

 

BESA

CIRCOLO ITALO-ALBANESE DI CULTURA

Via dei Greci 46 -00187 Roma

Informazioni

ROMA: IL PRIMATE DI GRECIA IN VISITA AL PAPA

 

Per la prima volta l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Sua Beatitudine Christodoulos ha fatto visita ufficiale (13-16 dicembre 2006) al S.S. Benedetto XVI e alla Chiesa di Roma. La visita era stata approvata dal Santo Sinodo e l’Arcivescovo era accompagnato da un seguito di nove ecclesiastici tra cui quattro metropoliti. Si è svolta in un clima caloroso e cordiale. L’Arcivescovo ha incontrato il Papa con cui ha firmato una Dichiarazione Comune di impegno per il proseguimento del dialogo e per una collaborazione culturale e pastorale. A nome del Santo Padre è stata consegnata una parte delle catene della prigionia di S. Paolo che si conservano nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura. Per l’occasione è stata cantata una Deēsis con preghiere e tropari  composti per l’occasione dallo stesso Arcivescovo. La Pontificia Università Lateranense Gli ha conferito una Laurea Honoris causa in Scienze giuridiche. L’Arcivescovo Christodoulos ha avuto conversazioni con il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. La visita è segno della svolta positiva che l’Arcivescovo è riuscito ad imprimere ai rapporti tra la Chiesa ortodossa di Grecia e la Chiesa cattolica.

 

ROMA: INCONTRO DEI BATTEZZATI NELLA CHIESA DI S. ATANASIO

 

Domenica 17 dicembre 2006, in preparazione del Natale, ha avuto luogo un incontro dei battezzati nella chiesa di S. Atanasio da 15 anni a questa parte, coordinato dall’Ins. Agnese Jerovante. Dopo la celebrazione della Divina Liturgia vi è stato un incontro di fraternità con un’agape assieme ai genitori e con giochi per i bambini. L’iniziativa gioiosa, con esito felice, sarà ripetuta nel mese di giugno del prossimo anno, la domenica precedente la festa di S. Giovanni Battista, a Grottaferrata.

 

KOSSOVA: NUOVO AMMINISTRATORE APOSTOLICO

 

Il Santo Padre ha nominato Amministratore Apostolico di Prizren (Kossova) S.E. Rev.ma Mons. Dodë Gjergji, trasferendolo dalla diocesi di Sapë (Albania). Questi finora era stato Segretario della Conferenza Episcopale Albanese. Succede a S.E Mons. Mark Sopi, di recente deceduto.

 

ALBANIA: NUOVO VESCOVO DI SAPË

 

Il Santo Padre ha nominato vescovo di Sapë (Albania) il Rev. Mons. Lucjan Augustini, finora Vicario Generale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Shkodrë-Pult (Albania).

 

ROMA: L’ICONA DI MARIA “SEDES SPIENTIAE” IN ALBANIA

 

Nel suo pellegrinaggio di paese in paese dal Giubileo del 2000 in poi, per l’anno prossimo l’icona “Sedes Sapientiae”, con cerimonia in S. Pietro, presente S.S. Benedetto XVI, è stata consegnata dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario di S.S. Benedetto XVI,  alla delegazione studentesca dell’Albania.

 

ROMA. RELAZIONI DIPLOMATICHE TRA LA SANTA SEDE E IL MONTENEGRO

 

La Santa Sede e la Repubblica di Montenegro, ora indipendente, desiderosi di promuovere rapporti di mutua amicizia, hanno deciso di stabilire relazioni diplomatiche a livello di Nunziatura Apostolica e di Ambasciata (Besa/Roma).

 

 

Circolare ottobre 2006                                                                                                                       187/2006

 

 

Sommario

 

I detti di Gesù (45): “Misericordia io voglio e non sacrificio”.................................................. 1

ROMA: Oriente cristiano in Italia .............................................................................................. 2

CIVITA: I Papades - Testimoni di fede..................................................................................... 7

BELGRADO: Dialogo cattolico-ortodosso – Conciliarità e autorità nella Chiesa............................ 9

LUNGRO: Tre chirotonie presbiterali...................................................................................... .10

KOSOVA: Tre monumenti ortodossi – Luoghi del patrimonio mondiale...................................... .10

LUNGRO: Coro polifonico italo-bizantino.................................................................................. 10

ROMA: Hesychìa: Cammino di ascesa verso la tranquillità dell’anima....................................... 11

 

 

 

Tà lòghia - I detti di Gesù (45): “Misericordia io voglio e non sacrificio”

 

Gesù ha appena chiamato alla sua sequela Matteo, esattore delle imposte, funzione sociale generalmente malvista. Ora sta a tavola assieme “a molti pubblicani e peccatori”. Al vedere ciò alcuni farisei, gruppo religioso zelota e puritano, chiesero ai discepoli: “Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori?” (Mt 9, 11). Le norme rigoriste proibivano una tale comunione per un rabbino che osserva la legge. Gesù li udì e rispose dicendo che egli era venuto a cercare i peccatori per “richiamarli” alla conversione. E ad essi che si riferivano alla Legge disse: “Andate ad imparare che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,13). Richiede che si comprenda il senso della legge e il suo scopo che è quello di orientare la vita secondo la volontà di Dio.

Gesù rinvia al profeta Osea il quale, secondo la traduzione della CEI, dice: “Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,5). Dio esige – “Io voglio” – l’amore (la misericordia) più degli olocausti (sacrifici cultuali). “Misericordia (hèleon) io voglio e non sacrificio (thysìan)”. Sulla base della Scrittura Gesù “rimprovera ai farisei il loro legalismo che li fa insensibili ai reali bisogni dello spirito” (Lancellotti). E’ una distorta interpretazione della Legge che Gesù rifiuta e non la Legge stessa a cui anzi fa riferimento. Gesù sembra dire: prima di parlare e rimproverare andate e imparate. Dio vuole amore e misericordia: comprensione, conversione, perdono, riconciliazione, comunione. Il profeta Osea ed altri profeti e l’evangelista “non condannano il culto per i riti con cui si esplica, ma invitano a posporre l’esattezza rubricistica alla legge della misericordia e della carità (Ortensio da Spinetoli). Dio è misericordia e i suoi discepoli sono chiamati ad essere misericordiosi per ché siano figli dell’Altissimo.

La Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo e di S. Basilio, all’invito del diacono di disporsi ad offrire la santa oblazione, fa proclamare al popolo che l’Eucaristia che ci si appresta a celebrare è: “Misericordia (hèleon) di pace e sacrificio (thysìan) di lode”. Dio è misericordioso con gli uomini. Ha dato il suo Figlio in sacrificio per la riconciliazione e la pace con l’umanità e la Chiesa offre la propria doxologia con un sacrificio di lode, invocando il Signore che l’accetti sul suo altare celeste e che a Lui sia gradito (Besa/Roma).


 


ROMA
ORIENTE CRISTIANO IN ITALIA
 

Si presenta qui la seconda parte della conferenza di mons. Eleuterio F. Fortino al Santuario del Divino Amore:

 
Rapporti fra la Chiesa cattolica
e le componenti dell’ <Oriente Cristiano> in Italia

 

     Si è di fronte ad una situazione multietnica e multiconfessionale. Tralasciando gli immigrati protestanti che non rientrano nel tema di oggi, consideriamo i rapporti con i cristiani orientali.

a.  Vi si incontrano sempre più orientali cattolici. Nei loro bisogni (luoghi di culto, matrimoni, celebrazione dei sacramenti, assistenza liturgica, concelebrazione tra latini e orientali, ecc.) sono da applicare le norme di diritto interrituale presenti nei due Codici di Diritto Canonico.

b.  La presenza degli ortodossi risulta incrementata negli ultimi anni. Nei rapporti con essi occorre avere presente anche particolari situazioni determinate dalla Chiesa di origine (Chiese ortodosse e Antiche Chiese ortodosse d’Oriente, e all’interno di queste due categorie occorre avere presente le specificità di ciascuna di esse: per es. Chiesa greca, Chiesa russa, chiesa romena, chiesa serba, chiesa copta, chiesa etiopica, chiesa eritrea, chiesa armena ecc.). Tutte queste distinzioni possono influire nelle scelte pastorali nei loro confronti per favorire un’azione costruttiva di servizio e di comunione.

Nel rapporto ecumenico con queste Chiese occorre avere presente come sicura guida pastorale alcuni documenti principali:

-    Il Decreto Conciliare sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio (1964), in particolare i principi cattolici dell’ecumenismo;

-    L’Enciclica di Giovanni Paolo II sull’impegno ecumenico Ut Unum Sint (1995);

-    Il Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo (1993).

     Il Pontificio Consiglio per la pastorale dei migrati e degli itineranti ha studiato da vicino l’intera problematica delle migrazioni  e ne ha dato anche alcune direttive che riguardano il nostro tema. Riporto soltanto le indicazione circa:

 

“Accoglienza e solidarietà” (39- 43)

41. Per questo l'intera Chiesa del Paese di accoglienza deve sentirsi interessata e mobilitata nei confronti dei migranti. Nelle Chiese particolari va dunque ripensata e programmata la pastorale per aiutare i fedeli a vivere una fede autentica nel nuovo odierno contesto multiculturale e plurireligioso.                   

     Con l'aiuto di operatori sociali e pastorali, è così necessario far conoscere agli autoctoni i complessi problemi delle migrazioni e contrastare sospetti infondati e pregiudizi offensivi verso gli stranieri.

 

I “Migranti cattolici di rito orientale” (52- 55)

52. I migranti cattolici di rito orientale, oggi sempre più numerosi, meritano una particolare attenzione pastorale. Ricordiamo anzitutto, a loro riguardo, l’obbligo giuridico di osservare dovunque ‑ quando sia possibile ‑ il proprio rito, inteso come patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare (cfr. CCEO can. 28, §l).

     Di conseguenza “anche se affidati alla cura del gerarca o del parroco di un’altra Chiesa sui iuris, rimangono tuttavia ascritti alla propria Chiesa sui iuris” (CCEO can. 38); anzi, l’usanza, pur a lungo protratta, di ricevere i sacramenti secondo il rito di un’altra Chiesa sui iuris, non comporta l’iscrizione alla medesima (CIC can. 112, §2). Vi è, infatti, divieto di “cambiare rito senza il consenso della Sede Apostolica” (CCEO can. 32 e CIC can. 112, §1).

     I migranti cattolici orientali, poi, fermo restando il diritto e il dovere di osservare il proprio rito, hanno pure il diritto di partecipare attivamente alle celebrazioni liturgiche di qualunque Chiesa sui iuris, quindi anche della Chiesa latina, secondo le prescrizioni dei libri liturgici (cfr. CCEO can. 403, §1).

La gerarchia deve curare inoltre che coloro i quali hanno relazioni frequenti con fedeli di altro rito lo conoscano e venerino (cfr. CCEO can. 41) e vigilerà affinché nessuno si senta limitato nella sua libertà a motivo della lingua o del rito (cfr. CCEO can. 588).

 

53. Il Concilio Ecumenico Vaticano II (CD 23) in effetti stabilisce che: “Dove si trovano fedeli di diverso rito, il vescovo deve provvedere alle loro necessità, sia per mezzo di sacerdoti o parrocchie dello stesso rito; sia per mezzo di un vicario episcopale, munito delle necessarie facoltà e, se opportuno, insignito anche del carattere episcopale; sia da se stesso come ordinario di diversi riti”.

     Inoltre “il vescovo può costituire uno o più vicari episcopali che, in forza del diritto ... nei riguardi dei fedeli di un determinato rito, godono dello stesso potere che il diritto comune attribuisce al vicario generale” (CD 27).

 

54. Conformemente al dettato conciliare, il CIC (can. 383, §2) stabilisce quindi che se il vescovo diocesano “ha nella sua diocesi fedeli di rito diverso, provveda alle loro necessità spirituali sia mediante sacerdoti o parroci del medesimo rito, sia mediante un vicario episcopale”. Questi, a norma del can. 476 del CIC, “ha la stessa potestà ordinaria che, per diritto universale ... spetta al vicario generale” anche in rapporto ai fedeli di un determinato rito. Il CIC, dopo aver enunciato il principio della territorialità della parrocchia, stabilisce infatti che, “dove risulti opportuno, vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito” (can. 518).

55. Qualora così si proceda, tali parrocchie faranno giuridicamente parte integrante della diocesi latina, e i parroci del medesimo rito saranno membri del presbiterio diocesano del vescovo latino. E’ da notare, tuttavia, che sebbene i fedeli, nell’ipotesi prevista dai suddetti canoni, si trovino nell’ambito della giurisdizione del vescovo latino, è opportuno che questi, prima di istituire parrocchie personali o designare un presbitero come assistente o parroco, o addirittura vicario episcopale, entri in dialogo sia con la Congregazione per le Chiese Orientali, sia con la rispettiva gerarchia, e in particolare con il Patriarca.

