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a cura di Vincenzo de Simone

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la città medievale

 

 

 

Indice

Presentazione

Introduzione
            1 – Natura e consistenza della documentazione

I – Struttura della città moderna

            1 – Evoluzione e status giuridico della mura

            2 – Strade, toponimi e territori parrocchiali

            3 – Dalle terre con casa alle case palaziate

II – Visita alla città moderna

            1 – Territori parrocchiali di Santi XII Apostoli, Santa Maria de Domno,   

            San Giovanni de Cannabariis, San Pietro de Grisonte

            2 – Territori parrocchiali di San Gregorio, Santa Lucia de Giudaica,

            Santa Maria dei Barbuti, San Grammazio, Santi Eufebio e Massimo, 

            San Matteo Piccolo

            3 – Territori parrocchiali di Sant’Andrea de Lavina, Santa Maria de Lama,

            Santa Maria de Alimundo, San Bartoloneo de Coriariis, Sant’Angelo

            de Marronibus, Santa Trofimena

Tavole

            I – Stato delle mura in età moderna

            II – Quartieri e toponimi

            III – Territori e sedi parrocchiali nel Medioevo

            IV – Territori e sedi parrocchiali fra il 1570 e il 1625

            V – Territori e sedi parrocchiali fra il 1625 e il 1653

            VI – Territori e sedi parrocchiali fra il 1653 e il 1810

            VII – Botteghe de Vicariis al 1585

            VIII – Chiesa di Santa Maria de Domno

            IX – Casa Avossa nel Novecento

            X – La cattedrale al 1667

                       

 

  

 

 

 

 

 

Presentazione

 

Il dicembre 2009 vedeva la pubblicazione su questo sito dello studio di urbanistica salernitana la città medievale con il quale procedevo ad una revisione sostanziale delle concezioni precedentemente correnti della topografia di Salerno in quell’epoca storica. In questo secondo lavoro riprendo il discorso interrotto per condurlo alla fine del 1754, anno nel cui ottobre si concludeva la formazione, relativamente all’ambito urbano, dell’Apprezzo del Catasto onciario. Nella prima parte vedremo l’evoluzione delle mura, della toponomastica, dei territori parrocchiali. Nella seconda seguiremo un ipotetico viandante che in quell’anno, entrato dalla porta Nova, percorreva la città fino ad uscirne dalla porta Catena: attraverso la documentazione giunta fino a noi, rifaremo la storia dei luoghi che attraversava e degli edifici che poteva vedere. L’auspicio è che il lettore voglia effettivamente utilizzare tale seconda parte come una guida turistica virtuale e fisicamente percorrere vicoli e strade, in molti casi immaginando, in altri effettivamente osservando quanto vide il nostro viandante.

Salerno, ottobre 2011.

 

Introduzione

  

1 – Natura e consistenza della documentazione

 

La documentazione reperita negli archivi per la realizzazione di questo lavoro è ripartibile, in ordine alla natura degli edifici ai quali si riferisce, in due categorie: l'una che segue le vicende dei luoghi di culto, l'altra relativa a immobili destinati ad uso civile; la seconda, al di là dell'interesse per i centonove edifici sacri che osserveremo e per le fonti ad essi relative, è di importanza evidentemente preminente ai fini della ricostruzione del tessuto urbano, anche per il contenuto di informazioni circa il reticolo viario, la toponomastica, la morfologia stessa della città.

Per l'epoca trattata, l'età moderna, a differenza del Medioevo, per il quale abbiamo visto, nello studio ad esso dedicato, una preponderanza di informazioni provenienti dall'Archivio della badia di Cava, il primato nella fornitura di documenti utili è appannaggio dell'Archivio di Stato cittadino, seguito da quello Diocesano. Presso il primo sono state visionate le seicentoventotto buste di Protocolli dei notai roganti in Salerno, che coprono l'arco di tempo compreso fra il 1492 e il 1796, dalle quali sono state estratte alcune decine di migliaia di informazioni (passaggi proprietari, contratti di locazione, accensioni ed estinzioni di censi, vendite all'asta, concessioni enfiteutiche, dispute condominiali, contratti per manutenzioni e per nuove edificazioni) riguardanti il patrimonio immobiliare privato e in manomorta; presso il secondo, gli interi fondi delle Visite pastorali relative alle chiese urbane, distribuite fra il 1515 e il 1803, e degli Status animarum delle parrocchie intra moenia, le prime indispensabili per la conoscenza dell'edilizia sacra esistente alla data di ciascuno di questi itinerari compiuti dagli arcivescovi o da loro delegati attraverso la città, i secondi coadiuvanti per la conoscenza delle ubicazioni, anche in relazione alla toponomastica, delle residenze occupate dalle anime delle quali i parroci certificavano lo stato.

Presso l'Archivio di Stato di Napoli sono stati consultati i ventitre volumi del Catasto onciario cittadino, con particolare attenzione per quello archiviato con il numero 3946, l'Apprezzo, ossia un grosso tomo, formato cm. 38x51 circa, costituito da cinquecentoquarantatre fogli, su ciascuno dei quali sono riportate un numero variabile di particelle catastali, numerate nell'ambito di ciascun foglio, rilevate fra il 28 maggio 1753 e il 16 ottobre 1754 sull'allora territorio della città. La particolare attenzione riservata a questo volume ha permesso il superamento del limite proprio degli studi di topografia storica salernitana condotti in precedenza insito nella impossibilità di riferirsi ad una visione della città antecedente il rinnovamento urbano del XIX secolo, avviato con la demolizione delle mura, che travolse riferimenti rimasti presenti per secoli nel tessuto cittadino. In effetti, al di là delle vedute prospettiche giunte fino a noi, volenterose nelle intenzioni, ma carenti per loro natura sul piano delle informazioni fornite, non si avevano, prima dell’esame accurato dell'Apprezzo, che pallide idee sulla topografia cittadina anche recente. Al contrario, il nostro volume fornisce una descrizione della città alla metà del Settecento sovrapponibile alla topografia attuale dovuta al fatto che nel centro urbano il rilevamento del quale esso da conto fu condotto considerando gli isolati nell'ambito di ciascuno dei sedici territori parrocchiali che vi insistevano e concatenandone le particelle anche in relazione a quelle delle parrocchie limitrofe, quando i confini attraversavano gli isolati stessi; contestualmente le unità immobiliari sono descritte con dovizia di particolari relativamente al numero delle stanze, alla consistenza degli ambienti di servizio, alle botteghe, all'estensione dei giardini, alle strade, ai larghi, ai vicoli e alle strettole sulle quali prospettavano.

Ciò nonostante, ancorché la descrizione della città che si ricava dall'Apprezzo sia poco meno che esaustiva, un'analisi comparativa delle confinazioni di molte particelle, considerati anche i casi, per altro abbastanza sporadici, di omissione di qualche apprezzo recuperato con ritorno sul percorso già fatto o descrivendolo in una appendica formata alla fine del volume, rivela incompletezza delle informazioni fornite e, addirittura, il mancato rilevamento di qualche unità immobiliare.

Dal contesto, che come accennato si riferisce all'insieme dell'allora territorio cittadino, ossia gli attuali comuni di Salerno e Pellezzano più il feudo di Faiano, sono state estrapolate, ai fini di questo lavoro, le cinquecentoventiquattro particelle ricadenti fra le mura, alle quali ne sono state aggiunte una posta nell'extra moenia orientale, quella costituita dalle baracche per la fiera della comunità dei signori Cioffi e Pinto addossate al torrione di porta Nova, e due nell'extra moenia occidentale, costituite da locali adibiti ad uso profano posti sotto la clausura del monastero di San Francesco da Paola e da una proprietà addossata alla torre dell'Annunziata.

I fondi archivistici custoditi presso gli altri due enti visitati nel corso della ricerca, l'Archivio della Badia di Cava e la Biblioteca Provinciale di Salerno, hanno fornito soltanto documentazione di minima consistenza relativamente all'età moderna; tuttavia li vedremo spesso citati in nota per la documentazione di età medievale che troveremo riproposta soprattutto in relazione all'edilizia riservata al culto.  

 

I – Struttura della città moderna

  

1 – Evoluzione e status giuridico delle mura

 

Agli inizi del Cinquecento, lungo il perimetro murato di Salerno1 si conservavano due brevi segmenti riconducibili a quello che era stato il circuito prelongobardo: l'uno dal settentrione dell'ospedale della Santissima Annunziata al vertice sul quale i longobardi impostarono la lunga cortina che, ascendendo il colle Bonadies e girandone il cocuzzolo per discendere lungo il fronte che sarà del complesso di Montevergine, avrebbe creato l'ampliamento del Plaio Montis; l'altro lungo quello che era stato il lato orientale della città antica, fra il sito che più tardi sarà della chiesa del Monte dei Morti e l'innesto dell'altro ampliamento longobardo, il Corpus, intorno alla badia di San Benedetto. Delle cortine longobarde rimanevano i tratti in gran parte ancora oggi visibili lungo le pendici del colle e il perimetro dell'attuale rione Mutilati, il citato Corpus, più due tratti lungo il fronte a mare: l'uno dalla vecchia torre angolare posta a meridione della chiesa oggi del Santissimo Crocifisso all'oriente del convento di Sant'Agostino, oggi palazzo omonimo; l'altro dall'occidente dello stesso convento alla torre appena oltre la porta di Mare. Completavano il circuito la facciata trecentesca dello stesso convento di Sant'Agostino, che era stato edificato scavalcando la linea longobarda del Muricino; il fronte degli edifici dall'occidente della porta di Mare alla chiesa della Santissima Annunziata Nuova; i muri occidentali della stessa chiesa e dell'ospedale posto ad essa di fronte; la cortina angioina dell'ampliamento nell'area della porta Rotense; le mura dell'ampliamento quattrocentesco nell'area della porta Nova.

 

1Si veda la tavola I.

 

 

 

Nel 1545 l'amministrazione cittadina conferisce mandato ad una cordata di mastri fabbricatori di edificare un torrione ad “elle” fuori la Santissima Annunziata e innanzi alla dogana del Sale, con un braccio di mura da tirarsi dal torrione stesso verso la porta di Mare2. L'opera comporta il vantaggio della creazione di una strada fra il fronte degli edifici che fino ad allora avevano costituito nell'area il limite del tessuto urbano verso il lido e il terrapieno che sarà realizzato internamente alla nuova difesa. Il vantaggio, tuttavia, si rivelerà effimero, poiché nel 1578 il dottor Giovanni Tommaso Cassetta, che possedeva case nell'isolato immediatamente ad occidente della porta di Mare, indirizza un memoriale al governo cittadino lamentando che, non essendoci quasi passaggio fra il fronte della sua proprietà e il terrapieno, il luogo diveniva una sorte di discarica ove addirittura si gettavano carcasse di animali, il che rendeva l'aria irrespirabile; egli, quindi, chiede, ed ottiene, che gli sia concesso di poter chiudere lo spazio antistante la sua proprietà3.

  2Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4981, 1545-1546, f. 85t.
3Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4870, 1578-1579, f. 190t.

Altra conseguenza dei lavori nell'area sarà la sottrazione alla chiesa di Santa Lucia de Giudaica di una magazzino coperto a lamia, di alcune botteghe coperte a tetti e di un cortile, beni già di San Vito Maggiore pervenuti alla parrocchiale a seguito dell'unione fra le due cappellanie, venutisi a trovare sul tracciato della nuova strada e delle muraglie; a tale danno economico si assommerà il diroccamento di una parte delle strutture della chiesa stessa per il completamento delle nuove difese realizzato con l'edificazione della torre che sarà detta, appunto, di Santa Lucia. A seguito di tanto, il 23 dicembre 1572 il parroco si appella al Consiglio Collaterale ottenendo, due anni dopo, il riconoscimento dei danni subiti, valutati in centododici ducati da pagarsi dall'amministrazione cittadina e il altri cinquantasei da pagarsi dalle regie strade4.

  4Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4869, 1574-1575, f. 154.

Del 18 aprile 1569 è una notizia che ci informa dell'acquisto da parte della città di una partita di travertini da utilizzarsi per lo sperone a Portanova5. Possiamo considerare questo l'ultimo momento evolutivo delle mura cittadine, poiché in seguito non vi saranno altri interventi strutturali, ma soltanto adeguamenti seicenteschi e settecenteschi alle mutate condizioni dei luoghi e alle esigenze dei tempi della porta dell'Annunziata, della porta di Mare e della porta Nova, come vedremo nella seconda parte di questo studio, quando effettueremo la visita virtuale alla città moderna; rimarrà, invece, irrisolto il problema della precarietà dell'affaccio al lido del complesso di Sant'Agostino che farà scrivere a Fabrizio Pinto, riferendosi all'assedio dei francesi del 1648: Il monastero di Santo Agostino [costituiva] posto di conseguenza, per essere alle frontiere del mare, senza ripari da guardarsi, ne fortificazioni da difendersi6.

  5Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4866, 1568-1569, f. 294.
6F. Pinto, Salerno assediato da francesi, 1653, p. 32.

 

Nello studio La città medievale, percorrendo le vicende evolutive delle difese cittadine in quell'epoca, notammo torri e tratti delle mura appartenenti a privati, ancorché fossero parti integranti del sistema; allo stesso tempo rilevammo la possibilità che revisioni delle stesse avvenissero per iniziative extraistituzionali. Di ciò fu posto in evidenza l'apparire singolare, poiché l'immaginario ci conduce a considerare le mura di una città medievale come una linea costantemente vigilata militarmente, quindi di pertinenza delle autorità cittadine. In realtà, una nutrita serie di documenti nell'occasione esaminati ci presentava ampi tratti delle difese di Salerno pertinenti a privati senza apparente conflitto con le autorità, dal periodo longobardo all'ultimo quarto del Duecento.

Con il consolidarsi del regime angioino, la regia curia tentò, forse, un recupero di giurisdizione sulle mura cittadine o pose in essere un tentativo di imporre per la prima volta il principio che esse non potessero che essere di pertinenza stratigozionale, poiché nel 1305 troviamo proteste sia per l'abusiva occupazione da parte di Riccardo de Aiello della torre posta a ridosso dell'ex monastero di San Clemente, sia per un'analoga azione da parte di Landolfo di Santo Mango lungo il muro a meridione della prima porta Rotense7. Ma se tali tentativi vi furono, non dovettero sortire effetti se non sul lungo periodo, poiché ancora nel 1544 sussisteva una vertenza fra la badia di San Benedetto e il principe di Salerno (all'epoca deteneva il titolo Ferrante Sanseverino) circa il possesso del fortilizio all'angolo sud-orientale dell'attuale rione Mutilati, ancorché si trattasse di un'opera diruta8; di contro, nel 1523 risulta che il governo cittadino aveva il diritto di accedere ad un edificio privato per raggiungere le mura allo scopo di predisporvi servizi di guardia9.

 

7Archivio di Stato di Napoli, Registri angioini, 139, f. 81; documento edito in Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIV, a cura di C. Carucci, I, 1949, pp. 17-31.

8Archivio della badia di Cava, manoscritto 113.

9Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4838, 1522-1523, f. 154t.

 

Ancora un tentativo di uso privatistico delle mura si registra nel 1564, quando Giovanni Maria Durante, che possedeva case all'estremo meridione dell'isolato che comprende la chiesa di San Pietro in Vinculis, intraprende l'edificazione di nuove stanze poggiandole alla muraglia orientale e al revellino della porta Nova, il che lo pone in conflitto con l'amministrazione cittadina e la comunità dei signori Cioffi e Pinto, che possedeva botteghe adiacenti alla faccia esterna delle mura10. Quasi due secoli dopo, nel 1762, descrivendosi il casamento dei fratelli Francesco e Nicola Gaudioso, che allora ostruiva l'attuale corso Vittorio Emanuele, si definiranno pubbliche le stesse mura orientali, ancorché su di esse i due fratelli avessero poggiato nuove fabbriche sporgenti verso l'arsenale e la fiera vecchia11.

 

10Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4871, 1563-1564, f. 276.

11Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5340, 1762, f. 213.

  

2 – Strade, toponimi e territori parrocchiali

 

Nel corso del Medioevo, fra il fondamentale reticolo viario di impostazione antica, il tessuto urbano era divenuto progressivamente più denso, man mano che i piccoli fondi delle abitazioni di tipo unifamiliare si aggregavano a formare piante di maggiori estensione su cui andranno ad insistere embrioni di insediamenti signorili e condomini. Il nuovo tessuto, come corpo lievitante, progressivamente aveva fagocitato anditi e strettole, che quei piccoli fondi avevano delimitato, risparmiandone soltanto alcuni, che sopravviveranno quali cunicoli sotto i nuovi corpi di fabbrica. In questo compatto insieme, difficili e, quindi, rari potevano essere gli interventi di tipo urbanistico, per cui, oltre ad alcuni di piccolissima entità posti in essere nelle Fornelle e lo slargo realizzato nella parte bassa dei Canali, davanti al conservatorio dell'Ave Gratia Plena, nel corso dell'età moderna possiamo annoverare di rilievo soltanto l'apertura della via delle Muraglie.

La documentazione di età moderna, sia per un maggior numero di carte, che per una più minuziosa distribuzione sull'ambito cittadino, presenta un'impennata di informazioni, rispetto alla medievale, circa una toponomastica che lentamente era andata evolvendosi, adattandosi alla pressante necessità di una più precisa individuazione dei luoghi, pur conservando le storiche denominazioni dei grossi quartieri (Plaio Montis, Orto Magno) e di alcuni ambiti estesi (Capopiazza, Portanova). Di contro al disuso di toponimi quali Veterensium (già nell'ultimo medioevo divenuto Fornelle), Coriariis, Giudaica, Corte dominica, andavano nascendo una serie di toponimi riferiti a più ristretti ambiti, i luoghi nel linguaggio dell'epoca1. Essi, in ordine alla loro origine, sono distinguibili in alcune categorie: quelli dedotti dalle caratteristiche dei luoghi (Casilli, Botteghelle, Campo), quelli riferiti alla presenza di edifici di culto (Santa Maria delle Grazie, dietro San Matteo, San Benedetto), quelli nati dalla concentrazione di attività artigiane e commerciali (Cositori, Barbieri, Orefici, Spatari o Fucilari, Bottarari e Sportarari), infine quelli denominati dalle famiglie che vi avevano domicilio (Casa Ruggi, Gemmato, Casa Palearea, Casa Pinto, Casa d'Avossa, Santimanghi). Singolare il largo di Giancola, primo caso in ambito cittadino di toponimo riferito ad una persona: Giovanni Nicola de Vicariis.       

 

1I toponimi medievali sono illustrati dalla tavola VI annessa al capitolo Strade, quartieri e territori parrocchiali dello studio La città medievale.

I principali di età moderna, dalla tavola II di questo studio.

 

  

 

Al suo spirare, il Medioevo aveva lasciato l'ambito urbano di Salerno diviso fra ben venticinque territori parrocchiali, fra i quali i minuscoli di San Pietro de Lama, Sant'Angelo de Marronibus e San Giovanni dei Greci nelle Fornelle, e gli abnormemente estesi oltre le mura di Sant'Eufebio, Santa Maria di Portanova, Santa Trofimena e San Salvatore de Coriariis, i primi due verso oriente, fino al corso dell'Irno, gli altri  verso occidente, fino al confine con il territorio della città di Cava.

La visita pastorale del 1515 ci presenta la novità di una prima soppressione, quella di San Giovanni dei Greci che risulta unita a Santa Trofimena. Nel 1549 si trova San Salvatore de Coriariis annessa a San Bartolomeo, per cui di quest'ultima diviene il primato nell'estensione territoriale; nello stesso anno San Giovanni delle Capre, che ancora al 1535 conservava la propria autonomia, risulta annessa a Santa Maria de Orto Magno. Negli anni sessanta del secolo San Vito Maggiore è annessa a Santa Lucia de Giudaica; Santa Maria de Capite Platearum a Santa Maria dei Barbuti; San Pietro de Lama a Santa Trofimena, che come abbiamo visto aveva già incorporato San Giovanni dei Greci; San Massimo a Sant'Eufebio; Santa Maria de Orto Magno, con la già annessa San Giovanni delle Capre, a San Giovanni de Cannabariis.

Si costituiva in tale modo un assetto che riduceva il numero delle parrocchie a diciassette e che perdurerà fino al 1625. In quell'anno Santa Maria della Neve, detta di Portanova, che nei primi anni del secolo aveva mutato il titolo in quello di San Pietro essendosi trasferita dalla originaria sede nella chiesa oggi del Santissimo Crocifisso in quella di San Pietro in Vinculis, fu soppressa e il suo territorio ripartito fra Santi XII Apostoli, San Giovanni de Cannabariis e San Gregorio; in realtà si trattò di una ripartizione che ben possiamo definire anomala, poiché a San Gregorio e ai Santi XII Apostoli furono annesse parti di territorio non contigui ai loro, mentre ai parroci di San Giovanni de Cannabariis fu demandata la cura delle anime residenti fino al corso dell'Irno. Agli anni quaranta, la parte ex Santa Maria della Neve annessa ai Santi XII Apostoli fu trasferita a San Giovanni de Cannabariis, per tornare ancora, nel 1710, ai Santi XII Apostoli. Intanto, nel 1653, era stata eretta la parrocchia extra moenia di San Pietro in Camerellis, con sede nella chiesa già del monastero soppresso dei crociferi2.

  2L'evoluzione dei territori parrocchiali è illustrato dalle tavole III, IV, V e VI.

