Dove sono gli ammiragli 
d'arzanā? Su la ciambella? 
Santabarbara č sapone, 
č capestro ogni cordella 
nella ex voto navicella 
dedicata a san Nazaro. 
EIA, schiuma del Quarnaro! 
Alalā! 

Da Lussin alla Merlera, 
da Calluda ad Abazia, 
per il largo e per il lungo 
siam signori in signoria. 
Padre Dante, e con la scia 
facciam "tutto il loco varo". 
EIA, mastro del Quarnaro! 
Alalā! 

Siamo trenta su tre gusci, 
su tre tavole di ponte: 
secco fegato, cuor duro, 
cuoia dure, dura fronte, 
mani macchine armi pronte, 
e la morte a paro a paro. 
EIA, carne del Carnaro! 
Alalā! 

Dentro i covi degli Uscocchi 
sta la bora e ci dā posa. 
Abbiam Cherso per mezzana, 
abbiam Veglia per isposa, 
e la parentela ossosa 
tutta a nozze di corsaro. 
EIA, mirto del Quarnaro! 
Alalā! 

Festa grande. Albona rugge 
ritta in pič su la collina 
Il ruggito della belva 
scrolla tutta la Farasina. 
Contro sfida leonina 
ecco il ragghio il somaro. 
EIA, guardie del Quarnaro! 
Alalā! 

Fiume fa le luminarie 
nuziali. In tutto l'arco 
della notte fuochi e stelle. 
Sul suo scoglio erto č San Marco. 
E da ostro segna il varco 
alla prua che vede chiaro. 
EIA, sbarre del Quarnaro! 
Alalā! 

Dove son gli impiccatori 
degli eroi? Tra le lenzuola? 
Dove sono i portali 
che millantano da Pola? 
A covar la gloriola 
cinquantenne entro il riparo? 
EIA, chiocce del Quarnaro! 
Alalā! 

Quella torna, con in pugno 
il buon seme della schiatta, 
la fedel seminatrice, 
dov'č merce la disfatta, 
dove un Zanche la baratta 
e la dā per un denaro. 
EIA, pianto del Quarnaro! 
Alalā! 

Il profumo dell'Italia 
č tra Unie e Promontore. 
Da Lussin, da Val d'Augusto 
vien l'odore di Roma al cuore. 
Improvviso nasce un fiore 
su dal bronzo e nell'acciaro. 
EIA, patria del Quarnaro! 
Alalā! 

Ecco l'isole di sasso 
che l'ulivo fa d'argento. 
Ecco l'irte groppe, gli ossi 
delle schiene, sottovento. 
Dolce č ogni albero stento, 
ogni sasso arido č caro. 
EIA, patria del Quarnaro! 
Alalā! 

Il lentisco il lauro il mirto 
fanno incenso alla Levrera. 
Monta su per i valloni 
la fumea di primavera, 
copre tutta la costiera, 
senza luna e senza faro. 
EIA, patria del Quarnaro! 
Alalā! 

Siamo trenta d'una sorte, 
e trentuno con la morte. 
EIA, l'ultima! 
Alalā! 

Siamo trenta su tre gusci, 
su tre tavole di ponte: 
secco fegato, cuor duro, 
cuoia dure, dura fronte, 
mani macchine armi pronte, 
e la morte a paro a paro. 
EIA, carne del Carnaro! 
Alalā! 

Con un'ostia tricolore 
ognun s'č comunicato. 
Come piaga incrudelita 
coce il rosso nel costato, 
ed il verde disperato 
rinforzisce il fiele amaro. 
EIA, sale del Quarnaro! 
Alalā! 

Tutti tornano, o nessuno. 
Se non torna uno dei trenta 
torna quella del trentuno, 
quella che non ci spaventa, 
con in pugno la sementa 
da gittar nel solco avaro. 
EIA, fondo del Quarnaro! 
Alalā!