Varrà qui ricordare infatti che il CCEO (can. 193, §3) prevede, quando i vescovi eparchiali “costituiscono questo tipo di presbiteri, di parroci o sincelli per la cura dei fedeli cristiani delle Chiese patriarcali”, che essi “prendano contatto con i relativi patriarchi e, se sono consenzienti, agiscano di propria autorità informandone al più presto la Sede Apostolica; se però i patriarchi per qualunque ragione dissentano, la cosa venga deferita alla Sede Apostolica” (54).

Sebbene nel CIC manchi una espressa disposizione a questo proposito, per analogia essa dovrebbe però valere anche per i vescovi diocesani latini.

 

I “Migranti di altre Chiese e Comunità ecclesiali”

(56-60)

56. La presenza, sempre più numerosa, anche di immigrati cristiani non in piena comunione con la Chiesa cattolica, offre alle Chiese particolari nuove possibilità di vivere la fraternità ecumenica nella concretezza della vita quotidiana e di realizzare, lontani da facili irenismi e dal proselitismo, una maggiore comprensione reciproca fra Chiese e Comunità ecclesiali.

Si tratta di possedere quello spirito di carità apostolica che da una parte rispetta le coscienze altrui e riconosce i beni che vi trova, ma che può attendere anche il momento per diventare strumento di un incontro più profondo fra Cristo e il fratello.

     I fedeli cattolici non devono dimenticare infatti che è anche servizio e segno di grande amore, quello di accogliere i fratelli nella piena comunione con la Chiesa. In ogni caso “se sacerdoti, ministri o comunità che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica non hanno un luogo, né oggetti liturgici necessari per celebrare degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può loro permettere di usare una chiesa o un edificio cattolico e anche prestar loro gli oggetti necessari per il loro culto.

     In circostanze analoghe può essere loro consentito di fare funerali o di celebrare ufficiature in cimiteri cattolici” (55).

57. Da ricordare qui è poi la legittimità, in determinate circostanze, per i non cattolici, di ricevere l’Eucarestia assieme ai cattolici, secondo quanto afferma anche la recente Enciclica Ecclesia de Eucharistia. Infatti “Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale.

     In tal senso si è mosso il Concilio Vaticano II, fissando il comportamento da tenere con gli orientali che, trovandosi in buona fede separati dalla Chiesa cattolica, chiedono spontaneamente di ricevere l’Eucaristia dal ministro cattolico e sono ben disposti (cfr. OE 27).

     Questo modo di agire è stato poi ratificato da entrambi i Codici, nei quali è considerato anche, con gli opportuni adeguamenti, il caso degli altri cristiani non orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica” (cfr. CIC can. 844, §§3‑4 e CCEO can. 671, §§3‑4).

 

58. Ad ogni modo si avrà un reciproco, particolare riguardo dei rispettivi ordinamenti, come raccomandato nel Direttorio per l’applicazione dei principi e norme sull'ecumenismo: “I cattolici devono dar prova di un sincero rispetto per la disciplina liturgica e sacramentale delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, e queste ... sono invitate a mostrare lo stesso rispetto per la disciplina cattolica”.

     Tali disposizioni e l’ “ecumenismo della vita quotidiana” (pag. 64), nel caso dei migranti, non mancheranno di avere benefici effetti. Momenti salienti d'impegno ecumenico potranno essere, in ogni caso, le grandi feste liturgiche delle differenti Confessioni, le tradizionali Giornate mondiali della pace, del migrante e del rifugiato e la Settimana annuale di preghiera per l'unità dei cristiani.

 

Bibliografia

Pontificio Consiglio della pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Istruzione “Erga Migrantes Caritas Christi”, 3 maggio 2004.

 

L’Istruzione rinvia al Direttorio per l’applicazione dei principi e norme sull’ecumenismo al quale del resto si ispira. Riportiamo alcune norme del Direttorio:

 

Condivisione di attività e di risorse spirituali
DE: 102 - 142

 

I cristiani possono essere incoraggiati a condividere attività e risorse spirituali, cioè a condividere quell’eredità spirituale che essi hanno in comune, in una maniera e ad un livello adeguati al loro stato attuale di divisione” (n.102).

La condivisione deve riflettere questa duplice realtà:

a)  la reale comunione esistente (n.104)

b)  il carattere incompleto di tale comunione (n.104,2).

Si ricorda inoltre:

La concelebrazione eucaristica è una manifestazione visibile della piena comunione di fede”. “Non è permesso concelebrare l’Eucaristia con ministri di altre Chiese e Comunità ecclesiali” (n.104e).

 

Preghiera comune

DE 108-115

·       “La conversione del cuore e questa santità di vita, insieme con le preghiere private e pubbliche  per l’unità dei cristiani, si devono ritenere  come l’anima di tutto il movimento ecumenico” (UR 8).

·       “Queste preghiere in comune  sono senza dubbio un mezzo efficace  per impetrare la grazia dell’unità, e sono una genuina manifestazione  dei vincoli con i quali i cattolici  sono ancora uniti con questi altri cristiani” (DE 108, UR 8).

·       Occasioni: (esempi): preghiera per la pace, questioni sociali. Dignità della famiglia, povertà, fame, violenza ecc., festa nazionale, riunioni tra cristiani per lo studio e l’azione (DE 19).

·       “La preghiera comune dovrebbe avere però come oggetto innanzitutto la ricomposizione  dell’unità dei cristiani” (DE 110).

·       “Tale preghiera dovrebbe essere preparata di comune accordo  con l’apporto di rappresentanti di Chiese e Comunità ecclesiali o altri gruppi” (DE 111).

·       “ Sulla via ecumenica  verso l’unità il primato spetta senz’altro alla preghiera comune” (Ut Unum Sint 22).

·       Una occasione particolare e che si estende sempre più, ma da promuovere ulteriormente, è la “settimana di preghiere per l’unità dei cristiani” (18-25 gennaio).

 

Alla preghiera può partecipare l’intero popolo di Dio, anche coloro che non si dedicano specialmente all’azione ecumenica.

 

“Condivisione della liturgia non sacramentale e cooperazione pastorale”

DE 116-121

·       “In certe occasioni, la preghiera ufficiale di una Chiesa può essere preferita a celebrazioni ecumeniche preparate per l’occasione” (DE 116).

·       “Nelle celebrazioni liturgiche che si fanno in altre Chiese  e Comunità ecclesiali, si consiglia ai cattolici di prendere parte ai salmi, ai responsori….Se i loro ospiti lo propongono possono proclamare una lettura o predicare” (DE 117).

·       “In una celebrazione  liturgica cattolica, i ministri  delle altre Chiese e Comunità ecclesiali possono avere il posto e gli onori liturgici che convengono al loro rango e al loro ruolo” (DE 119).

·       “A prudente giudizio dell’ordinario del luogo, il rito delle esequie della Chiesa cattolica può essere concesso a membri di una Chiesa e di una Comunità ecclesiale non cattolica, a condizione che ciò non sia contrario alla loro volontà, che il loro ministro ne sia impedito e che non si oppongono le disposizioni generali del diritto” (DE 120).

·       “Le benedizioni ordinariamente impartite ai cattolici possono essere impartite anche agli altri cristiani, vivi e defunti…” (DE 121).

·       Quando è necessario “il vescovo diocesano può permettere (a comunità o ministri non cattolici) di usare una Chiesa o un edificio cattolico ed anche prestare loro gli oggetti necessari per il culto” (DE 137).

·       “Nelle scuole e istituzioni cattoliche si deve fare ogni sforzo per rispettare la fede e la coscienza degli studenti e dei docenti che appartengono ad altre Chiese e Comunità ecclesiali”… “I ministri ordinati delle altre comunità possano esercitare senza alcuna difficoltà il loro servizio spirituale e sacramentale per i loro fedeli che frequentano tali scuole o istituzioni” (DE 141).

·       “Negli ospedali e nelle case  per persone anziane e nelle istituzioni analoghe dirette da cattolici, le autorità devono darsi premura di avvertire i sacerdoti e i ministri delle altre Comunità cristiane della presenza dei loro fedeli e agevolarli perché possano far visita a dette persone e portar loro un aiuto spirituale e sacramentale…” (DE 142).

 

Condivisione di vita sacramentale

DE 122-136

     Nel Direttorio ecumenico le norme su “La condivisione di vita sacramentale, in particolare dell’Eucaristia” (nn. 122-136) sono organizzate in base ad una chiara distinzione in due sezioni:

·       rapporti con le Chiese ortodosse (nn. 122-128)

·       e con le “altre Chiese e Comunità ecclesiali”, cioè con le Comunità ecclesiali provenienti dalla Riforma (nn. 129-136).

 

Con i membri delle varie Chiese orientali
(“non in piena comunione con Roma”)

DE 122-128

 

Affermazioni di base:

·       Quelle chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti, e soprattutto in forza della successione apostolica  il sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora uniti con noi da strettissimi vincoli” (UR 15, DE 122).

·       Per mezzo della celebrazione dell’Eucaristia del Signore, in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce (UR 15)

·       Circa l’amministrazione di tre sacramenti (Eucaristia, penitenza e unzione degli infermi) i due Codici di diritto canonico per la Chiesa latina e per le Chiese orientali presentano due norme:

 

1. Una per i cattolici:

     “Ogni volta che una necessità lo esiga o una vera utilità spirituale lo consigli - e perché sia evitato il pericolo di errore o di indifferentismo - è lecito ad ogni cattolico, per il quale sia fisicamente o moralmente impossibile accedere al ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi da parte di un ministro della Chiesa orientale” (n.123 -  cfr. CJC 844,2 e CCEO 671,2).

 

N.B. Si richiede l’impossibilità fisica o morale di accedere al sacerdote cattolico.

 

2. L’altra per gli ortodossi:

     I ministri cattolici possono amministrare lecitamente i tre sacramenti (Eucaristia, penitenza e unzione degli infermi) agli ortodossi “qualora questi lo richiedano spontaneamente e abbiano le dovute disposizioni” (DE 125, cfr. CJC 844,3 e CCEO 671,3).

     Non viene considerata la condizione che non sia possibile accedere al ministro ortodosso. Questa reciprocità “ineguale” – che proviene dal CJC e dal CCEO – è stata criticata dagli ortodossi e considerata come tentativo di proselitismo latente. Tuttavia, tanto i due codici che il DE attirano l’attenzione sulla disciplina delle Chiese ortodosse.

     Il DE chiede ai ministri cattolici di “evitare ogni proselitismo, anche solo apparente” (DE 125).

 

3. Altre disposizioni

Testimoni al matrimonio:

“Una persona appartenente ad una Chiesa orientale può fare da testimone a un matrimonio in una chiesa cattolica”… e viceversa (DE 128).

 

NB.                                                                          In un matrimonio celebrato nella Chiesa ortodossa occorre che “Il/la testimone sia ortodosso/a” (Calendario 2006 della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, p. 95).

 

Un ministro cattolico in un matrimonio ortodosso

“Un ministro cattolico può presenziare e prendere parte, in una chiesa orientale, ad una cerimonia di matrimonio, celebrata secondo le norme” (DE 128).

Padrini

“Il ruolo di padrino ad un battesimo conferito in una Chiesa orientale ortodossa non è interdetto ad un cattolico se invitato” (DE 98b).

“In forza alla stretta comunione esistente tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali ortodosse, è consentito per un valido motivo, ammettere un fedele orientale con il ruolo di padrino, congiuntamente da un padrino cattolico (o una madrina) al battesimo di un bambino o di un adulto cattolico…” (DE 98b).

NB. Invece in un battesimo nella Chiesa ortodossa “Il padrino o la madrina deve essere cristiano ortodosso” (Calendario 2006 della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, p. 94).

 

Battesimo a figli di genitori ortodossi

CCEO can. 681, § 4: “Il bambino sia di genitori cattolici sia di genitori acattolici, che si trova in pericolo di morte tale da far ritenere prudentemente che morirà prima di raggiungere l’uso della ragione, è battezzato lecitamente”.

Can 681, § 5: “Il bambino di cristiani acattolici è battezzato lecitamente, se i genitori oppure uno di essi o chi ne fa legittimamente le veci lo richiedono e se ad essi è fisicamente  impossibile recarsi dal proprio ministro”.

(In questo caso rimane ai genitori l’obbligo di educarlo nella fede della propria chiesa, come si deduce dal § 1 dello stesso canone che dichiara: “Perché un bambino sia lecitamente battezzato si esige che vi sia la fondata speranza  che sarà educato nella fede della Chiesa cattolica, fermo restando il § 5).

 

Valore del battesimo cattolico per gli ortodossi

     Il Calendario 2006 della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, p. 94 riporta:

“Nel caso di conversione di un eterodosso all’Ortodossia, qualora siano battezzati nel nome della Santissima Trinità, viene amministrata solo la santa cresima, dopo che sono stati istruiti nella fede ortodossa”.

 

Matrimonio di due fedeli non cattolici può essere celebrato da un sacerdote cattolico:

CCEO can. 833, §1: “Il gerarca del luogo può concedere a qualsiasi sacerdote cattolico la facoltà di benedire il matrimonio dei fedeli di una chiesa orientale acattolica, i quali non possono recarsi dal proprio sacerdote senza un grave disagio, se lo chiedono spontaneamente e purché nulla ostacoli la valida e lecita celebrazione del matrimonio”.