  

  

  

     

   

3 – Dalle terre con case alle case palaziate

 

Il concetto di proprietà immobiliare fu legato, per la maggior parte del Medioevo, non tanto alla consistenza degli edifici, che essendo, per lungo tempo, almeno in parte, lignei, subivano frequenti operazioni di smontaggio e riassemblaggio, quanto all'estensione dei suoli sui quali essi e le loro pertinenze insistevano; conseguentemente, gli atti di locazione o di compra vendita, anche quando trattano di singole parti di uno stabile, fanno riferimento all'intera terra con casa, che assurge a particella di un ipotetico sistema catastale. Intanto che prevarrà il concetto di unifamiliarità, queste case disponevano, salvo i casi, per altro abbastanza sporadici, di immobili esclusivamente terranei, di un piano superiore, che andrà moltiplicandosi con l'introduzione, ma alquanto tarda, del condominio. Sui vani terranei, i catodei, nell'alto Medioevo lignei, poi con sempre maggiore frequenza in muratura, che della casa generalmente costituivano un unico ambiente giorno, ossia la cucina con un spazio di avanzo, insisteva l'ambiente notte, che di norma sporgeva rispetto al terraneo a mo' di balconata, certamente lungo il lato della casa ove si apriva la porta sulla strada o sull’andito, ma anche, se possibile, su strade, anditi e strettole laterali. Gli ambienti notte allineavano le loro pareti a queste balconate, i mignani, pertanto, di fatto, le loro dimensioni risultavano ampliate rispetto al vano terraneo; nel pavimento del mignano, o di uno di essi quando la posizione della casa relativamente a strade e anditi consentiva di realizzarne più di uno, si apriva la botola che permetteva, direttamente dall’esterno, l'accesso all'ambiente superiore tramite una scala che poteva essere retrattile, se a pioli, o stabile, quale uno scalandrone di legno o anche, ma in epoca tarda, una gradinata in muratura.

In tale panorama, naturalmente rimanendo in ambito salernitano, le residenze nobiliari, ovviamente fatta salva la maggiore disponibilità di ambienti e una accentuata cura costruttiva, non pare si sottraessero sostanzialmente alla tipologia edilizia comune, poiché sono denominate, nella documentazione giunta fino a noi, anch'esse terre con case, come, ad esempio fra altri casi, l'ex residenza del conte Guaiferio, il fondatore del monastero di Santa Sofia, così definita nel dicembre 1058, essendo riservata la definizione di palazzo esclusivamente alla reggia arechiana, detta sacro vecchio palazzo, evidentemente in opposizione alla nuova reggia di Castel Terracena, nel 1119 e in seguito, e alla sede prima vescovile poi arcivescovile.  

In età moderna l'antica tipologia sopravvive nelle botteghe con camere superiori, nelle quali gli ambienti di abitazione dell'artigiano o del mercante che esercita la propria attività economica nella bottega sottostante si raggiungono prevalentemente tramite scale esterne, essendo descritti soltanto raramente nella documentazione giunta fino a noi scalandroni interni. Accanto a tale tipologia costruttiva si pongono gli ospizi di case, detti anche semplicemente case, caratterizzati dalla specializzazione funzionale dei singoli locali, descritti quali sale, camere, cucine, necessari (servizi igienici) la cui edificazione, spesso al di sopra di preesistenti botteghe con camere superiori e intorno a cortili con pozzo e lavatoio comuni, appare frammentaria e spontanea, con l'aggiunta di ulteriori ambienti all'impianto originario in relazione alle necessità contingenti, senza alcuna preoccupazione se non di rapporto, spesso conflittuale, con le proprietà limitrofe in relazione all'utilizzo di muri comuni, all'apertura di finestre che potevano creare soggezione reciproca, alla manutenzione degli impianti di scarico delle acque piovane che potevano arrecare umidità.

Nell'ambito di tale epoca, il Cinquecento vede, naturalmente sempre limitatamente alla documentazione giunta fino a noi, oltre al palazzo arcivescovile e alla reggia arechiana, citata come palazzo badiale di San Pietro a Corte nel 1515, l'esistenza di altri due immobili così classificati, ma si tratta ancora, forse significativamente, di edifici non realizzati da privati, ma frutto di trasformazione di realizzazioni ecclesiastiche: il Castel Nuovo di San Benedetto, realizzato da quei monaci dopo il 1301 sull'area già di Castel Terracena, citato come palazzo badiale di San Benedetto nel 1544 e l'ex monastero di San Massimo, citato come palazzo di San Massimo nel 1579.

Soltanto il Seicento vedrà il diffondersi nella terminologia dei protocolli notarili della definizione di casa palaziata, quasi certamente frutto di una effettivamente diversa filosofia costruttiva, non più informata allo spontaneismo in relazione a necessità contingenti, ma ad un progetto unitario destinato a rimanere sostanzialmente, o almeno nelle intenzioni, immutato nel tempo. Una consistente concentrazione della definizione, che salvo casi particolari e scarsamente documentati possiamo considerare effettivamente corrispondente alle caratteristiche dell'immobile, la troviamo nella documentazione giunta fino a noi a partire dalla metà del secolo, ma notevoli sono anche le citazioni precedenti, sebbene per il concetto sia utilizzata l'espressione palazzo, come per Casa della Barrera, a Portanova, sull'area oggi della banca di Roma, ove per un lasso di tempo non quantificabile intorno al 1629 sarà di stanza il presidio militare, così citata nel 1610.

Un esempio della evoluzione di un ospizio di case in una casa palaziata troviamo nella proprietà de Iudice, oggi rappresentata dall'edificio a meridione della chiesa di San Pietro in Vinculis, a Portanova. Alla metà del Cinquecento l'area era impegnata da botteghe con camere superiori in possesso della famiglia Durante frammiste ad analoghe proprietà di altri. Fra il 1563 e il 1564 Giovanni Maria Durante acquista una di tali botteghe, confinante con i suoi beni, dalla famiglia Alfano e intraprende l'edificazione di nuove stanze poggiandole elle mura cittadine e al revellino della porta Nova, entrando per tale iniziativa in conflitto con l'amministrazione cittadina e la comunità dei Cioffi e Pinto che possedeva botteghe adiacenti alla faccia esterna delle mura. Passata la proprietà nel 1579 alla famiglia de Iudice, sul finire del secolo si intravede un embrione di palazzo nella presenza di un cortile con magazzini e nella citazione di una casa grande in opposizione alle botteghe con camere superiori. Nel 1616 la proprietà è definita palazzo. Nel 1621 l'immobile è definito un palazzo grande consistente in più appartamenti, cortile, cellaro, botteghe e magazzini circum circa. Nel 1673, passando la proprietà dai de Iudice ai Mazziotti, il complesso è definito una casa palaziata consistente in due appartamenti grandi, loggia grande verso la Fiera e l'Arsenale (attuale piazza Flavio Gioia), cortile, pozzo, stalla, cellaro; non sono più citate le botteghe e i magazzini circum circa, poiché tali ambienti nel corso del trentennio precedente erano stati progressivamente ceduti ad altri.

Altro esempio di una simile evoluzione troviamo in Palazzo Pinto. Nel 1534 Ludovico Pinto acquista da Matteo Mazza un ingresso nel quale già aveva diritto di passaggio, un cellarello con altro ambiente prospettante sulla strada, una sala superiore coperta ad imbrici con quattro camere adiacenti, un'altra saletta dalla quale si usciva su un astraco discoperto e da esso si accedeva ad altra camera, un altro astraco contiguo alla sala grande con orifizio del pozzo comune con gli eredi di Roberto Mazza, tutti i vani diruti contigui a detto astraco e altri ambienti, il tutto confinante con altri suoi beni e con beni del fratello Tommaso. Negli anni successivi troviamo che altri membri della famiglia possiedono case intorno al cortile comune: Emilio e Aloisio nel 1564, Camillo nel 1570, Michele nel 1577, Tiberio e il fratello Lucio nel 1582. Nel 1584 Tiberio Pinto acquista da Alessandro Mazza Comite tre terranei l'uno nell'altro, una stalla, un altro terraneo, un cortile coperto posto sotto la sala degli eredi di Lucio Pinto, un supportico con annesso il diritto di attingere acqua dal pozzo di Ludovico Pinto. Nel 1587 Decio, figlio di Aloisio, edifica un appartamento in otto vani sopra le case di Ludovico; questa parte del complesso, la orientale, a confine con le case Serluca, evidentemente già stabilizzata in una forma architettonica unitaria anche se frutto della sopraelevazione, sarà detta palazzo nel 1612, essendo l'appartamento inferiore in possesso di Emilio, e nel 1663, essendo lo stesso appartamento inferiore in possesso di un altro Ludovico e il superiore degli eredi di Diego. Sarà soltanto nel 1756 che Matteo riuscirà ad acquisire l'intera proprietà anche della parte occidentale del complesso, realizzando la casa palaziata che ancora osserviamo.

Conferma del fatto che le espressioni palazzo e casa palaziata facessero riferimento ad una filosofia costruttiva almeno formalmente unitaria in opposizione a quella degli ospizi di case lo troviamo nelle vicende dell'area sulla quale attualmente vediamo Palazzo Ruggi d'Aragona. Al 1517 si citano beni dell'abate Filippo Ruggi, in parte per acquisto da Roberto Grandato, come si precisa nel 1522. Nel 1579 si fitta una casa grande di Marco Antonio, consistente in tre sale, più camere, cortile, cellaro, stalla e due giardini. Nel 1617 dalla descrizione dell'eredità di Gabriele traspare la frammentarietà del complesso, nel quale si distinguono una casa grande, una piccola e varie caselle. L'anno successivo la descrizione dell'eredità di Marco Antonio presenta ancora una casa grande con diversi appartamenti e altre case. Nel 1636 Vincenzo acquista da Donato Orazio de Felice una casa in più vani inferiori e superiori confinante con altri suoi beni; nel 1644 ottiene dal parroco di Santa Maria de Alimundo di poter edificare attaccando alla parete della chiesa contigua alle sue case. Nel 1671 il frutto della nuova edificazione sarà citata come la casa palaziata rimasta nell'eredità di Vincenzo, anche se l'aspetto dell'edificio che attualmente osserviamo sarà raggiunto soltanto nella prima metà del Settecento con la costrizione dell'arco sulla strada.

Tuttavia, accanto agli esempi citati, significativi ma non esaustivi, non sono da sottacersi alcune particolarità che lasciano intravedere come, forse, non sempre le espressioni utilizzate dai notai corrispondessero effettivamente alla tipologia dell'immobile di cui trattavano, quasi che l'utilizzo del termine palaziata, sconosciuto, almeno relativamente a Salerno, fino a tutto il Cinquecento, divenisse nel tempo una sorte di formula utilizzata a volte a sproposito. Un esempio del primo caso è relativo ad un immobile certamente riconducibile alla tipologia della casa palaziata ben prima del Cinquecento, quello attualmente detto Palazzo Fruscione, che tuttavia è citato nel 1522 e nel 1618 semplicemente come casa, con la precisazione nella prima circostanza che era detta della tenta seu de la contessa, e soltanto nel 1651, nell'atto con il quale i signori Alfano lo vendono a Sebastiano de Leone, come casa palaziata. Esempio del secondo caso è una proprietà del dottor Antonio de Mattia, sita nella parrocchia di Sant'Andrea de Lavina, citata come un ospizio di case palaziate nel 1676.

 

II – Visita alla città moderna

  

1 – Territori parrocchiali di Santi XII Apostoli, Santa Maria de Domno, San Giovanni de Cannabariis, San Pietro de Grisonte

     

Il viandante che, sul finire del 1754, proveniente da oriente, lungo la via della Marina, attraverso l'area della fiera [1]0 istituita nel 1259 per concessione di re Manfredi a richiesta di Giovanni da Procida, raggiungeva Salerno, lasciando alla propria destra il vecchio arsenale [2], vi entrava dalla quarta delle porte dette Nova che la città ha avuto nel corso della sua storia [3]. Questa, la stessa che osserviamo tuttora, unica superstite fra le porte cittadine e salva per miracolo dalle smanie ammodernatrici in voga nell’Ottocento, era stata appena edificata, o forse era ancora in fase di completamento, in esecuzione di una delibera del governo della città del 20 dicembre dell'anno precedente, che faceva seguito ad una supplica di un gruppo di cittadini con la quale si lamentavano i molti inconvenienti di traffico che si verificavano soprattutto nel tempo della fiera, in quello della vendemmia, del raccolto e quando la porta precedente, la terza detta Nova, veniva impegnata dal corteo reale che, percorrendo la città, si portava alla caccia in Persano1.

 

0I numeri e le altre indicazioni fra le parentesi quadre si riferiscono ai particolari delle piantine topografiche.

 

 

1Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5222, 1754, f. 173t.

Infatti, ove quel viandante avesse visitato la città soltanto l'anno precedente, avrebbe visto estendersi davanti all'accesso che ora praticava il braccio proteso verso settentrione di un poderoso bastione ad “elle”, del quale ora osservava la parte superstite al meridione della porta, e intorno al terrapieno di quel braccio sarebbe stato costretto a girare in senso antiorario per accedere, da settentrione, alla terza porta detta Nova [4], stretta fra quel braccio del bastione e la muraglia cittadina proveniente dai fortilizi al meridione dell'altopiano oggi rappresentato dal rione Mutilati [5]. Appena in città avrebbe, forse, sperimentato gli inconvenienti di traffico denunciati dal gruppo di cittadini di cui sopra che si creavano nel gomito immediato verso occidente, ove la strada rimaneva strozzata fra lo spigolo dell'ex palazzo de Durante [6] e le baracche della comunità dei signori Cioffi e Pinto addossate alla faccia interna del bastione.

 

L'esecuzione della delibera del governo cittadino, che imponeva la demolizione del braccio del bastione teso verso settentrione e l'edificazione di una nuova porta simmetrica all'andamento della strada, dovette tenere conto proprio degli interessi della comunità dei signori Cioffi e Pinto, poiché essa possedeva non solo baracche e posti per la fiera adiacenti al muro interno della parte del bastione da demolire, ma anche all'esterno, lungo il muro del terrapieno e accosto alla vecchia porta2. Il problema fu risolto misurando accuratamente gli spazi che la comunità perdeva e assegnandogliene altri di uguale misura lungo il muro che veniva a crearsi con la tompagnatura della vecchia porta, all'interno dalla città, e nel vano della stessa porta verso l'esterno, oltre che lungo il nuovo muro della torre e quello della città, dalla vecchia porta verso settentrione. Tale soluzione, se garantiva la comunità sul piano della rispondenza fra gli spazi sottratti e quelli concessi, non risolveva la sua esigenza, già altre volte espressa, di trasformare le baracche amovibili in botteghe fisse, per cui, il 26 febbraio 1762, si giungerà ad un accordo con il quale la città cederà alla comunità, a tale scopo, il suolo del vecchio arsenale3.

 

2Archiovio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 428, particella 3; f. 450, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5363, 1754, f. 5.

3Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5332, 1754, f. 449t; 5410, 1763, f. 281.

 

Oltrepassando la porta, il nostro viandante lasciava il territorio della parrocchia extra moenia di San Pietro in Camerellis, eretta nel 1653 nella chiesa già del monastero dei crociferi [7]4, e si ritrovava nella porzione di quello intra moenia anticamente di Santa Maria di Portanova annessa definitivamente ai Santi XII Apostoli nel 1710 dopo una prima annessione (poi revocata agli anni quaranta dei Seicento) posta in essere fra il 1623 e il 1625, quando, sopprimendosi quella parrocchia, che nei primi anni del secolo aveva mutato il titolo in quello di San Pietro essendosi trasferita dalla originaria sede nella chiesa attualmente del Santissimo Crocifisso in quella di San Pietro in Vinculis, il suo territorio era stato ripartito fra San Gregorio, Santi XII Apostoli e San Giovanni de Cannabariis5.

L'immobile che il nostro viandante osservava al meridione della strada, addossato alla cortina della città, immediatamente ad occidente di un magazzino di Domenico Correale contiguo alla parte residua del torrione di porta Nova6, era costituito da case di Michele de Vicariis in tre piani per trentadue stanze, con loggia, magazzini e botteghe [8]7, che verso occidente facevano angolo con la breve via della porta dell'Angelo [9]. Si trattava di un complesso immobiliare che Fabrizio de Vicariis aveva costituito ampliando quanto già posseduto al 15648 p(ro)pe porta(m) e turrione(m) antichu(m) de Porta Nova con l'acquisizione delle proprietà limitrofe dei d'Aiello9, dei de Giudice10 e dei de Tauro, quest'ultima dopo un breve possesso da parte dei Ruggi e dei Capograsso11. Il 28 maggio 1585, il de Vicariis, volendo ricostruire il caseggiato con un migliore allineamento rispetto alla strada, ottiene dalla curia dello stratigoto una perizia, corredata dal disegno qui riprodotto alla tavola VII12, che riconosce un arretramento compreso fra tre palmi e mezzo e sei palmi, di cui comunque il de Vicariis rivendica la disponibilità. Di particolare interesse risulta il passo del documento in cui si legge che la gradinata da costruirsi verrà a trovarsi accosto alla p(rim)a porta della Città. Si tratta di un evidente riferimento, analogo a quello del 1564, al primo sito della porta Nova al suo trasferimento dalla via attualmente dei Mercanti13.

  

 

 

 

4Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali, 1659.

5Nel 1598 la sede parrocchiale di Santa Maria di Portanova risulta ancora nell'attuale chiesa del Santissimo Crocifisso, nel 1604 risulta trasferita in San Pietro in Vinculis; nel 1626 la parrocchia risulta soppressa e il territorio ripartito fra San Gregorio, Santi XII Apostoli e San Giovanni de Cannabariis (Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali, 1598, 1604, 1626). Nel 1623 l'immobile denominato Casa Folliero, sito all'attuale largo Sedile di Portanova, risulta in parrocchia di San Pietro ad Vincula, nel 1625 è detto in parrocchia dei Santi XII Apostoli (Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4962, 1629, f. 190t, riferimento al 1623; 4928, 1625, f. 99t).

6Archiovio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 450, particella 3.

 

 

7Archiovio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 450, particella 4.

8Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4843, 1564-1565, f. 9.

9La proprietà d'Aiello è documentata fra il 1517 e il 1538: Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4837, 1516-1517, f. 145t; 4837, 1518-1519, f. 11t; 4838, 1522-1523, f. 14t; 4840, 1538-1539, f. 24t. Archivio della badia di Cava, pergamena XC 104, 1525; pergamena XCII 9, 1532.

10La proprietà de Giudice è documentata nel 1525 e nel 1538: Archivio della badia di Cava, pergamena XC 104, 1525. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4840, 1538-1539, f. 24t.

11La proprietà de Tauro è documentata fra il 1577 e il 1583: Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4869, 1576-1577, f. 299; 4878, 1579-1580, f. 256t; 4879, 1580-1581, f. 54t e f. 419t; 4879, 1581-1582, f. 31;4880, 1583-1584, f. 45. Il 30 ottobre 1585 risulta passata a Giacomo Capograsso tramite i Ruggi; lo stesso giorno è venduta a Fabrizio de Vicariis (Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4893, 1584-1586, f. 233 e f. 233t).

12Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4893, 1584-1586, f. 131.

13Per la posizione di questa porta si veda la tavola V dello studio La città medievale.

Lungo il lato settentrionale della strada prospettava un grosso isolato compreso fra la cortina della città e la via Maestra che calava dal largo di Portanova, che, inglobando la chiesa di San Pietro in Vinculis [10], verso nord raggiungeva la torre di San Benedetto [11]; in esso, al di sotto della chiesa, correva il confine fra il territorio dei Santi XII Apostoli, a meridione, e quello di San Giovanni de Cannabariis, a settentrione.

La sua parte più meridionale era costituita, come accennato, dal palazzo [6] che al 1551 troviamo in possesso dei de Durante di Napoli; passato ai de Giudice nel 1579 per una vendita all'asta, all'epoca della visita alla città del nostro viandante era detto Casa Longo, consistente in tre piani con magazzini dentro il cortile e stalla, posseduto da Carlo e Francesco Mastrangelo Pagano, patrizi della città di Campagna, per eredità della zia Girolama Mastrangelo, già moglie di Girolamo Longo14. Sotto di esso, con prospetto verso meridione, lungo la via di porta Nova, vi erano, da oriente verso occidente, botteghe del monastero di San Giorgio, del convento di Sant'Agostino, del beneficiato di Giuseppe de Rosa; mentre con prospetto verso occidente, lungo la via Maestra, vi erano due magazzini, uno con cameretta sopra, di Enrico Lembo15.

 

 

14Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 451, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4843, 1551-1552, f. 36; 4878, 1578-1579, f. 266t; 5362, 1753, f. 308; 5392, 1762, f. 54t.

15Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 451, particelle 1, 2, 3, 4.

 

A settentrione di Casa Longo, prospettante verso oriente sul vecchio arsenale, oltre la cortina della città, e verso occidente sulla via Maestra, vi era un alloggiamento consistente in quattro appartamenti, cortile, magazzini e stalle [12], nell'Apprezzo distinto in due particelle, della confraternita di San Pietro in Vinculis fin dal 151216, sotto il quale vi erano quattro magazzini del monastero di San Michele Arcangelo, dei quali tre acquistati del 1645 da Giovanni Gregorio d'Avossa e dal figlio Giuseppe17. Davanti tale casamento, la stessa confraternita possedeva un suolo sul quale in tempo di fiera si formavano sette baracche; misurato il 1° agosto 1771, risulterà lungo, da tramontana a mezzogiorno, cinquantanove palmi e largo, da ponente a levante, quaranta. A meridione di esso vi era il suolo pubblico ove, sempre in tempo di fiera, formavano le baracche gli affittatori della Portolania18.