 

§ 2: “Il sacerdote cattolico, se è possibile, prima di benedire il matrimonio renda nota della cosa la competente autorità di quei fedeli”.

Matrimoni Misti

DE 143 -160

 

Il Direttorio Ecumenico contiene una sezione sui “Matrimoni misti” (DE 143-160) sull’intera problematica (aspetti teologici, canonici, pastorali).

 

A.        Matrimoni misti fra una parte cattolica e una parte ortodossa

·       La celebrazione di un matrimonio tra una parte cattolica ed una parte ortodossa necessita della “espressa licenza dell’autorità  competente (CJC can. 1124, CCEO can. 813).

·       Per avere questa licenza dall’ordinario del luogo, la parte cattolica “deve fare  sincera promessa  che farà tutto secondo le sue possibilità affinché l’intera prole sia battezzata ed educata nella Chiesa cattolica” (CJC can. 1125, §1 - CCEO can. 814, §1). La parte non cattolica deve essere informata di quest’obbligo della parte cattolica (Ibidem, § 2).

·           Per questi matrimoni “la forma canonica deve essere osservata solo per la liceità” (CJC can. 1127, § 1, CCEO can. 834, §2).

·           “E’ vietato che prima o dopo  la celebrazione canonica, si abbia del medesimo matrimonio un’altra celebrazione religiosa  per prestare o per rinnovare  il consenso matrimoniale. Egualmente non si faccia una celebrazione religiosa nella quale un assistente cattolico e un ministro non cattolico insieme, ciascuno secondo il suo rito, richiedano il consenso delle parti” (CJC can. 1127, §3 ).

·           Il coniuge cattolico di  un matrimonio misto deve essere pastoralmente aiutato “per poter adempiere i suoi obblighi”; i pastori aiutino i coniugi di un matrimonio misto” a favorire l’unità della vita familiare” (CJC can. 1128, CCEO can. 816).

 

B.      Per quanto riguarda la partecipazione all’Eucaristia il Direttorio prevede:

·       I matrimoni misti generalmente hanno luogo “al di fuori della liturgia eucaristica” (n. 159).

·       “Il vescovo diocesano può permettere la celebrazione dell’Eucaristia” (Ibidem, cfr. Ordo Celebrandi Matrimonium, 8).

·       “In quest’ultimo caso, la decisione di ammettere o no la parte non-cattolica del matrimonio alla Comunione eucaristica va presa in conformità delle norme generali esistenti in materia, tanto per i cristiani orientali, quanto per gli altri cristiani” (n. 159).

·       Ma il DE aggiunge un richiamo particolarmente importante per la pastorale e per l’ospitalità eucaristica. Il richiamo è questo: occorre certamente applicare le norme generali, ma “tenendo conto di questa situazione particolare che cioè ricevono il sacramento del matrimonio cristiano due cristiani battezzati” (Ibidem).

·         Coloro che eventualmente in un matrimonio misto chiedono l’Eucaristia hanno ricevuto due sacramenti: il battesimo e il matrimonio cristiano.

·         Anche per la vita normale – dopo la celebrazione del matrimonio – di una coppia sorta da un matrimonio misto, nel resto della vita “la condivisione dell’Eucaristia non può essere che eccezionale (n. 160) e vanno osservate sempre le norme generali e le indicazioni pastorali date dal vescovo o dalla conferenza episcopale.

 

Prassi della Chiesa ortodossa greca in Italia

 

Il Calendario 2006 della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, p. 95, indica che per la celebrazione di un matrimonio misto:

Occorre “una dichiarazione firmata della parte eterodossa, in cui assume la responsabilità morale di battezzare ed educare i figli nella Chiesa ortodossa”;

Occorre “che il/la testimone sia ortodosso/a”;

“E’ proibita la concelebrazione del sacramento del matrimonio da parte di sacerdoti ortodossi, con ministri di culto eterotodossi”.

 

Bibliografia

Sussidio per l’Italia particolarmente dei matrimoni con i protestanti: Mario Polastro – Igli Vicentini (a cura), Matrimoni misti interconfessionali – Documenti delle Chiese 1970-2000, Pinerolo 2005

 

Proposizione 41 del Sinodo dei vescovi (2005)

 Ammissione dei fedeli non cattolici alla Comunione:

“Sulla base della comunione di tutti i cristiani, che l’unico battesimo già rende operante, anche se non ancora in maniera completa, la separazione alla mensa del Signore è sperimentata giustamente come dolorosa. Sia dentro la Chiesa cattolica come da parte dei nostri fratelli e sorelle non cattolici, viene avanzata di conseguenza molto spesso la richiesta urgente della possibilità di comunione eucaristica tra i cristiani cattolici e gli altri.

     Si deve chiarire che l’Eucaristia non designa e opera solo la nostra personale comunione con Gesù Cristo, ma soprattutto la piena communio della Chiesa. Perciò chiediamo che i cristiani non cattolici comprendano e rispettino il fatto che per noi, secondo l’intera tradizione biblicamente fondata, la comunione eucaristica e la comunione ecclesiale si appartengono intimamente e quindi la comunione eucaristica con i cristiani non cattolici non è generalmente possibile.

     Ancor più è esclusa una concelebrazione ecumenica. Parimenti dovrebbe essere chiarito che in vista della salvezza personale l’ammissione di cristiani non cattolici all’Eucaristia, al sacramento della penitenza e all’unzione dei malati, in determinate situazioni individuali sotto precise condizioni è possibile e perfino raccomandata (UR 8,15; Direttorio Ecumenico 129-131; CIC 844, § 3 e 4; CCEO 671, § 4; Lettera enciclica Ut unum sint 46; Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia 46). Il Sinodo insiste perché le condizioni espresse nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1398-1401) e nel suo Compendio (293) siano osservate.

 

Osservazione conclusiva

     La presenza di cristiani orientali nelle nostre diocesi offre l’opportunità per esercitare la carità con una accoglienza fraterna e nello stesso tempo vivere insieme quelle dimensioni della comunione esistenti, anche con la preghiera comune e con la condivisione di vita non sacramentale e sacramentale sulla base dell’unità esistente e nei limiti indicati dalla normativa canonica.

“Da tale unità fondamentale, ma parziale, si deve ora passare all’unità visibile e necessaria e sufficiente, che si iscriva nella realtà concreta, affinché le Chiese realizzino veramente il segno di quella piena comunione nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica che si esprimerà nella concelebrazione eucaristica” (Ut Unum Sint, 78) (Besa/Roma).

 

CIVITA: I PAPADES
TESTIMONI DI FEDE

 

La tradizione religiosa arbëreshe è stata trasportata fino a noi, di generazione in generazione, da una solida catena di sacerdoti, nella gran parte, anonimi. Vorremo contribuire a ritrovare  le loro figure spirituali.

Abbiamo chiesto all’arciprete di Civita, p. Antonio Trupo, di presentarci la figura di alcuni suoi predecessori:

 

I nostri antenati, venendo in Italia per sfuggire alla dominazione turca, sono stati guidati anche dai loro papades. Questi trovarono benevola accoglienza presso i vescovi latini, le badie dei religiosi, tenendo conto anche che siamo dopo il Concilio di Firenze (1439), conclusosi con un Bolla di unione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. La loro presenza attiva, responsabile e garante, benché di tradizione bizantina, è stata di valido aiuto nel loro inserimento in Italia. Pertanto va a loro il grande merito insieme a insigni rappresentanti laici di aver programmato e realizzato la sistemazione in terra straniera e non sempre ospitale di questi immigrati albanesi, disseminati in tutto il sud Italia.

Solo alcuni nomi sono noti per aver firmato i contratti, le cosiddette “Capitolazioni” con l’autorità del luogo e per aver scritto in difesa della loro popolazione. Con tenacia e con orgoglio di appartenenza e col sentirsi tutt’uno con i loro corregionali e connazionali, li hanno guidati e protetti.

     Con tutte le loro debolezze, limiti e difficoltà incontrate, ma conoscitori dello spirito umano, anche per loro studi umanistici, filosofici e teologici sia a S. Demetrio Corone che a Roma e per il loro amore fraterno verso tutti, sono stati punti di riferimento, propulsori di unità e di amalgama fra le diverse esigenze dei componenti della comunità.

     Dai registri parrocchiali di Civita, iniziati nel 1610, risulta un numeroso elenco di sacerdoti nella loro funzione di amministratori di sacramenti. Il primo è D. Frascino Giovanni. Seguono Bellusci, Dorsa, Stamati, Comino Alfonso, Lopez, Bellizzi, D’Agostino, Pellicano, Zucchero ed Emmanuele.

Civita possiede i libri liturgici del 1700, consumati dal tempo e dal continuo uso, segno della preghiera costante, da cui si ispiravano per la loro vita spirituale e quella della comunità. Però voglio soffermarmi sugli ultimi parroci, impegnati per quasi due secoli a servizio della parrocchia di Civita.

 

Pellicano Nicola (1847-1873)

Proviene da una famiglia benestante e numerosa di origine reggina, ma presente in questo paese già a metà del 1600. Di lui è scritto nella lapide posta in chiesa, in latino: Don Nicola arciprete Pellicano di vita integra, perito nel campo letterario, per molte sue cure rifece, aumentò, abbellì questa chiesa, con l’intervento del pittore Vincenzo Capaccio 1858.

Da un documento notarile del 1641, la chiesa parrocchiale di S. M. Assunta era già in buona fase di costruzione con le tre navate.

Una certa signora Camodeca Martina di Castroregio, vedova di Giovanni Bellusci, afferma di aver fatto costruire una cappella dentro la Chiesa Madre di detto casale in onore della Madonna del Rosario e che i figli la decorassero e la custodissero. Siamo ai primi del 1600, ancora memori della famosa battaglia di Lepanto, in cui i cristiani sconfissero gli ottomani.

La suddetta signora ha voluto ricordare questo evento con la cappella dedicata alla  santa Protettrice del popolo albanese.

Non ci sono documenti che attestino il tipo di intervento. Si suppone che abbia ampliato la sacrestia e il campanile. Rimangono ancora le testimonianze degli affreschi sul soffitto a volta a botte incannucciato in buono stato. Le altre due navate laterali hanno le volte a botte in pietra e in mattoni. Partendo dall’entrata sono raffigurati l’Immacolata, S. Biagio vescovo e martire, la Trinità, infine la Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina.

Decorò tutta la chiesa con vera arte, fiori, viti, volti angeli, stucchi barocchi, semplici e piacevoli. Questa decorazione scomparve con i lavori effettuati nel 1937. Gli ultimi anni si ammalò gravemente e gli successe il nipote Pellicano Antonio. Tra le carte conservate nell’archivio parrocchiale risulta che ha compilato un lavoro prezioso e circostanziato: Lo stato delle anime (1864). Di questo rimangono appena tre fogli. Sono però segni dell’impegno pastorale e di una buona conoscenza delle famiglie di Civita. Un altro Stato d’anime è del 1780, che indica i vari rioni, capofamiglia, nucleo familiare.

Da notare che i battesimi, annualmente, superavano le cento unità, così anche i defunti.

 

Pellicano Antonio (1873-1908)
Di questi non ci sono scritti in possesso della parrocchia, eccetto i registri parrocchiali da lui trascritti.
Però durante il suo parroccato sono iniziate le emigrazioni verso il nord America. Nei primi anni del 1880, “settanta” uomini hanno lasciato il paese.

Con le rimesse, frutto del loro lavoro, si è sviluppato il rione “Magazzeno”, con vie ampie e diritte, e il benessere familiare prosperò con l’acquisto di proprietà terriere verso Lauropoli e il monte di Cassano. Anche lo stile di vita si “americanizzò”.

Nel 1896 si pose l’orologio meccanico sul campanile che, assieme alle campane, con i suoi rintocchi, ha segnato e continua a segnare la vita dei civitesi.

 

Mons. Giovanni Mele (1909-1913):

Di animo mite, cordiale e scrupoloso, iniziando a Civita i suoi primi passi di sacerdote e vivendo con le due sorelle, egli con puntualità e sobrietà si dedicava al suo esercizio sacerdotale, impartendo il catechismo ai ragazzi e agli adulti. Nel 1913 viene trasferito a Lungro, nel 1919 è eletto primo vescovo della nuova diocesi. La sua calligrafia sui registri è chiara, precisa e inconfondibile. E’ il primo parroco non civitese, che ha dovuto prendere in affitto una casa costruita con le rimesse degli emigrati americani, perché prima ogni sacerdote abitava presso la propria famiglia.

Il tempio di culto, grande e maestoso, era sprovvisto di struttura pastorale e di abitazione per il parroco.

 

D’Agostino Domenico (1914-1935)

Proviene da Plataci, dove svolse il suo primo ministero (1907-1914). Era un vulcano nel suo parlare, nel suo agire, aperto, socievole, generoso e intelligente. Si ricorda ancora con simpatia la sua voce brillante che incantava per le sue battute particolari. Anche oggi gli anziani dicono: “Ngle Zoti D’Agostino, thoj, këntonjei, bënjei”. Un vero testimone di fede!