All'incrocio della via di porta Nova con quella che calava dal largo omonimo, volgendo lo sguardo verso meridione, come accennato, il nostro viandante poteva osservare la porta una volta di San Sebastiano [9], all'epoca della sua visita alla città detta degli Angeli. La sua denominazione primitiva faceva riferimento ad una piccola chiesa, San Sebastiano a Portanova, posta al suo esterno, ancora citata fra il 1526 e il 1573, mentre nel 1604 troviamo il suo beneficio trasferito in San Pietro in Vinculis19. Nel 1620 compare nella documentazione giunta fino a noi la cappella dei Santi Angeli Custodi posta sopra una porta cittadina, che nel 1640 si precisa essere quella denominata di San Sebastiano; nel 1685 troviamo che la porta, proprio per la presenza della cappella, ha assunto la denominazione di porta degli Angeli; nel 1725 il servizio sacro risulta di una messa nei giorni festivi da celebrarsi per legato pio della fu Geronima Mastrangelo, come da testamento del 1722; nel 1772 ne saranno compatroni Francesco e Carlo Mastrangelo; nel 1801 il patronato risulterà passato dalla famiglia Mastrangelo, estinta, a Gennaro Carrara; il 6 settembre 1803 sarà visitata per l'ultima volta per poi scomparire con la demolizione delle mura20.

All'angolo sud-occidentale del'incrocio della porta degli Angeli, il nostro viandante osservava le case dei Cioffi, patrizi napoletani, in dodici stanze, cortile, magazzini e botteghe [13]; citate fin dal 1545, alla metà del Seicento erano state in possesso del regio consigliere Marco Antonio, mentre al 1754 erano di Giovanni Battista; esse, verso meridione, non raggiungevano la cortina della città, ma prospettavano su uno spiazzo pubblico21. In esso, adiacenti alla porta degli Angeli e addossati alla cortina, distanti dalle case citate ventidue palmi, vi erano due magazzini di Francesco e Carlo Mastrangelo Pagano [14], a occidente dei quali vi era una scala di fabbrica che ascendeva alla cappella degli Angeli Custodi posta, come abbiamo visto, sopra la porta della città. Il 10 maggio 1751 i magazzini furono fittati per ventinove anni a Biagio Galdo; il 4 agosto 1764 Grazia Galdo, succeduta al padre, otterrà dal governo cittadino la concessione in uso di parte dello spiazzo pubblico per situarvi baracche amovibili per la fiera. In tale occasione lo spiazzo sarà misurato e trovato lungo centodieci palmi, dalla scala della cappella di Santa Maria degli Angeli a quella della torre dello Sperone [15] e alle case dei signori del Postigione, in territorio di Santa Maria de Domno; di esso sarà concesso in uso a Grazia Galdo un tratto di sessanta palmi, dalla faccia esteriore della scala di Santa Maria degli Angeli verso occidente, per una larghezza di sedici palmi, dalla muraglia della città verso i magazzini già dei signori Cioffi, intanto passati al marchese di Ruggiano22.

 

 

16Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 452, particelle 1, 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4836, 1511-1512, f. 134t.

17Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 451, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4985, 1645, f. 35t.

18Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 452, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5414, 1771, f. 318t.

 

 

19Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4847, 1525-1526, f. 438t. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

20Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4932, 1620, f. 117t.. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

 

 

21Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 452, particella 4.

22Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 452, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5319, 1751, f. 121t; 5330, 1752, f. 482t; 5410, 1764, f. 116.

L'isolato all'angolo nord-occidentale, compreso fra il largo di Portanova a settentrione e il vicolo di Casa Pepe a occidente, nella parte meridionale [16] era costituito essenzialmente da diversi appartamenti e botteghe del monastero di Santa Maria della Mercede, parte per donazione di Anna di Donato risalente al 1710, parte per concessione enfiteutica del Capitolo della cattedrale23. Sotto tali beni e in parte ad essi adiacenti vi erano botteghe dell'abate Matteo Capograsso e del monastero di Santa Maria della Pietà, bassi con stanze superiori del convento di San Giovanni di Dio, case della parrocchiale di San Pietro de Grisonte, altre botteghe di Enrico Lembo e del convento di Santa Maria della Porta24. La gestione di questi beni di San Giovanni di Dio e di San Pietro de Grisonte creava non poche difficoltà poiché il vicolo di Casa Pepe, sul quale affacciavano, era luogo abitato da meretrici, per cui le case rimanevano inaffittate o era giocoforza fittarle ad esse, cosa che metteva in imbarazzo sia i frati Benfratelli che i parroci pro tempore di San Pietro de Grisonte, costretti ad intrattenere rapporti che potevano apparire poco limpidi. Ciò li indusse ad alienare tali case che, rispettivamente il 6 novembre 1755 e il 21 febbraio 1756, furono vendute al monastero di Santa Maria della Mercede, le cui monache pare non avvertissero problemi di quel tipo25. A settentrione di queste case vi era un edificio di Simone Franco, già dei signori Brancaccio e Palumbo, in due piani, con magazzini prospettanti sia sulla via Maestra che sul vicolo di Casa Pepe [17]26; di essi, i due più settentrionali, concessione enfiteutica del Capitolo della Cattedrale, erano posti sotto un casamento del monastero di Santa Maria delle Grazie [18]27.

Sveva de Martino, morta nel 1640, aveva lasciato al monastero di Santa Maria delle Grazie, suo erede testamentario, crediti su questo immobile, costituito da due magazzini con tre botteghe e due piani superiori con due appartamenti e loggia coperta, del canonico don Giovanni Francesco Parisi; per il recupero di tali crediti, il 12 agosto 1644 il monastero ottiene una vendita all'asta, salvo, poi, ricomprare il caseggiato quello stesso giorno dalla persona che se lo era aggiudicato.   

   

 

23Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 452, particella 6; f. 453, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5360, 1751, f. 846t; 5321, 1756, f. 132t.

24Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 453, particelle 2, 3, 4; f. 454, particelle 1, 2, 3, 4.

25Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5321, 1755, f. 287t; 5321, 1756, f. 52.

 

 

26Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 453, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5319, 1751, f. 147t; 5309, 1755, f. 75.

27Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 453, particella 6.

Caratteristico nell'immobile è il prospetto orientale, che non si allinea a quello dell'edificio adiacente verso meridione, ma è arretrato di circa otto palmi, con andamento curvilineo verso settentrione. Davanti ad esso vi è una tettoia di tegole sostenuta da colonne di legno che, verso mezzogiorno, è chiusa da un muro, che in parte la sostiene, sul quale vi è l’immagine dipinta colla effigie della Beatissima Vergine delle grazie in prospetto di tramontana, con cornice di fabbrica intorno, e detto quadro è alto palmi cinque, largo palmi quattro, con piccolo poggio sotto. Immediatamente a settentrione del dipinto si aprono, sotto la tettoia, i due magazzini di Simone Franco che abbiamo visto, mentre il muro su cui è dipinta l’immagine della Vergine costituisce il prospetto settentrionale delle sue case. Nel 1769 il monastero pretenderà di costruire un muro che racchiuda il suolo coperto dalla tettoia allo scopo di ampliare le case e le botteghe sottostanti. Al progetto si oppongono i vicini e il governo cittadino sostenendo che se la tettoia è di proprietà del convento, che la utilizza per la fiera di settembre, il suolo che essa copre è pubblico. La questione è demandata al tavolario Sessa che, recatosi sul luogo il 4 febbraio, suggerisce che le colonne di legno siano sostituite da pilastri di piperno su cui voltare degli archi sostenenti una loggia che, ampliando di fatto le case del convento, salvaguardi i diritti della città lasciando pubblico il suolo sottostante. Tale loggia, però, non dovrà raggiungere, verso meridione, il muro sul quale è dipinta l'immagine della Vergine, ma dovrà concludersi ad una distanza sufficiente a non creare soggezione reciproca con le case di Simone Franco, intanto passate al nipote Gennaro, che su quel muro hanno finestre28.

In realtà, nel corso del tempo, il suolo conteso sarà comunque inglobato nella proprietà con la chiusura degli archi voltati sui pilastri ideati dal tavolario Sessa, mentre una costruzione successiva, davanti ai magazzini già concessi a Simone Franco e sulla verticale corrispondente, verrà a creare la cappella di Santa Maria delle Grazie29.

Dell'isolato ad occidente del vicolo di Casa Pepe, a seguito della distribuzione non coerente del territorio già di Santa Maria di Portanova fra le parrocchie convicine che abbiamo visto, ricadevano nelle pertinenze dei Santi XII Apostoli soltanto due particelle catastali prospettanti ad oriente sul vicolo di Casa Pepe, costituite da magazzini con camere superiori, l'una di Francesco Grieco, l'altra dell'oratorio di Santo Stefano [19]. La prima30 era stata a lungo della famiglia Pepe, dando il nome al vicolo; la seconda31 sarà venduta il 16 febbraio 1758 a Odoardo Ferrara, che possedeva le case adiacenti, all'angolo con la strada Regia, come vedremo trattando della parte di questo isolato ricadente in territorio di San Gregorio, per gli stessi motivi che avevano determinato la vendita dei beni di San Giovanni di Dio e di San Pietro de Grisonte.

Il nostro viandante, dunque, per continuare  la visita al territorio dei Santi XII Apostoli si portava lungo la via Regia, oggi dei Mercanti, e percorreva la via che calava alla Dogana Regia ove nell'isolato alla sua sinistra poteva osservare quattro particelle catastali [20]: la prima costituita dalla casa con giardino posseduta da Francesco Martorano, parte per concessione enfiteutica del Capitolo della Cattedrale e dei conventi di Sant'Agostino e di San Francesco de Paola risalente al 1728, parte per acquisto del 25 aprile 1752 dal monastero di Santa Maria Maddalena, posta dirimpetto al conservatorio vecchio, porzione sotto la casa palaziata del monastero di Santa Maria Maddalena che vedremo trattando della fascia settentrionale dell'isolato considerata in territorio della parrocchia di San Gregorio, porzione sotto le case di Gaetano Errico con le quali confinava verso meridione32; due del citato Gaetano Errico, costituite da una casa palaziata in tre piani, con giardinetto e cortile, e da altre case, anch'esse in tre piani, l'una concessione enfiteutica del convento di Sant'Agostino, le altre uguale concessione della confraternita del Santissimo Salvatore de Drapparia33; la quarta del monastero di San Giorgio, concessa in enfiteusi a Gennaro Vassallo34.

   

28Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4975, 1644, f. 292t e f. 305t; 5363, 1754, f. 61; 5404, 1769, f. 17t.

29La cappella di Santa Maria delle Grazie per tradizione è indicata come ultima sosta concessa ai condannati a morte prima di giungere al patibolo; la costruzione viene fatta risalire al 1690 e attribuita alla confraternita dei nobili; nel 1730 vi si sarebbe verificato un miracoloso movimento degli occhi da parte dell'immagine della Vergine in risposta all'invocazione del perdono da parte di un condannato. In realtà essa non compare in alcuna visita pastorale, mentre dai protocolli notarili citati risulta inesistente al 1769. 

 

 

30Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 454, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5006, 1665, f. 193.

31Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 454, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5367, 1758, f. 84.

 

 

L'isolato successivo verso occidente, caratterizzato dal largo del Conservatorio vecchio, conserva solo parte dell'impianto sei-settecentesco, essendo stato integrato, nell'ala sud-occidentale, da un grosso fabbricato postbellico che, sostituendo il tessuto urbano distrutto durante il conflitto, ha cancellato l'originario reticolo di vicoli e la stessa chiesa parrocchiale del Santi XII Apostoli.

La sua parte centrale [21] era stata la sede del conservatorio delle povere figliole vergini ed oneste sotto il titolo di Santa Caterina da Siena, istituito nel 1650 in case del Monte dei Morti già della famiglia Tebano e poi ampliata con la compera, in comune con la chiesa dei Santi XII Apostoli, nel giugno 1671, di altra casa35. Trasferito il conservatorio, la proprietà del Monte dei Morti fu concessa in enfiteusi a Gerardo Copeta, il quale, il 9 febbraio 1743, l'aveva ceduta al dottor Pietro Rufolo, priore del Collegio dei medici, che la possedeva all'epoca della visita alla città del nostro viandante36. Nella stessa area si trovavano stanze terranee dei monasteri di Santa Maria Maddalena, di Santa Maria della Pietà e di San Giorgio; una casa in tre piani di Ottavio Ferrara; un appartamento con basso della vedova di Felice della Monica; altri ambienti terranei di Ottavio Ferrara37.

 

32Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. f. 455, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5320, 1752, f. 203t; 5458, 1773, f. 52

33Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 454, particella 7; f. 455, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5425, 1787, f.142t.

34Questa particella è una di quelle mancanti nell'Apprezzo (si veda il capitolo Natura e consistenza della documentazione); essa è stata individuata da Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5323, 1762, f. 344t; 5403, 1766, f. 176.

35Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4987, 1654, f.113; 5007, 1671, f. 64; 5018, 1672, f.297t.

 

 

 

 

36Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 456, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5365, 1756, f. 795.

37Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 455, particelle 3, 4, 5; f. 456, particella 1.

L'ala lungo la via che calava al largo della Dogana Regia, detto anche di Giancola, prospettante verso sud sul largo stesso, era costituita dalla casa palaziata [22], in tre piani, del dottor Pietro Rufolo. Si trattava di un immobile il cui nucleo centrale è documentato fin dal 1511 in possesso della famiglia Mirabile; pervenuto ai Rufolo per il matrimonio, nel secondo decennio del Seicento, fra Giovanna Mirabile e Antonio Rufolo, sarà ampliato e ristrutturato in forma di casa palaziata acquistando proprietà limitrofe, fra le quali, il 29 aprile 1668, quella di Nicola Bottiglieri38.

Ad occidente, separato da Casa Rufolo da un vicolo cieco, sul luogo oggi del fabbricato postbellico di cui sopra, vi era un complesso [23] di cui faceva parte la chiesa parrocchiale dei Santi XII Apostoli. Essa compare nelle fonti giunte fino a noi nel dicembre 1084; il 23 febbraio 1613 è definita di forma antica, appena tollerata per i canoni dell’edilizia sacra corrente; nell’ottobre 1692 così è descritta dal parroco: La Chiesa Parrochiale di s(an)ti XII Apostoli è antichiss(i)ma ne ho possuto haverne notitia alcuna della fondat(i)one. Però sta questa Parrochia dentro uno ristretto dove si dice la Dogana Reggia, et è quatra à pingi coverta, humidiss(i)ma et oscura, con una porta à ponente e altra à menzo giorno: et perchè stà dentro a stretture di mura attorno sta oscura, ne vi è campanile, solo la sacrestia, l’altare maggiore con il Sig(no)re una Cappella vi stà di S. Giuseppe con la statua, ne vi stanno reliquie in d(ett)a Chiesa quanto sia di larghezza da otto passi in c(irc)a, e dieci di longhezza in c(irc)a. Sul finire del 1754 il nostro viandante non può più osservarne la forma antica descritta, poiché l’Inventario delle Parrocchiali come ancora d’altre Chiese del 1725 ci informa che all’epoca la chiesa si stava fabricando e rinovando per haverla ritrovata cadente e molto diruta. Sarà dismessa quale sede parrocchiale il 13 novembre 1838 e distrutta dai bombardamenti del 194339.

 

 

 

38Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 456, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4836, 1511-1512, f. 62t; 4938, 1615-1617, f. 409; 4996, 1668, f. 207.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

39Archivio Diocesano di Salerno, Pergamena 37; Visite pastorali

Le stretture di mura lamentate dal parroco dipendevano dal fatto che addossate alla parrocchiale vi erano altre case di Pietro Rufolo, di Francesco Greco, della stessa chiesa40. Questa ala dell'isolato non raggiungeva l'estensione attuale, ma era tagliata da un vicolo, in parte coperto, a meridione del quale vi erano due case [24]: l'una di Giovanni Battista Bottiglieri, l'altra del convento di San Giovanni di Dio, entrambe in quattro piani41. La prima, verso meridione, scavalcando la strada con un arco, andava a raggiungere i locali della dogana [29]; nel suo portico vi era quella che l’Inventario delle Parrocchiali come ancora d’altre Chiese del 1725 descrive come un’imagine della Beatis(sima) Vergine e S. Felice, quale dicono essere di molta Rendita di collazione Regia. Molto probabilmente si trattava dello stesso luogo pio detto Santa Maria de Dogana, beneficio à presentaz(io)ne del Rè, posseduto al 1272 dall’abate Simone Capograsso42.

A ovest dell'isolato descritto, ad esso collegato tramite due archi sul vicolo oggi impropriamente detto Santa Maria de Domno, osserviamo un complesso la cui parte meridionale è costituita da altro edificio postbellico. Anticamente tale parte era divisa da quella prospettante a settentrione sulla strada Regia, oggi dei Mercanti, da altro vicolo latitudinale sul lato settentrionale del quale prospettava una proprietà di Ottavio Ferrara consistente in un cortile coperto sul quale vi erano due piani [25]43; essa, verso meridione, scavalcando con un arco il vicolo, raggiungeva un isolato, attualmente rappresentato dal fabbricato postbellico di cui sopra [26], costituito da case di Francesco Greco, per acquisto del padre Nicola del 12 ottobre 1714 dai Rufolo44; case dell'oratorio di San Bernardino, acquistate il 20 dicembre 1752 dagli eredi di Matteo Galiano45; un edificio con cortile e tre piani, denominato Casa Rosa, di Angelo Fedele46.

A sud di tale isolato, sull'area oggi della parte orientale della piazza [27], prospettante lungo il lato settentrionale della via di Sant'Agostino, vi era un altro isolato, al precedente collegato tramite un arco sul vicolo, costituito da un secondo edificio di Angelo Fedele, consistente in un cortile con tre piani, che con quello di cui sopra è considerato nell'Apprezzo come un'unica particella; una casa di Carmine Bruno, in tre piani, con locali terranei e forno pubblico47; l'edificio denominato Casa Fresa, con cortile, stalla e due piani superiori, posseduto dagli eredi di Felice Giordano per concessione enfiteutica del 25 febbraio 1707 del Monte della faniglia Fresa48.

Lungo il lato meridionale della via, compreso fra il monastero di Sant'Agostino a occidente, la cortina della città a meridione e i locali dell'ex dogana ad oriente, vi era un complesso insistente sulla parte orientale dell'attuale palazzo della Provincia e sulla strada longitudinale che oggi collega piazza Sant'Agostino a via Roma [28]. Si trattava di case con giardino del convento di Sant'Agostino per acquisto del 5 febbraio 1684 da Pietro, figlio ed erede di Luca Matteo Santoro49; di case del monastero di Santa Maria della Mercede concesse in enfiteusi a Giovanni Paolella nel 174250; di case di Marco Galdieri51. Tre botteghe di quest'ultima particella erano poste sotto l'arco delle case di Giovanni Battista Bottiglieri [24] che abbiamo visto scavalcare la strada per andare a raggiungere i locali di casa Barrile che avevano ospitato la dogana [29], con i quali si concludeva il territorio dei Santi XII Apostoli.

Annessa a questi locali, vi era stata la chiesa di San Salvatore de Fundaco, che il nostro viandante non poteva osservare, essendo stata ridotta ad uso profano da oltre un secolo alla sua visita alla città. Essa compare nelle fonti giunte fino a noi nel marzo 1268 quale riferimento topografico nell’ubicazione di una casa della badia di Cava; il 16 giugno 1515 è detta San Salvatore de Dogana, patronato del principe di Salerno, di grande antichità; il 22 gennaio 1567 è citata come San Salvatore della Dogana Vecchia e si ordina al beneficiato di ripararla poiché minaccia di crollare con il pericolo di coinvolgere gli edifici adiacenti; il 15 gennaio 1616 risulta compresa nelle case di Domenico Barrile e se ne ordina la sconsacrazione, che risulterà già avvenuta il 3 aprile 1618; il 24 gennaio 1626 per l’ultima volta si accede alla «Cappella Sancti Salvatoris de Dohana veteri existentem intus domum heredum quondam Dominici Barilis in parochie Sanctorum duodecim Apostolorum in qua est simplex beneficium et dicitur esse de jurepatronatus Regio»52.

 

40Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 456, particelle 4, 5, 6.

41Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 457, particelle 3, 4.

42Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5363, 1754, f. 783t; 5397, 1777, f.102. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. Biblioteca Provinciale di Salerno, Manoscritto Pinto, f. 25.

 

 

43Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 456, particella 7.

44Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 457, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5429, 1767, f. 30.

45Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 457, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5221, 1752, f. 425.

46Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 1.

47Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 457, particella 5.

48Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 457, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5324, 1763,f. 205.

 

 

49Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5069, 1684, f. 22t.

50Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5436, 1769, ff. non numerati, 30 maggio.

51Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 2.

52Archivio della badia di Cava, pergamena LV 99, edita in Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, a cura di C. Carucci, I, 1931, pp. 329-330. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

  

Il largo della Dogana Regia era chiuso a mezzogiorno da un casamento con giardino di Pasquale Tisi [30]. Il suo confine meridionale, come per tutte le proprietà poste a mezzogiorno dell'asse oggi Masuccio Salernitano, era rappresentato dalla cortina della città; quello occidentale dai locali ex dogana. Esso costituiva la particella più occidentale del territorio di Santa Maria de Domno53. Al suo oriente, all'imboccatura della via di Casa Avossa, seguiva una casa palaziata documentata fin dal 1558 in possesso di casa Barrile, pervenuta al dottor Matteo Francesco Clarizia il 3 dicembre 1661 dopo un breve possesso da parte di Marco Antonio Galliciano (1615-1618) e uno della famiglia Vicinanzo, al Catasto onciario in possesso di Ivone Clarizia54. Adiacente ad essa vi era la chiesa parrocchiale di Santa Maria de Domno, detta volgarmente Santa Maria delle Donne [32].

Edificata per iniziativa della principessa Sichelgaita, consorte del principe Giovanni II di Lamberto regnante in Salerno fra il 983 e il 999, su un suo terreno acquistato nel 986 dal monastero di San Benedetto per l'interposta persona del conte Friderisio, con la caduta del principato longobardo per la chiesa inizia un lento processo che la porterà alle dipendenze della badia di Cava55.

All'epoca della visita alla città del nostro viandante, Santa Maria de Domno attraversa un dei non rari momenti di abbandono nei quali i monaci cavensi periodicamente la lasciano. Già trovata con un deposito di ossa insepolte dietro l'altare nel 1573, del 1601 è una protesta dei figliani che lamenta il disinteresse di quegli abati; nel 1659 e nel 1663 ancora si ordina di sistemare lo spazio dietro l'altare; nel 1796 il suo stato miserabilissimo e il bisogno di molti arredi saranno oggetto di una petizione del parroco all'abate, il quale dispone che gli acquisti siano fatti a spese del Sagro Regal Monistero della SS. Trinità di Cava a cui la sopradetta parrocchia è annessa e si appartiene56.

 

 

53Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 478, particella 7.

54Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 479, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4857, 1558-1559, f. 3; 4920, 1615, f. 318; 4938, 1618-1620, f. 52t.

55Archivio della badia di Cava, pergamene A 14; IV 45; C 29; D 3; XVI 86; E 12; XVIII 117; XX 100; XXIV 75; H 7; le prime cinque edite in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, rispettivemente, II, 1875, pp. 272-274; II, pp. 289-295; IV, 1877, pp. 215-216; V, 1878, pp. 211-212; VII, 1888, pp. 280-281; in tale edizione la VII 96 è indicata come VII 97 e la X 99 come X 96.

 

 

56Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, Liber Parr. Eccl. S. Mariae de dominabus huius Saler. Civitatis anno confectus salutis reparatae 1766 idibus augisti, p. 11.

Nel 1818 la giurisdizione su Santa Maria de Domno sarà ceduta dalla badia di Cava all'archidiocesi di Salerno in cambio di quella su San Potito in Roccapiemonte. Il 22 aprile 1822 la parrocchia sarà soppressa e annessa ai Santi XII Apostoli. Il 7 maggio 1856 sarà emesso il decreto concistoriale, cui farà seguito il beneplacito regio del 19 novembre successivo, con il quale si sancirà lo scambio di giurisdizione intervenuto quasi un quarantennio prima; il documento pontificio, letto il 16 marzo 1857 in Lanzara alla presenza de entrambi gli ordinari, stabilirà, fra le clausole integranti, in riferimento al sito di Santa Maria de Domno, di non potersi più là fare chiesa o ospizio di monaci, con l'obbligo per il parroco pro tempore (dei Santi XII Apostoli) di presentare all'abate di Cava una libbra di cera lavorata ogni anno, nel giorno in cui egli riceve l'obbedienza dai suoi parroci abaziali57.

 

57Archivio Diocesano di Salerno, cartella Parrocchia Ss. XII Apostoli e S. Maria de Domno; Bollari. Archivio della badia di Cava, manoscritto 186. Archivio di Stato di Salerno, Liber Parr. Eccl. S. Mariae de dominabus huius Saler. Civitatis anno confectus salutis reparatae 1766 idibus augisti, p. 21.

 

Scomparsa come luogo di culto, Santa Maria de Domno sarà recuperata all'attenzione dell'urbanistica di questa città il 4 gennaio 1862, quando l'architetto Michele Santoro espleterà sul suo sito una perizia commissionatagli dal tribunale civile di Salerno a seguito di una lite giudiziaria vertente fra due privati entrati in possesso delle sue strutture residue. In essa si legge: Descrizione della vecchia Chiesa [da lui chiamata Santa Maria delle Donne] in quanto al suo stato materiale. Si giace la indicata Chiesa in questa Città nella strada che dal largo Dogana Regia conduce all’altro di Portanova che ne limita il suo lato settentrionale, il solo che si ha interamente scoverto, mentre negli altri suoi lati viene sempre circoscritta da altrui private proprietà, salvo una parte del lato di occidente ove nel solo pianterreno si apre la principale porta d’ingresso, e corrisponde in un compreso coverto, laterale alla pubblica strada, che reputo di privata proprietà, e del quale nulla potrei dire circa il diritto che vi rappresenta la Chiesa in concorso delle altre vicine e sovrastanti case, che vi hanno ugualmente l’accesso. La istessa è distribuita in tre navi, ma disuguali e non in corrispondenza simmetriche, mediante tre pilastri di fabbrica isolati, e quattro vani arcuati in ciascun lato, terminate le navi medesime verso levante, quella di mezzo da un abside semicircolare, l’altra verso la strada da una picciola sacristia coverta da volta, la quale insieme coll’abside sono in parte sovrastate da altre diverse particolari proprietà. Presso l’angolo nord-ovest sonovi le fabbriche di un picciolo campanile che si avanza sporgente poco più di tre palmi verso la detta strada, il tutto come si osserva nell’annessa pianta. Tre piccole finestre nel muro alla strada, altre tre nel partimento della nave di mezzo da questa parte la rischiaravano; ed altra picciola finestrina anche nel muro esteriore in corrispondenza della sacristia. Erano altra volta coperte le ripetute tre navi da un soffitto di travi e tavole di legname, di cui non ne resta pur una, e quindi sormontate da un tetto, a riserba del primo compartimento nell’angolo sud-ovest di quella più meridionale che trovasi coverta da un’antica volta a croce, la di cui area superiore ritiene il Signor Ferretti [uno dei due privati fra i quali verteva la lite giudiziaria] essersi occupata in danno della Chiesa da’ vicini, ed essere perciò abusive le costruzioni che vi si sono fatte al di sopra. Allo stato il rimanente di quest’ultima nave laterale trovasi interamente scoverta, solo restandovi quattro puntoni, o cavalli dell’antico tetto che in una falda la copriva, del quale la gronda si appoggiava in sulla parte meridionale che si eleva a maggiore altezza, e la cresta sul muro della nave intermedia. In questa poi vi restano solo quattro travi dell’antico soffitto, su i quali sono montati altrettanti puntoni sostenenti due riposi; e del tetto, che si componeva di un’altra falda colla cresta in coincidenza di quella opposta nel lato sud, sono di avanzo dieci cavalli e circa la metà della covertura di tegoli e canali. E l’ultima picciola nave verso la strada rimane coverta dal solo tetto sostenuto da dieci piccioli debolissimi cavalli, colla covertura di tegoli e canali in parte mancanti, i quali legnami sono tutti degradatissimi e per quanto si puol giudicare dalle apparenze, ancora inservibili. Mi dispenso discendere a maggiori dettagli di descrizione, potendosi rilevare dalla enunciata pianta e dall’altro sciografico disegno. Il pavimento è di vecchio lastrico, e l’unico altare che vi esisteva nel sito dell’abside è pure di fabbrica inservibile58.

  

 

  58Archivio di Stato di Salerno, Perizie del Tribunale Civile, 937, ff. 194-210.

Dai disegni dell’architetto Santoro, dopo averli liberati dal progetto delle fabbriche da innalzarsi per rendere il sito utilizzabile per fini civili, è stata tratta la tavola VIII.

 

 

 

Di Santa Maria de Domno oggi non rimane che una labile traccia nel campanile utilizzato come tromba delle scale per accedere a civili abitazioni, al civico 71 dell’attuale via Masuccio Salernitano.

La chiesa era collegata alla Casa Clarizia da un atrio coperto, oggi rappresentato dal civico 73 di via Masuccio Salernitano, dal quale si accedeva sia alla sua porta grande che all'ingresso della casa, in parte edificata sulla copertura dell'atrio stesso e lungo il lato meridionale della chiesa, fra questa e il muro della città. Il possesso di tale atrio fu controverso, essendo a volte dichiarato pubblico, altre volte considerato dei signori Clarizia, la qual cosa comportò addirittura l'obbligo di tener chiusa la porta della chiesa in esso corrispondente e di utilizzare soltanto la porta piccola verso la strada59.  

 

59Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali, 1692, 1699, 1707.

 

Adiacenti alla chiesa verso oriente, confinanti con Casa Clarizia lungo le mura, il nostro viandante poteva osservare le case con giardino di Michele Marchese; seguite da quelle del notaio Antonio de Fensa e, a conclusione dell'isolato, botteghe con stanze superiori di Matteo Murino, prospettanti verso oriente su un piccolo largo detto di Casa Avossa, attualmente aperto verso il mare da via Luigi Cannonieri [33]60.

Nell'isolato dirimpettaio, nella cui parte centro-occidentale abbiamo visto quattro particelle ricadere nel territorio dei Santi XII Apostoli, l'angolo della via di Casa Avossa con il largo della Dogana Regia era costituito da un edificio in parte di Matteo Grieco, che vi possedeva le stanze e la bottega con due porte che erano pervenute alla sua famiglia per acquisto dal reverendo don Andrea Salzano dell'11 maggio 163261, in parte da Aniello Murino per concessione enfiteutica della Santissima Annunziata Maggiore, erede dei signori Vitolo [34]62. A settentrione di esso, Donato di Vietri, panettiere, possedeva quattro bassi per uso di forno pubblico con quattro stanze superiori, in parte sotto quelle possedute da Aniello Murino, per concessione enfiteutica del 14 settembre 1751 della stessa chiesa, che ne aveva fatto acquisto il 21 aprile 1677 da Giuseppe Pisani [35]63; questa particella confinava verso nord con Gaetano Errico, le cui case abbiamo visto in territorio dei Santi XII Apostoli, e verso oriente con le case possedute da Gennaro Vassallo, parte per concessione enfiteutica dei padri gesuiti del 4 gennaio 1721, parte per uguale concessione del monastero di Santa Maria della Pietà dell'8 dicembre 1730 [36]64. Verso meridione, al di là di un cortile in comune con la proprietà Vassallo, il nostro viandante osservava l'edificio in parte di Domenicantonio Bruno, in parte concesso  in enfiteusi del monastero di San Giorgio a Domenico Marchese caratterizzato dall'antico portale dirimpetto alla parrocchiale [37]; sotto di esso vi erano una rimessa di Ivone Clarizia e una bottega del Monte dei Morti65. All'estremo oriente dell'isolato [38] seguivano altre case di Domenicantonio Bruno, ove si esercitava una locanda, e di Emanuele Marotta, acquistate dal suo avo Santoro, parte nel 1682 da Ettore Santomango, parte nel 1683 da Francesco de Alessandro66.

Verso oriente, con la sua copertura sul vicolo oggi Piantanova, il nostro viandante osservava Casa Avossa [39], consistente in un cortile coperto con tre appartamenti per ventisette stanze, confinante a settentrione con la clausura del monastero di Santa Maria della Pietà, documentata fin dal 1588, quando era in possesso di Giovanni Camillo. Al 1751 e al Catasto onciario la troviamo in possesso della signora Diodata d'Avossa, figlia del fu Giacomo e moglie di Andrea Filippo Lauro Grotti, mentre al 1768 sarà in possesso di Gaetano Lauro67. Si trattava di quello che sarà detto Palazzo Sabbetta nel Novecento e che subirà le  sciagure prima del terremoto, poi dell'incuria della proprietà, infine della protervia dell'Amministrazione comunale e delle omissioni, causa ignoranza e superficialità, della Soprintendenza per i beni architettonici, che ne determineranno la demolizione.

 

 

60Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 479, particelle 2, 3, 4. Nella descrizione delle case del notaio Antonio de Fenza, erroneamente, il confine occidentale è detto con Domenicantonio Bruno; la confinazione esatta con Domenico Marchese è stata ricostruita oltre che dalle confinazioni delle particelle di quest'ultimo e di quella di Ivone Clarizia, dal confronto con il Protocollo 5334, 1756, f. 142t.

61Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 478, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4970, 1632, f. 68t.

62Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 526, particella 9. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5223, 1755, f. 219t.

63Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 529, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5221, 1751, f. 217t; 5428, 1795, ff. non numerati, 29 gennaio.

 

 

64Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 478, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5331, 1753, f. 142t; 5373, 1766, f. 280t.

65Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 477, particella 5; f. 478, particelle 1, 2, 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5319, 1751, f. 330t; 5238, 1754, f. 287t; 5398, 1780, f. 90t.

66Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 477, particelle 3, 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5238, 1754, f. 287; 5395, 1771, f. 18.

67Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 477, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4884, 1587-1588, f. 501; 5319, 1751, f. 333t; 5346, 1768, f. 7.

  

 

 

In alto: aspetto attuale del sito di Casa Avossa.

 

Per la vicenda della demolizione, si veda:

il delitto di via Masuccio Salernitano

 

Ad oriente di Casa Avossa, la fascia meridionale dell'isolato si concludeva con sei botteghe, una tettoia per la fiera e tre stanze di Nicola Gagliardi [40]68.

Nella parte occidentale dell'isolato dirimpettaio [41], altre case dei d'Avossa, all'epoca della visita alla città del nostro viandante in parte dotali di Eleonora, moglie di Matteo Barra, in parte dei figli di Giovanni Battista, giustificavano la denominazione del piccolo largo sul quale prospettavano; sotto di esse, Domenico Marchese possedeva due magazzini con camera, cucina e altro basso69. Seguivano ad occidente case di Saverio del Postiglione e un alloggiamento posseduto per concessione enfiteutica del monastero di Santa Maria del Carmine da Donato d'Acunto, con cortile coperto per uso della fiera e stalla, sotto il quale vi erano un basso del convento di Santa Maria della Porta, un magazzino di Angelo Manzo, due stanze con magazzino e bottega e per uso della fiera di Ottavio Ferrara70.

La parte centrale di questo isolato [42], a confine con le case di Giovanni Battista Cioffi che abbiamo visto in territorio dei Santi XII Apostoli e con il largo pubblico che in parte sarà concesso in uso a Grazia Galdi, era costituita da case con botteghe di Nicola Gagliardi che, come quelle Cioffi, non raggiungevano la muraglia della città, ma prospettavano sul largo alle spalle dello sperone71.     

 

 

68Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 476, particella 1.

69Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 476, particelle 7, 8; f. 477, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5401, 1760, f. 251.

70Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 476, particelle 2, 3, 4, 5, 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5319, 1750, f. 154.

71Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 475, particella 6. 

      

Volgendo verso settentrione all'uscita dalla via di Casa Avossa, il nostro viandante entrava nel territorio di San Giovanni de Cannabariis con la chiesa ex sede parrocchiale di San Pietro in Vinculis [10]. Essa compare nella documentazione giunta fino a noi, con il titolo dei Santi Pietro e Paolo a Portanova, il 14 luglio 1512, quale riferimento topografico nell’ubicazione di un immobile; nella relazione della visita pastorale del 1535 è detta cappella della confraternita di San Pietro martire, che dopo un lungo periodo di inattività ritroviamo operante nel 1575; nel 1581 è detta sancti Petri in vinculis; il 14 dicembre 1604 risulta sede parrocchiale. Nel 1613 si precisa che in essa si era trasferita la parrocchia di Santa Maria della Neve, essendo stata concessa la sua sede originaria in uso al monastero di Santa Maria della Pietà; si precisa inoltre che presso l’altare maggiore è eretta la confraternita sotto il titolo dei Santi Pietro e Paolo, mentre vi sono altri due altari: l’uno sotto il titolo di Santa Maria della Neve, l’altro sotto quello di San Sebastiano; il 15 marzo 1618 il parroco, interrogato sugli introiti della chiesa, dichiara che il monastero di Santa Maria della Pietà paga otto ducati annui per l'uso della chiesa antiquem de parrochialis. In occasione della visita pastorale dell’8 gennaio 1626 troviamo cessata la funzione parrocchiale, poiché la parrocchia stessa era stata soppressa e la sua cura delle anime distribuita fra le convicine San Gregorio, Santi XII Apostoli e San Giovanni de Cannabariis; rimane sede della confraternita, che nel 1635 è detta exercent in sepelliendis mortuis in processionibus et in allis Piis operibus72.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

72Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4636, 1511-1512, f. 134t. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

Adiacente al lato settentrionale della chiesa vi era un suo locale per uso della fiera già facente parte dell'eredità di Matteo Pardo, acquistato all'asta dal notaio Giuseppe Sabatino il 2 settembre 1659 e il giorno successivo ceduto all'arcidiacono Giovanni Angelo Granita, che il 12 dicembre 1660 l'aveva a sua volta ceduto alla confraternita operante nella chiesa73; esso era posto sotto un caseggiato porzione dei fratelli Francesco e Nicola Gaudioso, porzione di Matteo e Michele Guarna, anch'essi fratelli [43]. I primi vi possedevano case con magazzini, cortile e stalla, in parte per concessione enfiteutica del convento di Sant'Agostino, in parte per acquisto del 5 marzo 1731 da Biase Pardo, distinte nel Catasto onciario in due particelle74; i secondi, un cortile murato con magazzini, forno e stanze superiori, in parte per acquisto da Gaetano e Giuseppe Rufolo, in parte per concessione enfiteutica dell'oratorio di Santo Stefano, in parte per uguale concessione del convento di San Benedetto, il tutto anche distinto nel Catasto onciario in due particelle75. Questo caseggiato si estendeva dal largo di Portanova alla muraglia orientale della città, sopra la quale i fratelli Gaudioso nel 1762 edificheranno quattro stanze prospettanti sul vecchio arsenale76.

Verso settentrione, si osservavano altri due comprensori di case del monastero di San Benedetto [44]: il primo, consistente in quattro appartamenti con stalla e cortile coperto, posseduto da Alessandro Lambierto per concessione enfiteutica del 1° ottobre 174077; il secondo, in un cortile coperto con tre appartamenti e giardino murato, posseduto per analoga concessione dai fratelli Domenico e Crescenzo Russo78. Essi, mentre raggiungevano a oriente la muraglia e a settentrione la torre di San Benedetto [11], verso occidente prospettavano su una ripida stradetta che collegava il largo di Portanova a quello innanzi alla torre.

All'occidente di questa stradetta, confinante a meridione con lo stesso largo di Portanova e dagli altri lati con la calata di San Benedetto, attualmente via Porta Elina, che anche collegava i due larghi, il nostro viandante osservava una casa palaziata con stalle e giardino di Francesco de Rubertis [45], detta il Palazzo nel largo di Poratanova o la Barrera, utilizzata quale locanda. Si trattava dell'antica residenza della famiglia Barrera che compare nella documentazione giunta fino a noi nel 1577 e che nella prima metà del Seicento aveva ospitato il presidio militare cittadino con la denominazione di quartiere degli Spagnuoli. Lasciata in eredità nel 1625 da Giustiniana Barrera al figlio Paolo Emilio Capograsso, passerà ai marchesi Valva per il matrimonio di Anna Maria Capograsso con Giovanni Battista Valva prima di pervenire ai de Rubertis79.

 

 

 

73Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4991, 1659, f. 361; 5012, 1660, f. 336.

74Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 458, particella 6; f. 459, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5390, 1756, f. 149t.

75Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 459, particelle 2. 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5424, 1786, f. 65.

76Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5340, 1762, f. 213.

 

 

77Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 459, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5345, 1767, f. 232.

78Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 459, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5332, 1754, f. 356t.

 

79Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 460, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4873, 1575-1577, f. 156t; 4959, 1620-1629, f. 395; 4962, 1629, f. 410; 5045, 1671, f. 108; 4999, 1674, f. 179t; 5032, 1688, f. 89.

Alle spalle di Casa Barrera, in essa compreso, insisteva il luogo che era stato della chiesa di Santa Caterina alli Ripari, antica dipendenza del monastero di San Benedetto, documentata solo dal 6 febbraio 1544, della quale però, essendo il 17 gennaio 1567 già definita diruta, è immaginabile una lunga preesistenza; il 15 gennaio 1616 il suo sito è definito indecente; il 10 gennaio 1626 risulta adibita ad uso profano80.

All'occidente della calata di San Benedetto, si sviluppava un grosso isolato che, impegnando anche la strada che attualmente taglia il rione San Giovanniello, dal meridione dell'oggi Museo archeologico raggiungeva la via Regia. Nella parte medio-alta del suo prospetto orientale insistevano case di padre Tommaso Pagano [46]81, confinanti verso settentrione con quelle dei figli ed eredi di Filippo Ragone [47], che le aveva acquistate dai fratelli Mastrangelo, alle quali era annesso lo stallone sulla parte alta della strada82. Entrambe le particelle confinavano verso occidente con il palazzo badiale di San Benedetto [50].

L'estremità superiore della calata di San Benedetto raggiungeva il largo della torre omonima [11], sul quale prospettavano le case del canonico Vincenzo Barra e dei fratelli, eredi del padre Gaetano [48]83, che confinavano verso occidente e settentrione con il monastero benedettino [49].    

 

80Archivio della badia di Cava, manoscritto 113. Archivio Diocesano di Salerno, Visita pastorali.

 

 

81Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 460, particella 3.

82Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 460, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5338, 1760, f. 133.

83Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 460, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5236, 1750, f. 30t.