Di carattere insofferente e quieto, cambiò diverse abitazioni. Prima abitò negli stretti locali della sacrestia e del Campanile, fornendoli di servizi di acqua corrente. Sua madre era una donna veramente santa: non consumava mai da sola i cibi, vi era sempre qualche povero accanto a lei e al figlio. Negli anni 1916-1928 tenne le cosiddette missioni popolari. La croce, posta all’inizio del paese, le testimoniano.

Scrive al Papa Pio XI, al prefetto di Cosenza, ai vescovi di Cassano e di Lungro, ponendo la necessità di una struttura pastorale e di una casa canonica. Voce non esaudita!

Pone attenzione particolare verso la gioventù, l’Azione Cattolica e il gruppo “Le Figlie di Maria”, il quale gruppo si impegnò per l’impianto elettrico in chiesa (1924). In questo periodo scomparvero le congreghe religiose.

Nel 1935 ebbe l’idea di voler cambiare parrocchia, perché insoddisfatto delle sue attività pastorali. Una richiesta non pienamente convinta, ma una forma di protesta. Mons. Mele accettò le sue dimissioni e nominò Francesco Camodeca, trasferendolo da Eianina. D’Agostino scrive al vescovo di voler ritirare le dimissioni. Gli fu risposto un po’ duramente che ormai era tardi. Per alcuni mesi va a Plataci, poi Eianina, ed infine a S. Giorgio, dove muore nel 1944 per un infarto.

 

Camodeca Francesco (1935-1985)

Da nobile famiglia dei Coronei di Castroregio, aveva compiuto gli studi medi, come D’Agostino, presso il seminario di Cassano e ordinato sacerdote il 27 dicembre 1927 a Roma da mons. Isaia Papadopulos. Svolse il primo ministero ad Eianina dal 1928 al 1935.

Venne a Civita il 22 dicembre 1935, dove rimase per cinquant’anni. Nel 1985 si dimise da parroco per l’età avanzata e le difficoltà  di adempiere agli obblighi pastorali. Ancora si conservano le sue prime omelie.

Uomo colto, prudente e riservato, fu stimato ed apprezzato da mons. Mele che gli affidò diversi incarichi: Presidente del Tribunale Ecclesiastico Diocesano, Cancelliere della Curia vescovile, Direttore ufficio amministrativo, Assistente dell’Azione Cattolica, il delicato compito di Delegato vescovile. Negli anni ’30 e ’40 è stato uno dei maggiori collaboratori nella vita della giovane eparchia.

A Civita aprì una scuola media privata, insegnando egli stesso italiano, latino, greco, matematica, storia e geografia, per venire incontro alle famiglie e ai giovani che non potevano raggiungere Castrovillari, dove venivano presentati agli esami di stato. Molti dei professionisti di oggi lo ricordano con stima e simpatia. Il suo impegno scolastico non lo distolse dalle attività pastorali. Impartiva con puntualità ogni giorno in quaresima il catechismo ai ragazzi della V elementare e curava con scrupolosità i giovani dell’Azione Cattolica. Per le classi I, II, III e IV impegnò le ragazze dell’Azione Cattolica. E’ stato un lavoro fruttuoso anche perché le signore, oltre il catechismo, hanno preso in cura anche la chiesa, con la pulizia, con il cucire e ricamare a uncinetto le tovaglie, che ancora oggi si possono ammirare.

            D’Agostino sognava una degna abitazione per il parroco con i vari  uffici. Ci riuscì Camodeca nel 1956. Con l’aiuto della S. Congregazione Orientale, acquistò una casa ampia e comoda nel rione Magazzino con un giardino, dove nel 1963 costruì anche la scuola materna, finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno e affidata alle suore basiliane. Oggi, chiusa per mancanza di bambini, è diventata casa di accoglienza e struttura per le attività parrocchiali.

Il suo pensiero è rivolto anche alla chiesa come edificio. Nel 1937 un benefattore civitese G.B. Scaracchio, residente in Brasile, diede un congruo contributo per rifare il pavimento in mattoni di cemento, decorare la chiesa e acquistare le prime sedie.

Lo attesta una lapide posta alla navata laterale. Nel 1977, in occasione del suo cinquantesimo di sacerdozio, mons. Giovanni Stamati lo insignì del titolo di archimandrita.  Ha lasciato questo mondo per la casa del Padre il 3 marzo 1989, all’età di 86 anni. Il vescovo, nella sua circolare diretta al clero e ai fedeli, scriveva: “L’archimandrita Francesco Camodeca ha servito la Chiesa con fedeltà, amore e zelo pastorale”.

La sua salma riposa nel cimitero di Civita. I validi collaboratori di questi ultimi parroci sono stati i sacerdoti: Bellusci Francesco, Bellusci Angelo, Emmanuele Nicola e Pellicano Giuseppe Maria, morto nel 1941. Da allora Civita non ha espresso alcun altro sacerdote, benché negli anni ’50 e ’60, un forte nucleo di ragazzi frequentò i seminari minore e maggiore.

 

Conclusione

I due Pellicano hanno avuto la loro formazione culturale e spirituale nel Collegio di S. Adriano in S. Demetrio Corone, invece Mele, D’Agostino, Camodeca, prima frequentarono le scuole medie nel seminario di Cassano, poi filosofia e teologia presso il Pontificio Collegio Greco di Roma, diretto dai padri Benedettini.

Tutti hanno profuso un intenso impegno culturale e spirituale.

 

Dagli ultimi tre, provenienti da Roma, si aspettava che dessero un tono specifico nel campo liturgico e strutturale degli edifici di culto, ma prigionieri delle dure scorie di ibridismo formate nel passato, sotto orientamento dei vescovi latini non riuscirono a riscoprire la loro identità di Chiesa bizantina, di valorizzare il proprio patrimonio liturgico e teologico, modificare strutture interne: iconostasi, altari e altro spazio sacro, e introdurre le icone secondo i canoni dell’arte bizantina.

 

Infatti nel 1900 sono state ancora moltiplicate e incentivate usanze latine, come statue, via crucis, novene, benedizioni vespertine, il rosario e altre preghiere in latino, anche sotto l’influsso selle missioni popolari dei vari padri Passionisti e Redentoristi, tralasciando le ufficiature come Paraklisis, Akathistos, Proiasmena.

Ancora oggi la signora Vavolizza Rachele, anni 103, canta e prega in latino.

Però nelle grandi festività veniva celebrato il Mattutino e le varie Ore, il Vespro solenne e cantato in greco in musiche tradizionali, secondo un Tipikon locale, conservato ancora nell’archivio parrocchiale, che fa riferimento a quello di Costantinopoli. (Besa/Roma).

BELGRADO

DIALOGO CATTOLICO-ORTODOSSO

“conciliarità e autorità nella chiesa”

 

A Belgrado, ospitata dalla Chiesa serba, ha avuto luogo la IX sessione plenaria della Commissione Mista Internazionale per il dialogo teologico ufficiale tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. Riportiamo in traduzione italiana il comunicato divulgato a conclusione della sessione:

 

IX  Sessione Plenaria

La nona sessione plenaria della Commissione Mista  Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme si è tenuta a Belgrado, in Serbia, dal 18 al 25 settembre 2006 allo scopo di continuare la ricerca, avviata nel 1980,  del ristabilimento della piena comunione.  La Chiesa ortodossa di Serbia ha generosamente offerto l’ospitalità all’incontro.  Esso si è ufficialmente inaugurato nella cappella del Patriarcato serbo  alla presenza di Sua Santità il Patriarca Pavle, che ha dato il benvenuto ai membri della Commissione assicurandoli del suo sostegno nella preghiera. Il Patriarca ha affermato: “….Benvenuti  in questa Casa del Signore della nostra Chiesa, tra il nostro popolo e nella mia casa! La mia umile preghiera avvolgerà il vostro  Dialogo Teologico di amore e di verità, per il quale siete riuniti qui. Ciò che è ben più significativo, e che è anzi più importante di tutto, è che voi siate fortificati dalla grazia dello Spirito Santo, che corregge tutte le nostre manchevolezze e guarisce tutte le nostre debolezze”.

La Commissione ha invocato lo Spirito Santo sui suoi lavori.

     Nella prima sessione dell’incontro, che si è svolto presso il Centro Internazionale Sava, i co–presidenti della Commissione, S.E. il Cardinale Walter Kasper e S.E. il Metropolita Ioannis di Pergamo, hanno introdotto i lavori della Commissione; il Metropolita di Zagabria, Jovan, ha dato il benvenuto ai presenti a nome del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa di Serbia.

 

Il Primo Ministro serbo, Dott. Vojislav Koštunica, si è rivolto alla Commissione affermando: “…Le Chiese d’Oriente e d’Occidente con il loro dialogo stanno offrendo uno straordinario esempio, e questo incontro teologico a Belgrado costituisce un punto di riferimento lungo il cammino. Il più grande dono che può essere fatto all’umanità contemporanea è quello di convincere i popoli, e forse prima di tutto le élite politiche, che il dialogo non ha alternative,  e che ogni forma di esercizio della forza, di comando o di imposizione di modelli e soluzioni proprie – principalmente al servizio di interessi personali – lungi dall’edificare la pace, la fiducia, la solidarietà e la cooperazione,  distrugge ciò che resta dei ponti tra popoli e comunità che si fronteggiano…”. Il Primo Ministro ha anche offerto un ricevimento ed una cena a tutti i partecipanti all’incontro.

La Commissione è composta da 30 membri ortodossi e

altrettanti membri cattolici, ed è moderata da due co–presidenti, S.E. il Cardinale Walter Kasper e S.E. il Metropolita di Pergamo, Ioannis (Patriarcato ecumenico). S.E. il Metropolita di Sassima, Gennadios (Patriarcato ecumenico) e Mons. Eleuterio F. Fortino (Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) svolgono il compito di co–segretari della Commissione. La Delegazione cattolica a Belgrado era presente al completo, ad eccezione di due membri, che non hanno potuto prendervi parte. I membri ortodossi rappresentavano il Patriarcato ecumenico, il Patriarcato di Alessandria e di tutta l’Africa, il Patriarcato di Antiochia, il Patriarcato di Gerusalemme, il Patriarcato di Mosca, il Patriarcato di Serbia, il Patriarcato di Romania, il Patriarcato di Georgia, la Chiesa di Cipro, la Chiesa di Grecia, la Chiesa di Polonia, la Chiesa d’Albania, la Chiesa delle Terre Ceche e di Slovacchia, la Chiesa di Finlandia.

La Commissione ha discusso un testo dal titolo:  Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche dalla natura sacramentale della Chiesa: conciliarità e autorità nella Chiesa”, a tre livelli della vita della Chiesa, locale, regionale e universale.

Il testo era stato preparato dal Comitato Misto di Coordinamento della Commissione riunito a Mosca nel 1990. Esso avrebbe dovuto essere presentato alla sessione plenaria della Commissione a Freising (Germania), nello stesso anno 1990, ma non fu discusso né in quell’occasione né successivamente poiché gli eventi allora in corso in Europa Orientale imposero alla Commissione di trattare il tema dell’«uniatismo» in relazione al dialogo ecumenico. Nell’attuale incontro, il documento preparato a Mosca è stato attentamente esaminato in uno spirito, condiviso dalle due parti, di genuino impegno a ricercare l’unità.

La  Commissione ha nominato un comitato di redazione con l’incarico di emendare il documento sulla base delle numerose osservazioni e commenti espressi durante la discussione del testo. Il documento così emendato sarà l’oggetto dei dibattiti della prossima sessione plenaria della Commissione che si terrà nel 2007, ospitata dalla Chiesa cattolica.

Durante la settimana dell’incontro, i delegati cattolici  sono stati presenti alla Divina Liturgia nella chiesa di San Marco, celebrata in occasione della Festa della Natività della Madre di Dio, la Theotokos; i membri ortodossi, su invito dell’Arcivescovo di Belgrado, S.E. Mons. Stanislav Hočevar, sono stati presenti ad una Messa nella cattedrale cattolica di Belgrado  dedicata all’Assunzione della Santa Vergine. I membri della Commissione hanno anche avuto l’opportunità di visitare lo storico Monastero di Ravanica dove il vescovo di Branichevo, S.E. Ignatij, ha offerto loro una cena.   La domenica 24 settembre, il Presidente della Serbia, S.E. Boris Tadić ha offerto una cena presso la sua residenza in onore della Commissione.

     L’incontro della Commissione Mista è stato caratterizzato da uno spirito di amicizia e di fiduciosa collaborazione. I membri della Commissione hanno profondamente apprezzato la generosa ospitalità della Chiesa ortodossa di Serbia ed essi raccomandano, con particolare intensità, la continuazione dei lavori del dialogo alle preghiere dei fedeli (Besa/Roma).