 

Quest'ultimo compare nella documentazione giunta fino a noi nel settembre 868, quale riferimento per l’ubicazione di una casa posta lungo la strada che correva al suo settentrione; nel novembre dello stesso anno, nell'atto di dotazione della chiesa e del monastero di San Massimo, il fondatore Guiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi e del vescovo, di determinate condizioni, il patronato della stessa San Massimo sia devoluto agli abati di San Benedetto. Il 6 febbraio 1544 l’ambito urbanistico nel quale il complesso insiste è così descritto: [...] e giontame(n)te con essa ecclesia [di San Benedetto] nge è il Palazzo de ditta Abbatia con più e diversi membri di case tanto terrani, q(uan)to solerati con cortiglio, con un puzo in mezo, et al canto una fontana, dove viene l’aqua de fora sopra certi archi antiquam(en)te fabricati dala banna de septentrione, quale acqua nasce in un loco nominato Raphastia, [...] con giardino e terreno vacuo p(er) mezo del q(ua)le passa detta acqua, con un altro Giardino nominato lo Giardino grande da la banna de septemtrione [...] con fontana, sive peschiera, dove viene un altra acqua, che nasce un poco più da lomgo de la acqua pred(itt)a, et p(er) altri archi più alti, con una casa diruta. Quale giardino è da ogni banna murato: Con un altro giardinetto dala banna de ponente similm(en)te murato, [...] al q(ua)le se ne intra per dentro ditta ecclesia. Quali Ecclesia, palazzo, case, et giardini predicti stanno gionti insieme, siti dentro dicta Città di Salerno, et proprio dove si dice Santo Benidicto, sive Sancta Maria de Orto magno iuxta la Piaza, seu la strata publica, da la banna de ponente, dove è la porta grande, per la q(ale) se entra in dicto palazo, et poi in la Ecclesia, iuxta li beni mediante la via publica, che foro del quondam M(agnific)o Iacobo Villano, et al p(resen)te se teneno p(er) lo Mag(nific)o Sig(no)re Antonio de Roggiero Genero de d(itt)o M(agnifico) iacobo dala banna de mezo di iuxta un giardinetto, se tene per lo supradicto Sig(no)re Antonio reddititio ad ditta Abbatia. Iuxta li boni de li Mag(nifi)ci Carolo, et Alfonso Pagano, dala Banna de Levante un palazo, seu castello dituto, dove si dice volgarmente li ripari, et seguitando ad alto iuxta li boni de ditta Abbatia, mediante il muro vecchio de la Città nominato lo orto de li Ripari. Da septentrione lo muro de la T(er)ra. Da ponente li boni che se possedono per Mazeo Romano, et Argenta Costa, et li boni che se possedono p(er) Gio(vanni) Benedicto de Federico, redditicii ad dicta Abbatia, et iuxta la ecclesia intitulata Sancta Maria de Orto Magno; et de più gionto ad dicto Palazo de dicta Abbatia verso mezo di dicta Abbatia tene certi bagni di fabrica con lamie antiqui, quali hogie non sono in uso con un poco de orto, et uno casalino iuxta li boni de li sopradicti Carolo, et Alfonso Pagani.

Item tene dicta Abbatia uno Palazo, seu Castello olim, nunc diruto, ruinato, et ridutto quasi ad solum, sito dentro la città di Salerno, et proprio dove se dice li Ripari iuxta li boni de detta ecclesia da tre banne: Da levante, septentrione, et Ponente, et da mezo di iuxta la Ecclesia de Santa Catherina membro de dicta Abbatia, mediante una strata antiqua, per la q(ua)le andava a porta crapara; quale castello lo Ill(ustrissi)mo Sig(no)r Principe de Salerno pretende sia suo, al q(ua)le li è stata riservata la accione si quam habet.

Item tene, e possede dicta Abbatia uno pezo de terra dentro dicta Città di Salerno, dove se dice al orto deli Repari gionto con li soprad(ict)i boni de dicta Abbatia, mediante il muro vecchio dela T(er)ra circundato da tre banne pure da li muri de la T(er)ra, dove ngè è una pescina d’acqua per adacquare detto orto, dove vene l’acqua per lo med(esim)o curso, che vene l’acqua al giardino grande de d(itt)a Abbatia84.

Il Catasto onciario distingue in sei particelle intestate al cardinale Orsini, quale beneficiato della badia di San Benedetto85, quello che il documento sopra riportato definisce il Palazzo de ditta Abbatia [50], articolato in più appartamenti, cortili e stalle che si estendeva verso meridione fino all'occidente delle case di padre Tommaso Pagano che abbiamo visto [46]. Mentre l'area definita il giardino e terreno vacuo p(er) mezo del q(ua)le passa detta acqua, con un altro Giardino nominato lo Giardino grande da la banna de septemtrione [51] risulta concessa in enfiteusi da molti anni alla famiglia Scarano, al momento in possesso di Nicola86. Infine l'altro giardinetto dala banna de ponente similm(en)te murato, [...] al q(ua)le se ne intra per dentro ditta ecclesia [52], con case intanto edificate, risulta posseduto da Nicola Mauro per concessione enfiteutica risalente al 10 aprile 1652 a favore del suo avo Bartolomeo; tale concessione il 25 settembre 1756 sarà ceduta alla confraternita di Santa Maria Assunta e San Martino operante nella chiesa contigua che oggi chiamiamo Sant'Apollonia87.

Questa chiesa [53] compare nella documentazione giunta fino a noi il 22 settembre 1531. Il 17 marzo 1618, nel corso della visita pastorale a San Giovanni de Cannabariis, il parroco fa notare che nei confini della parrocchia vi è la chiesa di Santa Maria della Misericordia; vi si accede e si racconta che fu oratorio dei nobili della città, poi il sodalizio fu disciolto e al momento è nelle disponibilità della parrocchiale; poiché essa est in loco decentiori mentre la parrocchiale di San Giovanni est in loco indecenti et subietta circum circa domibus particolarum, si supplica di trasferire la cura delle anime in dicta Ecclesia sancte Marie, la qual cosa viene concessa. Il 15 novembre 1625 si rinnova la stessa concessione.     

 

84Archivio della badia di Cava, pergamene I 63; F 10; edite in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, I, 1873, rispettivemente, pp. 84-85, pp. 79-84; in tale edizione è invertito l'ordine cronologico dei documenti, poiché pur essendo antecedente la I 63, è edita dopo la F 10; Archivio della badia di Cava, manoscritto 113.

 

 

85Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 460, particelle 5, 6, 7; f. 461, particelle 1, 2, 3. Si tratta del cardinale Domenico Orsini di Gravina d'Aragona, nominato abate commendatario nel 1745.

86Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5369, 1760, f. 5.

87Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5365, 1765, f. 725 e f. 741t.

Nel 1635 è trovata noviter riedificata a spese della confraternita Apothecariorum et fructum et vini venditorum sotto il titolo de Assumptione Beatissime Virginis Mariae; nel corso della visita pastorale si ordina di murare la porta che dalla chiesa permette di uscire al giardino di San Benedetto di cui sopra. Nel 1643 si visita l'altare maggiore con l'icona dell'Ascensione della Vergine; si visita un secondo altare sotto il titolo di San Martino; se ne osserva un terzo al momento senza titolo. Nel 1659 si trova tale terzo altare dedicato a Sant'Apollonia vergine e martire. Nel 1727 è detta Chiesa di S. Martino colla Confraternita annessa de Bottegari e venditori di vino. Il 23 giugno 1768, Confraternita de Tavernieri e Pizzicaroli. Nel corso dell'Ottocento sarà detta Sant'Apollonia88.

Immediatamente ad occidente, il nostro viandante al 1754 forse poteva osservare ancora l'immobile di una antica parrocchiale; si trattava di quella Santa Maria de Orto Magno [54] citata dal documento che descrive l'ambito urbano di San Benedetto   quale suo confine verso occidente. Essa compare nelle fonti con un inserto del giugno 961 in un documento dell’aprile 1054 relativo ad una vertenza per il possesso di una terra con casa posta in Orto Magno, nei pressi del complesso benedettino. Il 5 marzo 1536 il vicario generale don Sigismondo Capograsso ne unisce la cappellania a quella di San Giovanni delle Capre. Nel 1573 risulta unita, insieme a San Giovanni delle Capre, a San Giovanni de Cannabariis; si rileva che l’immobile necessita di riparazioni al tetto e alle pareti. Il 4 settembre 1581, nel corso della visita pastorale a San Giovanni de Cannabariis, Ascanio de Ruggiero, suo filiano, fa istanza affinché la cura delle anime sia trasferita nella nostra chiesa, evidentemente restaurata; l’istanza incontra l’immediata opposizione dei filiani di San Giovanni de Cannabariis, per cui non trova attuazione. Il 14 aprile 1609, però, ci si rende conto dell’inadeguatezza di San Giovanni de Cannabariis alla cura delle anime delle tre parrocchie unite, per cui si ordina di trasferire il servizio parrocchiale in Santa Maria de Orto Magno. Non è dato sapere se l’ordine fu eseguito né, in caso affermativo, per quanto tempo la nostra chiesa tornò ad essere sede parrocchiale. Certo è che questa del 1609 è l’ultima relazione di visita pastorale in cui essa compare89.          

 

88Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4839, 1531-1532, f. 9. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

 

 

89Archivio della badia di Cava, pergamena X 73; edita in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, VII, 1888, pp. 223-241; in tale edizione è indicata come X 70. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

A meridione del palazzo badiale di San Benedetto e delle case di padre Tommaso Pagano, si estendeva il complesso detto il Cetrangolo di casa Pagano [55], consistente in due cortili con fontane (in uno dei quali vi erano i cetrangoli, i cui frutti Cola Matteo Pagano vende nel 1555), appartamenti, portico, forno, stalle e altri ambienti di servizio; documentati fin dal 1511, detti nel 1540 vicini a lo castello de Santo Beneditto, nel corso del tempo questi beni furono alternativamente accorpati e divisi fra i vari rami della famiglia fino a pervenire, il 22 giugno 1742, a Domenico in virtù di crediti vantati nei confronti di Nicola e Camillo90. Degna di nota per la storia urbanistica cittadina è la convenzione del 10 aprile 1602 fra quattro mastri muratori e un altro Camillo Pagano con la quale i primi si impegnano a demolire tutta lla moraglia che sono nel jardino de esso Camillo, con patto che tutte le pietre, marmi, tufi ed eventuali colonne risultanti da detta demolizione restino di proprietà dello stesso Camillo91. Evidentemente si trattava di un tratto residuo delle antiche mura cittadine che, provenienti dalla zona absidale della chiesa oggi del Santissimo Crocifisso, prima dell'ultimo ampliamento ad oriente, attraversavano l'area che sarà di Casa Pagano per andare a raggiungere il sito che era stato di Castel Terracena prima, del Castelnuovo di San Benedetto poi92.

   

 

90Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 461, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4836, 1511-1512, f. 37t; 4841, 1540-1541, f. 32t; 4856, 1554-1555, f. 217t; 5236, 1750, f. 198.

91Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4907, 1601-1602, f. 459. 

92Si veda la tavola IV dello studio La città medievale.

 

Ad occidente di Casa Pagano, diviso in due parti separate dal vicolo [56], insisteva un alloggiamento in cinque bassi e otto camere del Capitolo della Cattedrale, al quale si accedeva da due portoni93. A meridione del Cetrangolo, lungo la strada Regia, all'angolo con il largo di Portanova [57], il Monte dei Morti possedeva un altro alloggiamento per acquisto del 14 maggio 1679 da Orazio Cavaselice, erede di Giovanni Battista che il 10 ottobre 1639 lo aveva acquistato da Matteo Pagano, consistente in tre botteghe, uno stallone e otto stanze; sotto di esso possedeva una bottega Ciro della Monica94. Nella stessa fascia, all'angolo opposto [58], vi erano case del monastero di Santa Maria della Mercede e di Carlo Mastrangelo Pagano, erede del padre Marcantonio, che aveva aggiunto il secondo cognome avendo ereditato queste case dallo zio abate Antonio Pagano il 12 febbraio 169595.

L'isolato successivo verso occidente era attraversato, in senso longitudinale, da un vicolo vicinale in parte coperto. La sua ala orientale, in parte impegnata dall'alloggiamento del Capitolo della Cattedrale che abbiamo visto [56], nella parte meridionale, lungo la strada Regia, era costituita da case in quattro botteghe e tre appartamenti già di Nicola Matteo de Sanctis, possedute della confraternita del Santissimo Salvatore de Drapparia per acquisto all'asta del 16 luglio 1748 [59]96; nella parte restante da altre case del Monte dei Morti in due stalle, dodici camere e giardino che si estendeva verso settentrione su parte dell'attuale sventramento del quartiere [60]97. Anche l'ala occidentale, oggi rappresentata da un edificio recente [61], consisteva in due particelle: la prima, prospettante sulla strada Regia, all'angolo con il vicolo di San Giovanni de Cannabariis, di Rosato Pastore, speziale medicinale, che vi aveva abitazione, laboratorio e speziaria, parte per acquisto dall'eredità di Gaetano Sarnicola, parte per due concessioni enfiteutiche del 9 luglio 1751 della confraternita di Sant'Antonio dei Nobili, parte per uguale concessione dell'altra confraternita di Santo Stefano; la seconda di Francesco Maria de Rubertis, che il 22 marzo 1754 sarà venduta allo stesso Rosato Pastore98.

A settentrione, su parte dell'attuale sventramento, da meridione, occidente e settentrione delimita da vicoli e da oriente addossata al giardino delle case del Monte dei Morti, vi era una casa della confraternita dei morti sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie per acquisto del 25 luglio 1750 da Domenico Sica [62]99

 

 

93Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 461, particella 5.

94Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 461, particelle 6, 7. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4962, 1629, f. 527; 5416, 1773, f. 282t.

95Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 462, particelle 1, 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5332, 1754, f. 226.

96Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 462, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5417, 1774, f. 6.

 

 

97Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 462, particella 4.

98Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 462, particelle 5, 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5221, 1751, f. 105 e f. 114t; 5390, 1752, f. 246; 5332, 1754, f. 132.

99Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5328, 1750, f. 251t. 

Ancora a settentrione, insistevano le case in tre bassi, stalla e tredici stanze superiori possedute da Alfonso d'Avossa per concessione enfiteutica di Nicola e Domenico Manganelli del 7 gennaio 1742 [63]100; delimitate a occidente, meridione e oriente da vicoli, esse aderivano a settentrione alla chiesa parrocchiale di San Giovanni de Cannabariis [64].

Detta anche delle Femmine, questa compare nelle fonti giunte fino a noi nel gennaio 1131. Nel 1573 ad essa risulta annessa la parrocchia di Santa Maria de Orto Magno, che nel 1536 aveva incorporato quella di San Giovanni delle Capre; nel corso della visita pastorale del 14 aprile 1609 si dispone che, per carenze della sede naturale, si trasferisca la cura delle anime in Santa Maria de Orto Magno. Nel 1659, per lo stesso motivo, si dispone il trasferimento in San Pietro de Grisonte. In occasione della visita pastorale del 9 agosto 1661 la chiesa è trovata restaurata a spese dei figliani e del parroco; è anche provvista di tutto il necessario per il culto.

 

 

100Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5369, 1760, f. 635t.

Lo Stato delle chiese del 1692 così la descrive: Sotto la Contrada dell’Abbadia di San Benedetto vi stà la Chiesa Parrochiale sotto il titolo di San Giovanni Battista de Cannabariis la cui fondazione per essere immemorabile non si sà, né meno il nome de’ fondatori. La detta Chiesa consiste in piano, da’ parte di levante v’è un orticello delle case della Cattedrale di Santo Matteo; da’ ponente alla porta maggiore v’è una piazzetta; da’ settentrione vi sono attaccate le Case della medesima Cattedrale; da mezzo giorno vi sono attaccate le Case del quondam Lutio Comite e le Case di Francesco d’Urso. La retroscritta Chiesa sta in piano, e quasi quatrata coverta à pingi. Al suo territorio è annesso nel 1838 anche quello di San Pietro de Grisonte che viene soppressa; soppressa a sua volta come parrocchiale nel 1857 con il trasferimento della cura delle anime in San Benedetto con il titolo del Santissimo Crocifisso, l’immobile continuerà ad esistere fino ad una notte illuminata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale; ne rimane il segno dell’attaccatura del tetto sul prospetto meridionale dell’edificio erroneamente creduto Castel Terracena101.

Il Catasto onciario distingue in due particelle le case dette nella descrizione di San Giovanni de Cannabariis della cattedrale, in realtà, più specificatamente, del suo Capitolo [65]102. A oriente, lungo la via di San Benedetto, seguiva un casamento del notaio Matteo Francesco Gaeta e del fratello Domenico Antonio per donazione del 18 gennaio 1733 della loro zia Chiara Fiore che a sua volta l'aveva ereditato dal notaio Matteo Pastore [66]103. A meridione si estendeva il presunto Castel Terracena di Donato Grieco [67]104.

Ritornando lungo la strada Regia, a occidente del vicolo di San Giovanni de Cannabariis, il nostro viandante osservava, come possiamo fare tuttora, il palazzo detto Casa Santamaria [68], già Casa Comite, consistente in bassi per uso di forno, rimesse, stalle e diversi appartamenti, di Onofrio Santamaria, parte per compera all'asta dal patrimonio dei signori Comite del 15 giugno 1740, parte per altre due compere, rispettivamente del 12 marzo 1741 e del 14 giugno 1742, da Filadelfo de Bove e da Fortunata Ferrara105. Adiacente a settentrione, all'angolo verso occidente, vi erano case della chiesa parrocchiale di San Pietro de Grisonte che, con due atti, rispettivamente del 29 febbraio 1769 e del 14 agosto 1770, saranno vendute allo stesso Onofrio Santamaria [69]106. All'angolo opposto, confinante con Casa Santamaria tramite la copertura sul vicolo a gomito che ancora vediamo, vi erano due particelle: la prima di Matteo Plaitano, in parte per acquisto dal Monte della famiglia Vitelli del 14 dicembre 1753; la seconda dello stesso Monte Vitelli [70]107. A settentrione, sull'intera piazzetta attuale, insisteva un immobile interamente del Capitolo della cattedrale, delimitato da tutti i lati da vicoli [71]108.

La fascia meridionale dell'isolato successivo era impegnata da case in cinque bassi, sette stanze e giardino [72] di Tommaso Ferrara, lungo i cui limiti settentrionale e occidentale correva il confine con il territorio parrocchiale di San Pietro de Grisonte che si insinuava da occidente109. A oriente, lungo l'attuale vicolo San Giovanni, un'altra particella del Capitolo della cattedrale impegnava altra parte del presunto Castel Terracena [73]110. Lungo la via di San Benedetto, dirimpetto al V(enera)b(i)le Monistero di S. Michele Arcangelo [74], vi erano tre particelle di Giuseppe Marchesano, in parte concessione enfiteutica dello stesso monastero111. Concludeva questa fascia, all'angolo con la via delle Croci, la casa palaziata di Giuseppe Sale, in parte per acquisto del 14 agosto 1745 dai padri gesuiti, sotto la quale vi erano quattro bassi per uso di forno pubblico [75]112.

Ripercorrendo a ritroso la via di San Benedetto, superato il monastero di San Michele, svoltando a settentrione all'angolo di Santa Maria de Orto Magno [54], lungo la via dei Santi Manghi, il nostro viandante poteva osservare a destra le case di Biase Galdo [76], delimitate a settentrione da un vicolo vicinale, il cui giardino si insinuava a meridione fra la chiesa attualmente di Sant'Apollonia [53] e la detta Santa Maria de Orto Magno, andando a raggiungere il largo di San Benedetto113; così come faceva, e fa ancora, il giardino delle case di Nicola Mauro [52], insinuandosi fra Sant'Apollonia e San Benedetto.

A settentrione, oltre il vicolo vicinale che con la porta che oggi ancora osserviamo conduceva al Giardino grande di San Benedetto, i padri gesuiti possedevano case in due stalle e sette stanze superiori [77]114. Ancora a settentrione, le case di don Carmine Grimaldi aderivano alle mura cittadine [78]; esse scavalcavano la via dei Santi Manghi con l'arco a gomito115 andando a raggiungere beni del Capitolo della cattedrale in tre stalle, altro basso e dieci camere superiori [79]116.

All'occidente, il nostro viandante osservava il grosso complesso del monastero di San Michele Arcangelo, detto anche di San Michele e Santo Stefano. La sua prima citazione è del marzo 1039. Già ricostruito nel primo ventennio del Seicento passando dall'ordine benedettino a quello francescano [80], agli anni trenta dello stesso secolo lo troviamo interessato da un'ampia ristrutturazione attuata incorporando l'adiacente Santo Spirito Nuovo [81]. In tale contesto si inseriscono un documento del 16 luglio 1630 e due del 1631, rispettivamente del 15 febbraio e del 14 giugno; con il primo si procede all'incanto per l'appalto relativo alle nuove fabbriche del San Michele Arcangelo da realizzarsi sul sito del Santo Spirito Nuovo; con il secondo le monache dichiarano che, alcuni giorni prima, era cascato un muro con parte di camere e pavimento contiguo alle nuove fabbriche che si stavano innalzando utilizzando il danaro donato dalla Città; con il terzo il procuratore del monastero, citato con il doppio titolo di Santo Spirito e San Michele Arcangelo, acquista a Castellammare di Stabia due partite di pietre spaccate napoletane, per complessive venticinquemila unità, da scaricarsi alla marina di Portanova entro il 20 settembre successivo e da utilizzarsi per i lavori in esecuzione117.