 

LUNGRO
TRE CHIROTONIE PRESBITERALI

 

Nell’eparchia di Lungro, prossimamente, avranno luogo tre chirotonie presbiterali. Domenica 15 ottobre il diacono Ivan Pitra verrà ordinato nella Cattedrale; domenica 29 ottobre, il diacono Marcello Iancu nella chiesa parrocchiale di S. Benedetto Ullano; domenica 5 novembre, il diacono Raffaele De Angelis nella chiesa parrocchiale di Acquaformosa.

Nella circolare di settembre, il vescovo di Lungro, mons. Ercole Lupinacci, scrive: “Invito tutti ad offrire preghiere e sacrifici per gli ordinandi, perché lo Spirito Santo li riempia dei suoi doni e li conformi a Cristo, sommo ed eterno Sacerdote, per la gloria del Padre e la santificazione del popolo di Dio” (Besa/Roma).

 

KOSOVA

TRE MONUMENTI ORTODOSSI

luoghi del patrimonio mondiale

 

Il Comitato dell’UNESCO per il  Patrimonio Mondiale, nella riunione di luglio, tenuta a Vilnius (Lituania), ha deciso di includere tre monumenti che si trovano nella Kossova: la chiesa di Nostra Signora di Ljeviš, il monastero di Gračanica e il Patriarcato di Peć.

La chiesa di N.S. di Ljeviš si trova a Prizren ed è stata costruita nel 1307; le decorazioni di Gračanica sono state terminate nel 1321; le decorazioni del complesso di Peć sono della metà del secolo XIV (Besa/Roma).

 

LUNGRO
CORO POLIFONICO ITALO-BIZANTINO

 

Per il XXV anniversario della chirotonia episcopale del vescovo di Lungro mons. Ercole Lupinacci, il coro polifonico bizantino italo-albanese, diretto dal prof. Giovan Battista Rennis, ha registrato un’ interessante antologia di canti della liturgia bizantina in un CD offerto in omaggio e augurio per il vescovo. Iniziativa utile da continuare con la registrazione delle principali akolouthie in modo da favorirne l’apprendimento e la divulgazione nelle varie Comunità italo-albanesi per rafforzare il canto della preghiera nella liturgia (Besa/Roma).


Teologia quotidiana

70

HESYCHIA (13): CAMMINO DI ASCESA VERSO LA TRANQUILLITA’ DELL’ANIMA

 

L’hesychìa prevede un cammino in salita. Tre immagini biblico - patristiche ci illustrano il processo verso la tranquillità dell’anima e del corpo: la scala con i suoi gradini indica la lenta progressione, il Monte (Sinai e Tabor) l’ascesa alla visione di Dio e la crescita alla misura di Cristo vera immagine di Dio. L’hesychìa non è accidia, non è passività, ma tensione continua verso la perfezione e la santità a cui Gesù Cristo ha chiamato i suoi seguaci.

 

1. Il metodo per l’acquisizione della hesychìa insegnato da Giovanni Climaco (VI-VII sec.) attualmente si chiama La Scala (klimax). Da qui proviene il nome climaco che la tradizione dà all’autore “Abba Giovanni, egumeno dei monaci del Monte Sinai”. Il titolo originale dell’opera - come risulta da vari manoscritti - era Tavole Spirituali (Plàkes pneumatikaì) a causa del paragone tra l’egumeno che conduce i suoi monaci verso Dio attraverso la liberazione delle passioni e Mosé che libera Israele dalla schiavitù del faraone. L’immagine della scala si fonda sulla visione-sogno di Giacobbe e conferisce l’unità all’intera opera del Climaco. Giacobbe vide una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo (Gen 28,12). Il Climaco rivolto a Dio-Carità in un discorso diretto chiede spiegazioni: “Come si può compiere una tale ascensione! Quali sono i gradini che formano insieme questa scala” (XXX, 18 ). La Scala in 30 gradini individua il cammino verso Dio e verso la serenità interiore. La struttura de La Scala viene suddivisa in tre parti: Rottura con il mondo (gradini I-III); Virtù e passioni (gradini IV-XXVI; Unione con Dio (gradini XXVII-XXXX). E’ l’unione con Dio la vera causa della hesychìa.

Nel “Discorso al Pastore”, cioè a Giovanni Raiko cui è dedicata La Scala, il Climaco cita un salmo sulla fatica che occorre per crescere nella vita spirituale: “Quanta fatica è davanti a me finché non sono entrato nel santuario di Dio” (Sal 72,16-17). Ma anche aggiunge in paragone con Mosé: “Tu stai veramente seguendo le sue orme, e progredendo continuamente verso l’alto sei quasi arrivato a superarlo” (La Scala, Discorso al Pastore 100b). Sempre riferendosi all’egumeno Giovanni Raiko, il Climaco conclude la sua opera con queste parole: “Tu ormai hai raggiunto la cima della santa scala e ti sei unito alla carità e la carità è Dio stesso”.

 

2.  San Gregorio di Nissa (331c.- 394c.) nella “Vita di Mosè” aveva già descritto la salita sul monte Sinai e l’incontro con Dio come l’itinerario spirituale del cristiano. Per accostarsi al monte bisogna che il popolo sia purificato e abbia le vesti lavate e non superi il limite segnato da Mosé; soltanto quando suonerà il corno il popolo può salire sul monte (Es.19,10.12.13). Nel frattempo Mosé parla con Dio, riceve i comandamenti, accoglie e trasmette l’Alleanza (Es 20,19). Il Nisseno, dopo la narrazione storica della vita di Mosé fa  una lettura anagogica, una spiegazione introspettiva. “Colui che vuole accostarsi alla contemplazione delle realtà che sono in alto deve prima purificare da ogni movimento sensibile e irrazionale il suo modo di vivere, lavare la sua mente” (Vita di Mosé 156). E occorre salire. Mosé “non interrompeva mai la sua salita. Una volta salito sulla scala, sulla quale Dio era appoggiato, - come dice Giacobbe - continuamente saliva sul gradino superiore” (Ibidem, 227). Sempre trovava un altro gradino. Mosé, nel dialogo con Dio, raggiunge uno stadio di serenità. San Gregorio scrive: “Fa della quiete la maestra degli insegnamenti sublimi e così illumina la sua mente con la luce che brilla dal roveto” (Ibidem, 308). Nelle opere del Nisseno trova una condizione predominante l’apàtheia, intesa non come chiusura alle influenze esterne, ma come superamento delle passioni e restaurazione dello stato paradisiaco, sereno, pacifico. Come impassibilità raggiunta. L’apàtheia è la vita soprannaturale dentro l’anima, secondo il Danielou (Platonisme, p. 84). La brama inesausta dell’anima di giungere sempre più in alto attraversa l’intera scala  dell’esperienza spirituale e culmina nella mistica. “La vita mistica è il culmine della conoscenza, un grado superione alla gnosi” (Claudio Moreschini, Opere di Gregorio di Nissa, p. 35). In questa nuova situazione l’animo umano ritrova la sua quiete.

 

3.  Queste immagini spaziali presuppongono o almeno esigono il cammino interiore, la nascita dell’uomo nuovo e la sua crescita fino alla misura stessa di Cristo. Nel battesimo l’uomo rinasce ad una vita nuova  ed è chiamato ad essere “conforme all’immagine” del Figlio di Dio, primogenito dell’umanità. Non si tratta di una conformità esteriore, ma di una conformità che tocca l’essere stesso. Ciò indica il termine sýmmorphos (conforme). Morphê in S. Paolo significa il modo di essere; per il battezzato la nuova condizione esistenziale, che si manifesta nella vocazione ad avere anche gli stessi sentimenti di Gesù mantenendoli nel vincolo della pace. L’immagine che può sintetizzare l’intero processo spirituale verso la hesychìa è la progressiva trasfigurazione (metamòrphôsis) in cui i credenti (2 Cor 3,18) sono  trasformati “di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito” (Besa/Roma).

 

Roma, 8 ottobre 2006

 

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Circolare settembre 2006                                                                                                                  186/2006

Sommario

 

I detti di Gesù (44): E non gettate le vostre perle ai porci…………...………….….……………..1

BELGRADO: Dialogo teologico fra le Chiese Cattolica e Ortodossa............................................ 2

LUNGRO: Comunità arbëreshe bizantina................................................................................... 2

ROMA: Oriente Cristiano in Italia.............................................................................................. 5

MEZZOIUSO: XXV anniversario della morte di mons. Giuseppe Perniciaro................................. 8

TIRANA: Nominato il vescovo ausiliare..................................................................................... 9

UCRAINA: Catechismo greco - cattolico................................................................................... 9

CASTROVILLARI: Una nuova parrocchia dell’eparchia di Lungro............................................. 9

CALABRIA: Le parole non costano niente................................................................................. 9

LUNGRO: XXV di Chirotonia episcopale di mons. Ercole Lupinacci.......................................... 10

ROMA: Autografo di Benedetto XVI....................................................................................... 10

ROMA: Hesychìa: L’Ascesi e la tranquillità dell’anima e del corpo....................................... 11

 

 

Ta lòghia – I detti di Gesù (44): “E non gettate le vostre perle ai porci”

 

            Gesù sta insegnando ai suoi discepoli la vera pratica religiosa. Dà un insieme di consigli che racchiude una sintesi del suo annuncio. Alcune affermazioni di Gesù, nell’apparente semplicità, esprimono paradossi che per la loro comprensione esigono un’attenta analisi avendo presente il complesso generale del Vangelo. Altrimenti si rischia si vanificare o di alienare l’insegnamento stesso di Gesù. Egli ha appena ordinato di non giudicare “per non essere giudicati” (Mt 7,1) e immediatamente dà un consiglio che implica un giudizio di discernimento. “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranare” (Mt 7,6). Cosa sono le cose sante, cosa sono le perle? E chi rappresentano i cani e chi i porci? Una facile identificazione di categorie (stranieri, peccatori, eretici) contraddice alla missione salvifica universale di Cristo e al seguente consiglio: “Quello che ascoltate all’orecchio, predicatelo sui tetti”(Mt 10,27).

“Le cose sante” (tò àghion), quest’espressione nell’A.T. e nel tempo di Gesù designa le vivande offerte in sacrificio e pertanto: “Nessun estraneo ne deve mangiare perché sono cose sante” (Es 29, 33).  Si tratta quindi di “cose” preziose.“Le perle” (margarìtas) sono cose di valore, con percezione immediata. Gesù per entrambe richiede un rispetto intransigente. Non devono essere calpestate – disprezzate, sporcate, manipolate – tanto da escludere dal loro contatto cani e porci. Non bisogna confondere le perle con le ghiande. Nella tradizione esegetica si trova l’identificazione di queste “cose sante” e “perle” nel Vangelo, nella dottrina cristiana, nei sacramenti, secondo i casi.

“I cani” e i porci” sono certamente espressioni che per la mentalità giudaica del tempo – quella di coloro che ascoltavano Gesù – significavano individui “che per loro testimonianze hanno mostrato di essere pienamente induriti” (Calvino il riformatore). L’espressione non limita la predicazione, ma sembra rilevare che per alcuni è inutile, quando non è di peggiore esito perché, respinto l’annuncio, essi possono rivoltarsi a sbranare gli annunciatori.

La Liturgia bizantina usa in positivo l’espressione. All’approssimarsi della partecipazione all’Eucaristia, il diacono ammonisce: “Le cose sante (i santi doni -tà àghia) ai santi”. S. Giovanni Crisostomo (Omelie sul Vangelo di Matteo, 23,3) ha presente un altro uso liturgico: “Perciò celebriamo i misteri a porte chiuse e allontaniamo i non iniziati…perché i più sono ancora troppo imperfetti per essi” (Besa/Roma).


 

BELGRADO

DIALOGO TEOLOGICO

FRA LE CHIESE CATTOLICA E ORTODOSSA

 

La Commissione mista Internazionale per il dialogo teologico fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo Insieme terrà la prossima sessione plenaria a Belgrado, dal 18 al 25 settembre 2006. Sarà ospitata dal Patriarcato ortodosso di Serbia.

I precedenti documenti riguardanti il tema della comunione pubblicati dalla Commissione mista sono:

·                     “Il mistero della Chiesa e dell’Eucaristia, alla luce del mistero della Santa Trinità” (Monaco di Baviera 1982);

·                     “Fede, sacramenti e unità della Chiesa” (Bari 1987);

·                     “Il sacramento dell’Ordine nella struttura sacramentale della Chiesa, in particolare l’importanza della successione apostolica per la santificazione e l’unità del popolo di Dio” (Valamo, Finlandia, 1988);

·                     “L’uniatismo, metodo del passato e l’attuale ricerca dell’unità (Balamand, Libano, 1993).

Nel 2000 la Commissione s’incontrò a Baltimora (Usa), per approfondire gli aspetti ecclesiologici e canonici di quest’ultimo tema, ma non riuscì a concordare alcun testo comune.

A Belgrado la Commissione esaminerà il progetto: Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: conciliarità ed autorità nella Chiesa”.

Tale testo sarà studiato tenendo in considerazione l’indicazione del Comitato Misto di Coordinamento (15 dicembre 2005) di introdurre nello studio le due questioni connesse del cosiddetto “uniatismo” e del primato del vescovo di Roma, questioni tra di esse connesse.

Riferendosi a questa nuova fase di dialogo Papa Benedetto XVI ha affermato che è necessario avere il primordiale desiderio di fare tutto il possibile per ristabilire la piena comunione. Essa “è comunione nella verità e nella carità. Non possiamo accontentarci di fermarci lungo il cammino, ma con coraggio, chiarezza ed umiltà, dobbiamo cercare senza sosta la volontà di Gesù Cristo, anche se essa non corrisponde ai nostri semplici disegni umani. La piena unità e la riconciliazione richiedono la sottomissione della nostra volontà alla volontà di nostro Signore (15 dicembre 2005).

In vista del prossimo incontro i co-presidenti hanno riaffermato lo scopo del dialogo così come esso era stato formulato al suo inizio nel 1980 a Rodi:

Lo scopo del dialogo tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa è il ristabilimento della piena comunione. Tale comunione, basata sull’unità di fede secondo l’esperienza comune e la tradizione della Chiesa primitiva, troverà la sua piena espressione nella comune celebrazione dell’Eucaristia”.

La Commissione Internazionale è composta da 60 membri (Metropoliti, Cardinali, vescovi e teologi).

Co-Presidenti sono il Cardinale Walter Kasper (Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) e il Metropolita Ioannis di Pergamo (Patriarcato ecumenico).

Co-segretari: il Metropolita Gennadios di Sassima (Patriarcato Ecumenico) e Mons. Eleuterio Fortino, Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (Besa/Roma).

 

LUNGRO

COMUNITÀ ARBËRESHE BIZANTINA

 

Abbiamo chiesto al prof. Giovan Battista Rennis, protopsalte della Cattedrale di Lungro, una presentazione della comunità arbëreshe di Lungro nei suoi lineamenti storici e religiosi, che riportiamo qui di seguito:

 

Le origini: il monastero italo-greco Sancta Maria

a Fontibus

 

Era il 1525. Dopo circa quattro secoli di attività, i monaci italo-greci lasciavano il centro monastico di Sancta Maria a Fontibus, che aveva reso il casale di Lungro uno dei luoghi più rinomati del territorio. I primi segni della sua decadenza si erano già registrati nel 1457, allorché l’abate Elia di Carbone era andato a vivere nel convento domenicano di Altomonte, a pochi chilometri da Lungro, propter eius desolationem, a causa delle rovine dell’edificio monastico. Un secolo più tardi il monastero fu trasformato in commenda, sotto la tutela dei cardinali Giulio Roma e Niccolò Colonna, che tentarono di ristrutturarlo, ma inutilmente. Ormai la civiltà italo-greca nel Meridione d’Italia era definitivamente terminata. I monaci di Lungro, però lasciarono un casale autonomo dalle ingerenze della contea di Altomonte e ricco di testimonianze legate alla tradizione bizantina, quali biografie di Santi orientali e italo-greci, codici melurgici, una chiesa bizantina in onore della Vergine Assunta, del XII secolo, preesistente al monastero, della quale faceva parte un affresco raffigurante la Santa Parasceve, conservato oggi in cattedrale, e diverse chiesette dedicate a Santi orientali ed italo-greci, disseminate nelle zone periferiche del paese, tra cui quella in onore di S. Pietro apostolo, di S. Parasceve, di S. Ippolito martire (il carceriere di S. Lorenzo) e di S. Fantino il Taumaturgo. Il monastero ospiterà i frati domenicani di Altomonte, che vi dimoreranno per circa più di un secolo, dal 1525 al 1635, per poi essere ceduto al clero secolare.

 

Gli insediamenti albanesi

 

Alla fine dello XV secolo, poco prima che i monaci lasciassero il monastero per essere ospitati in un altro ancor più famoso denominato di “San Sozonte” (odierna S. Sosti), nel casale di Lungro si insediarono i profughi albanesi (decennio 1480-1490), per i quali l’abate Paolo della Porta, originario di Sorrento, stipulò i capitoli. Gli albanesi di Lungro nonostante difficoltà di ordine economico, sociale e religioso, sorte ai primi tempi del loro insediamento, segnarono una svolta decisiva nel controllo del territorio. Se nel periodo medioevale, infatti, le attività sociali si svolgevano nella zona del borgo, a sud del casale, dov’era situata la chiesetta bizantina di S. Maria Assunta, a poca distanza dal monastero, dal XV secolo in poi la loro presenza determinò lo spostamento dell’asse di interesse sociale verso Nord, perché fosse più efficiente il sistema difensivo in caso di minacce esterne.

L’attività economica, basata principalmente sull’agricoltura e sulla pastorizia, puntava sulla miniera di salgemma, un riferimento lavorativo sicuro, sia per Lungro sia per i casali limitrofi, nonostante l’estrazione del sale comportasse continui rischi per l’incolumità degli operai a causa della mancanza di apparecchiature idonee. Era duro lavorare sotto terra, a dorso nudo, dove la morte era sempre in agguato per le improvvise cadute di pezzi di salgemma che si staccavano dalle pareti.

Dal punto di vista demografico l’arrivo degli albanesi determinò un notevole incremento che andò via via crescendo. Se nel 1532, circa 60 anni dopo il loro insediamento, Lungro contava 67 fuochi (famiglie) di origine albanese, tredici anni più tardi si arrivò a 149.

L’aspetto religioso presentava una realtà più complessa. Il centro monastico di Sancta Maria a Fontibus, fino a quando non si insediarono i frati domenicani, nel 1525, rappresentò l’unico punto di riferimento per i fedeli arbëreshë immigrati. Gli ultimi monaci rimasti, come un certo Fra’ Dionisio, che teni scola di litteri greci in dicto casale di Lungaro, insegnavano lingua greca agli allievi, alcuni dei quali intraprendevano la via del sacerdozio, così come testimonia l’arciprete della chiesa di S. Niccolò di Mira in Lungro. Egli, nel 1575, essendo stato incaricato dalla S. Sede, quale visitatore dei monasteri italo-greci del territorio, annotava di essere stato ospite al monastero di Sancta Maria a Fontibus, dove avevano dimorato monachi graeci e ricordava di essere stato egli stesso illorum discipulus. Dato il notevole aumento demografico, nacque l’esigenza di costruire una chiesa più vasta, probabilmente sulle rovine di quella bizantina d’epoca medioevale, che sarà dedicata a S. Niccolò di Mira. Fu aperta al culto nel 1547 e già 30 anni più tardi contava dodici sacerdoti, tra i quali Pietro Matino, sei diaconi, tra questi Giorgio Burrelee e l’arciprete che era stato discepolo dei monaci italo-greci.

E’ di questo periodo la costruzione di un’edicola, alle porte del casale, raffigurante la Vergine assisa in trono con il Bambino in grembo, venerata ancora oggi dai lungresi sotto il titolo di S. Maria di Costantinopoli o dell’Odigitria (colei che indica la via, cioè il Cristo), comunemente chiamata Santa Maria dell’Icona e la costruzione della chiesetta in cima al paese in onore di S. Elia il Profeta, che, nel Seicento, allorquando fu aperto il convento dei Padri carmelitani, conobbe un culto straordinario tra i lungresi.

 

 

La comunità socio ecclesiale dal XVII secolo in poi

 

Nel Seicento la comunità italo-albanese di Lungro, che contava già 700 abitanti, era ben organizzata dal punto di vista ecclesiale, grazie alla presenza di parecchi sacerdoti, diaconi e suddiaconi. Due in particolare furono le famiglie albanesi di illustri origini, Cortese e De Marchis, a dare alla comunità un consistente numero di presbiteri e vescovi.

Nella prima metà del secolo officiavano nella chiesa di S. Nicola di Mira parecchi sacerdoti fra cui Giorgio Cortese, arciprete di Lungro. Tra i suoi coadiutori vi fu Antonio Cortese, colui che concesse un proprio terreno ai Padri carmelitani per la costruzione del convento (1608).

Del monastero di Sancta Maria a Fontibus, ormai decadente, si prese cura il cardinale commendatario Giulio Roma, che fece restaurare, a partire dal 1634, alcune stanze dell’edificio, rimaste poco agibili e con muri diroccati, soprattutto dopo il terremoto del 1456.

Arciprete di Lungro fu anche Carlo di Marco (il cognome sarà tramutato in De Marchis dal figlio mons. Gabriele de Marchis), padre di numerosi figli, la maggior parte dei quali seguì la carriera ecclesiastica. I primi due furono nominati vescovi: mons. Gabriele, nel 1717, vescovo di Sora (Frosinone) e mons. Niccolò vescovo ordinante e presidente del Collegio Corsini a S. Benedetto Ullano.

Il Seicento si caratterizzò a Lungro come un periodo di assestamento e di sviluppo del rito bizantino, anche se non mancarono sacerdoti che passarono al rito latino. Ma fu soprattutto il clero religioso che in questo secolo ebbe una fioritura non indifferente, per la presenza dei frati domenicani, che dimorarono nel monastero di Sancta Maria a Fontibus fino al 1635, e dei frati carmelitani, attivi fin dal 1608.

L’attività monastica si sviluppò nell’arco di circa due secoli (1608-1808), grazie ad una costante presenza di monaci, la quale permetterà la sopravvivenza del convento anche dopo la Bolla di papa Innocenzo X Instaurandae vitae regularis, del 1652, che obbligava i centri monastici con meno di sei membri a chiudere.

La presenza dei frati domenicani e carmelitani influì sulle pratiche religiose dei fedeli lungresi. Si sviluppò in particolare il culto in onore della Vergine del Carmelo, che declassò l’antica tradizione della devozione alla Vergine Assunta, protettrice del Casale, sin dal secolo XII.

I fedeli di Lungro, nonostante il convento carmelitano fosse ubicato fuori paese, frequentavano le cerimonie religiose dei frati, soprattutto nel giorno della festa.

Per gli arbëreshë il Settecento rappresentò una svolta spirituale e culturale, grazie all’apertura del pontificio Collegio Corsini di S. Benedetto Ullano, che offrì al clero italo-albanese la possibilità di studiare e di ordinarsi in Calabria. Nella comunità di Lungro, che in questo secolo contava già 2000 abitanti, si ebbe anche un buon numero di giovani che abbracciò la vita monastica dei Cappuccini o quella secolare di tradizione latina, come fu per mons. Gabriele de Marchis, uno dei più illustri. Anche il Settecento registrò una numerosa presenza di sacerdoti, tra cui spicca la figura dell’arciprete Domenico Damis, che fece costruire l’attuale cattedrale, aperta al culto nel 1822.

L’Ottocento fu caratterizzato da due fronti ben collaudati: la fiorente vita ecclesiale per la presenza di sacerdoti attivi ed intelligenti, quali Gabriele Isacco De Marchis, eletto poi vescovo ordinante e presidente del Collegio di S. Adriano, Nicola Cucci, Filippo Antonio Samengo, Giuseppe Scaglione, e la vita socio-politica, per cui Lungro divenne uno dei centri più attivi anche dal punto di vista patriottico, grazie all’intraprendenza di uomini illustri, quali Domenico Damis, che partecipò a fianco di Garibaldi alla spedizione dei Mille, combattendo nella battaglia del Volturno a capo di circa 500 volontari lungresi. Entrato poi nell’esercito vi percorse tutti i gradi fino a quello di tenente generale. Insieme a lui vanno ricordati altri coraggiosi patrioti, come suo fratello Angelo Damis, Vincenzo Stratigò e Pasquale Trifilio.

 

La comunità lungrese nell’età moderna e

contemporanea

 

Il Novecento registrò - e non solo a Lungro - un depauperamento di sacerdoti. La società era ormai cambiata e movimenti anticlericali e massoni davano filo da torcere al clero. Ne sapeva qualcosa il giovane arciprete Giovanni Mele, che nei suoi anni di arcipretura a Lungro dal 1913 al 1919, fu costretto a sopportare le loro angherie.

Ma il Novecento fu l’epoca della svolta per le comunità italo-albanesi bizantine, grazie all’intervento mirato di Papa Benedetto XV, il quale istituì una diocesi che raggruppasse appunto queste comunità sotto la giurisdizione di un vescovo proprio. Lungro fu scelta quale sede della novella eparchia e Giovanni Mele fu chiamato a governarla, in tempi davvero difficili. Si doveva ri-creare una coscienza religiosa nei fedeli e la consapevolezza di appartenere ad una diocesi con una fisionomia ecclesiale particolare: vivere e testimoniare la tradizione bizantina. La realtà era critica, se si pensa che mons. Mele si trovò da solo a provvedere ai bisogni della diocesi, anche alle cose più comuni, come ad es. fare l’anagnostis in chiesa, per mancanza di clero. Si prodigò per trovare una dimora per la curia, per far fronte ai gruppi facinorosi, che nel 1921 deturparono la statua del Cristo morto, per mantenere la tranquillità tra i fedeli, sempre sul piede di guerra ai primi ritocchi della cattedrale, allorché si trattò di innalzare l’iconostasi ed eliminare gli altari laterali, per incrementare le vocazioni, attraverso le vie più opportune. Né mancò di operare per il clero anziano.