Il monastero del Santo Spirito Nuovo era stato edificato nei primi anni settanta del Cinquecento in sostituzione del Santo Spirito extra moenia, posto lungo la via della Spinosa. Allo scopo, era stata acquistata una casa della famiglia de Augustino di Montecorvino, ove era stato fondato un collegio per studi giuridici, poi trasferito al largo oggi Scuola Medica Salernitana. Con atto del 24 agosto 1574 da Subiaco l'arcivescovo Colonna aveva concesso al monastero l'acqua del seminario. In esso, nel 1589, per effetto della riforma dei monasteri femminili di Sisto V, alla originaria comunità si erano aggregate le altre clarisse del San Lorenzo118.

 

101Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 42, datazione ab incarnatione di tipo veneto gennaio 1130 (per i metodi di datazione ab incarnatione si veda il capitolo relativo dello studio La città medievale); Visite pastorali; cartella Parrocchia SS. Crocifisso.

 

 

102Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particelle 3, 4.

103Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5360, 1751, f. 1008.

104Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particella 6.

105Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 463, particella 7. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5320, 1752, f. 285.

106Queste case costituiscono una delle particelle mancanti nell'Apprezzo (si veda il capitolo Natura e consistenza della documentazione); esse sono state individuate dalla confinazione verso settentrione di Casa Santamaria e dal confronto con i Protocolli notarili 5438, 1769, f. 1 e 5438, 1770, f. 97t.

107Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 464, particella 1; f. 542, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5238, 1753, f. 248; 5223, 1757, f. 199t.

 

 

108Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 464, particella 2.

109Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 472, particella 1.

110Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 464, particella 3.

111Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 464, particelle 4, 5, 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5361, 1752, f. 854t; 5372, 1765, f. 96.

112Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 464, particella 7. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5373, 1766, f. 220t.

113Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5320, 1754, f. 203t.

 

114Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 4.

115Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5370, 1761, f. 429t.

116Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 6.

117Archivio della badia di Cava, pergamena V 116; edita in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, IV, 1877, p. 130; questo documento fu mal datato dai curatori del CDC che lo assegnarono al marzo 1009, in quanto ritennero che il principe Guaimario citato nella datazione fosse il III, regnante fra il 999 e il 1027 (dal 989 associato al padre Giovanni II di Lamberto); si tratta invece del figlio, regnante fra il 1027 e il 1052 (dal 1018 associato al padre), perché la datazione si completa riferendosi al primo anno principatus eius Capue e fu, appunto, Guaimario IV ad avere, fra il 1038 e il 1047, anche il principato di Capua, cui aggiunse, fra quello stesso 1039 e il 1052, i ducati di Amalfi e di Sorrento e, fra il 1043 e il 1047, quelli di Puglia e di Calabria. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4963, 1630, f. 235; 4942, 1631, f. 73t e f. 177t.

118Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4869, 1574-1575, f. 3 e f. 176t. Archivio Diocesano di Salerno, Monasteri soppressi.

Risalendo la via delle Croci, il nostro viandante si portava sulla parte alta della via dei Santi Manghi, attualmente dei Bastioni, e si trovava, proprio alla cima della salita, davanti alla cappella di Santa Croce posta oltre la strada, addossata alle mura cittadine[82]. Si trattava, come documentato al 29 dicembre 1715, di una realizzazione ex devotione M(agnifi)ci Gulielmi Sale; in loco vulgo detto S. Mango, si precisa il 21 dicembre 1772; sarà interdetta il 12 aprile 1801119.

Verso occidente, al meridione della via, si estendeva il giardino del seminario [83]120 nel quale si incastrava il sito dell'ex chiesa parrocchiale di San Giovanni delle Capre [84]. Questa compare nelle fonti giunte fino a noi soltanto nel 1473; soppressa la parrocchia con l'annessione del territorio a Santa Maria de Orto Magno, diviene la prima cappella del seminario sotto il titolo di Santa Caterina; se ne dispone la demolizione il 18 marzo 1613 per edificare sul suo sito una nuova cappella per i seminaristi sotto lo stesso titolo. Nel 1630 si visita la nuova Santa Caterina.

 

 

119Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

120Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 465, particella 7.

Il 20 luglio 1750 il seminario vende alla confraternita sotto il titolo della Beata Vergine dei Sette Dolori il suolo e la fabrica della Chiesa Antica sotto il titolo di Santa Caterina spettante al medesimo Reverendo Seminario, e coll’occasione che la detta Chiesa e Suolo e separata riesce di sommo incomodo alli Seminaristi che pro tempore in quello risiedono, per condursi in detta Chiesa e specialmente in tempo piovoso e d’inverno per ivi ascoltare la S. Messa e recitare l’officio e fare l’altre ecclesiastiche fonzioni, il che suole anche apportare dell’inconvenienti; perciò per utile e buon regolamento del detto Reverendo Seminario e Seminaristi pro tempore l’istesso Reverendissimo Signor Canonico rettore ave risoluto stabilito e determinato formare dentro di esso Seminario una nuova Chiesa per il Commodo de Seminaristi predetti e vendere, et alienare il Suolo e la fabrica di detta Antica Chiesa sotto detto titolo di S. Caterina, con un piccolo sito che la Circonda. Il 21 dicembre 1772 si sottopone a visita pastorale la chiesa sub titulo B. M. virginis dolorose. Nel 1801 e nel 1803 sarà detta oratorio e congregazione sotto il titolo della Beatissima Vergine Addolorata. Con la concessione, l'11 maggio 1868, alla confraternita della Santissima Addolorata della chiesa già dei gesuiti, poi del Carmine Nuovo, il sito dell'antica San Giovanni delle Capre, poi Santa Caterina, quindi, Beatissima Vergine Addolorata, viene abbandonato. L'immobile sarà demolito per la costruzione dell'ex Casa del clero, oggi occupata da varie attività diocesane121.

Il seminario era stato fondato subito dopo il Concilio di Trento, in applicazione del decreto della XXII sezione (15 luglio 1563) De reformatione. In particolare si stabiliva che nelle diocesi si fondasse un perpetuum Seminarium, in cui il vescovo educasse nelle discipline sacre un certo numero di giovani destinati ai ministeri ecclesiastici, i quali dovevano convivere nel medesimo luogo sotto un rettore nominato dal vescovo; per provvedere finanziariamente ai seminari il Concilio imponeva contributi a tutti gli enti ecclesiastici. Le disposizioni conciliari non potettero avere a Salerno immediata esecuzione, essendo in quei mesi la sede vacante per la morte dell'arcivescovo cardinale Seripando, avvenuta proprio a Trento il 17 marzo 1563. Il successore, però, Gaspare Cervantes, trasferito da Messina  il 1° marzo 1564, subito si occupa dell'opera; difatti, dopo solo qualche mese dall'ingresso in diocesi, invia alla Sacra Congregazione del Concilio la pianta dell'edificio, detto Paradiso, individuato per la realizzazione dell'opera. Nel 1723 l'arcivescovo Paolo de Vilana Perlas, al suo ingresso in diocesi, trova il Seminario strutturalmente inadeguato, per cui decide di costruirne uno nuovo [85] più consono alle esigenze della diocesi, ma vedrà solo l'inizio dell'opera. I lavori proseguono con l'arcivescovo Fabrizio de Capua, ma sarà il successore Casimiro Rossi a portarne a termine la parte residenziale nel 1742, predisponendo anche il luogo per la erigenda cappella di Santa Caterina, ma lasciando ancora incompiuto il quadriportico iniziato da Fabrizio de Capua, che sarà completato con monsignor Isidoro Sanchez de Luna fra il 1759 e il 1765. L'arcivescovo Michelangelo Lupoli innalzerà, nel 1832, un altro piano su una parte del secondo, restaurerà l'atrio e rinnoverà la facciata122.

Lasciato il seminario, verso occidente, il nostro viandante si ritrovava innanzi alla casa palaziata di Nicola de Vicariis [86], pervenuta al suo casato per il matrimonio di Gregorio Maria con Aurelia de Ruggiero ai primi anni settanta del Seicento, in undici bassi con giardino murato, cortile e due appartamenti per complessive ventinove stanze123. Ad essa adiacente insisteva l'altra casa palaziata di Ferrante Santomango [87], consistente in nove bassi, giardino murato e un appartamento per tredici stanze; si trattava della residenza storica di quella famiglia documentata fin dal settembre 1305, quando Landolfo de Santo Mango aveva abusivamente occupato una torre delle mura cittadine e l'aveva collegata alle sue case adiacenti; questa torre risulterà ancora riconoscibile nella proprietà al 1556124. Entrambi i giardini di queste case palaziate raggiungevano la cattedrale.

La cattedrale attuale [88] fu edificata da Roberto il Guiscardo, fra il 1080 e (secondo la tradizione) il 1084 o 1085, sull'area di risulta della chiesa di San Matteo de Archiepiscopio e su quelle allo scopo donate dalle famiglie de Ruggiero e Santomango che, come abbiamo visto, ancora in età moderna possedevano beni ad essa adiacenti. La tenuta delle sue strutture aveva già posto in allarme l’arcivescovo Barnaba Orsini (1440-1449), costretto ad intervenire sul muro meridionale con la costruzione di due barbacani di sostegno lungo l’attuale via Roberto il Guiscardo, come testimoniano gli stemmi del presule; uguale opera fu necessaria anche all'interno, a favore della muratura fra la navata centrale e quella meridionale, anche qui testimoniata dallo stemma su uno dei pilastri di rinforzo. Anche il secondo successore dell'Orsini, monsignor Pietro Guglielmo de Rocha (1471-1482), lascia il suo stemma su un poderoso barbacano posto a sostegno del cantone sud-orientale del transetto; non è noto se intervenne anche dall'interno in continuità a quanto già posto in opera dal suo predecessore Orsini e forse anche da Nicola Piscicelli II (1449-1471).

 

121Archivio Diocesano di Salerno, Bollari; Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5199, 1750-1751, f. 176. In realtà, esiste un documento del novembre 1289 (Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 158; edita con lacune in Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, a cura di C. Carucci, III, 1946, pp. 62-64) nel quale si tratta di una casa in muratura sita in Orto Magno, a monte dell’archiepiscopio, confinante a settentrione con le mura della città, vicino una chiesa di San Giovanni detta de lo Iudice et de le Femine. A parte il fatto che si tratta dell’unica citazione conosciuta di una chiesa di San Giovanni de Iudice, l’appellativo delle Femmine farebbe pensare a San Giovanni de Cannabariis, ma appare curioso che per una casa posta lungo le mura si utilizzasse quale riferimento topografico tale chiesa; si potrebbe pensare, in alternativa, a San Giovanni delle Capre, certamente più consona, ma allora si dovrebbe ipotizzare un duplice abbaglio dell’estensore del documento, non essendo certamente questa nota anche con gli appellativi attribuitale. Ove fosse esatta questa seconda ipotesi, il detto documento costituirebbe la prima testimonianza giunta fino a noi dell’esistenza della chiesa.

 

 

122G. Crisci, Salerno sacra, 2a edizione a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, 2001, I, pp. 22-26.

123Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4999, 1674, f. 261.

124Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particella 2; Registri angioini, 139, f. 81; documento edito in Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIV, a cura di C. Carucci, I, 1949, pp. 17-31. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4863,1555-1557, f. 256t.

 

 

L'arcivescovo Ludovico de Torres (1548-1553) ancora rafforza il muro meridionale, come indicato dal suo stemma soprapposto al primo barbacano esterno; nel 1550 restaura la parte anteriore dell’atrio. L'arcivescovo Seripando, il 21 febbraio 1555, lamenta che è stato costretto a fare debiti per haver trovato questa chiesa desolata; che quant’al edificio se ne cascava et quanto a gl’ornamenti necessari al celebrare è stato necessario farli tutti di nuovo; il 6 marzo 1557 un vento impetuoso scopre il tetto della cattedrale e il 20 maggio dell'anno seguente un gravissimo pericolo d'incendio nella cripta è domato maximo miraculo, annota l’arcivescovo nel diario; l’8 settembre 1561 sono in corso lavori nel coro, poiché da Trento Seripando scrive al fido Aurelio di Roccacontrada, incaricato di sorvegliare le riparazioni del duomo: del choro ci piacerà intendere che l’opera vada avanti; non lasciate dunque d’attenderci. Anche monsignor Marco Antonio Marsilio Colonna fa eseguire lavori; ma il contemporaneo Mosca ci dà scarse e generiche notizie in proposito, omettendone la descrizione specifica e privandoci, in tal modo, di una documentazione preziosa per la storia dell'edificio. Durante la sede vacante seguita alla morte dello stesso presule (1589-1591) la cittadinanza, le autorità civili e il Capitolo, si preoccupano, come ormai solito da un secolo e mezzo circa, delle condizioni statiche della maggiore chiesa cittadina e chiedono l'interessamento di re Filippo II. Intanto l'architetto Fabio Bruno, il 14 novembre 1589, su invito della Regia udienza di Principato Citra e Basilicata, visita la chiesa attentamente e la trova che minaccia crolli in diverse parti. Re Filippo, vista la dettagliata relazione (in 20 articoli) del Bruno, il 27 novembre 1589 affida al viceré di Napoli il mandato di dare ordine al percettore della provincia di Principato Citra di affrontare la spesa necessaria secondo la relazione dell'architetto, con l'intervento del reverendo economo Giacomo Lullo, deputato dal Re nella cattedrale, prelevando la somma necessaria dalle rendite della mensa; ma soltanto con l'avvento dell'arcivescovo Mario Bolognini (1591-1605) si giunge all'avvio, oltre che dei già previsti lavori per la messa in sicurezza della basilica superiore, anche di interventi sulla cripta, con l'esecuzione degli affreschi da parte del pittore greco Belisario Corenzio e la realizzazione delle due statue di bronzo da porre sul sepolcro dell'Apostolo da parte del fiorentino Michelangelo Naccarini.

Il cardinale Giulio Savelli, nel 1630, può notificare alla Santa Sede che la cattedrale, nonostante la sua antichità, ha bisogno solo di poche riparazione al tetto. Tuttavia, nel triennio 1648-1650, il suo successore e nipote, cardinale Fabrizio Savelli, avverte la necessità di interventi: nella zona absidale cura il restauro delle pareti, in parte con nuova muratura, in parte con ricondizionamento della vecchia; ripara il tetto; restaura agli antichi finestroni.

    

  

Monsignor Gregorio Carafa (1664-1675) sostituisce la scalea principale d’ingresso all'atrio dalla porta dei leoni con l'attuale in due rampe. Dopo il terremoto del 5 giugno 1688 la principale preoccupazione ritorna ad essere la staticità del duomo. Il 28 ottobre muore monsignor Alvarez, per cui tocca al Capitolo, in sede vacante, nel gennaio 1689, avviare contatti con le autorità vicereali di Napoli; il 20 maggio, dalla Regia camera della Sommaria, viene impartito l'ordine al preside della Regia udienza di Salerno di far rilevare da tecnici esperti i danni e darne relazione alle autorità della capitale; ma soltanto alla metà dell'aprile 1691, su progetto dell'architetto Arcangelo Guglielmelli, iniziano i lavori, che saranno ultimati nel 1696; ma già nel dicembre dell'anno successivo monsignor Bonaventura Poerio si rende conto dell'inadeguatezza del progetto del Guglielmelli e da inizio ad una nuova campagna di interventi che finisce per richiedere, nel 1704, l'intervento di un altro architetto, il romano Carlo Buratti, che, finalmente, progetta e realizza, con lavori che si protrarranno fino al 1726, la veste attuale della cattedrale, arricchendola con la creazione delle cappelle laterali, inesistenti nel progetto guiscardiano125.

Lasciato l'atrio della cattedrale uscendo dalla porta accosto al campanile, il nostro viandante osservava oltre la strada, come è possibile tuttora, l’archiepiscopio [89]. Esso era sorto, insieme all’antica cattedrale, sulle strutture di un tempio romano, forse di Pomona, residuo del quale sono le colonne visibili nell’ampia sala terranea posta all’estremità occidentale dell’edificio. La sua prima notizia, per altro indiretta, giunta fino a noi è dell’ottobre 946, quando si cita la strada che vi conduce126. Nel febbraio 1071 l’arcivescovo Alfano I concede l’esenzione dal potere arcivescovile alla chiesa di San Nicola de la Palma in cambio di cinque libbre d’argento da destinarsi a restauri dell'edificio dell’archiepiscopio; un ampliamento verso meridione di esso si intravede al giugno 1228, quando il chierico Nicola Caposcrofa, agente per conto della curia archiepiscopale, acquista da Giovanni, figlio di Matteo, un terreno con pareti confinante verso settentrione con la sede arcivescovile e con il palazzo del signor arcivescovo127. Con l’edificazione del duomo normanno, anche l'antica cattedrale di Santa Maria Dei Genitricis, posta al suo estremo oriente, fu incorporata negli ampliamenti successivi del palazzo e ancora al 1556 suoi residui erano riconoscibili, poiché, il 24 agosto di quell'anno, un notaio, per raccogliere una testimonianza del chierico Marino Rufolo, si recherà in un locale allinterno del palazzo archiepiscopale detto la sacrestia antica della cattedrale128.

 

125G. Crisci, Salerno sacra, 2a edizione a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, 2001, I, capitoli S. Matteo de Archiepiscopio (pp. 28-29) e La cattedrale normanna (pp. 29-51).

 

 

126Archivio della Badia di Cava, pergamena II 44; edite in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, I, 1873, pp. 221-222.

127Archivio della Badia di Cava, pergamena B 2; edita in Codex Diplomaticus Cavensis a cura di S. Leone e G. Vitolo, IX, 1984, pp. 318-322. Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 129. 

128Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4856, 1555-1556, f. 584.

 

            

Al territorio parrocchiale di San Pietro de Grisonte apparteneva la fascia prospettante sulla strada Regia dell'isolato al meridione della chiesa parrocchiale ove, all'angolo orientale, insistevano case del Capitolo della cattedrale; case dei monasteri di Santa Maria Maddalena, di San Giorgio e di Santa Maria della Pietà per eredità di Nicola Comite; un cellaro posseduto da Gennaro Adinolfi per concessione enfiteutica degli stessi tre monasteri [90]129. All'angolo occidentale, insisteva la casa palaziata di Matteo Mantenga, già Casa Tebano e poi de Vicariis [91]130.

Nella stessa fascia dell'isolato, in un sito non perfettamente ubicabile, forse il nostro viandante poteva ancora riconoscere il locale che era stato della chiesa di San Benedetto Piccolo. La sua prima citazione, con la precisazione che si trattava di una dipendenza della badia di San Benedetto, è soltanto del 7 aprile 1573, in occasione della visita pastorale, ma ritrovandosi già sordida et quasi tota ruinosa, è evidente una sua non breve preesistenza; il 7 maggio 1632 l'immobile risulta adibito ad uso profano131.

L'isolato sul lato opposto della strada Regia [92], detto Casa di Donato, documentato fin dal 1568 come Casa Corbellese, era costituito, all'epoca dell'Apprezzo del Catasto onciario da altre case del Capitolo della Cattedrale per lascito del canonico don Francesco di Donato132; da case pervenute a Matteo Zottola per permuta coi signori Ripa, alle quali era annessa una speziaria medicinale133; da case possedute da Marcantonio Ripa per le doti della moglie Vittoria Barra134. Di Casa Corbellese aveva fatto parte la cappella di Santo Spirito detta dei Corbellensi, che compare nella documentazione giunta fino a noi con la relazione della visita pastorale del 25 maggio 1575; l’11 dicembre 1615 si visita il suo luogo sotto le stesse case, intanto divenute proprietà di Scipione de Arco135.

 

 

129Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 473, particelle 3, 4; f. 474, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5057, 1684, f. 257.

130Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 473, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4997, 1669, f.3.

131Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4905, 1632, f. 14.

132Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5237, 1751, f. 191.

133Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5313, 1751, f. 98.

134Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5359, 1750, f. 263.

135Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

Ad occidente di Casa Corbellese, oltre il largo di San Petrillo, il nostro viandante poteva osservare, come è possibile fare anche attualmente, la chiesa parrocchiale di San Pietro de Grisonte, volgarmente San Petrillo, impropriamente San Rocco per essere stata affidata alla confraternita omonima [93]. La sua prima citazione è del giugno 1165; è ricostruita negli anni venti del  Seicento dalla famiglia de Iudice che ne deteneva il patronato, poi passato ai signori Capograsso. Il 13 ottobre 1692 così la si descrive: Parochialis ecclesie Sancti Petri de Grisontis de iure Patronatus nobilis familie delli Capograssi huius Civitatis Salerni. Adest fundata dicta Parochialis Ecclesie in medio huius Civitatis Salerni in insula iuxta vias publicas habens ianuam maiorem versus meridie, altera ianuam parvulam iuxta orientem, Altare maius versus settentrionem. Non Adest memoria fundationis [...] Adest scriptio in marmore supra ianuam maiorem esse refutam a quondam Petro de Iudice Patritio Salernitano, cuius heredes isse supradicta nobilis familia de Capograsso.

Nel 1801 il patronato risulterà passato all’Illustre Marchese Valva; il che si confermerà nel 1803. Nel 1838 la parrocchia sarà soppressa e il suo territorio annesso a San Giovanni de Cannabariis136.

   

 

136Archivio della badia di Cava, pergamena XXXI 118. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali; Bollari.

 

L'edificio adiacente al lato settentrionale della parrocchiale [94] è documentato fin dal 1524 in possesso della famiglia de Iudice, che abbiamo visto patrona della chiesa. Pervenuto nell'eredità dell'abate don Vincenzo, morto nei primi anni quaranta del Seicento, per sua volontà testamentaria fu diviso fra il Capitolo della cattedrale, che al Catasto onciario vi possiederà tre bassi e dodici stanze superiori a meridione del vicolo coperto137, e la chiesa della Santissima Annunziata Maggiore, che vi possiederà, a settentrione dello stesso vicolo, quattro bassi, tredici stanze e giardino che saranno concessi in enfiteusi nel 1747 a Giovanni Antonio Ferrara; il giardino di questa particella, a settentrione, lungo il vicolo dei Canapari, oggi scomparso nello sventramento che taglia l'intero rione San Giovanniello, era chiuso da un muro merlato che si elevava per ventiquattro palmi e un quarto138.

All'oriente dell'ex Casa de Iudice [95], il Catasto onciario riporta distinte in due particelle le case di Angelo de Mari: la prima concessione enfiteutica del Monte dei Morti dell'11 marzo 1752 a favore della moglie Rachele Sperandeo; la seconda in parte dotale della stessa Rachele, in parte acquisto del 28 gennaio 1747 dalla cognata Giuseppa Sperandeo139. Alle spalle di queste case, il dottor Sergio Pacifico possedeva tre bassi con cinque stanze superiori [96]140.  

 

 

137Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4838, 1523-1524, f. 158; 4984, 1648, f, 131t e f. 135.

138Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 7. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5368, 1759, f. 102t.

139Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 6; f. 475, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5361, 1752, f. 346t; 5359, 1750, f. 668.

140Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 475, particella 1.

Sul lato occidentale della via delle Croci [97], fra Casa Carrara a meridione, il palazzo arcivescovile a settentrione e il palazzo Capograsso ad occidente (tutti in parrocchia di San Gregorio, come vedremo), vi era una sola particella considerata in San Pietro de Grisonte, costituita dalle case in quattro bassi, cellaro, rimessa, giardinetto e venti stanze di Giuseppe Ferrandina141.

Nell'isolato oggi a settentrione dello sventramento, l'angolo sud-occidentale [98] era costituito da Casa Pacifico, in possesso di Sergio, consistente in rimessa, stalla, tre bassi, con due portoni e due scale per le quali si accedeva a trentuno stanze e piccolo giardinetto, parte concessione enfiteutica della badia di Santa Maria di Tobenna del 5 ottobre 1672 a favore del reverendo don Bernardino Pacifico, parte per uguale concessione della confraternita di San Salvatore de Drapparia142. Ad oriente, incastrate fra le particelle ricadenti in territorio di San Giovanni de Cannabariis, insistevano le case di Nicola Luciano [99] per acquisto del suo avo omonimo da Geronima Sabatino e dalle figlie Angela Maria e Porzia Natella del 27 dicembre 1665143. Ad occidente, case possedute dai fratelli don Giuseppe Maria e Nicola Favera [100] per concessione enfiteutica dei benefici laicali della famiglia Capograsso confinavano a settentrione con il vicolo della Nunziatella144.

Il vicolo prendeva il toponimo dalla chiesa, posta al suo fondo, della Santissima Annunziata de Orto Magno. La sua prima citazione è del 2 ottobre 1348, quando i nobili signori abate Ludovico e Pandullo, figli del conte Francillo, dichiarandosene legittimi patroni, ne nominano rettore l’arcidiacono Giovanni de Porta; il 29 maggio 1445 il diritto di nomina del presbitero risulta pertinente a suor Martuccia Marchisano, sia quale erede del padre Antonio, che quale badessa del monastero di San Michele Arcangelo, al quale ella stessa aveva donato la sua parte di patronato con lo jus presentandi. Pervenuta poi in patronato della famiglia de Iudice, è sconsacrata il 27 marzo 1618, essendo stata trovata, in corso di visita pastorale, discoperta, quasi diruta e senza porta, con l’obbligo, da parte del beneficiato, di erigere un altare sotto lo stesso titolo della Santissima Annunziata nella chiesa parrocchiale di San Pietro de Grisonte, patronato della stessa famiglia145.

Nel territorio parrocchiale di San Pietro de Grisonte insisteva anche la chiesa di San Giacomo dei Marescalco, documentata soltanto in occasione della visita pastorale del 13 giugno 1515, che rimane non ubicata146

 

 

 

141Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 474, particella 8.

142Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 475, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5018, 1672, f. 790t; 5365, 1756, f. 168.

143Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 475, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4994, 1665, f. 353.

144Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 475, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5361, 1752, f. 775t; 5410, 1764, f. 131.

145Fonte non identificata, forse pergamena dell’Archivio Diocesano di Salerno andata perduta; edita in G. Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana, III, 1855, pp. 279-280. Biblioteca Provinciale di Salerno , pergamena 1 D 1; edita in Nuove Pergamene del Monastero fennimile di S. Giorgio di Salerno, a cura di M. Galante, II, 1997, pp. 185-188. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

146Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

     

2 – Territori parrocchiali di San Gregorio, Santa Lucia de Giudaica, Santa Maria dei Barbuti, San Grammazio, Santi Eufebio e Massimo, San Matteo Piccolo

  

Nella distribuzione anomala del territorio ex Santa Maria della Neve, detta anche di Portanova, fra le parrocchie convicine che più volte abbiamo visto, a San Gregorio toccarono gran parte dell'isolato comprendente la stessa ex parrocchiale, attualmente Santissimo Crocifisso, e il monastero di Santa Maria della Pietà ad essa annesso, insieme ai versanti orientale e settentrionale dell'isolato successivo ad occidente.

All'angolo nord-orientale del primo [1]0, nel luogo detto Casa Pepe, Odoardo Ferrara possedeva case per due botteghe, stalla, cortile e sei stanze superiori1. Accosto verso occidente [2], fra queste case e la chiesa [3], il monastero della Piantanova, ossia lo stesso Santa Maria della Pietà, possedeva quattro botteghe, con forno, altro basso, cortile e sei stanze superiori; si trattava di beni già de Piscaria documentati, sebbene in configurazione difforme, fin dal 1559 e passati in proprietà al monastero nel primo quindicennio del Seicento2. Di rilievo è che fra il 1559 e il 1593, descrivendo la proprietà, si fa riferimento ad un arco sulla strada sotto il quale si aprivano suoi ambienti: si trattava della prima porta Nova, ricostruzione di quella di Elino, documentata al febbraio 1140 nell'area absidale della chiesa. 

 

0I numeri e le altre indicazioni fra le parentesi quadre si riferiscono ai particolari delle piantine topografiche.

 

 

1Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particella 3.

2Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4843, 1559-1560, f. 15; 4895, 1592-1593, f. 94; 4876, 1599-1600, f. 139; 4920, 1616, f. 276.

 

Questa compare nelle fonti giunte fino a noi proprio con il documento citato, con il quale Romoaldo, figlio del conte Landone, ne dona la sua porzione di patronato all'arcivescovo di Salerno. Non sarà indicata quale sede parrocchiale in documenti ecclesiastici anteriori al 1549; in atti notarili, invece, nell'ubicazione di immobili, il suo territorio parrocchiale compare fin dai primi anni del secolo, ma è da ritenersi che assumesse tale dignità ben prima del Cinquecento; nel 1515 si rileva la presenza del sagrato, del cimitero e della cripta. Probabilmente già da qualche tempo si pensava di annetterla al monastero adiacente di Santa Maria della Pietà; certo è che nel corso della visita pastorale del 17 maggio 1574 si ordina: Che nella chiesa de santa Maria della neve se faccia una porta sotto l’ultima fenestra à canto à l’altare per entrare nel parlatoio, et tirisi un muro à traverso per la chiesa da un muro à l’altro et sopra se faccia l’accoro, al quale accoro s’ha da entrare dalla camera del Monastero delle monache dove chiamano il granaro, et all’incontro della detta porta nel muro che oggi è tra la chiesa et il monastero si faccia la grata et la rota. Che se remuri la porta principale della chiesa et vi si faccia l’altare et si remuri la scala che va giù in Iesumcorpo à tale che non vi ci si possa andare. Che la porta principale resti quella ch’addesso e la porta piccola [...]. Incorporata che sarà la detta chiesa di santa Maria della neve con il monastero secondo che di sopra si è detto, [...] (seguono disposizioni relative al monastero); ma il progetto non avrà una rapida attuazione, poiché la chiesa è visitata ancora quale parrocchiale nel 1575, nel 1581, nel 1592, nel 1598; soltanto il 14 dicembre 1604 troviamo la sede traslata in San Pietro in Vinculis, ab Ecclesia sancte Marie ad Nive, qui fuit concessa pro monasterio monialium edificando, come si precisa nel 16133. Come vediamo, contrariamente al progetto, non fu mutato l'orientamento, per cui il nostro viandante poteva ancora osservare la facciata originale dell'edificio, prima dell'oltraggio della falsa facciata novecentesca.

Il monastero delle clarisse di Santa Maria della Pietà [4] lo troviamo adiacente al muro meridionale della chiesa nel 1450. L'annessione ad esso dell'antica parrocchiale fu il primo di due episodi dei quali notizia è giunta fino a noi nell'ambito di una vasta ristrutturazione che lo porterà ad assumere l'appellativo di Piantanova; il secondo è l'annessione alla clausura di una sua casa già concessa in enfiteusi, il 6 novembre 1578, ai coniugi Giovanni Lorenzo Galliciano e Isabella de Vicariis, dagli eredi dei quali il monastero la recupera, prima del 1616, versando un indennizzo. Come abbiamo visto trattando di San Pietro in Vinculis, nel 1618 il monastero paga a quel parroco otto ducati annui per la concessione della chiesa; nel 1812 tale onere risulta ridotto a sei ducati e quaranta grana da pagarsi alla parrocchia di San Gregorio, subentrata per la distribuzione di quel territorio fra la stessa San Gregorio, Santi XII Apostoli e San Giovanni de Cannabariis. Il monastero sarà soppresso nel 18664.

Poco distante dal Santa Maria della Pietà, accosta alle sue case prima concesse ai Galliciano poi incorporate ad esso, fino al 1575, quindi non osservabile dal nostro viandante, vi era stata la chiesa di Sant'Angelo de Puteo. Essa era stata edificata prima del 984 dai coniugi Guido, figlio del conte Guaimario, e Aloara, figlia del conte Landoario, con l'apporto di Guaiferio, fratello di Guido. In realtà, la chiesa compare nella documentazione giunta fino a noi soltanto nel maggio 991, ma già nel settembre 984 risulta morto uno dei fondatori, Guaiferio, poiché i figli litigano proprio con la zio Guido per il possesso di un terreno dono di Gisulfo I del 974. Elemento caratterizzante del sito della chiesa fu una corte, posta al suo meridione, con un pozzo citato quale punto di riferimento nell'ubicazione degli immobili ad essa e ad altri pertinenti e posti nella sue vicinanze; dal luglio 1198, esso finirà per entrare nella sua stessa denominazione: Sant'Angelo de Puteo o del Puzzo, e vi resterà costantemente fino alla sua ultima citazione, il 20 maggio 1575, quando si rileverà che, stante l'impossibilità di restaurarla a causa della esiguità delle rendite, la sua cappellania era stata unita alla parrocchiale di Santa Maria della Neve5.

 

3Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 45, datazione ab incarnatione di tipo veneto febbraio 1139 (per i metodi di datazione ab incarnatione si veda il capitolo relativo dello studio La città medievale); Visite pastorali.

 

 

4Biblioteca Provinciale di Salerno, pergamena 1 D 3; edita in Nuove Pergamene del Monastero fennimile di S. Giorgio di Salerno, a cura di M. Galante, II, 1997, pp. 197-201. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4931, 1616-1617, f. 9t; Intendenza, 2486.

5Archivio della badia di Cava, pergamene III 112; IV 60; IV 109; IX 33; edite in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, rispettivamente, II, 1875, pp. 207-212; II, pp. 316-317; III, 1876, pp. 41-42; VI, 1884, pp. 240-243; in tale edizione la IX 33 è indicata come IX 31. Archivio di Stato di Napoli, pergamena distrutta; edita in Codice Diplomatico Amalfitano, a cura di R. Filangieri di Candida, I, 1917, pp. 463-465. Archivio Segreto Vaticano, Decime e inquisizioni 1309; edite in Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania, a cura di M. Inguanez, L. Mattei Cerasoli, P. Sella, 1942., p. 453, 6536. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4843, 1551-1552, f. 19t.

Lungo il versante orientale dell'isolato successivo, nel vicolo della Piantanova, da meridione a settentrione, prospettavano un basso con due stanze sopra del monastero di Santa Maria della Pietà [5]6; le case con cortile e stalle della chiesa parrocchiale di San Matteo Piccolo [6] concesse in enfiteusi parte a Pasquale Giordano, parte a Tommaso Iannelli7; le case di Domenico Pisano, in due bassi e otto stanze, già dotali di Rosa Palmiero, dirimpetto al muro claustrale di Santa Maria della Pietà, e quelle del chierico Mattia Pentavallo quale patrimonio sacro, in una stalla e quattro stanze superiori [7]8; il complesso all'angolo con la via Regia [8] costituito da due particelle di Fortunato Basso, consistenti in due botteghe e due appartamenti, e da un'altra particella di Domenico Pisano, in due bassi e sei stanze9.

La parte centrale del prospetto settentrionale dell'isolato [9] era costituita dalle case di Alfonso d'Avossa, consistenti in undici stanze con cellaro e bottega, da lui acquistate l'8 giugno 1734 da Ignazio e Gaetano Donadio10. Concludevano questo prospetto, all'angolo con la via che calava alla Dogana Regia [10], le case in due botteghe, cortile, due stalle, rimessa e undici stanze con soppinno del monastero di Santa Maria Maddalena; si trattava di un immobile della famiglia Pinto, documentato fin dal 1561 essendo in possesso di Giovanni Loisio; pervenuto ai primi anni sessanta del Seicento a suor Irene, erede del padre Lorenzo, da lei furono donati al monastero nel quale era monaca professa11.

Il territorio parrocchiale di San Gregorio saltava oltre l'isolato successivo verso occidente, che abbiamo visto pertinente a San Pietro de Grisonte e a Santi XII Apostoli, per riprendere con quello compreso fra il vicolo attualmente detto via Santa Maria de Domno e quello sotto Casa Pinto.

Ad occidente del primo di questi vicoli, attaccata tramite la copertura di esso alla casa palaziata di Matteo Mantenga, che abbiamo visto ricadere nel territorio di San Pietro de Grisonte, il nostro viandante vedeva, come oggi vediamo, l'antica Casa Serluca [11], documentata fin dal 1533; acquistata all'asta nel 1671 da Francesco Galise, per sua donazione era pervenuta l'11 giugno 1702 all'oratorio di San Francesco della Croce, per essere poi concessa in enfiteusi a Emmanuele Ferrara, padre di Ottavio, che ne risulta possessore al Catasto onciario, essendo descritta in un cellaro, altri due bassi, cortile, giardino e due appartamenti per venti stanze12.

Adiacente ad occidente si estendeva e si estende Palazzo Pinto [12] che, scavalcando il secondo vicolo, in gran parte occupa l'isolato successivo. Cresciuto nell'ambito murato del quartiere di lignaggio della famiglia, documentato fin dal 1533, alla metà del Settecento è in possesso di Matteo e consiste in botteghe, cortile, locali di servizio e due appartamenti con cappella privata sotto il titolo di Santa Maria Assunta13. Sotto di esso, all'estremo occidente, vi erano bassi con stanze superiori del convento di Santa Maria della Porta e una stalla con altri locali dell'oratorio di Santo Stefano; la prima di tali particelle, pervenuta ai padri domenicani nel 1658 per crediti vantati nei confronti del monte della famiglia Parisi che l'aveva acquistata nel 1587 da Tiberio, Delia e Isabella Pinto, veniva utilizzata come alloggiamento14; la seconda, posta in parte sotto e in parte alle spalle della prima, era stata concessa in enfiteusi a Domenico Magrino15. Con due atti del 22 luglio 1756, Matteo Pinto ne entrerà in possesso per inglobarle nella ristrutturazione dell'edificio16.

A meridione dell'ala orientale di Palazzo Pinto, nel luogo detto sotto l'arco, vi era una stalla con camera superiore e giardino di Ottavio Ferrara [13]17. All'angolo nord-occidentale dell'isolato [14] il nostro viandante vedeva, come si vede tuttora sebbene ridotta ad uso profano, la chiesa di Sant'Antoniello, patronato della famiglia Greco eretto con bolla del 27 febbraio 1629 sotto il titolo dei Santi Giuseppe e Vito, poi cambiato nel corso del primo decennio del Settecento; nel 1727 la troviamo passata in patronato della famiglia Farao, la quale, a preghiera dei maestri fondatori, il 3 giugno 1736, la concesse in uso alla confraternita delle Anime Purganti, che nel 1766 provvide a restaurarla; in tale occasione, allo scopo di dotarla di una sagrestia, quei confratelli acquistarono dai signori Granozio una bottega in due vani, fino ad allora usata come speziaria e suo laboratorio, adiacente alla chiesa stessa, con due porte: l'una sulla via che calava a Sant'Agostino, l'altra sulla strada Regia; il 23 aprile 1771, con atto rogato in Napoli, i fratelli padre don Vincenzo e Francesco Farao trasformeranno la concessione in uso in donazione a favore della stessa confraternita che, intanto, aveva assunto il titolo di Maria Santissima delle Grazie. Il 7 settembre 1803 la chiesa sarà sottoposta a visita pastorale per l’ultima volta; il 17 giugno 1874 la confraternita otterrà dalla prefettura di potersi trasferire nella chiesa del monastero soppresso di San Giorgio, per cui Sant’Antoniello sarà destinata ad uso profano18.

   

 

6Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 478, particella 6.

7Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5404, 1769, f. 98. La particella posseduta da Tommaso Iannelli è una di quelle mancanti nell'Apprezzo (si veda il capitolo Natura e consistenza della documentazione); essa è stata individuata dalla confinazione verso oriente della particella di Francesco Martorano, [20] in Santi XII  Apostoli, e dal confronto coi Protocolli notarili 5391, 1757, f. 19 e 5407, 1795, f. 51.

8Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 466, particelle 6, 7. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5404, 1669, f. 98 e 1771, f. 48t.

9Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 1; 529, particella 4; 534, particella 3.

10Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5369, 1760, f. 635t.

11Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4859, 1561-1562, f. 88; 5027, 1669, f. 18 e f. 147.

 

 

12Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4849, 1533-1534, f. 19; 5017, 1671, f. 297t; 5360, 1751, f. 732t; 5413, 1769, f. 260t.

13Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5365, 1756, f. 516. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali.

14Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 472, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5365, 1756, f. 516.

15Questa particella è una di quelle mancanti nell'Apprezzo (si veda il capitolo Natura e consistenza della documentazione); essa è stata individuata da Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5361, 1752, f. 850 e 5365, 1756, f. 541.

16Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5365, 1756, f. 516 e f. 541.

 

 

17Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 6.

 

18Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5344, 1766, f. 70 e f. 144; 5408, 1771, f. 3. 

 

Il sito di Sant'Antoniello era stato impegnato fino agli anni venti del Seicento dall'altra chiesa di San Vito de Scutis, che compare nelle fonti giunte fino a noi nel maggio 1058, quando Gisulfo II ne conferma il possesso all’archiepiscopio; il 12 ottobre 1067 papa Alessandro II, nel confermare alla Chiesa salernitana privilegi e possedimenti, fra cui questa chiesa, precisa che essa era stata donata all’archiepiscopio da Landemario, figlio di Ademario. Trovata già sconcia nel corso della visita pastorale del 22 gennaio 1567, se ne ordina la sconsacrazione il 30 settembre 1577 con la disposizione di trasferirne il beneficio nella cattedrale, ove, dietro la sedia pontificale, vi era una figura dello stesso santo; il successivo 15 ottobre i nobili del sedile di Portanova acquistano l’immobile, sotto casa Grillo, confinante con beni di Michele Pinto, con vie pubbliche e altri confini, avendo intenzione di trasferirvi la loro sede; in realtà, il progetto non avrà seguito, poiché, mentre il luogo della chiesa diruta di San Vito de Scutis è ancora sottoposto a visite pastorali nel 1616, nel 1618, nel 1626, il rettore del beneficio aveva concesso l’immobile per uso profano a Emilio e Matteo Pinto fin dal 23 novembre 1609; il 20 luglio 1614 tale concessione i fratelli Pinto cedono a Giovanni Tommaso Greco, che il 6 febbraio 1610 aveva acquistato all’asta le case che erano state della famiglia Grillo, sotto le quali abbiamo visto essere posta la chiesa; il 16 maggio 1620 la concessione originariamente fatta con la formula a terza generazione è trasformata in perpetua a favore di Giuseppe Greco, figlio ed erede di Giovanni Tommaso, che dichiara di voler su parte del sito edificare nuove case e su altra parte erigere un beneficio de jure patronatus per adempiere una volontà del padre, ossia la nuova chiesa che abbiamo visto prima sotto il titolo dei Santi Giuseppe e Vito poi sotto quello di Sant'Antoniello19.  

Le case ex Grillo, poi Greco, pervenute ai fratelli Domenico e Carlo Granozio, che come abbiamo visto nel 1766 venderanno alla confraternita delle Anime Purganti la bottega da mutare in sagrestia, sono distinte nell'Apprezzo in tre particelle, una delle quali, scavalcando con l'arco ancora esistente il vicolo, andava a raggiungere l'isolato successivo verso meridione [15]20.