Ma il periodo storico non era meno critico, se si pensa alla miseria sociale causata dal primo conflitto mondiale, alla disoccupazione, all’ignoranza della gente, all’emigrazione. In pochi anni però la comunità lungrese seppe trovare energie vitali, grazie a persone che generosamente offrirono denaro per alleviare le condizioni di famiglie povere e per abbellire la cattedrale, grazie ad una nuova generazione di sacerdoti preparati al Pontificio Collegio Greco di Roma, che dette un forte impulso all’incremento della tradizione bizantina.

Non solo. Lungro, uno dei pochi centri arbëresh a conservare gelosamente il patrimonio musicale popolare, riprese le tradizioni popolari e l’esecuzione dei canti, un vasto patrimonio musicale che spazia dal genere epico a quello d’amore, dal genere familiare a quello processionale e paraliturgico.

Lungro inoltre ha opportunamente sviluppato, sin dall’indomani della erezione dell’eparchia, una realtà corale polifonica, vanto della cattedrale e di tutte le comunità italo-albanesi bizantine, che ha conservato e alimentato diverse fasi melurgiche, da quella tradizionale, chiamata anche italo-greca, a quella neo-bizantina.

Dal punto di vista socio-ecclesiale, Lungro ha vissuto un periodo di floridezza economica, grazie all’apertura di alcune fabbriche, negli anni ’60 del secolo scorso, ma ha sofferto per la chiusura della miniera di salgemma, che, seppur attanagliata per secoli da tanti problemi interni, riusciva ad offrire alla comunità e ai paesi viciniori un certo benessere economico. E’ stato un periodo attivo anche per la Chiesa, la quale, dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale, che hanno visto l’arciprete Giovanni Stamati e il clero lottare contro le ideologie comuniste, molto radicate a Lungro, ha vissuto una fase storica positiva, contrassegnata dalla consacrazione episcopale di mons. Stamati. Egli ha dato una forte spinta alla rinascita della cultura arbëreshe e delle espressioni della tradizione bizantina.

Con lui ha avuto inizio la fase di ristrutturazione delle chiese della diocesi, in modo particolare della cattedrale, che vennero adattate ai canoni dell’arte bizantina, e quella della formazione liturgica delle giovani generazioni.

Un discorso innovativo ripreso dall’arciprete Mario Pietro Tamburi, che sin dall’inizio si è impegnato anche per la ristrutturazione delle chiesette del paese, alcune delle quali sono state arricchite di icone ed affreschi bizantini.

Oggi la situazione religiosa è nel complesso positiva, mentre dal punto di vista socio-economico si registra una condizione allarmante a causa della chiusura delle fabbriche, del fenomeno della denatalità e, soprattutto, per la fuga di massa da parte dei giovani, che preferiscono trasferirsi al centro e nord d’Italia, dove possono trovare lavoro.

Una situazione grave che mette in crisi la stessa sopravvivenza della cultura arbëreshe, minata dallo scarso interesse della gente sull’uso della lingua materna, specie tra le generazioni più giovani, e il patrimonio tradizionale.

La liturgia eucaristica nei pontificali viene celebrata in greco, mentre la domenica e nelle grandi feste, oltre che in greco anche in albanese e in italiano, per rispondere alle esigenze della difformità linguistica presente nel popolo. Quotidianamente vi è una liturgia celebrata in lingua albanese. I Vespri, le Ore, la Paraklisis, l’Akathistos si celebrano parte in italiano e parte in greco.

Abbastanza bene regge all’urto dei difficili tempi moderni la tradizione bizantina, cui la gente è molto legata, anche se dovrebbe essere maggiormente formata e guidata a viverla più autenticamente nella fede, con una comprensione più cosciente della propria identità ecclesiale (Besa/Roma).

 

Bibliografia

Giovan Battista Rennis, La tradizione popolare della Comunità arbëreshe di Lungro, Ed. Il Coscile, Castrovillari 2000;

Domenico De Marchis, Cenno monografico-storico del Comune di Lungro, Napoli 1858;

Pietro Pompilio Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, libri tre, Roma 1758, 1760, 1763 (ristampa, Cosenza 1986);

Cirillo Korolevskij, Relazione sugli Albanesi di Calabria nel 1921, in “Risveglio-Zgjimi”, XVII (1979), nn. 1-2, pp. 8-30.

 

ROMA

ORIENTE CRISTIANO IN ITALIA

 

Al Santuario del Divino Amore, sabato 18 marzo 2006 mons. Eleuterio F. Fortino, ha tenuto una conferenza sulla presenza storica ed attuale in Italia di comunità orientali, cattoliche e ortodosse. Ne riportiamo lo schema della prima parte della conversazione:

     Il tema generale della conversazione (“Oriente Cristiano in Italia”) senza determinazioni storiche ed ecclesiali richiede un inquadramento che puntualizzi le varie epoche storiche, la presenza della “Chiesa Greca” in Italia tra il primo e il secondo millennio, le immigrazioni dopo la caduta di Costantinopoli (1453), la presenza di Chiese ortodosse, di Antiche Chiese orientali, di Chiese orientali cattoliche. Naturalmente penso che l’interesse principale sia la situazione odierna, incrementata da nuove immigrazioni, e, nell’attuale situazione ecumenica, la possibilità di convivenza fraterna come contributo alla piena unità fra cattolici e ortodossi.

 

I. Parte: delineamenti della situazione

 

I.         La Chiesa Greca in Italia

 

La bizantinizzazione dell’Italia dal secolo VI (553) al secolo XVI – epoca di Giustiniano – ha avuto un’importante espressione politico-amministrativa con l’esarcato di Ravenna ed in seguito con i vari strateghi e catepani. Soprattutto nell’Italia Meridionale si è costituita un’attiva e fiorente presenza della Chiesa greca con metropolie, diocesi, monasteri, centri amministrativi e culturali. I monumenti lasciati (chiese, codici, vite di santi, icone, affreschi e miniature) lo testimoniano tuttora.

 

·       Nella giurisdizione del primate d’Italia, il Papa di Roma, vivevano comunità di tradizione liturgica diversa nella piena comunione. In quell’epoca diversi Papi sono stati orientali.

·       In questo periodo non si può parlare di ortodossi e di cattolici – nel significato odierno – ma piuttosto di greci e latini che vivevano nella piena comunione.

·       Dal punto di vista politico l’Italia Meridionale faceva parte dell’impero bizantino, mentre dal punto di vista religioso era nella giurisdizione del Papa di Roma.

·       Ma non tutto è sempre stato pacifico. Nel 732/33 l’imperatore iconoclasta Leone l’Isaurico trasferì la Calabria e la Sicilia (e l’Illirico) dalla giurisdizione di Roma a quella di Costantinopoli. I Papi non accettarono mai questo “strappo” di giurisdizione.

·       I Normanni occupanti ristabilirono nel secolo XI la giurisdizione del Papa. Per la Chiesa “greca” cominciò un periodo di progressiva crisi.

·       Anche qui a Roma vi furono monasteri e presenze culturali greche importanti.

·       L’insieme ha costituito un patrimonio storico, culturale e spirituale importante, ma anche un testimonianza singolare della presenza di due tradizioni ecclesiali sotto l’unica giurisdizione del Primate d’Italia.

·       Di quel florido monachesimo bizantino in Italia rimane unico testimone il Monastero esarchico di Grottaferrata.

 

Bibliografia:

Vera von Fallkenhausen, I bizantini in Italia, in Guglielmo Cavallo e VV. “I Bizantini in Italia”, Libri Schveiwiller, Milano MCMLXXXII, pp. 3-136.

J. Gay, L’Italie Méridionale e l’empire byzantin depuis l’avènement de Basile I jusq’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris 1097.

M.V.Anastos, The tranfert of Illyricum oriental, Calabria and Sicily to the jurisdiction of the Patriarchate of Constantinople in 732-733, in “Studi bizantini e neoellenici”, 9 1957), pp. 14-31.

Vitalien Laurent, L’Eglise de l’Italie méridionale entre Rome e Bysanze à la veille de la conquête normande, in La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo”, Editrice Antenore, Padova 1973, pp. 3-25.

Vittorio Peri, Chiesa latina e Chiesa greca nell’Italia post-tridentina, Ibidem, pp. 271- 469.

Idem, Chiesa romana e “rito”greco, Paideia Brescia, 1975.

AA.VV., San Nilo (1004-2004), Il monastero italo-bizantino di Grottaferrata, De Luca Editori d’Arte, Roma 2005.

 

II.      Immigrazioni nel secolo XV

 

Nel secolo XV due avvenimenti politici determinarono due diverse immigrazioni in Italia: l’occupazione dell’Albania da parte dei turchi e la caduta di Costantinopoli.

 

a.        Immigrazione albanese

L’occupazione dei turchi maomettani dell’Albania - Epiro causò la venuta in Italia di un cospicuo numero di persone che parlavano l’albanese e usavano la liturgia bizantina. A causa dei rapporti che l’eroe nazionale Giorgio Castriota detto Skanderbeg aveva avuto con il Regno di Napoli, questo flusso migratorio si orientò verso l’Italia Meridionale.

·       Questa immigrazione ha avuto luogo dopo il Concilio di Firenze (1439) che aveva sancito l’unione fra greci e latini.

·       Le varie popolazioni sono state accolte generalmente nei luoghi dell’antica bizantinizzazione e molti sono stati inseriti nelle amministrazioni ecclesiastiche (chiese, monasteri, feudi tenuti da ecclesiastici).

·       Sono stati accolti come fratelli nella fede: non è stata chiesta loro alcuna abiura o nuova professione di fede.

·       Lo storico Vittorio Peri (+2005) in uno degli ultimi studi è tornato a documentare e precisare che l’arrivo degli Albanesi in Italia ha avuto luogo nel periodo seguente al Concilio di Firenze (1439) in regime di unione fra greci e latini. Egli scrive che gli Albanesi erano stati accolti “legalmente in Italia come membri cattolici della Chiesa greca riunita alla Romana nel Concilio di Firenze” (cfr. Chiesa e Società nel Mezzogiorno. Studi in onore di Maria Mariotti, Rubettino, 1998, vol. I. p. 204).

·       Queste comunità, pur mantenendo le proprie tradizioni liturgiche e disciplinari sono state inserite inizialmente nelle diocesi latine. Nel secolo XVIII sono stati istituiti due seminari propri, uno in Calabria (1732) ed uno in Sicilia (1734), e creati due Vescovi ordinanti per le ordinazioni e per salvaguardare la tradizione bizantina. Iniziativa positiva ma insufficiente. Nel secolo XX prima Benedetto XIV creò la diocesi di Lungro in Calabria (1919) e quindi Pio XI quella di Piana degli Albanesi in Sicilia (1937). Nello stesso anno l’antico Cenobio di Grottaferrata è stato elevato a Monastero esarchico.

·       Queste tre Circoscrizioni oggi continuano la tradizione bizantina in Italia nella Chiesa cattolica. Di recente (2004-2005) esse hanno celebrato il II Sinodo Intereparchiale. Il primo si era tenuto nel 1940 sempre a Grottaferrata.

 

Bibliografia:

Pietro Pompilio Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, libri tre, Roma 1758, 1760, 1763 (ristampa, Cosenza 1986).

Eleuterio F. Fortino, Chiesa bizantina albanese in Calabria, Tensioni e comunione, Editoriale Bios, Cosenza 1994.

Anonimo (un italo-albanese di Sicilia), Notizia distinta degli italo-greci e degli italo-albanesi, esposta da mons. Giuseppe Schirò, arcivescovo di Durazzo, già vicario apostolico in Cimarra nell’Epiro. In occasione di dover rispondere ad alcuni quesiti proposti da un personaggio, In Roma 1742.

A. Vaccaro, Italo-Albanensia. Repertorio bibliografico sulla storia religiosa, sociale, economica e culturale degli Arbëreshë dal secolo XV ai nostri giorni, Editorale Bios, Cosenza 1994.

 

b.             Immigrazione greca

Con la caduta di Costantinopoli sotto gli Ottomani (1453) si è avuta in Italia una consistente immigrazione di greci da Costantinopoli e dalle zone occupate (uomini di cultura che hanno contribuito all’umanesimo italiano e al rinascimento, semplici fedeli che si spostavano per lavoro, in genere commercianti).

·       Nelle grandi città e in particolare nei porti (Trieste, Napoli, Genova, Livorno, ecc.) si costituirono comunità stabili con propri sacerdoti;

·       Il rapporto con le Chiese madri di origine mantenne la loro caratteristica di cristiani ortodossi. Queste comunità conobbero vicende alterne ma nuove immissioni di nuovi membri provenienti dall’oriente le mantennero vive, fino al momento in cui il Patriarcato ecumenico le affidò alla metropoli di Austria quale esarcato per l’Italia (1963).

·       Nel 1991 è stata creata la metropoli d’Italia (“Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia”) con sede a Venezia e con un proprio metropolita, riconosciuta anche dallo stato italiano. Negli ultimi anni le comunità greche in Italia sono cresciute con presenza nella grandi città italiane. Ne è responsabile il Metropolita Gennadios (Castello 3422, Campo dei Greci 1, 30122 Venezia, www.ortodossia.it).