Attualmente questo isolato è costituito da una parte antica, ad occidente, che si protende verso la chiesa di Sant'Agostino [16], e da una parte recente, ad oriente, che chiude la piazza verso settentrione [17]. Anticamente, la parte orientale insisteva, oltre che sul sito dell'edificio recente, anche sulla parte occidentale della piazza [18], sopravanzando verso meridione la parte superstite di ventitre palmi e mezzo e lasciando fra se stessa e il prospetto del convento di Sant'Agostino [19] una strada larga dodici palmi; veniva pertanto a formarsi, dirimpetto alla chiesa, oltre la via pubblica, un largo sul quale il monastero di San Giorgio, proprietario, come vedremo, delle case che vi avevano prospetto da settentrione e da oriente, vantava diritti risalenti ad una sentenza del 14 agosto 1492, che esercitava esigendo un fitto dai venditori di verdura, vasellame e altro che vi ponevano le loro mercanzie. Nel 1789, l'amministrazione cittadina, volendo ampliare il basolato della strada, ottenne dal monastero la cessione in uso di una striscia larga un palmo e tre ottavi lungo il lato meridionale di tale spiazzo. In aggiunta a questo, il monastero possedeva un altro largo che del descritto era il proseguimento ideale, oltre la via che calava dal monastero stesso, in territorio di Santa Lucia de Giudaica, che ancora vediamo davanti all'imboccatura dell'antica via della Chianche, oggi vicolo Giudaica. Misurato nella stessa occasione, risultò lungo cinquantasette palmi e tre quarti e largo sedici, oltre l'ambiezza delle strade poste lungo i suoi limiti orientale e meridionale21.   

 

19Archivio Diocesano di Salerno, pergamena 16, edita in G. Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, I, 1846, pp. 115-117; Visite pastorali. Archivio di Stato di Salerno, pergamena IV, edita in Pergamene salernitane, a cura di L. E. Pennacchini, 1941, pp. 33-36; Protocolli notarili, 4869, 1577-1578, f. 38; 4902, 1609-1610, f. 96 e f. 149t; 4919, 1613-1614, f. 519; 4898, 1620, f. non numerato.

 

20Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 467, particella 7; f. 468, particella 4; f. 471, particella 7.

21Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5425, 1789, f. 108. Allegata a questo documento si vede una pianta illustrante lo stato dei luoghi al 3 agosto 1789 che costituisce la nostra tavola XI.

Ritornando all'isolato che chiudeva da settentrione e da oriente il primo dei larghi descritti, la parte occidentale [16] consisteva, oltre che nel prolungamento verso meridione del complesso dei Granozio che abbiamo visto, in due particelle del monastero di San Giorgio: la prima in due appartamenti e cinque bassi, di cui uno per uso di forno pubblico e uno, prospettante sul largo, per uso di produrre maccheroni; la seconda, concessa in enfiteusi a Carmine e Luca Cappuccio, in un'altra bottega prospettante sul largo con abitazione superiore22; di queste case aveva fatto parte un basso con area libera superiore che nel 1662 il monastero aveva fatto demolire per creare il largo davanti alla sua porta grande, allo scopo di dare maggior lume al monastero stesso23. La parte orientale consisteva, nella fascia settentrionale [17], da oriente verso occidente, in altre case del monastero di San Giorgio, di Annibale Vernieri, di Giuseppe Marchisano24; nella fascia meridionale [18], da ovest verso est, ancora in case di San Giorgio, prospettanti sulla strada verso mezzogiorno e sul largo verso occidente, e di Pietro Cavatore, poste parte ad occidente e parte ad oriente del proseguimento del vicolo sotto l'Arco dei Pinto, confinanti con le case di Angelo Fedele che abbiamo visto in territorio dei Santi XII Apostoli25.

 

 

 

22Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 468, particelle 5, 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5460, 1782, f. 48.

23Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4992, 1662, f. 61.

24Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 468, particelle 1, 2, 3.

25Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 468, particella 7; f. 469, particella 1.Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5421, 1780, f. 33.  

A meridione della strada e del largo si sviluppava il complesso del convento di Sant'Agostino [19], edificato a partire dal 1309 a cavalcioni della muraglia meridionale della città, per cui il suo prospetto verso il mare fungeva da cortina, di cui la chiesa, nella veste conferitale con i lavori avviati nel 1669, è la sola parte pervenuta fino a noi. Soppresso l'ente conventuale con decreto del 3 luglio 1809, l'immobile sarà ristrutturato dalle fondamenta per ospitare l'Intendenza di Principato Citeriore26.

All'epoca della visita in città del nostro viandante, sotto i locali conventuali vi era un magazzino grande al quale si accedeva sia dalla strada, tramite un altro magazzino più piccolo, che dal chiostro; in fondo ad esso altra porta si apriva alla marina. In esso, per convenzione del 29 dicembre 1762, Nicola Guida e Nicola Greco faranno costruire un teatro; lo stesso complesso, insieme ad un altro magazzino posto nel chiostro, sarà preso in fitto il 10 marzo 1770 da Paolo Maria Parrilli e da Francesco Alfani Galiano allo scopo di farvi rappresentare opere in musica e in prosa27. Adiacente al muro occidentale della sua chiesa, sul luogo attualmente impegnato dal tratto più meridionale della via Duomo, il convento possedeva una bottega con due camere superiori28.

 

 

 

26Archivio Diocesano di Salerno, Registro I della Mensa, pp. 575-583. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4997, 1669, f. 63t; Intendenza, busta 2526.

27Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5310, 1762, f. 327; 5395, 1770, f. 23t.  

28Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 479, particella 5.

Risalendo verso la cattedrale, a sinistra incontriamo, come lo incontrava il nostro viandante, il monastero di San Giorgio [20]. Si tratta dell'insediamento di culto cittadino più antico fra quelli ancora officiato, essendo documentato già attivo, con la sua badessa Agata, almeno dal 719. Nel 1643 le monache erano state costrette a far demolire la chiesa antica che minacciava di crollare e ad intraprendere la costruzione dell'attuale affidata ai mastri Marco Antonio Ferrara e Donato Buongiorno, il che comportò l'acquisto di circa trecento barcate di pietre vive a cui si fece fronte vendendo due terreni29. Già occupato dalle truppe piemontesi nel 1862, il monastero sarà soppresso con decreto del 7 luglio 1866 per poi ospitare, con gravi danni al patrimonio architettonico cittadino, carabinieri e guardia di finanza.

Seguendo il percorso degli apprezzatori del Catasto onciario, il nostro viandante continuava a risalire verso la cattedrale fino a portarsi all'antica Casa de Stellatiis [21], dagli anni quaranta del Cinquecento dei Capograsso, alla metà del Settecento posseduta dell'abate Matteo, con annessa la cappella di San Fortunato. Questa, tipica istituzione gentilizia, documentata fin dal 1242, era stata sconsacrata nel 1616 essendo posta nel cortile del palazzo considerato loco non decenti. Nell'immobile aveva avuto sede, alla metà del Cinquecento, la Regia Udienza per le province di Principato Citra e della Basilicata, poi sostituita, fra l'ultimo decennio di quel secolo e l'inizio del successivo, dalla Regia Percettoria, per cui il palazzo, e poi per estensione l'intera area fra le attuali vie Duomo e delle Botteghelle, sarà detta, già nel 1616, la Cassa vecchia30.  

 

 

29Archivio di Stato di Salerno, pergamena A 6; edita in Pergamene del Monastero Benedettino di S. Giorgio, a cura di L. Cassese, 1950, pp. 46-56. Questo documento contiene un inserto, datato semplicemente jndictione secunda, con il quale Romoaldo, duca della gente longobarda, dona alcuni beni al monastero di San Giorgio. Questo Romoaldo è certamente il secondo duca beneventano di tale nome, in quanto il primo resse il ducato prima che Salerno ne entrasse a far parte; Romoaldo II governò fra il 706 e il 731: in tale periodo, la seconda indizione ricadde solamente fra il settembre 718 e l’agosto 719; Protocolli notarili, 4975, 1643, f. 230t, f. 247, f. 472, f. 475.

30Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 469, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4849,1534-1535, f. 269t; 4854, testamenti, f. 125, 26 ottobre 1557; 4907, 1601-1602, f. 661t. Archivio della badia di Cava, pergamena XCV 3. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. 

A ovest di Casa de Stellatis, in parte inserite sotto un immobile di Nicola Marotta che vedremo, vi erano case quasi inabitabili del monastero di Santa Maria della Porta [22], documentate dal 1589, già dotali di Amalia de Galdo, moglie di Ferdinando Greco, pervenute nel 1616 a Giovanni Andrea de Vita e da questi al figlio Matteo, poi dotali di Caterina, rispettivamente nipote e figlia, moglie di Giovanni Rizzo che, erede della stessa Caterina, il 27 giugno 1676 le aveva cedute al monastero31.

Sul prospetto occidentale dell'isolato [23], lungo la via di Casa de Ruggiero, oggi delle Botteghelle, prospettante a settentrione sul largi di Casa della Calce e a meridione sul vicolo della Cassa Vecchia, vi era l'accennata casa palaziata di Nicola Marotta, in tre piani per complessive ventidue stanze e cinque bassi, che, protendendosi verso l'interno sulle case del monastero di Santa Maria della Porta, andava a raggiungere il cortile di Casa de Stellatis e la cappella di San Fortunato32.

A meridione di Casa Marotta [24], ad essa collegate tramite la volta sul vicolo, all'angolo con la via Regia, oggi dei Mercanti, che qui assumeva la denominazione di via di Capopiazza o dei Fucilari, anticamente degli Spatari, vi erano case di Carlo Forte, erede del padre Diego, in parte concessione enfiteutica perpetua dei signori del Grotto33; sotto di esse vi erano una bottega di Andrea FilippoLauro Grotti e una della chiesa della Santissima Annunziata per acquisto del 24 aprile 1675 dagli stessi signori del Grotto34.     

 

 

31Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 469, particella 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4885, 1588-1589, f. 801; 4876, 1600-1601, f. 193 e f. 661t; 4931, 1614-1615, f. 49t; 5000, 1676, f. 151t.

32Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 469, particella 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5343, 1765, f. 561t.

 

33Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 469, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5237,1752, f.64t; 5334, 1756, f. 486t.

34Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 469, particella 6; f. 470, particella 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5021, 1675, f. 110.

 

Verso oriente [25], seguiva un complesso costituito da case in possesso dei fratelli Pasquale e Vincenzo Gori in virtù di due concessioni enfiteutiche, risalenti al 20 ottobre 1739 e al 9 gennaio 1742, del Monte della famiglia Vitelli35; botteghe di Giacomo Amendola e di Francesco Greco36; due particelle di Pietrantonio Galdo, di cui una acquistata il 29 settembre 1747 da Ferdinando Mele37; altre case del Monte Vitelli, situate sopra quelle dei fratelli Gori, parte concesse in enfiteusi al notaio Giacomo Federici38, parte al notaio Giacomo Ricciardi39.

Concludevano il prospetto meridionale dell'isolato, all'angolo orientale [26], case con botteghe e speziaria medicinale in possesso di Giulio de Vivo, parte per concessione enfiteutica della confraternita del Santissimo Salvatore de Drapparia del 4 agosto 1707, parte per quattro analoghe concessioni distribuite fra il 1701 e il 1730 del monastero di Santa Maria della Porta40; una bottega di Pietrantonio Galdo; un cellaro del citato Giulio de Vivo, con due porte, l'una corrispondente alla via dei Fucilari, l'altra posta in fondo al vicoletto cieco che il nostro viandante vedeva, come tuttora vediamo, a sinistra appena oltre l'imbocco del tratto superiore di via Duomo; case di Francesco Greco, in parte poste sul cellaro di Giulio de Vivo e sui beni di Pietrantonio Galdo41.

Verso settentrione [27], l'isolato si concludeva con case di Giovanni Copeta per acquisto del 3 marzo 1746 da Ferdinando Mele42; dell'oratorio di Santo Stefano, acquistate l'11 giugno 1678 da Annamaria Salluzzo e concesse in enfiteusi a Lorenzo Frasenta il 26 maggio 1717; del monastero di San Michele Arcangelo possedute da Chirico Citro per uguale concessione43.

Ritornando sulla via degli Spatari, lungo il suo lato meridionale, di fronte all'isolato appena visto, il nostro viandante osservava una serie di dieci botteghe con diciotto stanze superiori [28], estesa fra l'incrocio di Capopiazza, oggi innesto di via delle Botteghelle su via dei Mercanti, e l'incrocio del Seggio, oggi di via Duomo con via dei Mercanti, del monastero di San Giorgio, edificate su una sottile fascia di terreno compresa fra la strada e la clausura dello stesso monastero. Era un giorno imprecisato del settembre 1171 quando Gaita, vedova di Giovanni detto Stoccapiru, e i figli Nicola e Matteo cedettero al monastero l'edificio che lo stesso Giovanni aveva edificato su quel terreno già di proprietà di quelle benedettine; era stato poco meno di mezzo millennio dopo, il 13 febbraio 1637, che il monastero aveva venduto un terreno a Fuorni per procedere con il ricavato alla sopraelevazione dell'edificio originario allo scopo di poter più vantaggiosamente fittare le botteghe dotandole di abitazioni superiori44.

L'incrocio del Seggio prendeva denominazione dal fatto che al suo angolo nord-occidentale, sotto Casa Sciabica [29], vi era il sedile dei nobili di Portanova, che abbiamo visto impegnati, nel 1577, a cercare una sede alternativa, al quale scopo avevano acquistato il dirimpettaio immobile già della chiesa di San Vito de Scutis [14] senza però, per motivi che rimangono non chiari, procedere effettivamente al trasferimento, per cui il viandante di metà Settecento li ritrovava ancora nella loro sede storica. Casa Sciabica, al sedile sovrastante, compare nella documentazione giunta fino al noi nel 1534 come Casa Santo Mango. Sarà nel 1621 che, dopo un breve possesso da parte di Matteo Rascica prima e di Melchiorre Capograsso poi, l'immobile perverrà ad Andrea Sciabica, i cui eredi lo cederanno ai de Vivo che ne troviamo possessori al Catasto onciario, quando l'immobile è descritto come consistente in sette botteghe, stalla, rimessa, altri bassi, giardino e trenta stanze45.           

 

 

35Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 470, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5402, 1763, f. 136.

36Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 470, particelle 3 e 5.

37Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 470, particelle 4 e 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5320, 1753, f. 171t.

38Queste case sono descritte in allegato all'Apprezzo (Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946), in quanto furono considerata a conclusione del lavoro di rilevamento, essendo il notaio Federici uno degli apprezzatori. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5237, 1752, f. 59t.    

39Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 471, particelle 4. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5237, 1752, f. 64t.

40Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 470, particelle 9. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5412, 1768, f. 165t.

41Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 470, particelle 7 e 8; f. 471, particella 5. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5323, 1762, f. 198t.

42Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 471, particelle 1. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5362, 1753, f. 188.

43Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 471, particelle 2 e 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5427, 1792, f. 260.

 

 

44Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 471, particella 6. Biblioteca Provinciale di Salerno, pergamena 1 B 16; edita in Nuove pergamene del Monastero femminile di S. Giorgio di Salerno, a cura di M. Galante, I, 1984, pp. 37-39. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4972, 1637, f. 85.

 

45Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 471, particella 8. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4849, 1533-1535, f. non numerato, 24 gennaio 1534; 4947, 1620, f. 419; 4923, 1621, f. 363; 5220, 1750, f. 224; 5320, 1752, f. 367.

A settentrione, fra l'allora Casa Santo Mango e l'archiepiscopio, al 1525 insistevano case [30-31] distribuite fra vari esponenti della famiglia Greco di Napoli che il 7 marzo 1567 saranno acquistate da Pietro Maria Capograsso, i cui figli, Paolo Emilio, Federico e Giuseppe, il 19 dicembre 1572, le venderanno a Giovanni Pertio de Calce di Castiglione. È il 10 novembre 1612 quando per la prima volta l'immobile è scisso fra la parte a meridione del cortile [30], che i figli di Giovanni Pertio, Troiano e Filippo, vendono ai fratelli Liberato e Filippo Vitolo, e la parte a settentrione [31] che trattengono per se. Seguono una serie di accorpamenti, frammentazioni, possessi effimeri che vedono protagonisti, con altri, i de Aitoro di Montecorvino, i Genovese,  i Sabatino, i Barra, i Casaburi, i Polito, fino a pervenire la parte meridionale a Gaspare di Napoli e la parte settentrionale a Giovanni Battista d'Appolito, possessori al Catasto onciario46.

Oltre il vicolo oggi San Bonosio il nostro viandante osservava [32] un immobile consistente in quattro bassi e dodici stanze del canonico d. Orazio Cavaselice47, alle spalle del quale [33] si estendeva Palazzo Capograsso in possesso dell'abate d. Matteo, consistente in tre bassi, cortile, giardino e sedici stanze. Si trattava dell'antico sito delle case del conte Alfano, figlio del conte e giudice Ademario, delle quali abbiamo notizia al 1056, cui era annessa la chiesa gentilizia dei Santi Matteo e Tommaso apostoli, poi detta San Matteo Piccolo de Orto Magno, edificata dai suoi avi Pietro e Aloara prima del 970. Nel marzo 1278, nell'atto con il quale Sergio Capograsso ottiene dall’abate Leone di Cava nove delle dodici once del patronato della chiesa, le case ad essa vicine risultano del giudice Giovanni, figlio dello stesso Sergio. Nella relazione della visita pastorale del 16 giugno 1515 la chiesa sarà citata come San Matteo Piccolo dei Capograsso; trovata necessitante di importanti riparazioni l’8 aprile 1573, il 15 gennaio 1616 se ne ordinerà la sconsacrazione seguita, il 31 maggio 1618, dall’ordine di demolirne gli altari laterali entro un mese;  il 24 gennaio 1626 sarà citata per l’ultima volta48.        

   

 

 

46Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 472, particelle 2 e 3. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 4838, 1524-1525, f. 173t; 4866, 1566-1567, f. 195; 4868, 1572-1573, f. 181; 4931, 1612-1613, f. 35; 4952, 1624, f. 274; 4951, 1634, f. 89; 4972, 1638, f. 387t; 5045, 1668, f. 56; 5028, 1670, f. 145; 5023, 1679, f. 4; 5329, 1751, f. 110.

47Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 472, particella 5.    

48Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 472, particella 6. Archivio della badia di Cava, pergamene A 10; XI 21; LVII 53; le prime due edite in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, rispettivamente II, 1875, pp. 64-66; VIII, 1893, pp. 51-59. Archivio Diocesano di Salerno, Visite pastorali. 

In fondo al vicolo oggi San Bonosio [34], all'epoca della stesura degli atti preliminari del Catasto onciario, fra le case di Gaspare di Napoli ad occidente, il palazzo archiepiscopale a settentrione e ad oriente, Palazzo Capograsso a meridione, troviamo case in due bassi e cinque stanze possedute da Aniello Petito per concessione enfiteutica della chiesa parrocchiale di San Matteo Piccolo, che ritroveremo il 5 febbraio 1795, quando risulterà che nel mese precedente la concessione era passata a Gaetano Monsis, le case di Napoli sono ancora di Gaspare, Palazzo Capograsso è passato a Gennaro Cavaselice e nel palazzo archiepiscopale i locali immediatamente confinanti sono stati destinati ad ospitare il nuovo archivio49.

L'ultima particella catastale che il nostro viandante osservava in territorio di San Gregorio era Palazzo Carrara [35], consistente in tre botteghe, una delle quali aprendosi lungo la strada ad oriente era considerata in territorio parrocchiale di San Pietro de Grisonte, tre appartamenti per complessive trentasette stanze e otto bassi nel cortile50.

Non rimaneva che l'osservazione della chiesa parrocchiale [36], in condizioni ben più felici di quelle che osserviamo noi. Citata per la prima volta nel 1058, ricostruita dal suo abate Roberto Guarna nel 1172, le sarà sottratta la funzione parrocchiale il 27 aprile 1857 con il trasferimento della cura delle anime presso la cattedrale, ma di fatto il parroco, pur con il nuovo titolo di San Matteo e San Gregorio Magno, vi eserciterà le funzioni curatizie fino al 12 luglio 193951. Oggi, mascherata, è sede del Museo virtuale della Scuola Medica Salernitana.   

 

 

 

 

49Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 473, particella 2. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5407, 1795, f. 10.

50Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 473, particella 1.

51Archivio della badia di Cava, pergamena XI 21; edita in Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di M. Morcaldi, M. Schiani, S. de Stefano, VIII, 1893, pp. 51-59. La ricostruzione da parte dell'abate Roberto Guarna, fratello dell'arcivescovo Romualdo, è documentata da una lapide oggi al Museo diocesano. Archivio Diocesano di Salerno, cartella Parrocchia di San Gregorio Magno. 

  

Lungo la cortina meridionale della città, il confine fra i territori di San Gregorio e di Santa Lucia de Giudaica era costituito dalla parte terminale della copertura della chiavica, rappresentata attualmente dal tratto inferiore di via Duomo [37]. Adiacente al lato occidentale della bottega del convento di Sant'Agostino che abbiamo visto chiudere il territorio di San Gregorio vi era un basso con due stanze sopra posseduto già da Matteo Barretta, poi dalla sua vedova Rosa Pippo, per concessione enfiteutica della confraternita dei patrizi salernitani52, con il quale iniziava il territorio di Santa Lucia. Adiacente ad esso verso occidente, prospettante a settentrione sulla parte ovest del largo, il nostro viandante osservava la chiesa di Sant'Antonio dei Nobili [38], sede della citata confraternita che si assumeva l'onere di assistere i condannati al patibolo e seppellirli nella stessa chiesa. Si trattava di una istituzione che troviamo già operante ai primi  

52Archivio di Stato di Napoli, Catasti onciari, 3946, f. 479, particella 6. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili, 5405, 1779, f. 51.

 

Testo sui territori parrocchiali successivi in preparazione

 

8 9 0 15 2 3 4 5 6 7 20