·       Le Comunità parrocchiali sono distribuite in tre vicariati:

1.    Vicariato arcivescovile dell’Italia settentrionale

2.    Vicariato arcivescovile dell’Italia Centrale

3.    Vicariato arcivescovile dell’Italia Meridionale e delle Isole.

Ciò mostra che la presenza greco-ortodossa è estesa in tutta l’Italia e quindi è possibile avere  un contatto per ogni questione e per iniziative di collaborazione. E’ possibile discutere anche eventuali problemi che emergono nei rapporti.

 

Bibliografia:

Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia, Calendario 2006;

Dìptyka tis Ekklisias tis Hellados, 2006

www.ortodossia.it

 

III.        Altre immigrazioni

 

1.    Contemporaneamente si costituivano in Italia comunità ortodosse di altra nazionalità:

·         Comunità romene: Nella seconda parte del secolo XX si sono costituite in diverse città italiane comunità romene assistite da propri sacerdoti. Si sono incrementate con la caduta del comunismo in quel paese e con l’iniziativa di ingresso nella Comunità Europea. Da un anno è stato nominato anche un vescovo ausiliare per l’Italia dalla metropoli di Francia. Ma questo convegno prevede una relazione apposita.

·       Comunità russe: alcune fanno capo all’Esarcato delle Comunità ortodosse russe in Europa Occidentale del Patriarcato ecumenico, altre si trovano nella giurisdizione del Patriarcato di Mosca.

·       Comunità serba: a Trieste.

·       Comunità bulgara a Roma.

 

2. In tempi più recenti si sono costituite diverse comunità delle Antiche Chiese ortodosse d’Oriente (Copta, etiopica, eritrea, armena). A Roma risiede un vescovo copto ed uno etiope. Su queste Chiese è prevista una relazione in questo convegno.

 

IV.                   Chiese e Collegi orientali cattolici a Roma

 

Roma è tradizionalmente una città in cui sono presenti molte comunità orientali. Il primo Collegio Pontificio Orientale a Roma è quello greco di S. Atanasio (Gregorio XIII, 1577) con annessa omonima Chiesa.

 

Si riporta un elenco preso da una pubblicazione della Congregazione per le Chiese Orientali (1999):

·       Rito alessandrino etiopico: Santo Stefano degli Abissini (all’interno del Vaticano); e

·       S. Tommaso in Parione (via Parione 33);

·       Rito siro: Santa Maria in Campo Marzio (Piazza Campo marzio 45);

·       Rito maronita: S.Giovanni Marone (V. Aurora 6);

·       Rito siro-caldeo: S. Maria degli Angeli e dei martiri (Via Cernaia 9);

·       Rito siro-malabarese: Santa Caterina dei Funari (Via dei Funari);

·       Rito bizantino-greco: Sant’Atanasio (Via del Babuino 149);

·       Rito bizantino-russo: Sant’Antonio Abate (Via Carlo Alberto 2a);

·       Rito bizantino ucraino: Santa Sofia (Via di Boccea 478); e

·       Santi Sergio e Bacco (P.za Madonna dei Monti 3);

·       Rito bizantino-romeno: San Salvatore (Piazza delle Coppelle 72b);

·       Rito greco-melchita: Santa Maria in Cosmedin (Piazza Bocca della verità 18);

·       Rito Armeno: S. Biagio degli Armeni (Via Giulia 64); e

·       S. Nicola da Tolentino (Salita S. Nicola da Tolentino 17).

 

A Roma vi sono anche diversi collegi cattolici orientali:

·       Pontificio Istituto Orientale  (Piazza S. Maria Maggiore 7);

·       Pontificio Collegio Armeno (Salita S. Tommaso da Tolentino 7);

·       Pontificio Collegio Etiopico (all’interno del vaticano);

·       Pontificio Collegio Greco (Via del Babuino 149),

·       Pontificio Collegio Maronita (Via di Porta Pinciana 14);

·       Pontificio Collegio Pio Romeno (Passeggiata del Gianicolo 5);

·       Pontificio Collegio Russo (Via Carlo Cattaneo 2);

·       Pontificio Collegio Ucraino (Passeggiata del Gianicolo 7);

·  Istituto S.Giovanni Damasceno (V C.Emmanuele 1);

·       Pontificio Istituto Ucraino (Via Boccea 480).

Vi sono a Roma anche le procure di diverse Chiese orientali e di Congregazioni ed Istituti.

 

Bibliografia:

Congregazione per le Chiese Orientali: Il Grande Giubileo del Duemila e le Chiese Orientali cattoliche, Sussidio Pastorale, Libreria Editrice Vaticana, 1999.

 

V.    Immigrazione nel periodo post-comunista

dai paesi dell’Est europeo

 

Si riportano alcune informazioni riprese dal “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes - Elaborazione su dati del Ministro degli Interni /Istat” (2005).

“Dal 1970 ad oggi in Italia si è passati da meno di 100.000 immigrati a quasi tre milioni, con un aumento di ben 30 volte ed un elevato ritmo di crescita negli ultimi cinque anni” (p. 69).

Alcuni dati: alla fine del 1970 gli stranieri sono 143.830; negli anni ’80 superano i 400.000; nel 1998 gli stranieri sono 645.423; nell’anno 2000 sono 1.380.000; nell’anno 2003 gli stranieri sono 2.193.999.

Nel 2004 dall’Europa dell’est sono stati dati 394.727 visti per ragioni di lavoro, di ricongiungimento di famiglie, per studio. Tra i paesi di provenienza vi sono Romania, Albania, Jugoslavia, Bulgaria, Macedonia, Ucraina, Bielorussia.

Nel 2004 per il Centro Italia sono stati dati 614.555 permessi di soggiorno di cui 330.695 nel Lazio (p..97).

Tra questi immigrati, per quanto riguarda il nostro tema, va rilevato che un gran numero è cristiano, ortodosso per la maggioranza, ma anche cattolico orientale (Romania, Ucraina, Bulgaria ecc.).

L’accoglienza degli immigrati cristiani, non si può limitare ad una questione di integrazione nel lavoro e, in linee generali, nel sociale. Occorre tenere presente le esigenze religiose. L’Istruzione (2004) del Pont. Consiglio per i migranti afferma che “Nelle Chiese particolari va dunque ripensata e programmata la pastorale per aiutare i fedeli a vivere una fede autentica nel nuovo odierno contesto multiculturale”. Per esempio il Dossier Statistico 2005 della Caritas/Migrantes dedica un capitolo a questo tema “Immigrazioni al femminile e Matrimoni Misti” (pp.131-158). Ma sorgono tutte le problematiche segnalate dalla Istruzione del Consiglio Pontificio per gli Immigrati e gli itineranti (luoghi di culto, matrimoni misti, communicatio in sacris ecc.).

 

Bibliografia: Caritas/Migrantes, Immigrazione, Dossier Statistico 2005, XV Rapporto. Aree di origine - Presenze-Inserimento - Territorio, Idos, Roma 2005.

 

VI.  Presenza di gruppi che non appartengono a nessuna Chiesa con cui la Chiesa cattolica

è in dialogo

 

Questi gruppi e le persone implicate vanno identificati e considerati sul luogo caso per caso.

·       possono sollevare intricati problemi,

·       ma nella chiarezza ecclesiologica, va sempre salvaguardata la carità verso le persone.

·       Sarebbe utile che sul luogo (nelle varie diocesi e nell’insieme delle diocesi) si facesse un rilevamento delle presenze che vi si trovano e si informino gli agenti pastorali e i fedeli sull’atteggiamento da tenere nei loro confronti.

 

NB. Si ricordano due gruppi presenti anche nel Lazio:

La Chiesa dei veri cristiani ortodossi di Grecia: Sacra metropoli di Milano e di Longobardia (Evloghios Arcivescovo di Milano, metropolita di Aquileja e di tutta la Longobardia – dal 2001).

Chiesa ortodossa in Italia (Antonio De Rosso Metropolita di Ravenna e d’Italia).

In futuro presenteremo la seconda parte della conversazione (Besa/Roma).

 

MEZZOIUSO

XXV ANNIVERSARIO DELLA MORTE

DI MONS. GIUSEPPE PERNICIARO

 

Riportiamo da Eco della Brigna (n.51/2006), pubblicazione periodica della parrocchia latina di Mezzoiuso, una nota dell’arciprete papàs Francesco Masi sul vescovo di Piana degli Albanesi, mons. Giuseppe Perniciaro, deceduto 25 anni fa:

 

L’eparchia di Piana degli Albanesi si appresta a ricordare mons. Giuseppe Perniciaro nel 25° anniversario della sua morte. Nacque a Mezzoiuso l’11 gennaio 1907. Compì i suoi studi nel Pontificio Collegio Greco di S. Atanasio di Roma, conseguendo la laurea in Sacra Teologia nel 1928 presso l’Ateneo di Propaganda Fide e l’anno successivo conseguì la licenza in discipline orientali presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma. Il 7 luglio 1929 era ordinato sacerdote con dispensa pontificia, essendo ancora molto giovane ed avendo ultimato gli studi con due anni di anticipo.

Rientrato da Roma, dal cardinale Luigi Lavitrano fu mandato al seminario greco di Palermo a ricoprire la carica di ministro di disciplina e successivamente fu nominato rettore del detto seminario.Ma si dedicò anche ad altre attività: fu insegnante di discipline orientali presso il seminario arcivescovile di Palermo. Fu uno dei grandi animatori delle settimane di studi per l’Oriente Cristiano. Nel 1930 si tenne la prima settimana di studi a Palermo, attorno al vescovo Paolo Schirò vi era un grande entusiasmo per l’attività. Un gruppo di giovani sacerdoti: Gaetano Petrotta, Giovanni Lopes, Nicola Scalora, Giuseppe Perniciaro lavorava intensamente per far conoscere in occidente l’oriente cristiano. In questa prima settimana di preghiere papàs Perniciaro partecipò attivamente con lezioni di liturgia e una comunicazione sulla missione dei monaci basiliani di Mezzoiuso in Cimarra. Impegno che profuse nelle successive settimane di preghiere. Nel 1934 fu l’organizzatore della commemorazione del 2° centenario del seminario greco di Palermo.

Quest’avvenimento costituì il debutto della sua vasta attività ecumenica: riuscì ad interessare numerose personalità e cultori di tradizioni orientali italiani e stranieri.

Il 26 ottobre 1937 veniva eletto vescovo. Iniziò subito a prodigarsi per la costruzione degli edifici vescovili e del seminario di Piana. Nel contempo si dedicò con grande zelo alla realtà socio-religiosa delle comunità albanesi di Sicilia, valorizzandone le caratteristiche bizantine oltre che culturali.

Suo grande merito è di aver saputo fare dell’eparchia di Piana una vera chiesa locale con piena giurisdizione, qualificata per accogliere attorno  ad un altare ed una cattedra i cristiani albanesi di Sicilia (12 luglio 1967) così come l’avevano sognata ma non vissuta tante passate generazioni.

L’ansia pastorale venne costantemente illuminata e guidata dal suo grande ideale ecumenico, che nel primo periodo della sua vita apostolica (1929-1961) si espresse con il promuovere settimane di studio per l’oriente, mentre dopo, in modo particolare dal 1970 al 1981, aggiunse aspetti qualificanti stabilendo delle relazioni con le Chiese di Costantinopoli, di Grecia e di Creta. Ultimo atto della sua vita  fu la mostra delle icone dell’eparchia di Piana degli Albanesi che l’arcivescovo di Palermo volle ospitare nel suo palazzo: manifestazione riuscita, chiusasi il 10 maggio 1981, presente una delegazione sinodale della Chiesa ortodossa di Creta. Non passò che un mese dalla chiusura della mostra delle icone che si addormentò nel Signore, lasciando una grande eredità spirituale, culturale ed ecumenica su cui dovrà camminare l’eparchia di Piana (Besa/Roma).

 

 

TIRANA

NOMINATO IL VESCOVO AUSILIARE

 

Il papa ha nominato vescovo ausiliare di Tirana-Durrës p. Giorgio Frendo, o.p. Vicario generale della medesima diocesi, assegnandogli la sede titolare di Butrinto (7.7.2006). Nato a Malta nel 1946, ordinato nel 1969, laureato in diritto canonico, dal 1997 è a servizio dell’Arcidiocesi di Tirana (Besa/Roma).

UCRAINA

CATECHISMO GRECO - CATTOLICO

 

Il 23 giugno 2006 una conferenza di rappresentanti delle varie diocesi ha esaminato il progetto di catechismo della Chiesa cattolica bizantina ucraina. Il titolo del catechismo è “Cristo è la nostra pasqua”.

Il progetto di stesura del catechismo ha già avuto l’accordo sulle basi concettuali, l’approvazione del Sinodo e sono stati già redatti i testi.

Con la conferenza di giugno si è inteso portare a conoscenza il testo integrale e ricevere eventuali reazioni per la redazione definitiva.

Il catechismo è strumento essenziale per la formazione nella Chiesa sui i